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Autore, ancora tu – ma non dovevamo vederci più?
“Nella parte del mondo in cui sono nato Quasi tutti i romanzi hanno un protagonista che somiglia all’autore E non credo sia un caso” I cani, Nella parte del mondo in cui sono nato (42 Records, 2025)   “I am a man that’s made of meat You’re on the internet looking at feet I hate almost everything that I see And I just wanna disappear” Viagra Boys, Man Made of Meat (Shrimptech Enterprises, 2025)   L’Intelligenza artificiale (IA) deborda nelle nostre vite: ci ritroviamo sia riflessi negli specchi neri dei nostri dispositivi riconoscendoci, nostro malgrado, come esistenze algoritmiche, sia angosciati dall’evanescenza, in noi, delle tracce di umano per come l’avevamo conosciuto. Certo, c’è tanto altro che da tempo ormai dissolve la nostra umanità come il ritorno della violenza e della guerra come supplemento regolativo di un’esistenza che, al tempo del capitalismo neoliberista fondato sull’estrazione di valore dalla vita biologica stessa, trova il suo compimento nel dominio della necropolitica e della paura da essa indotta. Anche il rapporto tra scrittura (soprattutto creativa) e IA è motivo di crescente angoscia nel dibattito intellettuale internazionale con riferimento alle possibili conseguenze, oltre che per i processi di scrittura stessa, anche per la qualità delle storie, le conseguenze sul pubblico e sui processi di ricezione, gli imprevedibili e preoccupanti sviluppi del lavoro, del mercato e delle politiche editoriali. Ciò che spesso traspare è, però, in verità, un’angoscia più profonda, quasi esistenziale: ovvero una nuova modulazione del rapporto essere umano-macchina, nelle sue articolazioni dicotomiche classiche naturale/artificiale, organico/inorganico, corporeo/incorporeo ma travalicate dalla paura di un tramonto dell’elemento umano nelle narrazioni. Questione che, come si proverà a ragionare, trova nella figura e nella funzione dell’“autore” – per quanto negata o risemantizzata – e delle tracce di esperienze e memorie umane una malcelata forma di nostalgia che impedisce forse di prendere di petto le radicali trasformazioni tecnologiche in atto ormai da decenni nel rapporto tra gli esseri umani e le cosiddette “macchine intelligenti”. TRA APOCALITTICI E INTEGRATI, CON L’AUTORE IN CONTROLUCE Il 26 dicembre 2025 (con un’Appendice pubblicata il 27), su Giap, il blog del collettivo dei Wu Ming, Wu Ming 1 ha pubblicato delle Note su letteratura e intelligenza artificiale (e sui corpi, a partire da recenti polemiche) nelle quali metteva a tema tantissime questioni, anche di una certa rilevanza etica, tutte legate al fare letteratura al tempo dell’IA e della possibilità che tale tecnologia possa far tramontare il senso stesso dello scrivere storie. In particolare, Wu Ming 1 riflette sull’esperimento (di cui ha recentemente parlato Vauhini Vara nel suo What If Readers Like A.I.-Generated Fiction? sul New Yorker ) condotto dall’informatico Tuhin Chakrabarty che ha addestrato un modello GPT-4o di IA con testi di autori noti (tra i quali la vincitrice del Premio Nobel Han Kang, portatrice secondo Chakrabarty di uno specifico letterario molto individuale e corporeo) in modo da far generare alla macchina nuovi testi nello stile degli autori stessi. Infine, i testi sottoposti ad un pubblico di lettori sarebbero non soltanto risultati perfettamente in linea con un presunto stile di quegli autori ma sarebbero stati spesso preferiti a quelli degli originali (nozione, quest’ultima dell’originalità, anch’essa del tutto discutibile come vedremo, soprattutto all’altezza di questi nostri tempi). Di questo esperimento Wu Ming 1 critica gli esiti, soprattutto un certo entusiasmo all’idea secondo la quale, in effetti, la macchina sarebbe stata in grado di riscrivere in maniera emotivamente “potente” e “commovente” un passaggio alla maniera di Han Kang e che invece, secondo Wu Ming 1 rivelerebbe (pur senza addurre motivazioni del tutto convincenti) “proprio l’incorporeità e inumanità dell’IA” avendo prodotto (e non generato, come insiste, perché non ha un grembo e dunque non genera) “un’imitazione così gelida, che andrebbe considerata un vero e proprio lapsus dell’IA”. E tuttavia, da queste sentite Note del nostro si ricava l’impressione che il vuoto che si prova a riempire sia proprio quello dell’autore, di