La parola della settimana. Sguardo

Napoli MONiTOR - Sunday, April 12, 2026
(disegno di ottoeffe)

È stato arrestato in settimana R.E., diciannovenne dei Quartieri Spagnoli, ritenuto responsabile del ferimento di un sedicenne del Pallonetto con un colpo di pistola, nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile (gli viene contestato il reato di lesioni aggravate dal metodo mafioso). L’agguato ha avuto luogo in piazza Carolina, dove già a dicembre era avvenuta una sparatoria tra giovanissimi e dove alcuni residenti hanno segnalato nelle ultime settimane scorribande di ragazzini.

Da quando ho tredici anni ho assistito alla genesi di svariati tormentoni sulle presunte escalation di violenza degli adolescenti della nostra città, con la costruzione di emergenze che in realtà servivano solo a vendere i giornali, e che venivano trattate ogni volta come un caso eccezionale e meritevole di interventi urgenti, dimenticando che appena sei mesi o un anno prima si era parlato delle stesse identiche cose. I comportamenti di questi ragazzi venivano denunciati come il picco massimo di gravità mai raggiunto nella storia del mondo, o un fenomeno a cui mai si era assistito prima di allora. Periodicamente, in realtà, si trattava delle stesse situazioni che tornavano sotto la stessa forma, o appena diversa: gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine con il coltello al Vomero, le guerre di cinghiate a Soccavo, le uova con i chiodi il Martedì Grasso, gli spari fuori al Metropolis, la moda del tirapugni, gli spari fuori al My Toy, poi di nuovo gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine dei cellulari a Montesanto e così via.

Una volta, mentre intervistavo Hanif Kureishi, parlando della violenza negli stadi mi disse che il tema non esisteva, perché la questione non riguardava gli stadi ma la violenza nella società: «Hai mai provato ad uscire il sabato sera a Newcastle?», mi chiese (io gli dissi che ci avevo vissuto, capii cosa volesse dire e la conversazione si spostò su altro). È nella stessa prospettiva che l’unica risposta del mondo degli adulti alla presunta escalation di violenza giovanile – che se fosse stata davvero tale, in una curva in costante ascesa da trent’anni, vedremmo oggi i ragazzini girare coi bazooka pronti ad ammazzare chiunque intralci la loro strada – è stata la violenza stessa. Da un libro in fase di scrittura, riporto alcune delle misure del cosiddetto Decreto Caivano, ultimo atto del processo di criminalizzazione degli adolescenti del nostro paese, evidentemente senza successo, se questi continuano ad accoltellarsi e a spararsi sfogando la loro frustrazione ogni volta che possono:

Tra i vari provvedimenti il decreto prevede: l’estensione dell’applicabilità del cosiddetto Daspo urbano ai minorenni maggiori di quattordici anni (multa e divieto di accesso fino a tre anni ad aree urbane, pubblici esercizi e locali, applicabile a soggetti considerati “socialmente pericolosi” o anche solo a denunciati per alcuni reati, nda); l’inasprimento delle sanzioni per il reato di porto abusivo di armi e per il reato di spaccio in casi di lieve entità; l’applicazione potenziale anche ai minori della misura dell’avviso orale del questore, con la possibilità di vietare il possesso e l’utilizzo di dispositivi cellulari; l’introduzione del cosiddetto “ammonimento”, sempre da parte del questore, con convocazione del minore e dei genitori e del pagamento di una sanzione amministrativa che va dai duecento ai mille euro.
(per chiudere la questione consiglio due importanti articoli pubblicati da questo giornale,
 il primo di g. e il secondo di Marica Fantauzzi).

E lo sguardo? Mi sono perso. Lo sguardo è il nuovo tormentone, o meglio lo è la cosiddetta “guerra degli sguardi”, claim lanciato da Dario Del Porto dalle colonne di Repubblica Napoli, nel solito pezzo (etimologicamente) patetico che i giornalisti napoletani scrivono, sempre uguale, dopo ognuna di queste tragedie o fatti gravi. Articoli che se non parlassimo di cose serie farebbero ridere, ma no, scusate, fanno proprio piangere. Segue incipit:

La “guerra degli sguardi” poteva spezzare la vita di un altro giovanissimo e ancora una volta in pieno centro della città. È questo lo scenario delineato dalle indagini condotte dalla squadra mobile e coordinate dal pool anticamorra della Procura sul ferimento di un ragazzino di 16 anni raggiunto da colpi d’arma da fuoco la notte tra il 31 marzo e il primo aprile in piazza Carolina, proprio alle spalle della prefettura e a due passi da piazza del Plebiscito. (dario del porto, napoli, la guerra dei ragazzini armati: spari per uno sguardo di troppo)

(credits in nota 1)

