
Letteratura e rivoluzione
Jacobin Italia - Tuesday, April 14, 2026
«Si può vivere senza un frigorifero ma non senza utopia» ha detto Paco Ignacio Taibo II a Repubblica in un’intervista rilasciata nei giorni del Festival di letteratura working class del 10, 11 e 12 aprile. Forse è proprio questo il segreto che hanno capito gli operai dell’ex Gkn. Il segreto che gli permette di resistere da 1.739 giorni in presidio permanente davanti alla fabbrica da cui in modo illegittimo – come certificato ben due volte dal tribunale del lavoro – sono stati licenziati il 9 luglio del 2021.
Quattro anni fa sembrava una cosa da pazzi voler organizzare un Festival su un genere letterario non riconosciuto dalla cultura mainstream, in una zona industriale, fuori dalla grande città e con un gruppo di operai licenziati. Essere arrivati alla quarta edizione è incredibile non solo e non tanto per il successo del Festival, ma proprio per la resistenza prolungata di questi lavoratori che pur stanchi, con 15 mesi senza stipendio accumulati, 12 mesi di disoccupazione, e umiliati dall’immobilismo del Consorzio regionale che dovrebbe rendere possibile l’avvio della reindustrializzazione, non hanno mollato nemmeno per un giorno il presidio della fabbrica. Con questa fatica sembrava difficile poter replicare, per la quarta volta, il successo del Festival. Alla fine invece abbiamo contato quasi 5.000 pasti consumati nei tre giorni, più di 2.500 libri venduti, più di 200 volontari e volontarie, più di 400 donatori per il crowdfunding e – se sommiamo le persone passate giorno per giorno, compreso il corteo di sabato 11 aprile – quasi 7.000 partecipanti.
Com’è possibile riuscire a resistere così a lungo in un’epoca così buia, con rapporti di forza così sfavorevoli e con le strutture organizzate così deboli e frammentate? La risposta della lotta dell’ex Gkn è che occorre irrompere anche nell’immaginario collettivo, attraverso il teatro, il cinema, l’arte e la letteratura.
Senza chiedere permesso
L’idea di fare la lotta di classe con i libri, che quattro anni fa sembrava tutt’al più un’evocazione romantica, con questo Festival è ormai diventata una pratica concreta.
«Molte delle serie Tv e dei romanzi mainstream – ha detto Wu Ming 2 – raccontano grandi genealogie imprenditoriali, magari piene di conflitti sentimentali o sull’eredità, ma in cui vengono rimossi i conflitti sociali. Basti pensare al film su Brunello Cucinelli, che serve a costruire il proprio santino di padrone buono». L’ambizione del Festival di letteratura working class è invece non permettere a nessuno di rimuovere dall’immaginario collettivo che questa società si fonda sulla diseguaglianza e sullo sfruttamento.
«La working class scrive la propria storia», era il titolo della prima edizione, per sottolineare la capacità della lotta della Gkn di far riemergere il concetto di classe nel discorso pubblico. «Non siamo qui per intrattenervi», era la frase di Mark Fisher che ha dato il titolo alla seconda edizione, quando il Festival è effettivamente diventato il principale momento di lotta della vertenza, attraversato anche da un corteo e non solo dalla discussione letteraria. «Noi saremo tutto» è stata la frase di Valerio Evangelisti, titolo della terza edizione, essendo ormai chiaro che serviva un progetto dal basso perché la fabbrica non sarebbe mai stata reindustrializzata da padroni interessati solo alla speculazione immobiliare. «Senza chiedere permesso», è stato il titolo di questa edizione, perché di fronte al vergognoso immobilismo del Consorzio pubblico – pur formato da giunte regionali e locali di Centrosinistra – bisogna provare far partire la reindustrializzazione con le proprie forze.
Il titolo di quest’anno ha ripreso quello del documentario di Pietro Perotti, operaio Fiat dal 1969 al 1985, che per difficoltà di salute non è riuscito a raggiungere il Festival, ma del cui percorso ha parlato Franco Berteni, curatore del suo libro I cessi di Mirafiori. Pur avendo la quinta elementare, Perotti in fabbrica si era autoproclamato delegato alla comunicazione operaia, e lo ha fatto «con ogni mezzo necessario»: adesivi, vignette, serigrafie, giornali murali, registrazioni video e audio delle lotte, sculture di cartapesta e gommapiuma da portare in corteo. Quando, dopo la sconfitta della lotta dei 35 giorni del 1980, la Fiat vietò i giornali murali e varie forme di comunicazione nelle officine, Perotti decise di scrivere nei cessi, lì dove il padrone non può vedere e gli operai si possono prendere qualche minuto per leggere e pensare.
Transizione
«La parola chiave del Festival è ‘Transizione’ – ha spiegato il direttore artistico Alberto Prunetti in apertura – riprendendo la proposta della lotta dell’ex Gkn della transizione ecologica e socialmente integrata della fabbrica, per renderla aperta e capace di produrre cultura». E questa parola è stata declinata in più modi nei vari panel.
