
Chile: dalla dignità a Colonia Dignità
EuroNomade - Sunday, January 11, 2026di ALESSANDRO PEREGALLI.
Lo scorso 14 dicembre, minuti dopo il trionfo elettorale del candidato dell’estrema destra cilena José Antonio Kast con un contundente 58,2% dei voti, uno dei meme apparsi ripetutamente sui miei gruppi Whatsapp o sulla mia feed di Instagram diceva la seguente frase: 2019 Dignidad, 2025 Colonia Dignidad. Nell’ottobre 2019, infatti, il concetto di “dignità” era stato messo al centro di tutta una serie di rivendicazioni, materiali e simboliche, durante l’estallido sociale che aveva fatto tremare le fondamenta del modello neoliberale cileno – al punto che i manifestanti avevano ribattezzato “Plaza de la Dignidad” quella Plaza Italia di Santiago che era stata per mesi il loro principale punto di ritrovo. Appena sei anni dopo, quella “dignità” che il Cile prometteva di recuperare si è tragicamente trasformata nel suo opposto.
“Colonia Dignidad” fu una comunità agricola isolata e autosufficiente fondata nel 1961 dall’ex militare nazista Paul Schäfer, che funzionava come setta religiosa e ideologica in cui i membri erano sottoposti a lavoro schiavo, separazione forzata dei bambini dalle famiglie e abusi sessuali costanti. Durante la dittatura di Pinochet, la colonia servì anche come centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio di oppositori politici. Sebbene non provenga esattamente da questa esperienza, il padre del neo-presidente eletto Kast, Michael Martin Kast Schindele, era un ex nazista fuggito clandestinamente in Cile nel 1950, dove fondò un’impresa di salumi chiamata Bavaria. Suo fratello maggiore, Miguel, fu un influente Chicago Boy, come erano chiamati gli economisti che dettavano la linea economica del regime militare, ispirati nella scuola neoliberista di Chicago. Nel referendum del 1988, José Antonio Kast votò a favore della continuazione della dittatura e successivamente ha sempre rivendicato l’eredità dell’esperienza di Pinochet. Dopo una lunga militanza nel partito della destra post-pinochettista dell’UDI (Unione Democratica Indipendente), Kast ha fondato nel 2019 il più radicale Partito Repubblicano, con il quale è stato eletto alla presidenza, dopo la sconfitta nelle ultime due elezioni precedenti.
Non è facile, oggi, comprendere il perché di un così radicale ribaltamento politico avvenuto in Cile in così poco tempo. Il mio proposito, in queste righe, è provare a ricostruire gli avvenimenti più importanti di questi ultimi sei anni, per cercare di tracciare poi alcune piste di interpretazione, che si articoleranno attorno a tre nodi fondamentali: la capacità di resilienza del neoliberismo cileno soprattutto sul piano soggettivo nel corpo sociale cileno; la natura fondamentalmente controrivoluzionaria di quella “nuova sinistra” cilena arrivata al governo con Gabriel Boric nel 2021, non tanto come “prodotto” ma soprattutto come “reazione” all’estallido sociale; e l’impasse che vivono oggi a livello globale il pensiero e la strategia rivoluzionarie, oltre all’idea stessa di rivoluzione, e che il caso cileno ha paradigmaticamente messo in evidenza.
Il Patto del 15 novembre e il processo costituzionale
L’estallido sociale cileno cominciò il 18 ottobre 2019, quando, in seguito alla repressione di una protesta di studenti medi contro l’aumento del biglietto della metropolitana di Santiago, vennero incendiate diverse stazioni. La rivolta si estese rapidamente in tutto il Paese, con occupazioni di piazze e distruzione di filiali bancarie, esercizi commerciali, edifici pubblici, chiese e monumenti associati alla lunga storia di colonialismo. L’allora presidente di destra Sebastián Piñera reagì decretando lo Stato d’Emergenza, che causò – secondo l’Istituto Nazionale dei Diritti Umani (INDH) – 45 morti e quasi 500 traumi oculari (con 82 persone che persero completamente la vista), oltre a 1082 atti di tortura e trattamento inumano e degradante e 282 aggressioni sessuali. In risposta alla repressione, il 25 ottobre venne realizzata la più grande manifestazione della storia del Cile, con la partecipazione di 3 milioni di persone in tutto il Paese su una popolazione totale di 19. Nonostante il coprifuoco decretato dal governo, la mobilitazione continuò per settimane, con scontri quotidiani con le forze dell’ordine e la partecipazione straordinaria di giovani provenienti dalle periferie urbane che costituirono la cosiddetta primera línea, un cordone dedicato a tenere occupata la polizia per permettere la partecipazione delle famiglie alle manifestazioni.
In questo contesto, si moltiplicarono gli scioperi, soprattutto di lavoratori portuali che, considerando l’estensione marittima del Paese, rappresentano un settore estremamente strategico per l’economia nazionale. Il 12 novembre la piattaforma Unità Sociale, una coalizione di sindacati e organizzazioni sociali, convocò uno sciopero generale indeterminato, con forte partecipazione nel servizio pubblico (soprattutto scuola e sanità), oltre ai settori bancario, commerciale, minerario, edile e, appunto, portuario. Le due principali rivendicazioni che emersero in questa congiuntura – e che articolarono tutte le altre, dalla fine del sistema di privatizzazione delle pensioni, dell’acqua e delle risorse naturali alla lotta contro l’estrattivismo, dalla difesa dei diritti sindacali alla legalizzazione dell’aborto, dall’accesso universale e gratuito all’università alla difesa dei diritti territoriali dei popoli originari – erano le dimissioni di Piñera e la convocazione di una nuova Assemblea Costituente, che permettesse di superare la costituzione imposta da Pinochet nel 1980 e tutto il suo correlato di politiche neoliberali. La risposta del potere politico si articolò a quel punto intorno a questi due nodi, provando da un lato a garantire la continuità istituzionale del governo e dall’altro a concedere alla piazza l’inizio di un processo di riforma costituzionale che potesse essere limitato, incanalato e controllato dal marco istituzionale vigente.
