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L’ossessione bellica di Israele e l’urgenza di una leva negoziale palestinese
di Ramzy Baroud,    The Jordan Times, 21 aprile 2026.   Ramzy Baroud Si è tentati di sostenere che la nuova dottrina militare di Israele si basa sulla guerra perpetua, ma la realtà è più complessa. Non che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe qualcosa da obiettare a un simile scenario di guerra perpetua. Al contrario, la sua incessante spinta verso l’escalation militare suggerisce proprio questo. Dopotutto, la sua ricerca apertamente dichiarata di una “Grande Israele” richiederebbe esattamente questo tipo di militarismo permanente, espansione senza fine e distruzione regionale continua. Tuttavia, Israele non può sostenere indefinitamente una lotta a tempo indeterminato su più fronti. I funzionari israeliani si vantano di combattere su “sette fronti”, ma molti di questi fronti sono, in termini militari, in gran parte immaginari piuttosto che campi di battaglia vissuti. Le vere guerre, tuttavia, sono interamente opera di Israele: dal genocidio a Gaza alle sue guerre regionali non provocate. Tuttavia, questo fatto non dovrebbe impedirci di vedere un’altra realtà: nella fase precedente alla guerra contro l’Iran e nell’escalation contro il Libano, c’era un consenso quasi totale tra gli israeliani ebrei. Un sondaggio dell’Israel Democracy Institute condotto il 2-3 marzo ha rilevato che il 93% degli israeliani ebrei sosteneva l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il sostegno era trasversale a tutti gli schieramenti politici. Lo stesso entusiasmo per la guerra ha accompagnato il genocidio di Gaza, le varie guerre e l’escalation in Libano. Persino Yair Lapid, così spesso e così falsamente pubblicizzato all’estero come una “colomba”, ha sostenuto pienamente queste guerre, ammettendo dopo il cessate il fuoco con l’Iran che Israele vi era entrato con un “raro consenso” e che lui le aveva sostenute “fin dal primo momento”. Le sue ripetute critiche, come quelle di altri politici israeliani, non riguardano la guerra, ma l’incapacità di Netanyahu di ottenere un risultato strategico. E questa è la distinzione cruciale. Gli israeliani sostengono per lo più le guerre, ma molti non si fidano più di Netanyahu nel tradurre le distruzioni in vittorie strategiche. A metà aprile, il 92% degli israeliani ebrei ha dato all’esercito un voto alto per la sua gestione della guerra contro l’Iran, ma solo il 38% ha dato un voto alto al governo. In altre parole, l’opinione pubblica crede ancora nella guerra, ma dubita sempre più della leadership che la conduce. Questa distinzione potrebbe non avere molta importanza per noi palestinesi, poiché il risultato rimane la morte di massa, la devastazione e la violenza coloniale. Ma nei calcoli militari e strategici di Israele, ha un’enorme importanza. Le sue guerre hanno storicamente seguito un modello familiare: schiacciare la resistenza, imporre il dominio militare e politico e tradurre la violenza del campo di battaglia in espansione coloniale. Netanyahu non ha realizzato nulla di tutto ciò. Ecco perché il clamore in Israele sul cessate il fuoco in Libano del 16 aprile è stato così feroce, e perché i timori riguardo a una possibile situazione di stallo con l’Iran sono ancora più profondi. Il cessate il fuoco in Libano chiaramente non ha garantito uno degli obiettivi centrali dichiarati da Israele: il disarmo di Hezbollah. Israele ha mantenuto le truppe nel sud del Libano, ma l’accordo ha fermato le operazioni offensive ed è stato ben lontano dalla promessa “vittoria totale”. Per molti in Israele, qualsiasi risultato che non raggiunga la vittoria totale viene immediatamente interpretato come una sconfitta. Un leader regionale del nord di Israele, Eyal Shtern, ha colto questo stato d’animo con brutale chiarezza quando ha reagito al cessate il fuoco in Libano chiedendosi come Israele fosse passato «dalla vittoria assoluta alla resa totale», in un commento riportato dalla CNN. Questa è la vera crisi che Israele sta affrontando ora: non il fatto di aver scoperto i limiti della guerra permanente, ma di aver scoperto ancora una volta che la violenza sterminatrice