Angelo Ferracuti e Wu Ming 2 hanno analizzato il modo in cui la working class è transitata nella forma romanzo, e Pia Valentinis ed Emiliano Pagani hanno fatto lo stesso per la forma Graphic Novel. Mentre Francesco Del Casino – il pittore dei murales di Orgosolo, che ha anche donato una sua opera per la lotteria a sostegno della lotta – ha raccontato come il mondo operaio si possa appropriare anche dell’arte.
Morena Marsilio – discutendo con Franco Berteni, Giorgia Protti, Saverio Ferrari e Alberto Rollo, in un panel che ha spaziato dai Cessi di Mirafiori fino a La giusta distanza dal male che descrive il lavoro di cura dentro gli ospedali – ha descritto la «transizione circolare» dalla working alla caring class, perché «più che assistere alla fine della classe operaia assistiamo a un suo allargamento».
Lo scrittore e fornaio svedese Henrik Johansson, presentando il suo Teglie di rabbia, ha raccontato la transizione dalla fabbrica metalmeccanica a quella della ristorazione. «A differenza dell’acciaio – ha detto presentandolo Eliana Como della Fiom – il pane dovrebbe nutrire, è buono, ha anche un significato politico e religioso. Ma in questo romanzo, in cui i protagonisti devono produrre 3.000 pagnotte l’ora, il pane è rabbia, sfruttamento e ingiustizia».
Discutendo con Paco Ignacio Taibo II, Paloma Saiz e Maria Terasa Carbone, Kike Ferrari – con il suo Todos nosotros – ha mostrato invece come la letteratura permetta di transitare anche nel tempo, provando a immaginare il modo in cui cambiare le sorti della lotta di classe mondiale. Viaggio nel tempo che Ferrari ha realizzato prendendo in prestito alcuni personaggi dai romanzi di Paco Ignacio Taibo II: «Chiedere in prestito personaggi è un diritto della letteratura – ha detto Paco – che è un fenomeno democratico e popolare. L’unica condizione è che se ti presto un personaggio zoppo alla gamba sinistra, non gli fai niente alla gamba destra, altrimenti non lo posso più utilizzare». L’idea della scrittura come esperienza collettiva è del resto parte integrante dell’esperienza di vita di Kike Ferrari – scrittore premiato di giorno e addetto alle pulizie della Metro di Buenos Aires di notte – che ha spiegato come la lotta sindacale nel suo luogo di lavoro consente alla sua scrittura di non essere mero esercizio individuale ma di rimanere ancorata all’esperienza collettiva della sua classe di appartenenza.
Tutto il Festival è stato attraversato da bambini, bambine, ragazzi e ragazze di tutte le età, «che sono i primi a non dover chiedere permesso», ha detto Beatrice Bernardini, tra le curatrici del programma Pischel Rebel. E la domenica mattina il palco del Festival è stato invaso da 24 giovanissimi studenti della scuola di scrittura Il porto delle storie, che hanno scritto il libro di racconti Nati per sbagliare con stile. «Spesso si sbaglia, e allora se si sbaglia è meglio farlo per bene: così ho messo dei brillantini sopra la buccia di banana disegnata in copertina», ha detto Maria Giulia, autrice della copertina e di uno dei racconti scritti da ragazzi di famiglie working class della zona di Campi Bisenzio. Nel loro dialogo con Gabriel Seroussi, autore de La periferia vi guarda con odio, è emerso il senso di ingiustizia provato da ragazzi e ragazze che vedono alcuni loro coetanei vivere in ville di lusso e altri invece, come loro, che si sentono in imbarazzo a chiedere 10 euro ai genitori per uscire la sera.
Rose-Marie Lagrave, l’autrice francese di Riappropriarsi di sé, ha parlato insieme ad Annalisa Romani, Simona Baldanzi e Ornella Tajani di transizione da una classe all’altra, definendo il suo percorso da una numerosa famiglia contadina della Normandia fino all’élite intellettuale parigina «un’eccezione che conferma la regola ereditaria di riproduzione delle classi sociali. Eccezione che non ha nulla a che fare con il merito individuale ma che racconta alleanze e lotte collettive in cui mi sono trovata, soprattutto quelle femministe». Un libro, quello di Lagrave, che ha stimolato innumerevoli paragoni con molte delle vite delle persone presenti al Festival e che, con il metodo dell’arpentage – una pratica di lettura collettiva nata nell’educazione popolare francese – ha animato anche un gruppo di discussione di donne della borgata Quarticciolo di Roma nei giorni precedenti al Festival.