Perché funzionasse, tuttavia, era necessaria la collaborazione dell’opposizione politica. Nella notte tra il 14 e il 15 novembre la gran maggioranza dei partiti rappresentati nel Congresso firmarono l’Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione dopo molte ore di negoziati trasmessi in diretta televisiva. Avallarono la decisione l’ex Concertazione di Partiti per la Democrazia – una coalizione della sinistra neoliberista cilena, con protagonismo dei partiti socialista (PS) e democristiano (PDC) – e, alla loro sinistra, una parte del Fronte Ampio (FA), tra cui il giovane deputato Gabriel Boric, mentre un’altra parte del FA e il Partito Comunista (PC) respinsero l’accordo. Già a partire dal suo nome, questo evidenziava in primo luogo la necessità di ristabilire la pace sociale in Cile, in cambio della promessa di un processo costituente, da svolgersi secondo regole estremamente stringenti.
Sebbene le proteste continuassero costanti nelle settimane successive, l’accordo centrò l’obiettivo di superare la fase più dura delle mobilitazioni, mettendo fine allo sciopero generale, salvaguardando la presidenza della Repubblica e l’impunità alle forze dell’ordine, e spostando l’attenzione di parte dei movimenti sociali intorno al processo costituente. Le assemblee territoriali che si erano costituite nel corso della rivolta cominciarono a spaccarsi sull’adesione o meno a tale percorso, mentre l’arrivo dell’estate cominciava a sgonfiare i numeri nelle piazze. L’8 marzo 2020 un’enorme manifestazione femminista prometteva di riaprire il ciclo di mobilitazioni, ma il governo venne salvato dallo scoppio della pandemia del Covid 19, che permise di ristabilire, stavolta con maggiore legittimità sociale vista la minaccia sanitaria, stato d’eccezione e coprifuoco. Il lungo periodo di confinamento in casa, oltre ad evidenziare un aumento della crisi sociale e psicologica nella società, ebbe ovviamente un effetto di disgregazione di quei vincoli che si erano formati di forma intensa, ma tuttavia breve, al calore dell’insurrezione popolare. Allo stesso tempo, la pandemia permise di rimandare l’inizio dello stesso processo costituente da aprile a ottobre.
Quest’ultimo, nella forma prevista dall’accordo del 15 novembre, presentava limiti enormi: in primo luogo, perché si centrava su una Convenzione Costituzionale, convocata dal Parlamento e coesistente con la continuazione istituzionale piena dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario vigenti. Non era, dunque, un’Assemblea Costituente pienamente sovrana il cui potere emanasse direttamente dal popolo. In secondo luogo, la tempistica stabilita – complicata dallo scoppio della pandemia – apriva il rischio di un logoramento istituzionale, canalizzando gran parte delle energie popolari verso eventi elettorali continui, come i plebisciti di inizio e di fine del processo e, in mezzo a questi, un ciclo di elezioni municipali, regionali, parlamentari e presidenziali. In terzo luogo, la Convenzione era limitata da un altissimo quorum di 2/3 dei voti per l’introduzione di ogni articolo, il che avrebbe garantito alla destra e all’ex Concertazione un potere di veto permanente. Infine, tutti i trattati internazionali, tra cui una trentina di accordi di libero scambio firmati dal Cile negli ultimi decenni, erano considerati non suscettibili di revisione.
Nonostante questi ostacoli, dopo la fase più dura del primo anno di pandemia – nel quale in ogni caso l’iniziativa politica popolare non cessò totalmente, dando vita a esperienze di cucine popolari nei quartieri, scioperi degli operatori sanitari, proteste per la liberazione dei prigionieri politici della rivolta, lo sciopero della fame di un gruppo di detenuti mapuches e a varie insubordinazioni nelle carceri – l’inizio del processo costituente sembrava sancire un cambiamento radicale negli equilibri politici del Paese. Nel plebiscito del 25 ottobre 2020, a un anno dall’estallido, il 78,3% della popolazione votò a favore dell’apertura del processo costituente, e il 78,9% per una Convenzione scelta interamente dalla cittadinanza e non per una assemblea mista, scelta cioè per metà dal suffragio universale e per metà dal parlamento. Alle successive elezioni dell’11 aprile 2021, per la composizione di quest’ultima, le forze progressiste e indipendenti raccolsero una maggioranza enorme: la Lista del Popolo e la lista Indipendenti per una Nuova Costituzione, promosse da movimenti organizzati al di fuori dei partiti politici, raccolsero rispettivamente 26 e 11 dei 155 seggi; la lista Approvo Dignità, composta da un’alleanza tra il FA e il PC, ne elesse 28; 17 furono riservati a rappresentati dei popoli indigeni e 11 furono conquistati da candidati indipendenti eletti al di fuori delle liste elettorali. I partiti tradizionali uscirono con le ossa rotte, con 26 seggi per i partiti dell’ex Concertazione e 37 per la coalizione delle destre. Nella stessa giornata, candidati comunisti e del FA si imposero alle elezioni comunali nelle principali città del Paese. La nota stonata, tuttavia, fu l’affluenza al voto di appena il 43% della popolazione, un dato a lungo sottovalutato ma che che lasciava presagire i limiti del processo costituente in atto.