non produce automaticamente una vittoria politica. Mentre l’Iran possiede un peso politico che potrebbe consentire una tregua a lungo termine, o addirittura permanente, il Libano e la Siria rimangono in una posizione di gran lunga più vulnerabile. Tuttavia, nessuno si trova in una condizione più precaria dei palestinesi, in particolare quelli di Gaza. A differenza di altri che conservano un certo margine politico e spazio di manovra, i palestinesi vivono sotto l’occupazione, l’apartheid e l’assedio israeliani. Gaza, in particolare, è stata ridotta a un’enclave sigillata di devastazione. Il suo assedio ermetico ha prodotto una delle catastrofi umanitarie più orribili della storia moderna: un’intera popolazione che sopravvive con acqua inquinata, con infrastrutture distrutte, cibo gravemente scarso e migliaia di persone ancora sepolte sotto le macerie. A parte la loro leggendaria tenacia – sumud – i palestinesi operano sotto gravi limitazioni nella loro capacità di imporre condizioni a Israele, in particolare poiché questo continua a ricevere sostegno incondizionato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati occidentali. Eppure la loro resilienza, l’azione collettiva e la presenza duratura rimangono potenti forme di leva che non possono essere facilmente contenute. Netanyahu, e coloro che verranno dopo di lui, troveranno sempre in Palestina uno spazio in cui la guerra può essere condotta continuamente e a un costo relativamente basso per Israele stesso. A differenza di altri campi di battaglia, dove la guerra diventa politicamente, militarmente ed economicamente insostenibile, Israele ha trasformato la sua occupazione della Palestina in un campo di battaglia permanente. Anche se Netanyahu, ormai politicamente indebolito e invecchiato, uscisse di scena, il paradigma di fondo rimarrebbe intatto. I futuri leader israeliani continueranno a muovere guerra alla Palestina, non malgrado i costi, ma proprio per i benefici percepiti: è finanziariamente sovvenzionata, vantaggiosa dal punto di vista coloniale e politicamente sostenibile all’interno dell’attuale struttura di Israele. Per rompere questo paradigma, i palestinesi devono generare un potere di leva, un reale potere di leva. Questo non può venire da negoziati futili o da appelli a un diritto internazionale a lungo ignorato. Può emergere solo da una resistenza collettiva e sostenuta al colonialismo, rafforzata da un sostegno significativo da parte degli stati arabi e musulmani e di autentici alleati internazionali, e amplificata da una solidarietà globale in grado di esercitare una pressione reale su Israele e, cosa cruciale, sui suoi principali benefattori. Per ora, Netanyahu continua le sue guerre perché non ha una risposta ai propri fallimenti strategici. In questo caso, l’escalation non è un punto di forza; è l’ultimo rifugio di una leadership incapace di portare alla vittoria. Questo, tuttavia, rivela anche qualcos’altro: Israele sta entrando in un momento di vulnerabilità senza precedenti. Tale vulnerabilità deve essere messa a nudo – in modo chiaro, coerente e urgente – da tutti coloro che cercano la fine di queste guerre insensate, la fine dell’occupazione israeliana della Palestina e un percorso verso la giustizia che è stata negata per troppo tempo. Ramzy Baroud è giornalista, autore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo, “Before the Flood”, è stato pubblicato da Seven Stories Press. Tra gli altri suoi libri figurano “Our Vision for Liberation”, “My Father was a Freedom Fighter” e “The Last Earth”. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA). https://jordantimes.com/opinion/ramzy-baroud/israels-war-obsession-and-the-urgency-of-palestinian-leverage Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
April 23, 2026
Assopace Palestina
SUL RADUNO NAZIFASCISTA “LA FINE DELL’ANTIFASCISMO” A PREDAPPIO.
Diffondiamo «Lo siamo tutti, cara Cate […] Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista» – Cesare Pavese. La Casa in collina – SUL RADUNO NAZIFASCISTA “LA FINE DELL’ANTIFASCISMO” A PREDAPPIO. E se queste merde avessero ragione? E’ di oggi (21/04) la … Leggi tutto "SUL RADUNO NAZIFASCISTA “LA FINE DELL’ANTIFASCISMO” A PREDAPPIO."
