
La NBA minaccia l'Europa: la resistenza del basket popolare. Intervista alla Lokomotiv Prenestino
Sport popolare - Thursday, April 9, 2026
“Uno spettro si aggira per l’Europa!” ma purtroppo non ci riferiamo a quello preconizzato da Marx. Si tratta invece dell’NBAEU, il progetto che vorrebbe importare tout court il modello della massima competizione cestistica statunitense nel Vecchio continente.
Come se si trattasse del granchio azzurro, del pesce leone o di una qualsiasi altra specie aliena invasiva, il rischio più che concreto è che calare dall’alto questo modello significhi distruggere radicalmente l’ecosistema circostante, costituito da un tessuto di relazioni sociali e sport di base che già vivono i propri (atavici) problemi e che potrebbero essere ulteriormente colpiti a morte da questa nuova trovata da padroni del vapori che – al di là degli slogan di facciata – non hanno fatto molto per nascondere il vero intento di quest’operazione che sta trovando diverse forme di resistenza a livelli, dai principali club europei, all’Eurolega, passando ovviamente per i collettivi dei tifosi.
Noi ne abbiamo parlato con la comunità della Lokomotiv Prenestino, una realtà di basket popolare attiva a Roma Est che si è fatta tra le promotrici per di una campagna di sensibilizzazione e boicottaggio contribuendo alla creazione di una rete dal basso.
In cosa consiste esattamente il progetto NBA Europe?
NBA Europe è il progetto di una nuova lega professionistica di pallacanestro in Europa, sviluppata congiuntamente dalla NBA (la principale lega professionistica statunitense) e dalla FIBA (la federazione internazionale pallacanestro), annunciata ufficialmente a marzo 2025 e attualmente in fase avanzata di realizzazione.
Il lancio è previsto per ottobre 2027 e la lega dovrebbe contare 16 squadre (10-12 membri permanenti e almeno altri 4 a rotazione), che includerebbero sia club europei esistenti (come Real Madrid, Barcellona, Fenerbahçe) che nuove franchigie create appositamente.
Le offerte per le franchigie sono state aperte nel primo trimestre 2026, la NBA ha ricevuto oltre 300 manifestazioni di interesse, ridotte a diverse decine di candidati seri. La decisione ufficiale sul lancio dovrebbe arrivare a brevissimo. Gruppi finanziari come Blackstone, CVC Capital Partners, RedBird Partners e General Atlantic stanno valutando investimenti.
L’obiettivo è espandere globalmente il mercato della pallacanestro e in particolare il brand NBA sul modello già ampiamente affermato negli Stati Uniti d’America.
Il progetto ha subito diviso l’opinione pubblica: da un lato c’è entusiasmo da parte dei fan del basket NBA, dall’altro preoccupazione per il potenziale impatto sulla già esistente Eurolega e sui campionati domestici.
Quale sarebbe il grosso cambiamento concettuale col basket che siamo abituati a vedere in Europa?
Da decenni ormai stiamo assistendo, nella pallacanestro come in tanti altri sport, a uno progressivo scollamento, sempre più ampio e profondo, tra le leghe professionistiche e le categorie minori, le giovanili, la pratica sportiva amatoriale. In questo sistema capitalista, il considerare l’evento sportivo un prodotto che porti utili nelle casse dei proprietari delle squadre e in quelle di sponsor e investitori, giocoforza ha spinto tutto il sistema in una precisa direzione che privilegia alcuni aspetti piuttosto che altri, sia in campo che fuori.
In questo la NBA rappresenta un caso limite un po’ da sempre, ma negli ultimi 10-15 anni c’è stata una grande accelerazione: chi gioca a basket si è sempre sentito dire dai propri allenatori “guardi troppa NBA” quando provava a fare una cosa strana o complicata, a rimarcare come la pallacanestro che si insegna e si gioca nella base è sempre stata molto diversa da quella che giocano i fenomeni della NBA. E se questo era vero 15, 20, 30 anni fa, adesso le differenze si sono estremizzate: il basket NBA attuale è fatto ormai quasi solo di schiacciate e tiri da 3 punti: fisici mostruosi, atletismo prodigioso, abilità individuali estreme e approccio ossessivo. Non c’è più nessuno spazio per le divergenze: giocatori con corpi più o meno normali c’erano in ogni squadra NBA fino agli anni ’90 come anche giocatori con doti atletiche limitate che però in campo usavano intelligenza o esperienza. Così come personaggi atipici o “romantici” come Dennis Rodman per i quali ormai sembra non esserci più alcuno spazio. Certo adesso la NBA è dominata dal serbo Nikola Jokic che (a parte i non trascurabili 211 cm di altezza) rappresenta un basket diverso fatto di intelligenza e abilità tattiche, con poca attenzione alle doti atletiche e un approccio al basket che certo non è ossessivo. Ma è la classica eccezione che conferma la regola.
