
La rotta del gas Usa in Europa: perché Trump guarda ai Balcani
ReCommon - Monday, February 9, 2026Il gas non è mai una semplice merce. Ovunque, è sempre stato una leva di potere, uno strumento di influenza politica e un vincolo strutturale nei rapporti tra Stati. Quello che cambia, di volta in volta, non è la logica, ma la geografia. Oggi una di queste geografie passa dai Balcani dove si sta costruendo una nuova rotta del gas pensata per ridurre la dipendenza dai flussi russi via pipeline, attraverso l’importazione di gas liquefatto via mare, con un ruolo crescente delle forniture statunitensi. Il punto di ingresso è la Grecia, che negli ultimi anni è stata trasformata in piattaforma energetica per il Sud-Est europeo. Non si tratta solo di diversificazione delle forniture. È un riassetto infrastrutturale e politico che ridisegna dipendenze, crea nuove rendite e lega il futuro energetico di intere regioni a contratti e impianti pensati per durare decenni.
Il punto di snodo è Alexandroupolis, nel nord-est della Grecia. Il terminale galleggiante di rigassificazione (FSRU) di Alexandroupolis, sviluppato da Gastrade, è entrato in operazioni commerciali nell’ottobre 2024. Sulla carta, l’impianto dovrebbe rafforzare la sicurezza energetica del Sud-Est europeo, consentendo alla Grecia di diventare un hub regionale per il gas.
In realtà, Alexandroupolis è prima di tutto un’infrastruttura strategica. Si trova in un’area rilevante dal punto di vista militare, lungo l’asse che collega il Mediterraneo orientale al Mar Nero, ed è da anni sostenuta politicamente dagli Stati Uniti come parte della strategia di rafforzamento della loro presenza economica e geopolitica nella regione. Il messaggio è semplice: controllare l’ingresso del gas significa condizionare gli equilibri politici dei Paesi che ne dipendono.
Questo è quello che è stato confermato anche nel meeting ministeriale della Partnership for Transatlantic Energy Cooperation (P-TEC), un importante vertice internazionale dedicato all’energia tenutosi lo scorso autunno ad Atene. Al centro del confronto tra Stati Uniti, paesi europei e istituzioni UE c’era il ruolo della Grecia come piattaforma strategica per l’importazione e la redistribuzione del gas liquefatto verso il Sud-Est e l’Est Europa.
Durante l’incontro, funzionari statunitensi ed europei hanno richiamato l’importanza dei terminali greci di gas naturale liquefatto (GNL) e del cosiddetto “corridoio verticale”, la direttrice infrastrutturale che dalla Grecia risale verso i Balcani, la Romania e, in prospettiva, l’Ucraina. La narrativa è quella ormai consolidata della sicurezza energetica e della riduzione della dipendenza dal gas russo. Ma il contesto è chiaro: creare le condizioni politiche e infrastrutturali perché ilGNLstatunitense trovi uno sbocco stabile e di lungo periodo nei mercati europei.
Il tassello principale per il gas che dall’altra parte dell’oceano approda ad Alexandroupolis è l’interconnettore Grecia–Bulgaria (IGB), operativo dal 2022, che permette alla Bulgaria di importare gas non russo sia dal Trans-Adriatic Pipeline (TAP) sia dai terminali GNL greci. Da lì, il disegno si estende verso Macedonia del Nord, Serbia e Balcani occidentali, con nuovi progetti di pipeline sostenuti anche da istituzioni europee e statunitensi. L’obiettivo dichiarato è la diversificazione. Il risultato concreto è la costruzione di una nuova dipendenza: infrastrutture costose, pensate per funzionare decenni, e mercati piccoli e politicamente fragili che vengono legati al gas liquefatto e ai suoi prezzi volatili.
In prima fila a riservarsi un posto speciale in questo nuovo mercato troviamo Venture Global, uno dei principali esportatori di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Nel novembre 2025 l’azienda ha annunciato un accordo ventennale con la società greca Atlantic-See LNG Trade S.A., presentandolo come un contributo alla sicurezza energetica dell’Europa centrale e orientale.
Si tratta del primo contratto di lungo periodo della Grecia con un esportatore GNLstatunitense, con volumi indicativi intorno a 0,7 miliardi di metri cubi l’anno a partire dal 2030.
Questa partita non riguarda solo la Grecia. L’Italia è coinvolta direttamente. Nel luglio 2025, ENI ha reso pubblica un’intesa ventennale con Venture Global per l’acquisto di circa 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL dal progetto CP2 in Louisiana, con avvio delle forniture entro la fine del decennio. È un segnale forte: i grandi operatori italiani stanno costruendo portafogli LNG di lungo periodo legati agli Stati Uniti, contribuendo a consolidare il ruolo di Venture Global come attore centrale nel mercato europeo. Sul piano infrastrutturale entra in gioco anche Snam. Snam fa parte del consorzio Senfluga (insieme a Enagás, Fluxys e Damco) che detiene il 66% di DESFA, il gestore della rete gas greca; il restante 34% è in mano allo Stato greco. DESFA detiene a sua volta una quota del 20% in Gastrade.
Non si tratta quindi di un controllo diretto, ma di una catena di interessi che collega l’infrastruttura chiave di Alexandroupolis anche al sistema del gas italiano. Una catena che produce rendite, influenza e posizionamento strategico in un’area considerata sempre più centrale.
Il ruolo di Washington è dichiarato. Funzionari e documenti statunitensi parlano apertamente della Grecia come “gateway” per l’energia verso il Sud-Est europeo e della necessità di sostituire il gas russo con forniture alternative, GNLin testa. Cambia il fornitore, non la logica, e a guadagnarne sono gli esportatori di gas, che ottengono contratti ventennali, ed i grandi operatori infrastrutturali, che monetizzano rigassificazione e transito. La “sicurezza energetica” diventa sicurezza della domanda per l’industria GNL statunitense.