April 23, 2026
Brughiere
DUE RIGHE CON GLI OCCHI RIVOLTI ALLE STELLE
Diffondiamo: viscida e vorace è la mano dello stato con un morso violenta e veloce vorrei ucciderla Dopo un mese Sara e Sandro sono ancora nei nostri pensieri. Giorno dopo giorno brucia sempre più! Alimenta un fuoco che ci porterà sempre più, dalla parte di chi mette in gioco il proprio corpo nella lotta alla … Leggi tutto "DUE RIGHE CON GLI OCCHI RIVOLTI ALLE STELLE"
April 22, 2026
Brughiere
Bisogna salvare il multilateralismo
di Pedro Sánchez,  Le monde diplomatique di aprile 2026, 16 aprile 2026.   «No alla guerra». Nel concerto delle nazioni, la Spagna ha parlato fuori dal coro. Ancora una volta, dopo l’aggressione statunitense contro il Venezuela, dopo il genocidio di Gaza. Il primo ministro spiega sulle nostre colonne le ragioni per cui il suo paese rifiuta la legge del più forte. Bruce Nauman: Una vasca con cento pesci. (foto Ap) Nessuno cambia il proprio comportamento alla vista di una pila di pezzi di carta. A meno che qualcuno non dica che si tratta di denaro. John Searle, uno dei filosofi più influenti tra quelli che hanno riflettuto sul funzionamento delle istituzioni, ricorreva a questo semplice esempio per illustrare una verità più profonda: l’esistenza di gran parte del mondo sociale si deve solo al nostro riconoscimento collettivo. Una linea su una mappa diventa un confine. Delle parole messe per iscritto in un trattato diventano obblighi vincolanti. E, come si è detto, un pezzo di carta diventa ricchezza. Queste finzioni condivise rendono possibile la vita in società. Il denaro è una di queste. Così come il sistema multilaterale e le norme del diritto internazionale che regolano le relazioni tra gli stati. Eppure molte persone, mentre accettano la prima di queste finzioni senza la minima esitazione, rifiutano prontamente la seconda. Il motivo è semplice: alcune finzioni pongono dei limiti al potere. E rompere con un ordine fondato sulle regole può avvantaggiare qualcuno a scapito di tutti gli altri. Negli ultimi anni, le pressioni esercitate sull’ordine internazionale si sono intensificate su due fronti. Da un lato, alcune grandi potenze o potenze emergenti ritengono di poter indebolire le norme esistenti, rimodellandole a proprio vantaggio. Questa tendenza trova nella guerra la sua espressione più brutale. L’invasione russa dell’Ucraina, il devastante genocidio perpetrato a Gaza, le iniziative unilaterali degli Stati Uniti volte a provocare un regime change in Venezuela e, ora, in Iran – tutte operazioni intraprese senza nemmeno cercare una parvenza di approvazione internazionale – confermano che alcuni governi stanno apertamente sfidando le fondamenta stesse del sistema internazionale. La medesima logica si può osservare all’opera anche al di fuori del campo di battaglia propriamente detto, nella militarizzazione del commercio, della tecnologia e persino dei flussi migratori, sempre più spesso impiegati come armi per ostacolare i rivali o per perseguire i propri interessi geopolitici. Alcuni dirigenti scelgono il silenzio invece di difendere il diritto internazionale D’altro canto, l’ordine internazionale fondato sulle regole viene gravemente scosso anche quando i dirigenti politici, di fronte a tali aggressioni, scelgono il silenzio e l’ambiguità invece di difendere il diritto internazionale. Nel tentativo di evitare lo scontro, cadono nella trappola dell’appeasement, la convinzione errata che la moderazione possa ammorbidire chi viola le regole. Pensano che le parole incidano molto meno sull’ordine internazionale rispetto alle bombe. Si sbagliano. Quando si tratta di norme, le parole plasmano il mondo. Quando le potenze di medio livello si dimostrano incapaci di difendere il diritto internazionale – o, peggio, lo abbandonano – non fanno altro che accelerarne l’erosione. La loro debolezza non passa inosservata. Gli alleati la notano. Gli stati, grandi e piccoli, la notano. E quando un numero sufficiente di attori giunge alla conclusione che le norme non contano più nulla, il sistema inizia a sgretolarsi. Nel tentativo di proteggersi, queste potenze finiscono per produrre proprio il disordine che temevano. Queste dinamiche si basano su un’idea semplice ma falsa: che in un mondo multipolare, un ritorno alle sfere d’influenza potrebbe al tempo stesso