
Il padre della patria
Jacobin Italia - Saturday, March 21, 2026
Umberto Bossi, morto a Varese all’età di 84 anni, era ormai ai margini della politica dal 2012, da quando il cosiddetto «caso Belsito», sulla truffa leghista allo Stato per intascare più rimborsi elettorali del dovuto e sull’appropriazione indebita dei fondi della Lega da parte di Bossi e della sua famiglia, l’aveva costretto alle dimissioni. Eppure è difficile negare quanto in profondo Bossi e la sua creatura, la Lega, abbiano trasformato la politica italiana, nelle forme (il leaderismo assoluto come principio organizzativo dei partiti), nei temi (autonomie territoriali, ostilità alle tasse, welfare esclusivo, immigrazione), nell’assetto (la nascita di un’alleanza di destra liberista, conservatrice e nazionalista), nelle norme (dalla pessima legge sull’immigrazione che porta la firma sua e di Gianfranco Fini al regionalismo costituzionale del Titolo V, fatto dal centrosinistra per inseguire il consenso leghista) e soprattutto nei linguaggi (lo sdoganamento della volgarità, del turpiloquio, dell’aggressività violenta, della mascolinità più tossica come elementi fondamentali della costruzione artificiale del leader popolare).
Umberto Bossi ambiva a essere un padre della patria, e in fondo lo è stato. Non della patria da lui inventata, la Padania, ormai sepolta nei bauli dell’aneddotica politica e fuori da ogni agenda, ma di quella che ha finto di odiare e ha in realtà contribuito a governare per un ventennio: l’Italia. Visto dall’esterno, del resto, ha rappresentato ogni stereotipo dell’italianità: genio, sbruffoneria, sregolatezza, vanità, talento indisciplinato, incontinenza verbale, provincialismo, tendenza all’imbroglio e al sotterfugio, incoerenza, gusto del melodramma. Difficile evitare il paragone con un altro grande istrione populista partorito dalla provincia padana qualche decennio prima di lui, ma restiamo alla politica. In politica, Bossi è stato il creatore dell’unico movimento politico capace di attraversare indenne la grande crisi dei primi anni Novanta, la Lega Nord. A lungo, prima di essere liquidata dal suo successore Matteo Salvini, la Lega è stata il più antico partito italiano vivente. Ora che la sua vicenda politica è conclusa, è giusto rifletterci sopra, e trarne un bilancio.
I barbari e la Vandea postfordista
«Un personaggio a metà tra Lenin e Tex Willer». Così, qualche anno fa, Pierluigi Bersani sintetizzava l’impressione che gli fece Umberto Bossi la prima volta che lo vide, a un comizio nella campagna piacentina. È difficile, con gli occhi di oggi, rendersi conto di cos’è stata, tra gli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, l’apparizione di Umberto Bossi sulla scena politica italiana. In un mondo di burocrati incravattati che comunicavano tra loro nel modo obliquamente diplomatico che ha magistralmente ritratto Sorrentino nelle scene de Il Divo su Andreotti e Forlani che si contendono il Quirinale a colpi di finte cortesie tra «l’amico Arnaldo» e «l’amico Giulio», la sua fu l’irruzione di un Bart Simpson in skateboard in mezzo al conclave. Camice a righe e a quadri stropicciate, rare cravatte, più cardigan sdruciti che giacche. Niente più diplomazie, niente più perifrasi, ma urla sguaiate e parolacce in libertà. Nell’Italia del pentapartito, delle verifiche di maggioranza, delle «convergenze parallele» e degli «equilibri più avanzati», Bossi entra sbattendo la portando e urlando che il regime va abbattuto.
Il «regime» democristiano è il suo avversario, fin dall’inizio. Un termine che viene dalla sinistra extraparlamentare degli anni Settanta e che negli anni Ottanta è diventato di uso comune: lo usano i comunisti, lo usano Scalfari e Pansa su Repubblica, più di tutti lo usa il leader dei Radicali Marco Pannella, così come «partitocrazia», altro topos del lessico bossiano delle origini. L’autonomismo locale o regionale è solo uno stratagemma, per quanto decisivo: il modo per inventare un «noi» più ampio e trasversale possibile, comunitario e interclassista, da contrapporre al potere nel più classico degli schemi populisti.