Questi ultimi sono emersi con forza durante tutto il periodo di lavori parlamentari della Convenzione. Nonostante i propositi iniziali dei movimenti sociali di realizzare una pressione costante sull’assemblea, ben presto quest’ultima cominciò a funzionare sulla base di logiche simili a quelle del Congresso Nazionale, agendo come spazio separato rispetto al clamore popolare che l’aveva, nonostante tutto, instaurata. Allo stesso tempo, il suo prestigio venne rapidamente incrinato da alcuni scandali – il più eclatante quello relativo al membro della Lista del Popolo Rodrigo Rojas Vade, che in campagna elettorale si era falsamente presentato come malato terminale, il che ha gettato enorme discredito proprio nei settori più radicali della Convenzione –, dalla campagna avversa dei grandi media e della guerriglia digitale di una serie di bot sui social network che fecero leva su una serie di polemiche generate dall’uso del linguaggio inclusivo nei lavori parlamentari, come l’utilizzo del termine “persona mestruante” invece di “donna”. Allo stesso tempo, un accordo tra gli eletti del FA, del PS e del PDC frenò l’iniziativa dei settori più radicali di forzare i limiti previamente imposti alla Convenzione – come la maggioranza di 2/3 invece che semplice, il riconoscimento della legittimità delle istituzioni, l’inviolabilità dei trattati internazionali – e spostò l’asse delle discussioni dai temi economici verso questioni culturali e identitarie.
L’elezione di Boric e la vittoria del “Rechazo”
Il logoramento della Convenzione Costituzionale – con la disgregazione della Lista del Popolo dopo lo scandalo Vade e una serie di conflitti interni – e il progressivo riflusso delle mobilitazioni di piazza portarono lo scenario politico elettorale cileno verso una stabilizzazione istituzionale, riportando al centro dell’iniziativa politica i partiti politici tradizionali. Alle primarie per scegliere il candidato dell’alleanza Approvo Dignità, nel luglio 2021, si affermò a sorpresa Gabriel Boric, responsabile dell’accordo di pacificazione del 15 novembre 2019 e per questo duramente avversato dai settori sociali protagonisti dell’estallido sociale, contro il candidato comunista Daniel Jadue, considerato più vicino alle istanze della rivolta. Alla vittoria di Boric contribuirono numerosi elettori della sinistra moderata (esclusi dal cartello elettorale Approvo Dignità). Alle elezioni del 21 novembre del 2021, Boric arrivò secondo, con un 25,8% dei voti, superato dal candidato di estrema destra José Antonio Kast con un 27,9%. Al terzo posto, la grande sorpresa fu Franco Parisi, fondatore del Partito della Gente, una forza “antipolitica” e tecno-populista le cui principali proposte sul piano economico tendevano a un liberismo radicale e alla riduzione della burocrazia pubblica (Stato minimo). Parisi era un personaggio ambiguo, consulente economico residente negli Stati Uniti, che ha accumulato un debito milionario per essersi negato a pagare gli assegni di mantenimento dei figli. Il 19 dicembre, al secondo turno, si affermò Boric col 55,87%, grazie a un aumento dell’affluenza dal 47 al 56%, spinto dal voto dei settori popolari.
La figura di Boric era emersa nel movimento per la gratuità d’accesso al sistema universitario del 2011. Insieme alla comunista Camila Vallejo e a Giorgio Jackson, del FA, Boric faceva parte di una generazione politica cilena d’élite, i cui membri si erano distinti come figure responsabili e pacifiste, agli antipodi delle pratiche di azione diretta dei collettivi anarchici e insurrezionalisti, che in Cile hanno una forte presenza soprattutto tra gli studenti medi delle scuole di periferia.
La parabola politica di Boric, così come il suo governo, hanno subito una costante svolta a destra. Per vincere il ballottaggio delle elezioni presidenziali, Boric moderò le proprie posizioni, e una volta eletto nominò al Ministero dell’Economia il neoliberista Mario Marcel e vincolò la discussione sulle riforme alla trattativa parlamentare, escludendo di fare appello alla mobilitazione sociale. Visto che la sua base parlamentare originaria – l’alleanza tra Fronte Ampio e il Partito Comunista – aveva raccolto solo poco più di un quarto degli eletti, dovette far leva sull’appoggio dei partiti della sinistra neoliberale come il PS, la DC e il Partito per la Democrazia (PPD), il peso dei quali divenne sempre più centrale anche nello stesso governo.
Nonostante si proponesse come candidato a favore dell’approvazione della nuova carta costituzionale che veniva messa a punto in quei mesi dalla Convenzione, il governo di Boric fin dall’entrata in carica nel marzo del 2022 non fece altro che ostacolare – sebbene non volontariamente, ma nei fatti – il percorso costituente, già in crisi per dinamiche proprie. Questo avvenne tanto per scelte politiche di fondo che andavano in direzione opposta alle rivendicazioni espresse nell’estallido sociale, come per alcuni errori grossolani prodotto di una totale inesperienza politica della classe politica arrivata al governo con lui. La somma di questi fattori, spesso mescolati tra loro, non solo finì per compromettere non solo la nuova costituzione ma, quattro anni dopo, facilitò l’arrivo al palazzo presidenziale della Moneda della destra neo-pinochettista.
Appena quattro giorni dopo l’insediamento del governo, la neo-ministra dell’Interno Izkia Sassen, che da presidentessa del Collegio Medico si era messa in evidenza per il buon lavoro di contrasto alla pandemia e aveva fatto campagna per Boric, decise di entrare nel territorio mapuche di Temucuicui, in Araucanía, senza aver precedentemente dialogato con le autorità locali. La sua delegazione venne accolta con barricate, un veicolo incendiato e colpi d’arma da fuoco, e fu costretta a evacuare la zona. Ma l’errore più grave commesso dal governo fu senza dubbio il rifiuto di permettere alla popolazione il quinto ritiro dei fondi AFP. Le AFP (Associazioni di Fondi Pensione) sono fondi finanziari incaricati di gestire integralmente le pensioni dei cileni, il cui sistema di previdenza è integralmente privatizzato fin dal governo di Pinochet. Durante la pandemia, per pressione dell’opposizione, il governo di Piñera aveva accettato di permettere quattro ritiri della quota mensile di salario altrimenti confiscata in modo diretto dalle AFP. Una volta giunto al governo, Boric fece marcia indietro, e non permise nuovi ritiri con la giustificazione di tutelare l’economia da spinte inflazioniste. Questa decisione contribuì a diminuire in brevissimo tempo l’appoggio popolare al governo, che rimase intorno al 38% nei mesi che precedettero al plebiscito finale della costituzione, un risultato identico a quello ottenuto dai voti favorevoli alla proposta di nuova costituzione nel plebiscito del 4 settembre (38,1% dell’Apruebo contro 61,9% per il Rechazo). In tutta la campagna elettorale per il referendum costituente, oltretutto, Boric ha contribuito a delegittimare i lavori della Convenzione garantendo che, dopo l’approvazione del testo, si sarebbe aperta una discussione su correzioni da fare alla Carta.