La relazione tra ingiustizia, lotta e poesia è emersa in modo dirompente nel panel sulla letteratura palestinese con Laila Hassan, Sana Darghmouni e Aysar al Saifi. «La poesia palestinese – ha detto Sana – non è solo un’arte, ma anche un’arma. Tutti i palestinesi sono poeti perché hanno conosciuto la bellezza della natura e la tragedia». «Vengo dal campo profughi di Dheisheh, a sud di Betlemme – ha detto Aysar, autore di Quando i picchetti sono fioriti – dove il 70% delle persone che lo abitano sono state arrestate, per cui parlo di libertà avendola vista sempre dall’altra parte. Dalla parte di chi vorrebbe vivere una vita normale, andare al mare, avere dei libri, in un posto dove anche i libri sono sinonimo di terrorismo».
Il modo in cui la poesia transita dentro le lotte sociali è emerso nel panel più working class del Festival di letteratura working class, quello sulla poesia pakistana. «La scoperta più bella del nostro percorso – ha detto Francesca Ciuffi del Sudd Cobas, il sindacato che negli ultimi mesi ha organizzato molte lotte di lavoratori e lavoratrici pakistane del distretto pratese – è stata sapere che alcuni dei nostri compagni di lotta fossero anche dei poeti». Ali Hassan, Taimoor Hassan e Abubakar Sabir hanno letto le loro poesie in urdu, poi tradotte in italiano. Poesie che hanno commosso ed entusiasmato il pubblico, come questa di Abubakar:
La vita sarà degna di essere vissuta
quando tu e io saremo un noi.
Lascia che le caste e le classi si dissolvano.
Lascia che i lavoratori trovino un giorno senza dolore.
So che il presente ci mette alla prova,
ma un domani radioso ci attende.
Un domani che sta a noi costruire;
un canto che, senza affanni, sta a noi cantare.
Con questo scopo nel cuore
potremo raggiungere la nostra meta.
Se questo ci costerà la nostra vita, così sia;
ora insorgiamo contro il soffio dei tiranni.
E ora salpiamo
«E ti vengo a cercare, anche solo per vederti o parlare». Con queste note di Franco Battiato si è chiuso venerdì 10 aprile l’emozionante spettacolo teatrale La zona blu della compagnia Kepler 452 sui salvataggi in mare della Sea Watch. «Voglio fidarmi di te, che batti ancora più forte, che mi dai il tempo e resisti. E mi rischiari la notte» ha cantato il sabato sera Il Muro del canto in concerto davanti alla fabbrica. E questa voglia di vedersi, parlare, raccontarsi, fidarsi, resistere e lottare ha caratterizzato tutto il clima vissuto nei giorni del Festival, in cui c’è stata anche la convergenza degli «elefanti nella stanza», ossia di 20 interventi di movimenti sociali succedutisi alla fine di ogni panel.
Una famosa frase di un secolo fa di Antonio Gramsci diceva che «il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri». Quello che accade in Iran, in Libano e in Palestina «è anche difficile definirlo guerra per quanto siano saltate anche le regole minime dei conflitti bellici – ha detto Luciana Castellina nel panel conclusivo – Siamo nel pieno di una profonda crisi capitalista, che diventa anche una crisi della democrazia. Loro sono così violenti perché sono deboli non perché stanno vincendo. In questa transizione tocca a noi però capire cosa fare. Se la democrazia formale è in profonda crisi, dovremmo rispondere costruendo dei ‘soviet di quartiere’, ossia delle forme di democrazia dal basso che possiamo controllare». Nello striscione del corteo del sabato pomeriggio c’era scritto «Salpiamo contro il riarmo». Due solidali della Soms Insorgiamo e un operaio del Collettivo di fabbrica partiranno con la prossima Flotilla per Gaza. «Sottrarre forze alla vertenza in un momento così delicato ci pesa, non possiamo negarlo. Ma chi chiede solidarietà, come noi chiediamo, restituisce senza chiedere», ha detto Dario Salvetti nel panel conclusivo. Allo stesso modo la reindustrializzazione ecologica dell’ex Gkn non può più aspettare, deve salpare subito con quel che ha, fosse anche solo in modo parziale. L’attesa del Consorzio regionale pubblico – l’ultimo cronoprogramma annunciato due giorni prima del Festival arriva addirittura a marzo 2027 – sembra una trappola per logorare gli operai. La decisione è allora entrare «negli ‘ultimi gloriosi 90 giorni’ della campagna di azionariato popolare. Non vi chiediamo di fare qualcosa per forza, ma qualsiasi cosa dovete fare: fatela subito, ora, in questi 90 giorni. L’11 e 12 luglio, al quinto anniversario della nostra lotta, decideremo insieme con quale reindustrializzazione salpare. Rimettiamo la decisione al movimento e all’azionariato popolare. Ciò che il capitale chiude, il movimento riapre. Ma come salperemo, se con una zattera o una flotta, si decide in questi 90 giorni. Non c’è nessuna fine, solo un nuovo inizio. Chi ci ha logorato con il tempo, sappia che il nostro tempo sarà dedicato per sempre a tormentarvi».
*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia.
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