Umberto Bossi, ex studente di medicina eternamente fuoricorso ed ex cantante candidato a Castrocaro, figlio di un operaio e di una portinaia di Cassano Magnago, passa buona parte degli anni Ottanta a federare piccoli movimenti autonomisti, spesso (come nel caso della Liga Veneta), più antichi e radicati della sua Lega Lombarda, e già presenti in parlamento. Si impone in quel mondo per leadership carismatica e abilità di manovra. Nell’87 sbarca in Senato con lo 0,42% dei voti, grazie al proporzionale puro senza sbarramento dell’epoca. Come ha scritto Giuliano Santoro, diventa un personaggio televisivo, parte di quella fauna, insieme ai Verdi, alla Rete di Leoluca Orlando, alla Lista Pannella, di nuovi movimenti politici, sfidanti anti-partitocratici che esprimono, in modi ovviamente radicalmente diversi tra loro, l’insofferenza diffusa verso l’immobilità di un sistema politico che vede sostanzialmente lo stesso assetto al governo, con poche variazioni, da quarant’anni, e che non crede al Partito comunista come alternativa possibile.
L’autonomismo, che poi diventerà federalismo, poi secessione, poi devolution, poi autonomia differenziata, è una declinazione della sfida del sistema. Quella più politicamente neutra, trasversale, post-ideologica. Non è un caso che si radichi, all’inizio, anche e soprattutto nei territori relativamente rossi, o comunque meno bianchi, della provincia lombarda e veneta. Non tanto perché si trattasse, come si è improvvidamente tentato di far passare, di «una costola del movimento operaio», ma perché era una sfida aperta alla Dc. In una crisi di sistema, si confrontano le diagnosi: quella leghista è che il sistema non va perché è corrotto e pieno di sprechi, che questi sprechi sono particolarmente concentrati nelle reti clientelari democristiane nel centro-sud, e che una maggiore autonomia territoriale sarebbe una soluzione pratica ed efficiente, permettendo di pagare meno tasse.
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Questo banale messaggio, costruito fiutando l’aria della provincia padana, di un mondo che tiene insieme benessere e insoddisfazione, crescita economica e risentimento politico, e la cui nuova forma produttiva, finita la grande fabbrica, non si riflette più nella dialettica tra Dc, Psi e Pci, mette Bossi in pole position per il crollo di sistema. Anzi, proprio il successo della Lega alle elezioni politiche del 1992, quarto partito con l’8,7% nonostante si presenti solo in poche regioni, dietro solo a Dc, Pds e Psi e davanti a Rifondazione Comunista, Msi, e agli storici alleati repubblicani, liberali e socialdemocratici dello scudo crociato, accelera la crisi del sistema.
«Roma ladrona, la Lega non perdona!» iniziano a urlare i piloni di ogni cavalcavia padano. L’avevano detto per anni, del resto, che il problema dell’Italia era il governo romano corrotto e sprecone. «Basta tasse, basta Roma, vota Lega!» si legge sui muri, mentre le «via Roma» di ogni paese diventano «via DA Roma» e sui cartelli dei centri abitati si scrive con lo stencil «Repubblica del Nord». In questa fase anche alcuni intellettuali progressisti, come Giorgio Bocca, si innamorano di quelli che chiamano i «barbari», identificati, come ai tempi di Tacito, come i rozzi purificatori della metropoli corrotta. È un deputato leghista, del resto, ad agitare un cappio dagli spalti del «parlamento degli inquisiti», nel ’93. Verrà fuori che anche la Lega, ormai integrata nel sistema di potere lombardo, aveva partecipato al grande banchetto della maxitangente Enimont, ma ciò non ha alcun effetto. Perché? Perché la Lega è diversa. Perché Bossi è diverso. Non basta una mazzetta a renderlo un politico come gli altri.
L’identificazione con Bossi dell’elettorato leghista è antropologica. Pierre Ostiguy, nei suoi studi sul populismo, segnala la politicizzazione delle differenze socio-culturali, di modo di essere e di comportarsi, tra un «basso» caratterizzato da linguaggio schietto e volgare, disinibizione, autorità personale, e un «alto» caratterizzato da buone maniere, freddo distacco, istruzione, autorità formale. Non pare di vedere, in filigrana, in questo modello, la sagoma della canottiera bianca con cui Bossi intervenne in diretta televisiva nel 1994? I suoi strilli, le sue camicie sbottonate, il suo accento marcato, le sue battute grevi lo facevano apparire completamente diverso dal politico colto e incravattato della Prima Repubblica e perfettamente simile a uno dei tanti frequentatori quotidiani dei bar della provincia padana. Nasce in questo momento, almeno nella politica italiana, il leader politico come «uno di noi» e non come «uno migliore di noi». Uno che parla chiaro, che sa battere il pugno sul tavolo e saprà farsi valere, a Roma.