Visto da molti come clamorosa, la sconfitta referendaria del 4 settembre è stata oggetto di infinite interpretazioni. Secondo lo storico Sergio Grez, le cause della vittoria del Rechazo sono certamente complesse, soprattutto “perché non vi è stato un solo Rechazo, bensì molteplici rechazos, ossia diverse ragioni che, sommate, hanno costituito una schiacciante maggioranza di rifiuto del testo proposto”. Tra i motivi indicati, appare in primo luogo il voto di castigo nei confronti del governo Boric e delle sue politiche di continuità neoliberale, il ripudio della performance della Convenzione Costituzionale e di alcuni convenzionali in particolare, e una reazione di tipo conservatore di ampi settori della popolazione, soprattutto dei ceti popolari, di fronte a proposte quali lo Stato pluriazionale, il diritto all’aborto apparentemente senza alcun limite, oltre alle menzionate polemiche intorno al “linguaggio inclusivo”. La questione della plurinazionalità, in particolare,
proposta dai convenzionali con l’obiettivo di imitare le costituzioni ecuadoriana del 2008 e boliviana del 2009, dava adito a una serie di allarmi sul rischio di “disgregazione” dell’unità nazionale (sfruttati ad arte dalla campagna della destra); non teneva conto della diversità della presenza indigena in Cile, molto più ridotta in termini assoluti e molto più concentrata geograficamente in alcune regioni; ed era avversata anche da ampi settori dello stesso movimento mapuche, come la storica Coordenadora Arauco Malleco (CAM), che disertarono i lavori della Convenzione rivendicando un controllo territoriale pieno di Wallmapu in totale autonomia dallo Stato cileno.
In generale – argomenta Grez – tutti i temi basati su questioni identitarie (ambientalismo, femminismo, plurinazionalità, regionalismo e “territori”) non hanno generato adesione al di là dei rispettivi “nicchie” che avevano permesso l’elezione di alcuni convenzionali. In contrasto con l’iperabbondanza di temi identitari, le questioni legate ai lavoratori e al loro rapporto con il capitale hanno occupato un ruolo marginale: su 388 articoli, solo sei erano dedicati a tali temi; un riflesso anche della stessa composizione dei costituenti, in maggioranza avvocati e giovani professionisti, con un’assenza pressoché totale di dirigenti sindacali o persone provenienti dai ceti popolari. Tutto ciò è stato abilmente sfruttato dalla propaganda del Rechazo, sulla cui base si è costruita la campagna di fake news alla quale molti sostenitori del governo attribuiscono la causa principale della sconfitta. Tuttavia, per Grez il fattore principale del fallimento del progetto di nuova Costituzione è stato il fatto che essa non rappresentava una rottura con l’ordine neoliberale, né garantiva le rivendicazioni più sentite emerse nella ribellione di ottobre. Infatti, “sebbene il testo redatto dalla Convenzione Costituzionale proclamasse diritti quali la salute, l’istruzione, la casa, la sicurezza sociale, tra molti altri, non li assicurava, poiché non includeva alcuna norma che ne permettesse il finanziamento (come le nazionalizzazioni delle risorse naturali, espressamente scartate dai convenzionali)”. Infine, un motivo più volte presentato come causa dell’ampio voto al Rechazo fu la scelta del governo – illuso dall’aumento dell’affluenza nel secondo turno presidenziale che gli garantì la vittoria contro Kast – di introdurre in Cile il voto obbligatorio, prevedendo una multa altissima per coloro che non si presentassero ai seggi, spingendo molti a votare per il no con lo scopo di reagire a quest’imposizione punendo il governo.
All’indomani del voto, i partiti concordarono un nuovo processo, con un Consiglio Costituzionale eletto dalla cittadinanza ma senza possibilità di candidature indipendenti e un comitato di esperti. Alle elezioni per determinare tale Consiglio, si affermò questa volta vincente l’estrema destra, con il Partito Repubblicano che conquistò 22 dei 50 seggi in gioco. Di conseguenza, il testo costituzionale emerso da questa nuova assemblea era ancora più a destra della costituzione pinochettista vigente. Tuttavia, in un secondo plebiscito, nel dicembre del 2023, i cileni respinsero nuovamente (55,7%) questa seconda proposta, ponendo fine, per il momento, ai tentativi di cambiamento costituzionale e mantenendo in vigore la Costituzione del 1980.
Il lungo tramonto del governo Boric
Con la sconfitta referendaria, il governo Boric è entrato precocemente in una lunga fase crepuscolare, rinunciando esplicitamente a qualunque tentativo, seppur minimo, di trasformazione sociale, e focalizzandosi sulla stabilizzazione e la normalizzazione del Paese. L’esecutivo non ha mostrato, durante i quattro anni di mandato, nessuna iniziativa di rilievo che lo distinguesse dai governi precedenti. Oltretutto, i settori dell’ex Concertazione hanno conquistato, all’indomani del plebiscito, sempre più spazio dentro il governo, a partire dalla nomina nel settembre 2022 di Carolina Tohá (PPD) al Ministero dell’Interno in sostituzione di Izkia Siches.