una sua presenza riconoscibile, di una sua cifra, che brilla in controluce dietro ciò che Wu Ming 1 chiama “Evidenze di umanità” o “manifestazioni di resistenza del vivente” o, ancora, “corporeità”. Nel 1966, in un articolo pubblicato sulla Quinzaine Littéraire a proposito del rapporto tra la biografia di Marcel Proust e la sua opera, Roland Barthes scriveva: > “Siamo soliti credere che la vita di uno scrittore debba informarci sulla sua > opera; vogliamo ritrovare una sorta di causalità tra le avventure vissute e > gli episodi narrati, come se le prime producessero i secondi, pensiamo che il > lavoro del biografo autentifichi l’opera, la quale ci appare più “vera” se si > dimostra che è stata effettivamente vissuta, talmente forte è il nostro > pregiudizio che l’arte sia in fondo illusione e che sia necessario, > ogniqualvolta è possibile, condirla con un po’ di realtà, un po’ di > contingenza.” L’impressione, dunque, è che quel “po’ di contingenza” di cui scriveva Barthes sia esattamente il deposito di ciò che per Wu Ming 1 sono la corporeità e le “memorie dei corpi”. RITORNO AL FUTURO. MA IMPORTA CHI PARLA? Come spesso mi capita di dire, sono un relitto del Novecento: un maschio (abbastanza) bianco, etero, cisgender, di mezza età e con legami indissolubili con feticci novecenteschi quali il post-strutturalismo francese, la musica indie anglo-americana degli anni Novanta, il crollo del muro di Berlino e le riviste cartacee, per dirne solo alcune, pur se il mio rapporto con tutti questi oggetti culturali non è affatto acritico o lineare. Del resto, non ho mai guardato in maniera apocalittica ad alcuni grandi cambiamenti sopravvenuti nell’ultimo venticinquennio quali le piattaforme di streaming, i social media come catalizzatore (ma forse accentratore) di tutti gli altri media della comunicazione né tanto meno sono stato mai spaventato dai ragazzini che fanno i compiti con ChatGpt, signora mia (insegno Lingua e Cultura Inglese in una provincia deindustrializzata del Sudest italiano). Posizionamento doveroso questo, non soltanto perché, come vedremo, questi elementi autobiografici sono solo alcune delle tracce di questo testo che state leggendo (come qualsiasi altro) ma perché il dibattito partito dall’intervento di Wu Ming 1 mi ha subito catapultato al quadriennio 1966-69. In quel giro di anni Barthes scrisse un testo seminale e tuttora, per certi aspetti, insuperato: non tanto per gli esiti teorici, che nel corso del tempo sono stati dibattuti e confutati, quanto per le questioni che poneva – e che ancora ci interrogano – a proposito del rapporto tra autorialità e scrittura letteraria: La morte dell’autore (1967). Nelle prime pagine del saggio, il semiologo francese indugiava nel paragonare l’autore ad un potere vasto e oppressivo, ad una cultura individualista, proprietaria ed egocentrica e fortemente interiorizzante contro la potenza spersonalizzante e proliferante del linguaggio. Per Barthes anche nella scrittura – come nei più generali paradigmi filosofici – dio è morto, poiché, scriveva, oggi “un testo non consiste in una serie di parole esprimenti un significato unico, in un certo senso teologico (che sarebbe il messaggio dell’Autore-Dio)”. E, dunque, scrivere non equivarrebbe sostanzialmente al gesto modernissimo di mixare e remixare ovvero, in fondo, non equivarrebbe a quello che sempre di più ci permettono le macchine intelligenti? Si tratta del gesto della ri-scrittura più che della scrittura, un gesto di appropriazione e risignificazione. Nulla sarebbe davvero originale, ma tutto sarebbe sempre nuovo. L’Autore-Dio, che è anteriore al testo e da esso distaccato, è ora da considerarsi una figura immanente al testo, da esso inestricabile e indistinguibile, compromesso. Scrive Barthes che la verità della scrittura è che > “lo scrittore può soltanto imitare un gesto sempre anteriore, mai originale, > il suo solo potere consiste nel mescolare le scritture, nel contrapporle l’una > all’altra in modo da non appoggiarsi mai ad una in particolare; se anche > volesse esprimersi, dovrebbe almeno sapere che la “casa” interiore che > pretende di “tradurre” non è a sua volta nient’altro che un dizionario > preconfezionato, le cui parole possono essere spiegate solo attraverso altre > parole, e così all’infinito.” Morta insieme all’autore la decifrazione del testo e la sua spiegazione, diventa