Non è un caso che ciò avvenga proprio negli anni Ottanta della neotelevisione, della spettacolarizzazione della vita quotidiana e dell’uomo qualunque. Bossi in politica, esattamente come Maurizio Costanzo in tv, prende in mano uno specchio, mostra a una parte degli italiani sé stessi, li perdona per essere come sono, li rende orgogliosi di essere come sono. Bossi è stato il primo a dire a determinate fasce della popolazione italiana: non solo io sono come voi, ma voi potete essere così, avete ragione a essere così, è giusto e legittimo essere così. Si può essere rabbiosi, ignoranti e strafottenti, anche in tv, anche in parlamento: anzi, sono tratti con una dignità estetica e politica. Se Bossi può definire «bonazza» la ministra socialista Margherita Boniver, allora non solo è come noi che passiamo le giornate a fare commenti pesanti alle cameriere al bar, ma parla a nostro nome, non le manda a dire, non guarda in faccia nessuno, ci porterà lontano. L’intuizione di costruire forza politica sull’orgoglio della diversità degli abitanti della provincia padana, del loro status sociale e culturale, delle loro pulsioni e dei loro linguaggi sarà una delle chiavi del successo della Lega.
Non a caso, questo successo ci metterà anni a sfondare nei centri urbani, e sempre con grande fatica. Con l’eccezione dell’effimera parentesi dell’elezione di Marco Formentini a Milano, nessun leghista è mai stato sindaco di una città capoluogo di regione, in questi quarant’anni. È nelle province profonde di Varese, Bergamo, Treviso, Vicenza che la Lega si radica, proprio come movimento di rivolta della provincia. Una Vandea, come ogni rivolta della provincia? L’esito politico sarà quello, ma non è quella la realtà sociale: a rivoltarsi è una parte di paese forse politicamente arretrata, ma economicamente all’avanguardia.
Capo, popolo e produttori
La centralità della provincia padana, tradotta nel «basta tasse, basta Roma», consegue, lo si è detto, alla fine della grande fabbrica e all’emersione del modello dei distretti. Non basta più il non governo democristiano, serve una garanzia di deregulation e defiscalizzazione, per reggere la competizione globale. La Lega promette questo: non servirà più mandare i soldi a Roma.
La quantità di paccottiglia folkloristica con cui viene ricoperto questo messaggio (Alberto da Giussano, il giuramento di Pontida, il Carroccio della Lega Lombarda, e poi nel tempo l’invenzione della Padania, l’ampolla del Monviso, il «dio Po», e così via) è necessaria proprio alla sua natura post-ideologica, per abbozzare i tratti di un’identità collettiva. Ma sarà sempre folklore: l’identificazione sarà sempre prima di tutto personale. La Lega, almeno fino allo scandalo del 2012, era Bossi, e Bossi era la Lega. Non c’è elezione locale, in un qualsiasi comune del Nord, in cui un numero consistente di preferenze (nell’ordine almeno delle decine) non venisse annullato perché gli elettori, accanto al simbolo della Lega, anche per il consiglio comunale, avevano scritto «Bossi». Alle elezioni europee del 2004, a due mesi dall’ictus che l’aveva colpito l’11 marzo di quell’anno, quando le sue condizioni erano del tutto ignote e non si era ancora mai fatto vedere in pubblico dopo l’incidente, 183 mila elettori del Nord-Ovest scrissero «Bossi» sulla scheda elettorale, eleggendolo senza un minuto di campagna elettorale.
L’identificazione del partito con «il Capo», come veniva normalmente chiamato all’interno dell’autodefinito «movimento» leghista, era totale. Se c’era una disputa interna sul candidato sindaco di un qualsiasi paesino della pianura padana, il cronista che intervistava i dirigenti leghisti locali si sentiva ripetere sempre la stessa, immodificabile risposta: «Deciderà Bossi». Ovviamente è impensabile che Bossi decidesse davvero su tutte le più minuscole questioni della politica locale, ma quello era l’unico modo per far digerire ai militanti qualsiasi soluzione. Immancabilmente, Bossi arrivava in paese, si riuniva con i dirigenti locali e poi parlava in pubblico, in uno dei suoi interminabili comizi, strillando forte il nome del prescelto e dandogli in questo modo una legittimazione che nessuno avrebbe potuto scalfire. Del resto nessun partito, fino all’arrivo del Movimento 5 Stelle, aveva usato tanto lo strumento dell’espulsione, falcidiano interi gruppi dirigenti (soprattutto in Veneto) purché nessuno facesse ombra al Capo. Il leader come principio regolatore, anche solo apparente, di un partito pienamente post-ideologico.