Ciò che forse più rivela questo spostamento a destra è il cambiamento di postura in relazione ai Carabineros. Se prima di essere eletto Boric dichiarava che era urgente una “rifondazione” di quest’arma (che in Cile gode, oltretutto, di enormi privilegi economici e politici fin dai tempi della dittatura), dopo l’elezione è passato a parlare di “riforma” e una volta entrato in carica l’ha mantenuta intoccata. Al punto che mentre lo stesso Piñera aveva rimosso dall’incarico 29 generali a causa di atti di corruzione, Boric non ne ha sostituito nemmeno uno. Come argomenta Gabriel Teles, nel corso del governo Boric sono state approvate decine di leggi orientate alla sicurezza pubblica, leggi che hanno aumentato le pene, limitato le occupazioni, rafforzato le attribuzioni della polizia e inasprito il trattamento penale delle proteste. Allo stesso tempo, nei territori mapuche, lo stato di eccezione e la militarizzazione sono stati mantenuti e rinnovati ripetutamente, con operazioni di polizia letali, detenzioni preventive prolungate e criminalizzazione della lotta territoriale. Secondo Grez, Boric ha addirittura tentato qualcosa che neppure il governo Piñera aveva osato fare: promuovere un progetto di legge affinché le forze armate possano vigilare sulle infrastrutture considerate strategiche senza la necessità di richiedere al Parlamento l’autorizzazione dello Stato di Emergenza.
Questa posizione del governo ha contribuito a creare una vera e propria voragine tra l’esecutivo e quei settori sociali che erano stati protagonisti dell’estallido. Un episodio minore e perfino ridicolo è dimostrativo di questa distanza affettiva e simbolica: nel maggio del 2024, intervistato riguardo alla figura del perro matapacos (“cane ammazzasbirri”), un cane nero che stava in prima linea a tutte le manifestazioni, con un fazzoletto rosso sul collo, e che si è convertito a simbolo contro la repressione durante la rivolta, Boric lo ha qualificato come una figura “offensiva e denigrante”. Questa voragine tra il governo e la piazza si è resa del tutto evidente l’11 settembre 2023, in occasione della manifestazione per i 50 anni dal Colpo di Stato di Pinochet, quando i membri del governo per poter marciare incolumi e senza contestazioni, hanno militarizzato completamente il centro di Santiago, proibendo l’accesso di quasi tutti i manifestanti all’Alameda centrale e riservandolo solo ai militanti dei partiti e delle organizzazioni per i diritti umani.
Sul piano delle riforme che avrebbero dovuto, nelle promesse iniziali del governo, contribuire a superare il modello neoliberale, i risultati effettivi sono stati estremamente limitati. A inizio 2023 il progetto di una riforma tributaria in senso progressivo, una delle principali promesse economiche del governo, è stata bocciata dalla Camera dei Deputati e rapidamente messa da parte. Il principale successo del governo è stata l’approvazione di una riforma del lavoro che permette di introdurre, entro il 2028, la giornata lavorativa settimanale di 40 ore, contro le 45 attuali, ma che non altera in nulla gli (scarsi) diritti e le (precarie) condizioni di lavoro. L’altra riforma andata in porto è stata quella del sistema previdenziale, che non tocca la gestione privata delle pensioni da parte delle AFP ma mira a introdurre alcuni benefici di solidarietà, con attenzione alla compensazione di genere e agli anni di contribuzione. Entrambe le riforme hanno avuto come artefice la ministra del Lavoro Jeannette Jara, del PC, che è poi stata scelta dalle primarie di centro-sinistra come candidata presidenziale, venendo sconfitta da Kast. In controtendenza a questi timidi progressi, tuttavia, il governo ha ratificato a fine 2022 il trattato di libero scambio trans-pacifico TTP-11, dopo che lo stesso Boric lo aveva duramente criticato quando era deputato.
Abbondanti invece sono stati gli scandali che hanno coinvolto l’amministrazione Boric durante il suo mandato e hanno contribuito a logorarne l’immagine. Nel giugno 2023 è stata aperta un’indagine su oltre 50 fondazioni legate a politici di area governativa per una malversazione di fondi pubblici in circa 100 milioni di dollari, mentre un’intercettazione telefonica rivelava il coinvolgimento dello stesso Presidente nel caso. Nel luglio 2023 si è venuti a conoscenza di un furto al Ministero dello Sviluppo Sociale, nel quale i ladri si erano spacciati per il ministro Giorgio Jackson, mano destra di Boric. Lo scandalo è stato enorme e ha portato alle dimissioni del ministro. A gennaio 2024 sono state rivelate una serie di riunioni – che non erano state registrate sulla piattaforma del lobby – avvenute nella casa del politico di destra Pablo Zalaquett, tra i ministri di Lavoro, Ambiente ed Economia con imprenditori delle AFP e dell’industria del salmone. A febbraio 2024 un devastante incendio ha distrutto migliaia di abitazioni nella Regione di Valparaíso e ha causato centinaia di vittime e, sebbene il disastro non sia stato responsabilità dell’amministrazione, a quasi due anni dall’incendio si registra appena circa un 50% di avanzamento in materia abitativa, con oltre 2.500 abitazioni in costruzione o che devono ancora avviare i lavori.
A fine 2024 due veri e propri terremoti hanno colpito il governo, soprattutto sul piano simbolico. Il primo chiamava in causa una delle sue principali bandiere di lotta: il femminismo. Il 17 ottobre, infatti, La Segunda ha pubblicato la notizia secondo cui il sottosegretario dell’Interno, Manuel Monsalve, stava affrontando una denuncia per abuso sessuale. Tanto Carolina Tohá come lo stesso Boric erano venuti a conoscenza della cosa due giorni prima ma non avevano preso provvedimenti, mentre la ministra della Donna, Antonia Orellana, e la portavoce del governo, Camila Vallejo, erano state tenute all’oscuro. Il secondo scandalo chiamava in causa nientemeno che il nome di Salvador Allende. A fine 2024 lo Stato ha deciso di comprare la casa di Allende per farne un museo, ma è scoppiato uno scandalo perché tra i proprietari c’era una ministra (Maya Fernández Allende, nipote dell’ex presidente socialista), cosa vietata dalla Costituzione cilena. Ne sono seguite dimissioni della ministra dei Beni Nazionali, Marcela Sandoval, la perdita del seggio per la senatrice Isabel Allende, figlia di Salvador Allende e coinvolta nell’operazione, e l’audizione dello stesso Boric davanti ai giudici.
