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Furundulla 317 – Sinonimi e contrari…
…torniamo ai fondamentali di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Civile: agg. [dal lat. civilis, der. di civis «cittadino»] “Sette degli otto bimbi uccisi erano figli del killer, identificato nel 31enne Shamar Elkins, un veterano dell’esercito” RSI Sparatoria in Louisiana “Mi
Contro l’economia di guerra, per il diritto alla salute
Direttamente dal Congresso di medicina democratica, che quest’anno “festeggia” i suoi 50 anni dalla fondazione, tre testimoni da tre territori differenti, per narrare e promuovere la convergenza di lotte a difesa della salute, quale costrutto non solo sanitario ma anche … Leggi tutto L'articolo Contro l’economia di guerra, per il diritto alla salute sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Furundulla 316 – AD-After Donald…
…metteteci una croce sopra (o sotto) di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) ADda veni’…   *vedi nota finale Orbèn?   Circoli: viziosi, esclusivi o aperti a tutti? *NOTA MOIOSA Capita, soprattutto su fatti particolari e clamorosi, che vignettisti (e non solo)
La parola della settimana. Sguardo
(disegno di ottoeffe) È stato arrestato in settimana R.E., diciannovenne dei Quartieri Spagnoli, ritenuto responsabile del ferimento di un sedicenne del Pallonetto con un colpo di pistola, nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile (gli viene contestato il reato di lesioni aggravate dal metodo mafioso). L’agguato ha avuto luogo in piazza Carolina, dove già a dicembre era avvenuta una sparatoria tra giovanissimi e dove alcuni residenti hanno segnalato nelle ultime settimane scorribande di ragazzini. Da quando ho tredici anni ho assistito alla genesi di svariati tormentoni sulle presunte escalation di violenza degli adolescenti della nostra città, con la costruzione di emergenze che in realtà servivano solo a vendere i giornali, e che venivano trattate ogni volta come un caso eccezionale e meritevole di interventi urgenti, dimenticando che appena sei mesi o un anno prima si era parlato delle stesse identiche cose. I comportamenti di questi ragazzi venivano denunciati come il picco massimo di gravità mai raggiunto nella storia del mondo, o un fenomeno a cui mai si era assistito prima di allora. Periodicamente, in realtà, si trattava delle stesse situazioni che tornavano sotto la stessa forma, o appena diversa: gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine con il coltello al Vomero, le guerre di cinghiate a Soccavo, le uova con i chiodi il Martedì Grasso, gli spari fuori al Metropolis, la moda del tirapugni, gli spari fuori al My Toy, poi di nuovo gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine dei cellulari a Montesanto e così via. Una volta, mentre intervistavo Hanif Kureishi, parlando della violenza negli stadi mi disse che il tema non esisteva, perché la questione non riguardava gli stadi ma la violenza nella società: «Hai mai provato ad uscire il sabato sera a Newcastle?», mi chiese (io gli dissi che ci avevo vissuto, capii cosa volesse dire e la conversazione si spostò su altro). È nella stessa prospettiva che l’unica risposta del mondo degli adulti alla presunta escalation di violenza giovanile – che se fosse stata davvero tale, in una curva in costante ascesa da trent’anni, vedremmo oggi i ragazzini girare coi bazooka pronti ad ammazzare chiunque intralci la loro strada – è stata la violenza stessa. Da un libro in fase di scrittura, riporto alcune delle misure del cosiddetto Decreto Caivano, ultimo atto del processo di criminalizzazione degli adolescenti del nostro paese, evidentemente senza successo, se questi continuano ad accoltellarsi e a spararsi sfogando la loro frustrazione ogni volta che possono: Tra i vari provvedimenti il