Da questo punto di vista, l’autonomismo, il federalismo, la secessione padana sono orizzonti interscambiabili. Il federalismo è la proposta politica necessaria a dare alla Lega una patina di serietà e credibilità a inizio anni Novanta, quando si siede al tavolo della politica nazionale. La secessione, il modo di tenere insieme il movimento, radicalizzandolo, nel momento della rottura con Berlusconi. La «Dichiarazione di indipendenza e sovranità della Padania» arriva nel 1996, nel momento di massima distanza con la coalizione di destra. Sono gli stessi mesi della resistenza alla perquisizione della polizia alla sede di via Bellerio e dell’assalto al campanile di San Marco da parte di un gruppo di venetisti, definiti da Bossi «martiri padani». Ma le chiacchiere sul costo dei proiettili e sui centomila bergamaschi pronti a prendere le armi rimarranno sempre tali. La Lega, del resto, era già un partito di governo in mezza Italia, e nel 2001 sarebbe tornata a esserlo, di nuovo insieme a Berlusconi, con la secessione che si trasforma in «devolution».
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L’attrazione di Bossi per la destra è irresistibile, e dettata principalmente dall’opportunità: caduto il «regime» democristiano, quello è lo spazio da conquistare, insieme a un Silvio Berlusconi che del resto condivide buona parte della retorica leghista: centralità dell’imprenditore come produttore, antagonismo rispetto al regime partitocratico, rifiuto di qualsiasi lettura di classe. C’è, proprio su questo punto, un elemento identitario che porta la Lega a destra anche al di là delle opportunità tattiche: la Lega è un partito di popolo, ma mai di classe. Il discorso di Bossi è sempre interclassista.
Quando parla di popolo cita sempre «operai, artigiani, imprenditori». L’identità territoriale è la chiave di volta del populismo all’italiana. Come abbiamo già scritto, da una parte c’è un’interpretazione della politica in cui il cuore di tutto è la comunità locale, le cui contraddizioni interne sono quasi sempre celate, e che esprime in maniera organicistica i suoi interessi. Dall’altra, il cosiddetto producerismo, ideologia che fonde gli interessi di lavoro e capitale nel comune obiettivo di produrre più ricchezza possibile, e vede quindi chi lavora e produce, in maniera assolutamente interclassista, contrapposto a un vasto gruppo sociale di «parassiti», incarnato di volta in volta da meridionali, migranti, politici, dipendenti pubblici. Il popolo di Bossi sono i produttori, mai la classe lavoratrice.
E l’identità territoriale, anche agli inizi, è sempre escludente. Il razzismo, prima verso i meridionali e poi verso i migranti, è conseguenza diretta. Un particolarismo comunitario che è l’esatto contrario dell’universalismo socialista: un territorio in competizione costante con gli altri, invece di una classe che ambisce a liberare tutti. Poteva non finire a destra?
Le chiacchiere sull’antifascismo di Bossi, protagonista assoluto, insieme a Berlusconi, dello sdoganamento degli eredi del fascismo nella costruzione di una nuova destra liberista, conservatrice e nazionalista, reggono poco. Personalmente, si sentiva probabilmente antifascista. Ma del resto, l’altro istrione padano con cui non lo vogliamo paragonare, non si è probabilmente sentito in cuor suo socialista fino all’ultimo giorno? La realtà della storia dice altro, e dice che Umberto Bossi è stato uno dei principali responsabili dell’emersione dell’attuale destra reazionaria. I Matteo Salvini non crescono per caso, negli studi di Radio Padania. E dietro alle chiacchiere sull’autonomia territoriale, il consenso leghista cresce intorno al sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini che suggerisce di travestire i migranti da leprotti «per far allenare i nostri cacciatori», alla delegazione leghista che porta a pascolare dei maiali sul terreno destinato alla realizzazione di una moschea, a Roberto Calderoli che mostra in tv una maglietta offensiva nei confronti di Maometto. Così diversa dalla Lega di ora? La differenza era l’incredibile capacità bossiana di tenere tutto insieme, destra radicale e amministrazione responsabile, pseudosecessionismo e governo nazionale. Inevitabile che, azzoppato lui dallo scandalo del 2012, alcune di queste contraddizioni andassero risolte.
Ciò che resta di Umberto Bossi, in ogni caso, non è la Padania. Del resto, cosa teneva veramente insieme i territori settentrionali da lui raccolti sotto questo fantasioso appellativo? La comune e secolare internità alla storia italiana, e una qualche comune vocazione produttiva. La Padania di Bossi in questo senso è semplicemente l’Italia industriale, in particolare nelle sue declinazioni più provinciali ed extraurbane. È l’Italia del 2026 la patria di cui Umberto Bossi è finito per essere il padre: quella della destra reazionaria e razzista, della politica-spettacolo leaderista e urlata, del particolarismo territoriale e corporativo che prende il posto degli universalismi, quello socialista come quello cattolico. Non una grande eredità.
*Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi(Il Mulino, 2019).
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