In questo contesto di logoramento del governo e con un calo delle mobilitazioni sociali, la crescita dell’estrema destra – già visibile a partire dalla sconfitta del primo plebiscito costituente e dalle elezioni per il secondo progetto di nuova costituzione – si è consolidata, avvalendosi di uno spostamento dell’attenzione mediatica dalle questioni riguardanti il modello economico-sociale a temi come la sicurezza e l’immigrazione. In effetti, l’immigrazione in Cile, che negli anni ‘10 aveva visto un aumento dell’ingresso di haitiani, colombiani e peruviani e che era facilitata da una serie di leggi permissive dello Stato cileno, ha subito un aumento importante a partire dal 2017-8 con il forte flusso di venezuelani in seguito allo scoppio della crisi economica nel paese caraibico. Questo flusso migratorio è aumentato ulteriormente dopo la pandemia, portando a una crisi umanitaria nel 2023 alla frontiera col Perù e a un aumento della percezione di insicurezza nelle principali città cilene, sfruttato ampiamente dalla propaganda dell’estrema destra.
Come ha analizzato Andrés Kogan Valderrama su Avispa Midia, “queste elezioni si sono svolte in un clima politico fortemente orientato verso l’ultradestra, in cui discorsi repressivi in materia di sicurezza — sul modello di Bukele —, la criminalizzazione della migrazione — sul modello di Trump — e l’idea che il settore pubblico sia intrinsecamente corrotto — sul modello di Milei — hanno penetrato profondamente la società cilena; per questo motivo, l’idea di un governo d’emergenza guidato da José Antonio Kast ha attecchito con forza”. I risultati elettorali delle elezioni presidenziali del 2025 sono ben rappresentativi di questo nuovo clima politico: al primo turno del 16 novembre, dietro a Jeannette Jara, candidata di tutto lo schieramento governativo, ma fermatasi al solo 26,8% dei voti, si sono affermati in sequenza Kast con il 23,9, Parisi con il 19,7, Johannes Kaiser (autoproclamato “reazionario” e “paleolibertario”, protagonista nel 2024 di una scissione ancora più a destra del Partito Repubblicano, con fondazione del Partito Nazional Libertario) con il 13,9 e la candidata della destra tradizionale, Evelyn Matthei, col 12,5% dei voti.
Al secondo turno del 14 dicembre, i voti degli ultimi tre si sono spostati predominantemente su Kast, permettendogli una vittoria storica del 58,8%.
2019-25: resilienza neoliberale
Se allontaniamo ora lo sguardo dalla rigida cronologia dei fatti che hanno portato al trasformarsi di un simbolo – la dignità – nel suo contrario – Colonia Dignità, possiamo provare ad elaborare alcune ipotesi sul perché di un contrappasso così clamoroso. Mi limito a considerare tre questioni fondamentali: la resilienza neoliberale dentro e oltre l’estallido cileno, la funzione reazionaria che ha svolto il riformismo del Fronte Ampio e del governo Boric, e la chiusura drammatica dell’orizzonte rivoluzionario nelle pratiche e nei contenuti della rivolta del 2019. Tutti questi elementi, a mio modo di vedere, non sono affatto esclusivi del Cile, ma rappresentano, forse in questo caso in maniera più paradigmatica di altri, lo scenario attuale – lo “spirito del tempo”? – in varie parti del mondo.
In un articolo pubblicato nel 2019 poco dopo la vittoria elettorale di Bolsonaro, un gruppo di militanti brasiliani si chiedeva come era possibile che, cinque anni dopo la rivolta sociale più ampia avvenuta nella storia del Brasile, con rivendicazioni popolari come la riduzione del costo dei trasporti pubblici, la difesa dei territori e una richiesta di miglioramento di istruzione e sanità, chi avesse raccolto politicamente i frutti di questo movimento fosse un outsider di estrema destra nostalgico della dittatura militare. Secondo questi militanti, “Jair Bolsonaro è un nome impreciso, ma potente, perché è stato capace di combinare l’escalation repressiva con la ribellione sociale sprigionata nel 2013”. In questo senso, Bolsonaro – ma possiamo fare qui un parallelismo con Kast – dopo il riflusso della rivolta ha saputo interpretare allo stesso tempo una frustrazione popolare diffusa, che era stata un elemento importante dell’estallido, con una richiesta altrettanto diffusa di ordine, sicurezza e “normalità” che stavano alla base con le esigenze di repressione di quello stesso estallido. In questo senso, Kast è riuscito, fin dal 2019, a porsi come il candidato più intransigente contro la ribellione popolare, ma allo stesso tempo a mantenere il suo profilo radicale, di outsider, che ha saputo catturare, non necessariamente in modo entusiasta ma talvolta come “male minore”, una parte del malcontento sociale che non era stato convinto da una proposta ideologica di sinistra e aveva terminato col frustrarsi in relazione al governo di Gabriel Boric.
Uno degli slogan più comuni apparsi nel periodo dell’estallido è stata l’idea che “Chile despertó” (il Cile si è svegliato). Sarebbe facile dire che il Cile sembra essersi presto riaddormentato. Forse una chiave di questa sonnolenza sta nel profondo radicamento della razionalità neoliberale nella società cilena, un radicamento che, al calore della rivolta del 2019, è stato forse sottovalutato. In un articolo apparso dopo le elezioni, Nelson Alvear relativizza il consenso contro il neoliberismo emerso in Cile in seguito all’estallido sociale. Per lui, fuori dal nucleo duro di movimenti, collettivi e comitati militanti cresciuti nel decennio precedente, dal movimento studentesco dei “pinguini” nel 2006 alla lotta per la gratuità universitaria nel 2011, passando in tempi più recenti alle grandi manifestazioni femministe e del movimento No+AFP, “esiste un altro Cile, ancora più ampio: un Paese che non è stato politicizzato dalle mobilitazioni studentesche né dal discorso antineoliberale, ma che ha creduto sinceramente nel racconto del progresso individuale. Per questi settori, il problema non è il mercato come principio, bensì il suo fallimento pratico: salari insufficienti, servizi pubblici carenti, insicurezza quotidiana. Da qui il sostegno a candidature ‘antisistema’, come quella di Franco Parisi: espressioni diffuse di malessere che non offrono un progetto, ma che segnano una distanza radicale dalla politica tradizionale”. Secondo Alvear, il rifiuto della nuova Costituzione e il successivo spostamento elettorale verso destra “non esprimono un’adesione entusiasta al conservatorismo, bensì una punizione. Un messaggio chiaro: la sinistra non ha saputo parlare a quel Cile maggioritario. Il problema non è stato solo politico, ma anche culturale. Una parte della sinistra ha parlato da una posizione di scomoda superiorità morale, mettendo in discussione aspirazioni materiali elementari — ordine, stabilità, sicurezza — come se fossero valori minori o reazionari”.