necessario piuttosto “districare”, scorrere lungo la trama, attraversare l’interpretazione invece che sprofondarci. È noto: il post-strutturalismo francese prediligeva le superfici alle profondità e, in questo, la sua grande lezione antiautoritaria resta viva (non è forse “autore” radice di “autoritario”?): nessuna origine, nessuna gerarchia, ma processi, genealogie e divenire. Infatti, nella stessa stagione culturale, esattamente nel 1969, un intervento di Michel Foucault sintomaticamente intitolato Che cos’è un autore? nasceva per rispondere alle critiche ricevute per il suo modo di citare scrittori, filosofi e naturalisti con una disinvoltura considerata incurante della Storia e della generale complessità di quegli autori nel suo celeberrimo Le parole e le cose (1966). Come annotato da Cesare Milanese – traduttore e curatore degli Scritti letterari nei quali il testo di Foucault era stato antologizzato per Feltrinelli nel 1971 –, questo intervento era nato originariamente come una conferenza al Collège de France sul tema “Che importa chi parla?”. Esso partiva esattamente da dove finiva lo scritto di Barthes: “Nella scrittura”, sosteneva, “il pericolo non sta nella manifestazione del gesto di scrivere; non si tratta di incastrare un soggetto in un linguaggio, si tratta dell’apertura di uno spazio in cui il soggetto scrivente non cessa di sparire”. A conferma, se mai ce ne fosse bisogno, dell’idea secondo la quale una sorta di linguaggio intransitivo e impersonale produce una scrittura nuova e, nell’atto stesso di questa morte che non smette di accadere, l’autore diventa un elemento più o meno evanescente, più o meno rilevante del testo. Laddove Barthes affermava e stabiliva in maniera assertiva, Foucault indugiava sulle emersioni o emergenze di ciò che chiama “funzione-autore”: le sue lacune, il suo continuo ritornare o essere rievocato come soggetto fondativo/fondatore di discorsi e del loro ordine. Questa funzione assume su di sé le caratteristiche di “proprietà”, di non “uniformità” (si accetta l’anonimato nei testi letterari, ma non in quelli scientifici), di “attivazione” ovvero di un individuo che stabilisce l’unità di scrittura (del corpus di un’opera, per esempio) e di “centro di espressione” (anche di un corpus di testi non unitario fatto di lettere e frammenti). In ogni caso, ciò che per entrambi i pensatori sembra essenziale, alla fine degli anni Sessanta, è mettere in questione la figura di un soggetto fondatore, originario, autoritario. Viene dunque da chiedersi: cos’è questo bisogno di ritornare all’autore? Questa angoscia da lacuna, questa assenza, questo vuoto? Questo che Wu Ming 1 stesso, criticando l’articolo del New Yorker, definisce “eroe di un suprematismo dentro il suprematismo… La sua sacra ispirazione che l’IA dissacra… Le sue res gestae così importanti…”? Non è certo Wu Ming 1 sospettabile di essere un intellettuale sintonizzato con lo spirito di un tempo, il nostro, affamato di rassicuranti certezze autor(e)itarie che ci prendano paternalisticamente per mano attraverso una crisi oscura nella quale il futuro scompare e, per citare alcuni versi dalla silloge recentemente tradotta da Massimo Bacigalupo Vita nova (1999) di Louise Glück [], “Io  non avevo nulla con cui costruire. / Era inverno: non riuscivo a immaginare niente tranne il passato. / Anzi non riuscivo a immaginare nemmeno il passato”. Certo, non si può tacere un aspetto: per Barthes e per Foucault l’autore era sempre al maschile, era sempre europeo, era sempre bianco: i riferimenti restano quelli di un canone, quello sì, autoritario e suprematista. Il femminismo prima e le teorie queer poi, gli studi culturali e quelli postcoloniali hanno chiarito che il posizionamento di chi produce enunciati e fonda discorsi, siano essi letterari, filosofici o scientifici, è essenziale alla costruzione o alla decostruzione delle relazioni storiche e di potere, di classe, di razza e di genere sessuale di un testo; e tuttavia, quel posizionamento non è un luogo univoco, isolabile e accentratore da cui promanano discorsi o narrazioni, è semmai un nodo conflittuale, un crocevia di tensioni ed una traccia delle relazioni testuali in presenza di altre tracce e che in nulla possono univocamente discendere alla biografia dell’“autore” o dell’“autrice”. È utile qui ricordare che Wu Ming – letteralmente, dal cinese “senza