La parola della settimana. Sguardo(disegno di ottoeffe)
È stato arrestato in settimana R.E., diciannovenne dei Quartieri Spagnoli,
ritenuto responsabile del ferimento di un sedicenne del Pallonetto con un colpo
di pistola, nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile (gli viene contestato
il reato di lesioni aggravate dal metodo mafioso). L’agguato ha avuto luogo in
piazza Carolina, dove già a dicembre era avvenuta una sparatoria tra
giovanissimi e dove alcuni residenti hanno segnalato nelle ultime settimane
scorribande di ragazzini.
Da quando ho tredici anni ho assistito alla genesi di svariati tormentoni sulle
presunte escalation di violenza degli adolescenti della nostra città, con la
costruzione di emergenze che in realtà servivano solo a vendere i giornali, e
che venivano trattate ogni volta come un caso eccezionale e meritevole di
interventi urgenti, dimenticando che appena sei mesi o un anno prima si era
parlato delle stesse identiche cose. I comportamenti di questi ragazzi venivano
denunciati come il picco massimo di gravità mai raggiunto nella storia del
mondo, o un fenomeno a cui mai si era assistito prima di allora. Periodicamente,
in realtà, si trattava delle stesse situazioni che tornavano sotto la stessa
forma, o appena diversa: gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine con il
coltello al Vomero, le guerre di cinghiate a Soccavo, le uova con i chiodi il
Martedì Grasso, gli spari fuori al Metropolis, la moda del tirapugni, gli spari
fuori al My Toy, poi di nuovo gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine
dei cellulari a Montesanto e così via.
Una volta, mentre intervistavo Hanif Kureishi, parlando della violenza negli
stadi mi disse che il tema non esisteva, perché la questione non riguardava gli
stadi ma la violenza nella società: «Hai mai provato ad uscire il sabato sera a
Newcastle?», mi chiese (io gli dissi che ci avevo vissuto, capii cosa volesse
dire e la conversazione si spostò su altro). È nella stessa prospettiva che
l’unica risposta del mondo degli adulti alla presunta escalation di violenza
giovanile – che se fosse stata davvero tale, in una curva in costante ascesa da
trent’anni, vedremmo oggi i ragazzini girare coi bazooka pronti ad ammazzare
chiunque intralci la loro strada – è stata la violenza stessa. Da un libro in
fase di scrittura, riporto alcune delle misure del cosiddetto Decreto Caivano,
ultimo atto del processo di criminalizzazione degli adolescenti del nostro
paese, evidentemente senza successo, se questi continuano ad accoltellarsi e a
spararsi sfogando la loro frustrazione ogni volta che possono:
Tra i vari provvedimenti il decreto prevede: l’estensione dell’applicabilità del
cosiddetto Daspo urbano ai minorenni maggiori di quattordici anni (multa e
divieto di accesso fino a tre anni ad aree urbane, pubblici esercizi e locali,
applicabile a soggetti considerati “socialmente pericolosi” o anche solo a
denunciati per alcuni reati, nda); l’inasprimento delle sanzioni per il reato di
porto abusivo di armi e per il reato di spaccio in casi di lieve entità;
l’applicazione potenziale anche ai minori della misura dell’avviso orale del
questore, con la possibilità di vietare il possesso e l’utilizzo di dispositivi
cellulari; l’introduzione del cosiddetto “ammonimento”, sempre da parte del
questore, con convocazione del minore e dei genitori e del pagamento di una
sanzione amministrativa che va dai duecento ai mille euro.
(per chiudere la questione consiglio due importanti articoli pubblicati da
questo giornale, il primo di g. e il secondo di Marica Fantauzzi).
E lo sguardo? Mi sono perso. Lo sguardo è il nuovo tormentone, o meglio lo è la
cosiddetta “guerra degli sguardi”, claim lanciato da Dario Del Porto dalle
colonne di Repubblica Napoli, nel solito pezzo (etimologicamente) patetico che i
giornalisti napoletani scrivono, sempre uguale, dopo ognuna di queste tragedie o
fatti gravi. Articoli che se non parlassimo di cose serie farebbero ridere, ma
no, scusate, fanno proprio piangere. Segue incipit:
La “guerra degli sguardi” poteva spezzare la vita di un altro giovanissimo e
ancora una volta in pieno centro della città. È questo lo scenario delineato
dalle indagini condotte dalla squadra mobile e coordinate dal pool anticamorra
della Procura sul ferimento di un ragazzino di 16 anni raggiunto da colpi d’arma
da fuoco la notte tra il 31 marzo e il primo aprile in piazza Carolina,
proprio alle spalle della prefettura e a due passi da piazza del
Plebiscito. (dario del porto, napoli, la guerra dei ragazzini armati: spari per
uno sguardo di troppo)
(credits in nota 1)
Vorrei aver imparato meglio, ma un uomo mai conosciuto come Fabrizio De Andrè è
stata forse la persona che più mi ha insegnato a non giudicare in ogni momento
il prossimo, soprattutto se il mio sguardo muove da una posizione di privilegio.