Vorrei aver imparato meglio, ma un uomo mai conosciuto come Fabrizio De Andrè è stata forse la persona che più mi ha insegnato a non giudicare in ogni momento il prossimo, soprattutto se il mio sguardo muove da una posizione di privilegio. Nel ventennale della sua morte, Guido Harari ha pubblicato su di lui un bel libro fotografico, Sguardi randagi, in cui mostra trecento immagini del poeta, in bianco e nero e a colori, con a corredo due testi di suo figlio Cristiano e della sua compagna Dori. Una delle foto più belle è quella che ritrae FDA steso per terra nei corridoi del palasport di Bologna, durante le prove di un concerto, mentre dorme appoggiato a un termosifone.

(foto di guido harari)

In Tre madri De Andrè racconta di tre donne, madri dei condannati a morte Tito, Dimaco e Gesù. L’album è stato scritto durante il Sessantotto, quando F. non aveva neppure trent’anni e ragionava sulle contraddizioni e le sfide che insidiavano il suo spirito antiautoritario in un mondo in fiamme. Così è anche l’album: poetico e prosaico nei versi e nei contenuti, contro ogni autorità, appunto, e in fondo contro ogni eroe – non è un caso che il grande assente sia in fondo proprio Gesù, che compare soprattutto per bocca e pensieri degli altri personaggi. I vangeli apocrifi, in realtà, che sono stati ispirazione per FDA, non parlano neppure del dialogo tra Tito e Gesù sulla croce, mentre De Andrè consegna a questo ladro, condannato in croce dall’ingiustizia del mondo più che dell’Impero, l’ultima parola del disco.

Nell’album lo sguardo di Tito è sincero e blasfemo, soprattutto quando smonta uno a uno i comandamenti inventati dai potenti e assurti a dogma nei secoli, riconoscendo allo stesso Gesù (“l’uomo che muore”) la funzione di vittima sacrificale del potere. Tito non si pente come nei vangeli ufficiali, anzi rivendica il diritto alla ribellione, e lo fa davanti al dolore delle tre madri, anche se a differenza dei testi sacri non sapremo mai dell’eventuale approvazione di Cristo per questi ragionamenti. Sappiamo invece della tragedia di Maria – non diversa da quella delle altre due madri, che invece le rinfacciano la futura resurrezione di suo figlio – che piange “le braccia magre, la fronte e il volto” di Gesù, sapendo che in quel momento l’unica conseguenza di questa assurda storia del figlio di Dio è stata toglierlo a lei.

Lo sguardo della Vergine è il solo sguardo veramente infantile, il solo vero sguardo di bambino che si sia mai levato sulla nostra vergogna e sulla nostra disgrazia. […] Per ben pregarla bisogna sentire su se stessi questo sguardo che non è affatto quello dell’indulgenza – perché l’indulgenza si accompagna sempre a qualche amara esperienza – ma della tenera compassione, della sorpresa dolorosa, di non si sa quale altro sentimento, inconcepibile, inesprimibile, che la fa più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita e, benché Madre per grazia, Madre delle grazie, la fa la più giovane del genere umano. (georges bernanos, diario di un curato di campagna)

Nel 1972 quando Berger pubblica Questione di sguardi, mostrando la nostra incapacità di guardare il mondo in una società intasata dalle immagini, non sa che appena quarant’anni dopo, precisamente il 3 aprile 2012, più di un milione di persone avrebbero scaricato la prima versione della app di Instagram per Android in un solo giorno. Non so se il libro abbia venduto così tante copie e in quanto tempo, ma in fondo questo non ha molta importanza. Le sue analisi restano infatti a distanza di quasi mezzo secolo attuali, mentre dopo appena otto anni Instagram aveva già perso il suo slancio a discapito di una nuova app, quel Tik Tok che stando ai cicli vitali delle ultime tendenze social dovrebbe essere a sua volta in fin di vita.

Negli stessi mesi in cui Berger pubblicava I Send You This Cadmium Red – una raccolta delle lettere, dei disegni, di note, appunti e fotografie scambiati negli anni con il suo amico John Christie, tutto accomunato dal colore “rosso cadmio” – un’autrice italiana lo omaggiava (o forse no) scrivendo un testo che portava lo stesso nome del capolavoro del critico inglese (in realtà era una cover di This kiss di Faith Hill). Il brano parla della forza assoluta dello sguardo come strumento di connessione e speranza per un futuro migliore.

Che domani torni,
che va bene così.
Sì, per come mi parli.
Tu, perché siamo qui.
È questione di sguardi,
è un attimo.

a cura di riccardo rosa

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¹ Fabrizio Bentivoglio e Silvio Orlando in: La scuola, di Daniele Luchetti (1995)