nome” e “anonimo” – è il nome di un collettivo di scrittori: una molteplicità di contributi singolari non riconducibili ad un soggetto che, fra le tante imprese letterarie, annovera Manituana (2007), romanzo sulle vicende di una nazione di nativi nordamericani a ridosso della Guerra di indipendenza americana o, a firma di Wu Ming 2 e Antar Mohamed, Timira. Romanzo meticcio (2012), ovvero la vicenda mirabolante e rivoluzionaria di Isabella Marincola, sorella del partigiano nero somalo-italiano Giorgio Marincola, una storia di violenza, transculturazioni e resistenze (post)coloniali tra Italia e Africa Orientale. E L’IA RESUSCITÒ L’UMANO: L’AUTORE COME ARCHITETTO E l’IA, allora? Per ricucire almeno provvisoriamente la Storia e le storie fin qui tracciate in trame piuttosto disordinate vale la pena richiamare il saggio di Luciano Floridi Distant Writing: Literary Production in the Age of Artificial Intelligence (2025), secondo il quale il cadavere dell’autore può ora risorgere, riconfigurato in un “meta-autore”, portatore di forme di autorialità mista, né interamente umane né artificiali. La qualità determinante di questo autore non è la proprietà di un testo, né la sua funzione di attribuzione di un corpus di testi e nemmeno il centro di espressione (come descritto da Foucault), bensì è la “responsabilità” di testualità di cui è “architetto”, ma, non tecnicamente, produttore. Davanti alle macchine basate su Large Language Model (LLM – Modello linguistico di grandi dimensioni) – come tutte le chatbot e le IA – lo scrittore è colui che “pratica l’arte di creare prompt” per “generare esiti narrativi desiderati”. La scrittura diviene wrAIting – con un brillante neologismo che unisce scrittura e IA – e segna il passaggio da una “logica della composizione” ad una “logica del progetto e dei bisogni”. Per Floridi questa modalità creativa di progettare un prodotto artistico appartiene da sempre a campi quali l’architettura, il design industriale, la musica e la pittura (si pensi alle botteghe rinascimentali dove i grandi maestri passati poi alla Storia dell’arte davano spesso l’avvio ad opere materialmente realizzate da altri): con una focalizzazione su processo e risultato più che sul soggetto creatore. Del resto, se ci immaginiamo come parte integrante di reti linguistiche (stricto e lato sensu), come elementi essenziali di discorsi altrui, come soggetti parlati oltre che parlanti, inestricabilmente implicati in una trama di rimandi e citazioni, verrebbe facile pensare che la scrittura tramite IA altro non è che un poderoso potenziamento di questo nostro – cioè di noi animali linguistici – divenire produttori e prodotti di linguaggio. E tuttavia questo potenziamento di cui oggi centinaia di milioni di persone fanno uso, anche per la scrittura di storie, è negato perché sottoposto a stigma. Scrive Francesco D’Isa: > “lo stigma legato all’uso di questi nuovi strumenti, quasi si trattasse di un > tradimento della Sacra Creatività Dell’Anima Umana – sempre nella sua lettura > romantica: l’opera è emanazione di un soggetto sovrano, che crea da zero con > totale padronanza e originalità. Se l’autore ammette di aver delegato una > parte del processo a un algoritmo, la creazione perde aura, viene retrocessa a > prodotto di scarto (slop) e l’autore bollato come un crumiro dei bot.” Se sospendessimo per un attimo questa postura romantica – “già messa in questione dalle teorie postmoderne dell’intertestualità”, come nota Floridi – secondo la quale la letteratura – che nel 1977 Barthes definiva “lingua ben fatta” – sarebbe il frutto di un genio singolare e originale avremmo davanti a noi il processo di scrittura, o sarebbe forse meglio ancora una volta ribadire di ri-scrittura, manipolazione e rimaneggiamento di materia linguistica finita e preesistente che aspira ad un’infinita ricombinazione, “riappropriazione intertestuale” e “riuso”, nelle parole di Floridi. PER FINIRE, RICOMINCIARE: LA SCRITTURA E IL CORPO AL TEMPO DELLE TECNOLOGIE DEFINITIVAMENTE INCARNATE Scrive ancora Wu Ming 1: > “Se alla letteratura chiediamo evidenze di umanità, cioè tracce del fatto che > è scritta col corpo, con l’interazione dei corpi, con le memorie dei corpi; se > le chiediamo la festa dei neuroni specchio, che si attivano quando vediamo – > o, leggendo, immaginiamo – altri umani compiere azioni in cui possiamo > immedesimarci; se