La resilienza del neoliberismo ha a che vedere con il carattere di “razionalità” di quest’ultimo, che – come argomenta la teoria foucaultiana – lo rende qualcosa di molto più profondo di una semplice ideologia e di una serie di dogmi e politiche specifiche. La profondità di questa razionalità è stata evidenziata dal libro Realismo capitalista di Mark Fisher, che analizza la percezione diffusa secondo cui il capitalismo non è soltanto il sistema dominante, ma è percepito come l’unico possibile. Per Fisher, il capitalismo si presenta come naturale e inevitabile, producendo, attraverso un complesso sistema di dispositivi di paura, valutazione costante, precarietà, una soggettività individualista che tende a opporsi e a neutralizzare visioni alternative che trattassero di affrontare i problemi sociali e psichici che esso provoca da un punto di vista sistemico e non individuale. Il risultato è che, sebbene il sistema economico – basato in un costante processo de distruzione creatrice – non possa fare a meno di produrre crisi sociali continue, diventa sempre più probabile che queste vengano affrontate con una richiesta di maggior neoliberismo, competitività e merito. In questo contesto, eventi come l’estallido sociale possono sì interrompere per un momento la logica individualista dominante e – nella rottura radicale con l’ordine politico e il feticcio della merce, oltre che nella costituzione di embrioni di forme organizzative collettive – creare prefigurazioni di una possibile società alternativa, ma, senza una capacità di radicarsi e durare nel tempo, oltre il momento esplosivo ed effimero della rivolta, questa logica tende inevitabilmente a riaffermarsi.
Progressismo come reazione
Ma a cosa si deve l’incapacità di questo “altro mondo possibile” apparso nell’estallido di radicarsi, di diventare nuova egemonia? Probabilmente le ragioni sono molte, ma vorrei qui focalizzarmi sulla funzione reazionaria che ha svolto il riformismo sia prima che durante il governo di Gabriel Boric. Opponendosi alla vulgata comune, nel marxismo tradizionale, di un fascismo come strumento della borghesia per stroncare una rivoluzione nascente, l’intellettuale portoghese João Bernardo argomenta che il successo del fascismo si è sempre dato non direttamente “contro”, ma “dopo”, la liquidazione delle forze rivoluzionarie da parte dell’ordine politico esistente, affermandosi come alternativa “antisistema” (una “rivolta nell’ordine”) nel contesto di disillusione e di riflusso generato dal fracasso della rivoluzione.
Se pensiamo alla storia del fascismo – se davvero accettiamo di mobilitare questo opinabile parallelismo per descrivere la piattaforma politica di Kast oggi in Cile – e più recentemente in alcune esperienze dell’estrema destra contemporanea, possiamo rintracciare la successione cronologica proposta da Bernardo. Tanto il fascismo come il nazismo, infatti, sono emersi – in modalità più o meno rapide – nel riflusso del Biennio Rosso del 1919-20, in Italia, e della rivoluzione spartachista e della breve esperienza della Repubblica Sovietica Bavarese, in Germania – in questo secondo caso la repressione era stata oltretutto orchestrata dal governo socialdemocratico di Friedrich Ebert con l’appoggio delle truppe paramilitari freikorps. Più recentemente, sono abbastanza eclatanti il caso, già citato, del Brasile, e quello degli Stati Uniti, dove Trump si è affermato, nel 2016, nel riflusso di un periodo di contestazione sociale inaugurato nel 2011 da Occupy Wall Street e proseguito nel 2014 con il movimento Black Lives Matter. In tutti questi casi, prima dell’ascesa del fascismo, la rivolta sociale era già stata liquidata, sia per l’esaurimento della sua dinamica interna sia per l’azione dell’élite liberale o progressista al potere.
Ritornando all’esempio cileno, è possibile argomentare che l’estallido sociale del 2019 non è stato sconfitto dall’estrema destra di Kast, ma dall’azione del governo di Gabriel Boric – acclamato da molti a torto come un alleato, se non un prodotto diretto, della rivolta sociale – al quale possiamo aggiungere una serie di fallimenti strategici interni e una buona dose di caso e imprevedibilità. Questa funzione “reazionaria” del progressismo cileno si è evidenziata tanto prima dell’arrivo al governo come durante i quattro anni di esercizio del potere esecutivo, come possiamo notare dalla successione degli avvenimenti che ho presentato in questo testo. Prima, il progressismo di Boric e del Fronte Ampio hanno salvato il sistema politico (la caduta imminente del governo Piñera era considerata altamente probabile nel novembre del 2019), ponendo un freno all’articolazione tra riot urbani e sciopero generale e permettendo di incanalare le energie sprigionate nella rivolta dentro un percorso – contorto, logorante e istituzionalmente diretto e limitato – di riforma costituzionale. In questo senso, l’inizio dell’egemonia dell’estrema destra cilena non è iniziato il 14 dicembre 2025, con la vittoria elettorale di Kast, e nemmeno il 4 settembre 2022, con la sconfitta del plebiscito costituzionale, ma il 15 novembre del 2019, quando Boric, pezzi del FA, partiti dell’ex Concertazione e governo Piñera hanno firmato l’Accordo per la Pace e la Nuova Costituzione. Come argomenta Teles, con il processo costituente e elettorale, il conflitto è stato tolto dal terreno in cui produceva effetti immediati – la piazza – e trasferito in spazi dove tutto deve essere convertito in linguaggio giuridico, calendario politico e negoziazione permanente.