decreto prevede: l’estensione dell’applicabilità del cosiddetto Daspo urbano ai minorenni maggiori di quattordici anni (multa e divieto di accesso fino a tre anni ad aree urbane, pubblici esercizi e locali, applicabile a soggetti considerati “socialmente pericolosi” o anche solo a denunciati per alcuni reati, nda); l’inasprimento delle sanzioni per il reato di porto abusivo di armi e per il reato di spaccio in casi di lieve entità; l’applicazione potenziale anche ai minori della misura dell’avviso orale del questore, con la possibilità di vietare il possesso e l’utilizzo di dispositivi cellulari; l’introduzione del cosiddetto “ammonimento”, sempre da parte del questore, con convocazione del minore e dei genitori e del pagamento di una sanzione amministrativa che va dai duecento ai mille euro. (per chiudere la questione consiglio due importanti articoli pubblicati da questo giornale, il primo di g. e il secondo di Marica Fantauzzi). E lo sguardo? Mi sono perso. Lo sguardo è il nuovo tormentone, o meglio lo è la cosiddetta “guerra degli sguardi”, claim lanciato da Dario Del Porto dalle colonne di Repubblica Napoli, nel solito pezzo (etimologicamente) patetico che i giornalisti napoletani scrivono, sempre uguale, dopo ognuna di queste tragedie o fatti gravi. Articoli che se non parlassimo di cose serie farebbero ridere, ma no, scusate, fanno proprio piangere. Segue incipit: La “guerra degli sguardi” poteva spezzare la vita di un altro giovanissimo e ancora una volta in pieno centro della città. È questo lo scenario delineato dalle indagini condotte dalla squadra mobile e coordinate dal pool anticamorra della Procura sul ferimento di un ragazzino di 16 anni raggiunto da colpi d’arma da fuoco la notte tra il 31 marzo e il primo aprile in piazza Carolina, proprio alle spalle della prefettura e a due passi da piazza del Plebiscito. (dario del porto, napoli, la guerra dei ragazzini armati: spari per uno sguardo di troppo) (credits in nota 1) Vorrei aver imparato meglio, ma un uomo mai conosciuto come Fabrizio De Andrè è stata forse la persona che più mi ha insegnato a non giudicare in ogni momento il prossimo, soprattutto se il mio sguardo muove da una posizione di privilegio. Nel ventennale della sua morte, Guido Harari ha pubblicato su di lui un bel libro fotografico, Sguardi randagi, in cui mostra trecento immagini del poeta, in bianco e nero e a colori, con a corredo due testi di suo figlio Cristiano e della sua compagna Dori. Una delle foto più belle è quella che ritrae FDA steso per terra nei corridoi del palasport di Bologna, durante le prove di un concerto, mentre dorme appoggiato a un termosifone. (foto di guido harari) In Tre madri De Andrè racconta di tre donne, madri dei condannati a morte Tito, Dimaco e Gesù. L’album è stato scritto durante il Sessantotto, quando F. non aveva neppure trent’anni e ragionava sulle contraddizioni e le sfide che insidiavano il suo spirito antiautoritario in un mondo in fiamme. Così è anche l’album: poetico e prosaico nei versi e nei contenuti, contro ogni autorità, appunto, e in fondo contro ogni eroe – non è un caso che il grande assente sia in fondo proprio Gesù, che compare soprattutto per bocca e pensieri degli altri personaggi. I vangeli apocrifi, in realtà, che sono stati ispirazione per FDA, non parlano neppure del dialogo tra Tito e Gesù sulla croce, mentre De Andrè consegna a questo ladro, condannato in croce dall’ingiustizia del mondo più che dell’Impero, l’ultima parola del disco. Nell’album lo sguardo di Tito è sincero e blasfemo, soprattutto quando smonta uno a uno i comandamenti inventati dai potenti e assurti a dogma nei secoli, riconoscendo allo stesso Gesù (“l’uomo che muore”) la funzione di vittima sacrificale del potere. Tito non si pente come nei vangeli ufficiali, anzi rivendica il diritto