le chiediamo congiunzioni invece che connessioni; se le > chiediamo di riempire di ulteriore senso i luoghi, che non sono meri spazi e > men che meno spazi virtuali… > > Se è ancora questo che chiediamo, è probabile che quella letteratura > continuerà a darcela gente che ha un corpo e vive, come noi.” Ma cos’è questo “corpo” e cosa sono queste “memorie” e queste “congiunzioni”, oggi? Ancora un passo indietro. Nel 2004, in un testo pionieristico all’alba della nascita del primo social network (Facebook) e, subito prima, di piattaforme di blog (forse nate già obsolete) come Splinder e Myspace, Francesca De Ruggieri pose la questione del rapporto tra corpo umano e nuove tecnologie in termini linguistici e semiotici parlando di Tecnologie incarnate (Meltemi). A partire da lì, oggi possiamo dire che siamo corpi scritti e scriventi, incisi nella nostra carne da protesi comunicanti con l’esterno che elaborano e consegnano dati in ogni istante, registriamo e siamo continuamente registrati con e dalle nostre estensioni sensibili (smartphone, smart glasses) con le quali inquadriamo senza sosta la nostra esperienza di vita attraverso scritture verbali e non verbali lanciate con miliardi di altre ogni secondo. Siamo, insomma, soggetti a e di proliferazioni narrative e punti di vista a compartecipazione collettiva variabile. Qual è, dunque, esattamente il ruolo della scrittura in questo esatto contesto dinanzi alle potenzialità offerte dall’IA? Di certo appare improbabile poter dire che nell’architettura di prompt per le cosiddette IA generative siano assenti i nostri corpi, le nostre memorie, il nostro essere umani. Il nostro stesso passaggio nel mondo segna ed è segnato da tracce che compongono storie con punti di vista prismaticamente frammentari: forse siamo noi stessi schegge di oggetti riflettenti, sparsi su un cammino costantemente geolocalizzato su un Pianeta avvolto, centimetro per centimetro, da controlli satellitari, reti e connessioni neurali. Da questa condizione sarebbe forse il caso di partire per raccontarci senza infingimenti come narratori – talvolta involontari – e architetti – talvolta nostro malgrado – di narrazioni polverizzate. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti essenziali * BARTHES (1966), Le vite parallele, in Cos’è uno scandalo? Scritti inediti 1933-1980. Testi su se stesso, l’arte, la scrittura e la società, L’orma editore. * BARTHES (1967), La morte dell’autore, in Il brusio della Lingua. Saggi critici IV, Einaudi. * BARTHES (1977), Frammenti per H., in Cos’è uno scandalo? Scritti inediti 1933-1980. Testi su se stesso, l’arte, la scrittura e la società, L’orma editore. * DE RUGGIERI (2004), Tecnologie incarnate, Meltemi editore. * D’ISA (2025), All’ombra degli algoritmi in fiore. * FLORIDI (2025), Distant Writing: Literary Production in the Age of Artificial Intelligence. * FOUCAULT (1969), Che cos’è un autore?, in Scritti letterari, Feltrinelli. * WU MING 1 (2025), Note su letteratura e intelligenza artificiale (e sui corpi, a partire da recenti polemiche) -------------------------------------------------------------------------------- Per la stesura sono grato, a ciascuno per ragioni diverse e tutte rilevanti, a Fabio Malganini, Vincenzo Salvatore, Claudio Maringelli e Luciano Floridi – ma senza che a nessuno di loro debbano e possano in alcun modo essere imputate le fallacie qui contenute.   L'articolo Autore, ancora tu – ma non dovevamo vederci più? proviene da Pulp Magazine.
Morte delle città, morte dei santuari. Rileggere Mike Davis
A tre anni dalla morte, l’opera di Mike Davis continua ad essere ripubblicata e ritradotta in italiano, con la nuova edizione di Città morte (DeriveApprodi, 2025) del 2003 che si aggiunge alla ristampa di Città di quarzo (manifestolibri, 2023) del 1990 in quella che – più che una sorta di Davis revival a carattere memorialistico, a vent’anni circa dalle prime traduzioni italiane e dal conseguente dibattito – è la conferma di un’opera e, soprattutto, di un lavoro e di un metodo ancora di enorme rilevanza. Lavoro e metodo che transitano per la sociologia urbana senza farsene ingabbiare, così come concentrano l’attenzione su Los Angeles e, in misura minore, su Las Vegas e altri luoghi, senza limitarsi alle peculiarità più idiosincratiche di questi contesti urbani. Questa pluralità di interessi si riflette con evidenza