Il basket professionistico che vediamo in Italia e in Europa non è che rappresenti un modello molto migliore a nostro avviso. Di positivo c’è che un punto di vista tecnico e tattico: indubbiamente le squadre europee mostrano una maggiore diversità e si rapportano meglio con il basket della base (quantomeno le regole sono le stesse a cui giochiamo tutti dalla under13 in su!), inoltre nonostante l’evidente scollamento, le squadre che si esprimono ai massimi livelli nel basket europeo fanno comunque parte dello stesso sistema di enti e federazioni di cui fa parte anche una qualsiasi associazione sportiva come la Lokomotiv Prenestino affiliata alla FIP che disputa un campionato U13 o fa corsi di minibasket. È una montagna difficile da scalare, ma chi gioca o si impegna nel mondo della pallacanestro sta alla base di una montagna il cui vertice sono Eurolega e squadre nazionali.
La NBA invece è un mondo chiuso, separato, che ha come unico obiettivo quello commerciale. E per motivi economici e finanziari è pronta a negare ai giocatori di presentarsi ai raduni delle squadre nazionali, è pronta a spostare una franchigia da una città a un’altra in barba alla tifoseria e alla comunità locale, a cambiare le regole del gioco e a sottometterle a esigenze commerciali (tutti gli appassionati sanno bene quanto siano frustranti i timeout della NBA prolungati all’infinito per dare spazio ai blocchi pubblicitari televisivi). Certo i campioni della NBA e le campionesse della WNBA sono quanto di meglio esista al mondo e, ovunque, fanno sognare ragazze e ragazzi, ma a nostro avviso quello che praticano è uno spettacolo, sempre meno avvincente a dire il vero, più che uno sport.
Che differenza ci sarebbe con l’Eurolega?
Quale sarebbe esattamente il rapporto tra NBA Europe e Eurolega non è chiaro: si tratta di un progetto che nasce anche dalla FIBA, organizzatrice dell’Eurolega, quindi certamente in qualche modo le due leghe coesisterebbero ma non sappiamo come i giocatori si potrebbero muovere tra una lega e l’altra e quali sarebbero per le squadre delle città coinvolte i criteri di partecipazione a una o all’altra. Per quanto negli ultimi anni anche l’Eurolega si stesse gradualmente trasformando in una lega chiusa sul modello NBA, la differenza di fondo, a nostro avviso, rimane che il sistema europeo della FIBA prevede che all’Eurolega partecipino le migliori squadre dei campionati nazionali, che sono il vertice della piramide di un sistema in cui le associazioni sportive, chi meglio e chi peggio, sono radicate ognuna nel proprio territorio, creano dei movimenti che coinvolgono migliaia di persone tra bambini e bambine che riempiono i gruppi di minibasket e le categorie giovanili, le loro famiglie, i tifosi della prima squadra, gli sponsor e gli addetti ai lavori. Associazioni che da decenni si interfacciano con istituzioni e amministrazioni per portare avanti progetti sportivi, culturali, sociali, per la realizzazione e la cura di strutture e impianti, e che, se virtuose, veicolano valori e cultura sportiva e non solo a tutta la loro comunità.
Quali sono i rischi concreti per i team? Quali invece per le città e i territori che si ritroveranno a ospitare quest’evento itinerante?
La vicenda di quest’anno della squadra di Trapani nella lega A1 italiana mostra al contempo sia lo stato di salute molto precario della scena cestistica professionistica nel nostro paese, sia i rischi in un contesto sportivo in cui al centro di tutto viene messo il denaro, come certamente sarebbe per NBA Europe.
I giocatori sono semplicemente in cerca del miglior contratto, gli sponsor sono in cerca di ritorni per i loro investimenti, la proprietà e la lega sono in cerca di profitti. Rimangono le città e i tifosi che invece cercano passione, spirito di comunità, modelli da seguire per i ragazzi e per la società in generale. Questi sono obiettivi che nel migliore dei casi sono secondari per un progetto come NBA Europe e il rischio invece è che se una città non funzionerà a livello economico la NBA ci metterà poco a decidere di spostarsi su un’altra, come tante volte a già fatto negli USA: citiamo ad esempio la città di Seattle che circa 20 anni fa si è vista togliere la propria squadra, a cui era molto legata e che ancora aspetta l’occasione di rivederla.
Pensate ci possano essere ricadute positive?