alla ribellione, e lo fa davanti al dolore delle tre madri, anche se a differenza dei testi sacri non sapremo mai dell’eventuale approvazione di Cristo per questi ragionamenti. Sappiamo invece della tragedia di Maria – non diversa da quella delle altre due madri, che invece le rinfacciano la futura resurrezione di suo figlio – che piange “le braccia magre, la fronte e il volto” di Gesù, sapendo che in quel momento l’unica conseguenza di questa assurda storia del figlio di Dio è stata toglierlo a lei. Lo sguardo della Vergine è il solo sguardo veramente infantile, il solo vero sguardo di bambino che si sia mai levato sulla nostra vergogna e sulla nostra disgrazia. […] Per ben pregarla bisogna sentire su se stessi questo sguardo che non è affatto quello dell’indulgenza – perché l’indulgenza si accompagna sempre a qualche amara esperienza – ma della tenera compassione, della sorpresa dolorosa, di non si sa quale altro sentimento, inconcepibile, inesprimibile, che la fa più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita e, benché Madre per grazia, Madre delle grazie, la fa la più giovane del genere umano. (georges bernanos, diario di un curato di campagna) Nel 1972 quando Berger pubblica Questione di sguardi, mostrando la nostra incapacità di guardare il mondo in una società intasata dalle immagini, non sa che appena quarant’anni dopo, precisamente il 3 aprile 2012, più di un milione di persone avrebbero scaricato la prima versione della app di Instagram per Android in un solo giorno. Non so se il libro abbia venduto così tante copie e in quanto tempo, ma in fondo questo non ha molta importanza. Le sue analisi restano infatti a distanza di quasi mezzo secolo attuali, mentre dopo appena otto anni Instagram aveva già perso il suo slancio a discapito di una nuova app, quel Tik Tok che stando ai cicli vitali delle ultime tendenze social dovrebbe essere a sua volta in fin di vita. Negli stessi mesi in cui Berger pubblicava I Send You This Cadmium Red – una raccolta delle lettere, dei disegni, di note, appunti e fotografie scambiati negli anni con il suo amico John Christie, tutto accomunato dal colore “rosso cadmio” – un’autrice italiana lo omaggiava (o forse no) scrivendo un testo che portava lo stesso nome del capolavoro del critico inglese (in realtà era una cover di This kiss di Faith Hill). Il brano parla della forza assoluta dello sguardo come strumento di connessione e speranza per un futuro migliore. Che domani torni, che va bene così. Sì, per come mi parli. Tu, perché siamo qui. È questione di sguardi, è un attimo. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Fabrizio Bentivoglio e Silvio Orlando in: La scuola, di Daniele Luchetti (1995)
April 12, 2026
Napoli MONiTOR
Furundulla 315 – Donaldo Briscola…
…è tutta colpa dei genitori! di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Genesi di nome (e di un “uomo”, anzi di due. O più…)                                 wikipedia.org-Donald
La parola della settimana. Ladro
(disegno di ottoeffe) ‘O padrone a fine mese tene sempe ‘a busta appesa, l’operaio ‘e vintisette manco ‘e sorde p’e sigarette. Se pigliano ‘e tangenti ce levano ‘a contingenza e chesta è ‘a soluzione: jammo a cassa integrazione! Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’! Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’! Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’! Puosa ‘e sorde, ma-ri-uò! (‘e zezi gruppo operaio, posa ‘e sorde) Il Robin Hood della Disney è stato sicuramente il mio film animato preferito, e la leggenda del brigante di Loxley una delle storie a cui più mi sono appassionato in adolescenza. Lessi una volta che l’Hood che oggi conosciamo – una parola che in inglese vuol dire “cappuccio” – ci arriva probabilmente dalla storpiatura nei secoli del cognome Wood, in riferimento alla foresta dove Robin si nasconde (le pronunce dei due vocaboli sono molto simili). Pensavo che siamo stati fortunati, e in fondo anche lui, perché probabilmente da un certo punto in poi, come spesso va a finire, in italiano qualcuno avrebbe cominciato a tradurre a cacchio il suo nome, e ci avrebbero cantato le incredibili gesta di Robin Bosco, principe dei ladri. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/04/robindef.mp4 (credits in nota 1) Per una serie di ragioni, quando ero bambino ero spesso con quelli più grandi di me. Una volta in un viale alberato d’estate, giocando con amici a cui credo arrivassi a malapena al petto, provai a scavalcare un cancello, che anch’esso mi sembrava enorme. Caddi dal punto più alto e forse non so, fu per il panico, o perché non riuscii ad “annusare il pericolo” (come dice sempre quel borioso demagogo di Rino Gattuso, che dopo il trecentesimo fallimento in carriera auspichiamo finisca a commentare le partite su Premium) ma non attutii la caduta con le mani, spaccandomi completamente la faccia. Mia sorella più grande mi portò a casa in lacrime, tenendomi per mano, mentre io avanzavo senza veder nulla, coperto da una maschera di sangue. Non l’ho mai ricordato o saputo, ma spero che non stessi scavalcando quel cancello per inseguire, quanto piuttosto fuggire, in quel “guardie e ladri” che mi ha segnato la vita (e distrutto il naso). Eh, in questo mondo di debiti, viviamo solo di scandali e ci sposiamo le vergini. Eh, e disprezziamo i politici, e ci arrabbiamo, preghiamo, gridiamo, piangiamo e poi leggiamo gli oroscopi. (antonello venditti, in questo mondo di ladri) In ogni modo possibile Michel F. ci ha spiegato che il carcere così come lo intendiamo oggi nasce per colpa del capitalismo, e dell’esigenza di nuove modalità di protezione per i beni e per le persone in un mondo fatto in classi. Il cosiddetto “stato moderno” viene individuato come l’organizzazione più efficace per la tutela di questo sistema, e il carcere come suo strumento per imporre un nuovo equilibro tra la colpa e la pena – in epoca romana la detenzione era utilizzata soprattutto per gli schiavi ai lavori forzati e a mo’ di custodia cautelare in attesa di un processo; mentre nel Medioevo le modalità più frequenti per gestire i conflitti interni erano le compensazioni economiche. Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria. Mica come voi. Voi al massimo potete andare a lavorare. (tiberio braschi, i soliti ignoti) (credits in nota 2) Mercoledì la guardia di finanza è andata a perquisire gli uffici del comune di Milano e della società che gestisce lo stadio, M-I (che sta per Milan-Inter). Secondo gli inquirenti, i più importanti politici e dirigenti amministrativi promotori dell’accordo avrebbero più volte agito in “rivelazione di segreto”, condizionando il processo di compravendita a favore delle due società. Lucia Tozzi ha ben descritto su questo giornale le modalità con cui il sindaco Sala ha gestito la cessione dell’impianto, volendo dimostrare tra l’altro “ai suoi referenti – che evidentemente non sono i cittadini, ma la coalizione immobiliare-finanziaria che costituisce la classe dirigente milanese con il suo entourage internazionale – che è un duro, che non si piega allo squallore delle procedure democratiche, della volontà popolare o dell’interesse pubblico. Esattamente come sta facendo Manfredi a Napoli. O Lepore a Bologna. O Macron in Francia. O la Von der Leyen in Europa”. Era uno di quei momenti in cui le idee che passano per la mente sono torbide. Nel suo cervello v’era una specie di oscuro andirivieni; i ricordi antichi e quelli immediati vi galleggiavano alla rinfusa, incrociandosi confusamente, perdendo forma, ingrandendosi a dismisura, per sparire improvvisamente, come se cadessero in un’acqua fangosa