anche in Città morte, terzo capitolo di una trilogia che comprende anche Città di quarzo (1990) e Ecology of Fear: Los Angeles and the Imagination of Disaster (1998) – come avvisa anche Rebecca Solnit nel suo breve e prestigioso contributo, che si associa alle puntuali osservazioni del sociologo Giovanni Semi nell’introdurre il pubblico italiano a un’edizione in questo caso integrale del volume, che colma le lacune della precedente selezione antologica uscita per Feltrinelli nel 2004. Rispetto ai volumi precedenti, Città morte – forte anche della scrittura di Olocausti tardovittoriani (2001) – si presenta come sintesi provvisoria, perlomeno dal punto di vista tematico: attraverso il prisma di Los Angeles e di altre città, infatti, si possono osservare le devastazioni ambientali – oggi note come “crisi climatica” e dibattute nel contesto di una categoria, “Antropocene”, che all’epoca muoveva i primi, deboli passi – che si aggiungono alle tensioni sociali nel definire la crisi e, soprattutto, il grande livello di «pericolo» raggiunto nel periodo della prima globalizzazione post-guerra fredda dalla metropoli capitalista che «domina invece di cooperare con la natura» (p. 24). In questo senso, il primo (e più evidente, anche perché più superficiale) avversario dialettico individuato da Mike Davis è l’ecofascismo, rappresentato ad esempio da un libro come Ecocide in the USSR. Health and Nature Under Siege (1992) di Murray Fesbach e Alfred Friendly Jr., dove si afferma che «la potenza, non [il] fallimento, delle ambizioni utopistiche» sovietiche ha prodotto un immane “ecocidio”. «È chiaro che Fesbach e Friendly non sono mai stati nel Nevada o nello Utah occidentale» (p. 51) scrive Davis, con immediato ribaltamento prospettico, passando così ad analizzare la devastazione ambientale prodotta da una lunga storia di test nucleari nella cosiddetta “Marlboro Country”. Tuttavia, si è di fronte a forme di ecofascismo, magari più subdole, anche nel dibattito sulla pianificazione urbana nelle città e nei deserti della California: «messi all’angolo, gli ambientalisti potrebbero perdersi nel vicolo cieco malthusiano del controllo alle frontiere alleandosi ai gruppi sciovinisti che vorrebbero deportare gli immigrati latini lavoratori» (p. 120), preconizza Davis, anticipando il possibile movimento più generale, attivo anche e soprattutto oggi, con cui varie politiche xenofobe e razziste fanno uso del cosiddetto green washing. Tuttavia, il vero avversario di Davis non può che essere il turbocapitalismo post-reaganiano, affrontato con rigore scientifico e insieme piglio anti-accademico, ovvero, per usare una semplificazione, con lo sguardo dell’uomo della strada. In effetti, dopo il primo, e variamente criticato, tentativo in Prisoners of the American Dream. Politics and Economy in the History of the U.S. Working Class (1986), Davis ha rinunciato al grande affresco analitico per farsi guidare da un’esperienza sul terreno consolidata in anni di lavoro come camionista, spesso affrontato in alternanza o in congiunzione al precariato universitario. Più sottile e convincente è la rete di analisi sociologiche puntuali che si crea, anche in Città morte, cogliendo nei risvolti della vita urbana i motivi delle grandi trasformazioni socioeconomiche. Uno dei capitoli del libro più interessanti, in questo senso, sembra essere “Il gioco infinito”, sull’espansione di Los Angeles Downtown quale «strategia faraonica e socialmente irresponsabile della riqualificazione» (p. 194) sospinta dal capitale privato verso esiti censurabili dal punto di vista sia economico che ambientale: per quanto il saggio in questione si chiuda sulle note, forse più concrete ma anche più triviale, dei correlati problemi di viabilità («Ancora più inquietante è lo spettro del superingorgo che paralizza Downtown e gran parte della contea di Los Angeles», p. 193), non si può non sottolineare il fatto che questo saggio è datato 1990 e quindi chiedersi, come fa Massimo Ilardi in chiusura del suo recente contributo su Doppiozero: «Polarizzazione sociale, tensioni razziali, criminalizzazione delle persone di colore, un corpo di polizia brutale, una sistematica operazione di privatizzazione degli spazi pubblici, proliferazione di enclave suburbane fortificate con prati infestati da segnali che minacciano ritorsioni armate e soprattutto un paradiso di merci