Nel ventennale della sua morte, Guido Harari ha pubblicato su di lui un bel
libro fotografico, Sguardi randagi, in cui mostra trecento immagini del poeta,
in bianco e nero e a colori, con a corredo due testi di suo figlio Cristiano e
della sua compagna Dori. Una delle foto più belle è quella che ritrae FDA steso
per terra nei corridoi del palasport di Bologna, durante le prove di un
concerto, mentre dorme appoggiato a un termosifone.
(foto di guido harari)
In Tre madri De Andrè racconta di tre donne, madri dei condannati a morte Tito,
Dimaco e Gesù. L’album è stato scritto durante il Sessantotto, quando F. non
aveva neppure trent’anni e ragionava sulle contraddizioni e le sfide che
insidiavano il suo spirito antiautoritario in un mondo in fiamme. Così è anche
l’album: poetico e prosaico nei versi e nei contenuti, contro ogni autorità,
appunto, e in fondo contro ogni eroe – non è un caso che il grande assente sia
in fondo proprio Gesù, che compare soprattutto per bocca e pensieri degli altri
personaggi. I vangeli apocrifi, in realtà, che sono stati ispirazione per FDA,
non parlano neppure del dialogo tra Tito e Gesù sulla croce, mentre De Andrè
consegna a questo ladro, condannato in croce dall’ingiustizia del mondo più che
dell’Impero, l’ultima parola del disco.
Nell’album lo sguardo di Tito è sincero e blasfemo, soprattutto quando smonta
uno a uno i comandamenti inventati dai potenti e assurti a dogma nei secoli,
riconoscendo allo stesso Gesù (“l’uomo che muore”) la funzione di vittima
sacrificale del potere. Tito non si pente come nei vangeli ufficiali, anzi
rivendica il diritto alla ribellione, e lo fa davanti al dolore delle tre madri,
anche se a differenza dei testi sacri non sapremo mai dell’eventuale
approvazione di Cristo per questi ragionamenti. Sappiamo invece della tragedia
di Maria – non diversa da quella delle altre due madri, che invece le
rinfacciano la futura resurrezione di suo figlio – che piange “le braccia magre,
la fronte e il volto” di Gesù, sapendo che in quel momento l’unica conseguenza
di questa assurda storia del figlio di Dio è stata toglierlo a lei.
Lo sguardo della Vergine è il solo sguardo veramente infantile, il solo vero
sguardo di bambino che si sia mai levato sulla nostra vergogna e sulla nostra
disgrazia. […] Per ben pregarla bisogna sentire su se stessi questo sguardo che
non è affatto quello dell’indulgenza – perché l’indulgenza si accompagna sempre
a qualche amara esperienza – ma della tenera compassione, della sorpresa
dolorosa, di non si sa quale altro sentimento, inconcepibile, inesprimibile, che
la fa più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita e, benché
Madre per grazia, Madre delle grazie, la fa la più giovane del genere
umano. (georges bernanos, diario di un curato di campagna)
Nel 1972 quando Berger pubblica Questione di sguardi, mostrando la nostra
incapacità di guardare il mondo in una società intasata dalle immagini, non sa
che appena quarant’anni dopo, precisamente il 3 aprile 2012, più di un milione
di persone avrebbero scaricato la prima versione della app di Instagram per
Android in un solo giorno. Non so se il libro abbia venduto così tante copie e
in quanto tempo, ma in fondo questo non ha molta importanza. Le sue analisi
restano infatti a distanza di quasi mezzo secolo attuali, mentre dopo appena
otto anni Instagram aveva già perso il suo slancio a discapito di una nuova app,
quel Tik Tok che stando ai cicli vitali delle ultime tendenze social dovrebbe
essere a sua volta in fin di vita.
Negli stessi mesi in cui Berger pubblicava I Send You This Cadmium Red – una
raccolta delle lettere, dei disegni, di note, appunti e fotografie scambiati
negli anni con il suo amico John Christie, tutto accomunato dal colore “rosso
cadmio” – un’autrice italiana lo omaggiava (o forse no) scrivendo un testo che
portava lo stesso nome del capolavoro del critico inglese (in realtà era una
cover di This kiss di Faith Hill). Il brano parla della forza assoluta dello
sguardo come strumento di connessione e speranza per un futuro migliore.
Che domani torni,
che va bene così.
Sì, per come mi parli.
Tu, perché siamo qui.
È questione di sguardi,
è un attimo.
a cura di riccardo rosa
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¹ Fabrizio Bentivoglio e Silvio Orlando in: La scuola, di Daniele Luchetti
(1995)