Durante il suo periodo di governo, invece, Boric ha posto le condizioni per il ritorno dell’estrema destra. Realizzando riforme di facciata che invece di attaccare il modello economico lo hanno modernizzato; difendendo le istituzioni cilene in crisi di legittimità, in primis l’esercito e l’arma dei Carabineros; cooptando una parte dei movimenti sociali e reprimendo con forza i settori non allineati, militarizzando l’Araucanía contro l’insorgenza mapuche e garantendo una nuova cornice legale per la messa in sicurezza delle infrastrutture strategiche; e mostrando costantemente, attraverso una serie di scandali senza fine, il profondo livello di corruzione e complicità con la classe imprenditoriale della nuova generazione progressista al governo. Secondo Teles, l’esperienza cilena lascia una lezione scomoda: “il progressismo non è una tappa intermedia verso la rottura. È, molto spesso, il meccanismo che impedisce alla rottura di avanzare. Governare una crisi strutturale senza affrontarla significa stabilizzarla a favore dell’ordine esistente”.
Rivolte senza rivoluzioni
Se il progressismo ha rappresentato un argine fondamentale all’estallido sociale, se è stato possibile muovere le energie della piazza su un percorso controllato e logorante come il processo costituente, fino a cooptare molte assemblee territoriali per più facilmente reprimere i settori più radicali, non significa però che la rivolta espressa nel 2019 non avesse limiti propri che le impedirono di superare queste barriere: di farsi cooptare, isolare, reprimere, e in ultima istanza di lasciare incanalare la rabbia sociale verso proposte populiste e di destra.
Se accettiamo l’idea che le rivolte tendano a proliferare nel capitalismo globale a partire da cicli, influenzandosi l’una con l’altra nelle pratiche, nei simboli e negli obiettivi, è facile inquadrare l’estallido sociale cileno in un secondo ciclo di tumulti globali seguito alla grande crisi del 2008. Dopo una prima fase di insurrezioni e proliferazioni di lotte anti-austerity, che ha visto il rapido susseguirsi, nel 2011, di primavere arabe, indignados spagnoli, Occupy Wall Street, insorgenze sociali in Grecia e poi, nel 2013, in Turchia e Brasile, un nuovo ciclo sembra essersi aperto nel 2018 con il movimento dei gilet gialli in Francia, l’insurrezione in Sudan e quella per l’indipendenza di Hong Kong, per spostare l’anno dopo il suo epicentro in America Latina con le rivolte in Equador, Colombia e, appunto, Cile. A questo elenco potremmo aggiungere una serie di altri casi, oltre a considerare che, nel 2025, con la cosiddetta Generazione Z, già si parla di un nuovo ciclo di rivolte.
In un articolo recente, Adrian Wohllben ha sostenuto che ciò che più caratterizza la nostra epoca è che si tratta di un periodo ricco di tumulti e insurrezioni globali che sono stati incapaci di individuare una bussola strategica che conduca alla rivoluzione. In un contesto di crisi strutturale del capitalismo neoliberista, in cui la violenza e le relazioni di forza sostituiscono sempre più la crescita economica come motore principale delle dinamiche globali, le rivolte contemporanee, sebbene diffuse e talvolta spettacolari, hanno anche generato nuove forme di auto-organizzazione e autonomia, ma sono rimaste incomplete, fermandosi spesso alla semplice denuncia della corruzione o dell’austerità, senza affrontare la struttura del capitalismo stesso, e finendo per lasciare spazio a un ritorno negoziato allo status quo. Di fatto, non è difficile immaginare che, se queste rivolte si fossero verificate – con lo stesso grado di partecipazione, violenza e capacità di bloccare i flussi produttivi – in un’epoca anteriore agli anni ‘70, o per lo meno al 1989, sarebbero probabilmente sfociate in rivoluzioni politiche.
Forse per la potenza simbolica di essere il laboratorio globale delle politiche neoliberali, il Cile ha entusiasmato molti a fine 2019 sulla possibilità che potesse essere anche il paese capace di reinventare una cammino per la rivoluzione. Probabilmente, il blocco del pensiero strategico rivoluzionario si è rivelato invece un’altra faccia della resilienza del neoliberismo, quella sindrome di realismo capitalista che ci rende più facile, come diceva Mark Fisher, pensare alla fine del mondo che alla fine del capitalismo. D’altronde, non è sorprendente constatare che l’ampio movimento anarchico e radicale cileno – cresciuto nel proletariato giovanile durante i trent’anni di frustrazione con i governi post-democratizzazione – manifesti una pratica politica fortemente nichilista ed estetica, riassumibile nel concetto, proposto dal collettivo Vitrina Dystopica, di “soggettività ACAB (All Cops Are Bastards)”. Un movimento che ha prodotto un’enorme capacità di rottura del consenso, ma anche un impasse strategico quando è stato chiamato a dare una risposta all’altezza della strategia controrivoluzionaria. Un esempio di ciò è stata la totale incapacità di quei settori che erano contrari all’Accordo del 15 novembre del 2019 di proporre un percorso di lotta serio che fosse alternativo al processo costituente in atto. Il Cile che nei primi anni ‘70 era stato preso a modello di esperimento rivoluzionario di tipo nuovo – slegato dal modello di dittatura del proletariato e totalitarismo burocratico tipico dei socialismi reali, e al tempo stesso spinto da esperimenti innovativi di potere popolare dal basso – rappresenta oggi in modo esemplare il cortocircuito storico di un capitalismo sempre più distruttivo, che alterna progressismi sempre più limitati e fascismi sempre più audaci, e un’incapacità costante di trasformare la rivolta in rivoluzione.
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