protette solo da fragili vetrine e di conseguenza una domanda di libertà che non vuole impedimenti. Che altro ci voleva per far esplodere la grande rivolta di L.A. del 1992?». Il conflitto sociale e la possibilità della rivolta – che si legheranno, come si ricorderà, al caso delle riprese video del pestaggio di Rodney King da parte di alcuni agenti del Los Angeles Police Department – sono in effetti moventi fondamentali per l’approccio di Davis – d’altra parte nato a Fontana, in California, nel 1946, nello stesso luogo in cui di lì a poco sarebbe nata la banda motociclistica degli Hell’s Angels. In effetti, alcuni saggi inclusi in Città morte presentano un ritorno al rapporto, talora venato di romanticismo e, in ultima istanza, parzialmente ambiguo, di Davis con le gang di strada di Los Angeles: il suo avvicinamento alla ventennale faida tra i Crips e i Bloods – immortalata in Colors (1988) di Dennis Hopper o anche in Boyz n the Hood (1991) di John Singleton – nell’area di South Central LA diventa un coinvolgimento in prima persona, tramite i rapporti di amicizia dell’autore con uno dei leader dei Crips, Dewayne Holmes. Ciò non impedisce a Davis di individuare, in un primo momento, un certo orientamento “reaganiano” degli appartenenti a queste gang – immediatamente visibile nella tendenza iper-individualistica all’arricchimento, per sé e per la propria cerchia – per poi arrivare invece a sottolineare le circostanze sociali e politiche della rivalità di strada, sottraendola così a quei dibattiti tanto moralistici quanto securitari che finiscono per sostenere ideologicamente la repressione poliziesca. Se quest’ultimo versante del lavoro di Davis resta oggi di grandissima attualità nel dibattito sulle “baby gang” e sui “maranza” – sul quale, peraltro, DeriveApprodi e Machinalibro stanno svolgendo ormai da qualche anno un necessario lavoro di approfondimento – Davis registra anche il riassetto capitalista posteriore all’esplosione del conflitto sociale. Si tratta di una riconfigurazione in primo luogo urbanistica – come nella secessione “borghese” della San Fernando Valley dall’orbita di Los Angeles – e anche architettonica – rinviando, ad esempio, alle critiche capillari, in Città di quarzo, alla cosiddetta “architettura ostile” propria delle gated communities californiane, ma anche dei faraonici progetti losangelini dell’archi-star Frank O. Gehry, recentemente scomparso – che poi si diffonde in tutti gli ambiti della socialià. Se questo processo di trasformazione – inteso qui, superficialmente, come ciclo di azione-reazione – è oggi ancora in fieri, è pur vero che gli ultimi decenni non ci mettono a confronto soltanto con le ribellioni delle comunità urbane, ma anche con quelle di un ambiente devastato dalla crisi climatica. Nella scia di Olocausti vittoriani – già basato sulle prime, imponenti manifestazioni del fenomeno del Niño – anche Città morte è attraversato da una vena neo-catastrofista che, nonostante la scrittura dei saggi si collochi generalmente nell’ultimo decennio del Novecento, evita ogni millenarismo e anzi anticipa quel dibattito sull’Antropocene e la sua fine che dominerà all’inizio del ventunesimo secolo. Con l’eccezione di alcuni affondi discutibili – uno dei quali prevede, ad esempio, che la catastrofe sia heimlich a Napoli, sotto l’ombra del Vesuvio, e unheimlich a Los Angeles (p. 24), che pure è collocata sulla faglia di San Andrea, vivendo quindi nel rischio del big one, ossia di un terremoto di proporzioni immani – l’attenzione di Davis per gli sviluppi nelle scienze naturali e insieme della storia umana è certamente alta, come sottolinea anche Rebecca Solnit nella sua prefazione. Gli esiti sono spesso illuminanti, come nella definizione del deficit pubblico cittadino, per un autore altresì attento all’ecocidio della Marlboro Country, come “vero ordigno nucleare” sganciato contro i settori pubblici dell’istruzione e in generale del welfare pubblico, e dunque contro le classi sociali più povere. Tale è l’approccio materialista di Davis, che non risparmia stoccate alla filosofia postmoderna – identificata ad esempio, e non senza qualche semplificazione, nel decostruzionismo (come accade nell’ultima, emblematica frase di Città morte: «Non abbiamo bisogno di Derrida per sapere da che parte soffia il vento o perché il ghiaccio sta scomparendo=» – ma non si allea neppure con