Il movimento cestistico italiano è a dir poco disastrato. A parte poche società di serie A1, tutte le altre navigano a vista, con situazioni finanziarie precarie. In questo contesto molti vedono la NBA Europe come un salvataggio, ma è evidente che, come accade sempre quando si aspettano “i salvatori” con i grandi capitali, solo in pochi potranno beneficiare davvero del capitale che la nuova lega porterà.
Sappiamo bene che la NBA statunitense ha diversi progetti “sociali”, rivolti a comunità che vivono, ad esempio, in città o quartieri più problematici. A volte ristrutturano campetti di strada, altre volte danno borse di studio o collaborano con scuole di periferia. Ma sappiamo anche che è marketing, una sorta di “social-washing”, con cui ripulire l’immagine di una macchina da soldi che monetizza tutto ciò che gravita intorno alla pallacanestro. Che crea pressione sui giocatori e le giocatrici più giovani affinché siano competitivi e performanti a scapito del loro divertimento e della loro crescita personale; basti pensare al fatto che ormai sia prassi passare alla NBA dopo solo un anno di college, cosa che una volta era un’eccezione.
Quindi no, non ci aspettiamo ricadute positive in generale e nel lungo termine, ma sicuramente ci aspettiamo episodi spot dove i grandi ricchi buoni faranno cadere dalle loro tasche gonfie qualche spicciolo a favore di telecamera, per dimostrare che in fondo loro sono i buoni della storia.
Esiste un network di questa mobilitazione? Quali sono le principali realtà che lo animano?
Abbiamo deciso di lanciare la campagna il prima possibile, sapendo che ancora manca almeno un anno e mezzo alla potenziale prima partita di una eventuale NBA Europe.
L’abbiamo fatto perché crediamo che sia necessario fare rete subito, confrontarsi, capire quali sono gli strumenti migliori e coinvolgere più persone possibili. Solo così possiamo farci sentire ed evitare di subire in maniera passiva uno stravolgimento del nostro amato sport.
Siamo partiti da Roma, dove stiamo coinvolgendo anche le altre realtà di sport popolare, come Atletico San Lorenzo e All Reds basket di Acrobax. I compagni e le compagne dell’Aurora Vanchiglia di Torino hanno già risposto al nostro appello e stiamo organizzandoci per diffondere la campagna nei prossimi eventi primaverili ed estivi che ci attendono.
Chiunque voglia aderire, come singolo o come associazione, può riempire il modulo (o contattarci) presente sui nostri canali social.
È possibile ripartire da un circuito popolare?
È possibile e soprattutto necessario. Solo con una partecipazione popolare il basket può salvare se stesso e rimanere il fantastico gioco che è, punto di incontro e socialità, di scambio e di crescita. Abbiamo visto nel calcio cosa significa cedere un intero sistema al capitale: esclusione delle fasce più povere della società, non solo come giocatori e giocatrici, ma anche come tifosi e tifose. Miliardari che spostano soldi e rubano uno sport creando barriere all’accesso a chi non è gradito, a chi non può portare nelle loro tasche altri soldi. A eccezione, ovviamente, dei fenomeni su cui costruire una narrazione fatta di “sogni”, “forza di volontà” e l’inganno che tutti possano farcela.
Sport popolare, invece, vuol dire pratiche quotidiane di collaborazione e condivisione, accesso per tutti e tutte, muoversi ogni giorno tenendo a mente i punti fermi del divertimento e della salute. Vuol dire, come dice il movimento zapatista “camminare al passo del più lento”. Questi ideali finiscono per strabordare dalle mura di una palestra o di un campetto, e portano benefici sociali in tutto il territorio: nelle scuole, nelle strade, nelle singole famiglie.
Quali pensate saranno gli sviluppi del basket in Italia?
Il basket in Italia vive un momento di grandi contraddizioni: da un lato i tesserati alla federazione sono in calo, con un’emorragia preoccupante soprattutto nella fascia di ragazzi e ragazze dai 13 ai 15 anni, un problema che non ci sembra stia venendo adeguatamente discusso e affrontato da enti e federazione. Dall’altro invece viviamo in un momento di grande fermento, con le squadre nazionali giovanili e femminili che stanno ottenendo ottimi risultati, grazie al lavoro sul territorio della FIP e all’arrivo e alla crescita di nuovi talenti, molti dei quali ragazzi e ragazze immigrati di seconda generazione.
A frenare tutto il movimento in molti territori è la carenza di impianti sportivi adeguati e in generale di risorse e attenzione dedicate al movimento di base. Questo è quello che serve e chiediamo: risorse, cura, attenzione per lo sport di base, non l’ennesimo circo succhia soldi.
Intervista a cura Giuseppe Ranieri