favorire le grandi potenze, creare un equilibrio tra di esse ed essere vantaggioso per i loro cittadini. La storia suggerisce esattamente il contrario. Quando le regole comuni scompaiono, non è la concordia a prevalere ma la rivalità. E questo porta a conflitti e povertà per tutti. O quasi. È importante comprendere che ciò che diamo per acquisito e che rende dignitose le nostre vite – crescita economica, mercati funzionanti, protezione sociale – si fonda sulla stabilità internazionale e sulla pace. Il multilateralismo non è un ideale astratto, è una realtà quotidiana. Un lavoro in una fabbrica di Detroit. Un supermercato ben fornito a Parigi. Uno studente a Londra. Una vacanza in Giappone. La nostra prosperità dipende innanzitutto da qualcosa di tanto fragile quanto essenziale: la preservazione di un ordine basato sulle regole. E se qualcuno ancora ne dubita, non deve fare altro che chiedersi come potremmo tenere in vita i nostri sistemi di welfare in un mondo in cui una guerra prolungata in Medio Oriente facesse schizzare i prezzi del petrolio a 150 dollari al barile. Non si tratta di uno scenario improbabile, con un terzo delle forniture globali di fertilizzanti bloccate a causa del conflitto, con una grave perturbazione delle principali rotte commerciali e con i mercati energetici in preda a una volatilità permanente. È quello che ci attende se dovesse prevalere la legge del più forte. Ed è la prova che l’alternativa non è tra un ordine multilaterale e un nuovo equilibrio, ma tra tale ordine e il disordine, il caos. Checché ne dicano alcuni, il sistema non funziona a scapito delle popolazioni. Al contrario. Negli ultimi settantacinque anni, ha contribuito a creare il periodo più prospero e stabile della storia umana. Il numero di morti nei conflitti armati si è ridotto di circa la metà, anche se in tempi recenti è tornato a crescere. Il reddito mondiale pro capite è quintuplicato. Il commercio internazionale ha conosciuto un’espansione senza precedenti: dal 1950, i volumi scambiati a livello globale sono cresciuti di circa quaranta volte, con un conseguente innalzamento del tenore di vita in ogni continente. Anche le percentuali relative alla povertà estrema su scala globale sono diminuite, passando da circa il 60% a meno del 10%. Questo bilancio è tutt’altro che perfetto, ma resta nettamente migliore di quello di qualsiasi altro modello che l’umanità abbia mai conosciuto. Questi successi non devono in alcun modo impedirci di riconoscere le imperfezioni del multilateralismo. Tale sistema non è sufficientemente rappresentativo, come dimostra il caso del Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni unite (ONU), che riflette ancora i rapporti di forza del 1945 anziché quelli del XXI secolo. Le norme internazionali, è evidente, sono talvolta applicate in modo selettivo. E quando vengono violate, spesso le istituzioni non hanno l’autorità o le risorse per farle rispettare. Riconoscere che l’edificio presenta delle crepe non deve però indurci a demolirlo per poi andare a dormire all’addiaccio. Perché un mondo senza un ordine fondato su delle regole è un mondo in cui prevale la forza bruta, in cui la coercizione si impone più facilmente ed è più difficile coordinare gli sforzi per risolvere i problemi dell’umanità. E non possiamo permettercelo. Non ora. Oggi più che mai abbiamo bisogno di strumenti di coordinamento globale: gli stati-nazione restano gli attori centrali nella politica internazionale; molte delle sfide odierne, tuttavia, trascendono i confini nazionali e non possono essere affrontate isolatamente dai singoli paesi. Inoltre, le sfide attuali sono più complesse e urgenti di quelle che le società avevano di fronte quando l’architettura multilaterale è stata concepita. Il cambiamento climatico minaccia di sconvolgere la vita in vaste regioni del pianeta. Le migrazioni rivelano profondi squilibri globali e stanno diventando una questione politica di primaria importanza in molte società. Il controllo dell’intelligenza artificiale e il ritmo sempre più accelerato del cambiamento tecnologico comportano nuovi rischi che non conoscono confini. Queste sfide richiedono una cooperazione globale che solo il sistema multilaterale rende possibile. Per conseguire i risultati desiderati, tuttavia, saranno necessarie delle riforme. Delle riforme strutturali e urgenti. In primo luogo, dobbiamo liberarci dell’illusione che il sistema multilaterale possa prescindere dall’effettiva distribuzione del potere nel mondo. Se vuole sopravvivere, deve riflettere i rapporti di forza del XXI secolo. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite è l’esempio più lampante del suo anacronismo: la sua composizione, la sua struttura e il sistema di veto contraddicono i principi stessi su cui si fonda l’ordine multilaterale. L’impressione che quest’ultimo non sia in grado di rispondere alle attuali crisi di sicurezza globali deriva, in larga misura, dal suo non essere stato capace di adattarsi. In secondo luogo, il sistema deve diventare più democratico, più diversificato e più inclusivo. I paesi del Sud globale non possono rimanere meri beneficiari passivi di risorse. Devono diventare artefici del proprio futuro, con una voce, un voto e un’influenza reale nelle istituzioni multilaterali. Le grandi democrazie del Sud globale devono trovare posto nelle sedi in cui si prendono le decisioni più importanti a livello mondiale. Infine, dobbiamo rafforzare le capacità di controllo e di coercizione delle istituzioni responsabili della sicurezza mondiale. Le norme hanno valore solo se ci si può assicurare che vengano rispettate, difese e applicate. Da troppo tempo, chi viola le regole comuni ha dormito sonni tranquilli, mentre chi le rispetta si limita a rilasciare dichiarazioni di «profonda preoccupazione». Questa situazione non può andare avanti: la «preoccupazione» deve cambiare campo. È tempo che chi viola le regole sia sottoposto a una pressione internazionale. E che chi le rispetta agisca con la determinazione che il momento esige. La riforma deve quindi concentrarsi sull’efficacia e sulla rappresentatività. Occorrono processi decisionali più rapidi, mandati più chiari e meccanismi di attuazione delle decisioni collettive più solidi. Allo stesso tempo, dobbiamo rendere le istituzioni internazionali più efficienti, meno burocratiche, e rafforzare la loro capacità di rispondere alle crisi urgenti. In mancanza di ciò, la credibilità del sistema multilaterale continuerà a erodersi. In nessun altro luogo la logica del multilateralismo è più evidente che in Europa. L’Unione Europea è nata da una dura lezione: rivalità a cui non si è riusciti a porre dei limiti sono sfociate per ben due volte in una catastrofe, portando alla rovina popoli, economie e stati. Diritto internazionale, istituzioni comuni, sovranità condivisa: non si trattava di aspirazioni idealistiche, ma di condizioni necessarie in un primo tempo per la sopravvivenza e in seguito per la prosperità. Il progetto europeo illustra cosa accade quando l’interdipendenza viene organizzata e gestita, anziché temuta. Grazie a regole e a istituzioni comuni, gli stati hanno trasformato un continente un tempo segnato da guerre incessanti in un territorio definito da cooperazione, integrazione e sviluppo. Oggi i paesi europei sono tra i primi al mondo per benessere, aspettativa di vita, sviluppo sociale e democrazia. Soprattutto, hanno preservato la pace in un continente che per secoli era stato l’epicentro dei conflitti mondiali. Per l’Europa, quindi, il multilateralismo non è soltanto un dovere morale. È anche una necessità strutturale. In un mondo regolato da norme e istituzioni, il Vecchio Continente esercita un’influenza ben maggiore di quanto la sua popolazione o il suo prodotto interno lordo (PIL) lascerebbero supporre. L’Unione amplifica la potenza dei propri membri radicandola in un sistema di leggi, regole e cooperazione. Vale anche il contrario. In un mondo dominato dalle sfere di influenza e dalla forza bruta, la posizione strutturale dell’Europa è destinata a declinare. Una politica tra potenze favorisce gli attori più grandi e brutali. L’interdipendenza economica diventa uno strumento di pressione anziché una fonte di prosperità. Le alleanze pensate in vista della sicurezza collettiva si indeboliscono. E l’apertura dell’Europa – uno dei suoi maggiori punti di forza – si trasforma in una debolezza. Le conseguenze di questa erosione sono già visibili. Con l’indebolimento dell’ordine fondato sulle regole, la competizione geopolitica, i vincoli economici e le pressioni esterne mettono sempre più a dura prova la coesione del