ed agitata. Gli venivan molti pensieri ma uno si ripresentava continuamente e scacciava gli altri; quel pensiero, diciamolo subito, gli presentava le sei posate d’argento ed il cucchiaione che la signora Magloire aveva messo in tavola. Quelle sei posate d’argento l’ossessionavano. Erano lì, a pochi passi da lui: mentre attraversava la camera vicina, per entrare in quella che occupava, la vecchia domestica le stava mettendo in uno stipo a capo del letto ed egli aveva ben notato quello stipo. […]Erano massicce, vecchia argenteria. Col cucchiaione, c’era da cavarne almeno duecento franchi, il doppio di quel che aveva guadagnato in diciannove anni. (victor hugo, i miserabili) C’è un film molto bello di Totò del ’61, Sua eccellenza si fermò a mangiare (…che poi molti film “di Totò” sono stati girati da grandi registi – Mattoli, Steno, Monicelli, Corbucci… – ma continuiamo a chiamarli “di Totò”, probabilmente perché in ognuno di loro almeno una metà del girato era frutto di totale improvvisazione fuori copione). In quel caso Totò è un saltimbanco che vorrebbe ricattare Ernesto, marito di una donna di alta borghesia filofascista, e che Ernesto (Ugo Tognazzi) annuncia in arrivo, a un pranzo cerimoniale in casa di sua suocera, in qualità di medico di Mussolini (“Lui”). Sotto la lente del regime rischia però di finire, per questioni di scarse prestazioni sessuali, anche Sua Eccellenza, ministro del Duce, un idiota arrivista magnificamente interpretato da Raimondo Vianello. Alla fine, approfittando della confusione, Totò ruberà il servizio di posate d’oro “cesellate da Bevenuto Cellini” sfoggiato per l’occasione dalla padrona di casa. A dire il vero saranno proprio lei e i familiari a consegnargliele entusiasti in un borsone di pelle, dopo che Totò gli farà credere che volontà esplicita di Mussolini è quella di averle a Roma per una mostra museale.   La mia scena preferita arriva poco prima del finale, quando Tognazzi svela la sua bugia a Totò che, profittando del ridicolo fanatismo dei presenti, volge in pochi minuti la situazione a suo favore. E ci ricorda – di questi giorni, poi! – che un ministro ha sempre qualche cosa sulla coscienza.  https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/04/toto.mp4 (credits in nota 3) Ma il padrone è una cosa diversa, è uno strano serpente. Il padrone è una cosa diversa, è una bestia curiosa. Lui comincia succhiando il latte da quando è bambino ma poi succhia ogni cosa. […] E difatti alla fine il padrone è una specie di ladro, solo che quando ruba il padrone non è mica reato. E anche quando che viene arrestato il suo alibi regge perché lui è la Legge. Così entro di nascosto come un ladro nella casa del ladro. E quel ladro mi dice che lui non è un ladro soltanto. Ma neanch’io sono un ladro gli dico e così mi avvicino. Io sono un assassino. (ascanio celestini, la casa del ladro). a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Kevin Costner in: Robin Hood. Principe dei ladri, di Kevin Reynolds (1991) ² Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Tiberio Murgia e Carlo Pisacane in: I soliti ignoti, di Mario Monicelli (1958) ³ Ugo Tognazzi, Totò, Lia Zoppelli, Raimondo Vianello, Francesco Mulè in: Sua Eccellenza si fermò a mangiare, di Mario Mattoli (1961)
April 5, 2026
Napoli MONiTOR
Narrazioni su Diario di città: Il diritto alla Salute per tutti i popoli è la Cura delle persone
Appuntamento con Diario di Città – la trasmissione radio e podcast dedicata alle storie, i temi e le voci della città nascosta. Il Prof. Gavino Maciocco riporta l’attenzione al diritto alla Cura intesa non come erogazione di prestazioni, quando come … Leggi tutto L'articolo Narrazioni su Diario di città: Il diritto alla Salute per tutti i popoli è la Cura delle persone sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.