progetto europeo. In un mondo più frammentato, la tentazione di tornare a calcoli strettamente nazionali non fa che crescere. Questa opzione, tuttavia, offre solo una sicurezza illusoria. Per l’Europa, l’abbandono del multilateralismo non porterà a una restaurazione della sovranità, ma solo a una perdita di influenza. Il progetto europeo stesso dimostra che la cooperazione può attenuare le rivalità e che le regole possono rendere l’interdipendenza una fonte di stabilità e di prosperità, invece che di vulnerabilità. L’ordine internazionale si fonda su una convinzione condivisa: che il potere possa essere limitato dalla legge, che gli impegni possano andare al di là degli interessi immediati e che la cooperazione possa mitigare le rivalità. Alcuni diranno che tali convinzioni sono pura fantasia. Ma è proprio questa fantasia che permette a miliardi di persone di cooperare, commerciare, prosperare e sperimentare un livello di pace senza precedenti nella storia. Dobbiamo quindi considerare la crisi attuale non come un inevitabile declino del multilateralismo, ma come una prova che ci permette di testare la nostra determinazione a rinnovarlo. Abbiamo l’occasione – di quelle che si presentano una sola volta per generazione – di riformare, anziché abbandonare, le regole, le norme e le istituzioni comuni che rendono possibile la cooperazione mondiale. Senza di esse, quello che viene fatto passare per realismo si trasforma rapidamente in qualcosa di ben più brutale: la legge del più forte. https://mondoweiss.net/2026/04/the-israel-lobby-is-fracturing-as-young-jews-abandon-zionism/?ml_recipient=184910661715756876&ml_link=184910599714506086&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=2026-04-16&utm_campaign=Daily+Headlines+RSS+Automation+-+8am
April 17, 2026
Assopace Palestina
ASTRAZIONE E PERDITA DI SIGNIFICATO
Diffondiamo questo scritto, come un dono sempre attuale. Pensiero e dinamite, il pensiero per sollevare i deboli, la dinamite per abbattere i potenti Paolo Schicchi La pochezza dei tempi non avviene per caso. Per chi ha un mondo da demolire, astrazione e insignificanza stanno sempre più divenendo spettri. Da una parte è chiaro come un … Leggi tutto "ASTRAZIONE E PERDITA DI SIGNIFICATO"
April 17, 2026
Brughiere
Avremo sempre Rogoredo
di Mario Di Vito* Il tempo delle mele. Dopo l’omicidio di Zack Mansouri la polizia ha promesso grandi cambiamenti, ma ancora si parla di «mele marce». E nel boschetto tutto …
UNA SPINA NEL FIANCO
Diffondiamo un volantino comparso nella notte a Cremona:  Una spina nel fianco. Il silenzio è pericolo, il buio inebria il rischio. È l’angoscia a generare il vuoto, la sensazione di trovarsi sul ponte dove si guarda giù e si nota l’abisso, dove non si distoglie lo sguardo dal baratro che si apre davanti al mondo: … Leggi tutto "UNA SPINA NEL FIANCO"
April 9, 2026
Brughiere
PER LX NOSTRX COMPAGNX CHE SONO MORTX IN DIFESA DELLA VITA
Diffondiamo Per lx nostrx compagnx che sono mortx in difesa della vita Per lx compagnx che hanno deciso di prendere in mano il proprio destino Per lx combattenti che erano dispostx a fare tutto il necessario Per lx rivoluzionarix che non si accontentavano di nulla di meno che tutto E per le persone che erano … Leggi tutto "PER LX NOSTRX COMPAGNX CHE SONO MORTX IN DIFESA DELLA VITA"
April 9, 2026
Brughiere
SIAMO LA CODA DEL SERPENTE CHE VIENE GIÙ DAL MONTE PER RITROVARE LA SUA VOCE CHE CI VIEN TOLTA OGNI DÌ
Diffondiamo: Siamo una coda composta da diverse soggettività* che abitano l’Appennino. L’8 marzo abbiamo cantato canzoni con una tradizione di denuncia e lotta e di liberazione. Abbiamo unito i nostri corpi per dare voce alla stanchezza, alla frustrazione e alla rabbia che ci muovono, ribadendo che l’8 MARZO NON È UNA FESTA. Da Porretta a … Leggi tutto "SIAMO LA CODA DEL SERPENTE CHE VIENE GIÙ DAL MONTE PER RITROVARE LA SUA VOCE CHE CI VIEN TOLTA OGNI DÌ"
April 8, 2026
Brughiere
PER SARA E SANDRO
Riceviamo e diffondiamo queste riflessioni scritte da alcunx compagnx di Bologna in seguito alla morte di Sara e Sandro.Qui il pdf. Ci sono cuori che non trovano riposo né respiro in questo mondo, tanta è l’oppressione che vedono loro intorno. Sono cuori stanchi, stanchi di portare catene ma mai rassegnati. Sono cuori che, in una … Leggi tutto "PER SARA E SANDRO"
March 31, 2026
Brughiere