la critica marxista del postmodernismo avviata nella seconda metà degli anni Ottanta da Fredric Jameson e poi manifestata con chiarezza in un libro quasi coevo di Città di quarzo, come Postmodernismo o la logica culturale del tardo capitalismo (1991). Peraltro, nelle note di quest’ultimo libro, si ritrovano le visibili tracce dell’annosa polemica tra i due studiosi, con una sorta di scherno, da parte di Jameson, della militanza à la Davis: il pomo della discordia era stato, ancora una volta, la rappresentazione di una città proteiforme, ma sicuramente al centro delle tensioni culturali e politiche della postmodernità, come Los Angeles. Del resto, è a questa città che prima o poi si torna sempre, nell’opera di Mike Davis, ma il movimento potrebbe essere anche invertito: contando sul grande coinvolgimento e insieme sul disallineamento temporale dell’autore rispetto al suo presente – Marshall Berman, nella sua recensione dell’epoca di Città di quarzo, descriveva il marxismo di Davis come segnato da un “corroborante arcaismo”, mente Federico Ferrari, in un più recente contributo su Antinomie, ha preferito parlare di una qualità tout court “profetica” della sua scrittura – si può parimenti guardare alla Los Angeles degli ultimi anni per poi volgere lo sguardo verso l’opera di Davis. È il caso, ad esempio, della serie di incendi del gennaio 2025, noti come Palisades Fire, che hanno devastato per molti giorni grandi aree di Los Angeles, raggiungendo un grande risalto mediatico internazionale anche per il timore – a propria volta catastrofista, per quanto basato su dati scientifici inquietanti – che fosse divenuto impossibile estinguere gran parte dei fuochi divampati in quelle settimane. Inoltre, come sottolineato già nei primissimi giorni dei Palisades Fire da un reportage del Washington Post, a sostenere la propagazione delle fiamme sono state le numerose criticità della pianificazione urbana non soltanto di Los Angeles, ma dell’intera California meridionale – criticità esacerbate da una politica neoliberale di valutazione (ma non per questo di riduzione, trattandosi poi di interventi e investimenti pubblici) del rischio incendi. Se, purtroppo, il risultato di questa combinazione letale di trasformazione sociale e urbana e di crisi climatica sembra facilmente replicabile anche in futuro, lo è anche un altro fenomeno che ha recentemente riguardato Los Angeles, così come molte altre “città-santuario” degli Stati Uniti. L’attacco trumpiano allo statuto stesso di queste città, con le deportazioni gestite direttamente dall’ICE (Immigration and Customs Enforcement) in aperto contrasto con la giurisdizione locale, appare come l’esito radicale di un dibattito politico incapace di assumere tanto i risultati più superficiali quanto quelli più profondi dell’analisi del conflitto sociale – attivo non solo tra diverse gang, ma anche tra diverse “comunità” – operata per decenni da Mike Davis, preferendo una gestione spettacolarizzata e negli ultimi tempi arrivata sulla soglia della pulizia etnica xenofoba anti-Latinx. Arcaico o profetico, militante o accademico, marxisticamente ortodosso o meno che sia stato, il punto di vista di Mike Davis resta dunque inascoltato e dunque ancora oggi inattuale e a disposizione dei lettori per la costruzione di una rinnovata critica sociale e politica. Come ricorda Giovanni Semi nella sua introduzione (p. 8), lo stesso può accadere per un altro sociologo, più o meno coetaneo e altrettanto “irregolare”, che ha scritto le sue opere più importanti lungo i tre decenni coperti da Mike Davis, ovvero Alessandro Dal Lago. La critica della contemporaneità, in altre parole, non si può esimere dal confronto con quelle figure intellettuali che hanno visto e potuto commentare già in una sorta di “presa diretta” (comunque filtratissima, e assai strutturata) l’affermazione del paradigma neoliberale, nonché le sue dilanianti contraddizioni, sin dai primi passi. Ancora, e purtroppo, in linea con i nostri passi presenti, e probabilmente futuri, verso l’abisso nel quale si gettano i lemming, e non solo dal Sunset Boulevard. L'articolo Morte delle città, morte dei santuari. Rileggere Mike Davis proviene da Pulp Magazine.
Il disagio della decolonizzazione: Abdulrazak Gurnah
Inizi del Novecento, Tanganica, all’epoca colonia tedesca. In un villaggio dell’entroterra, governato dal capotribù Chatu, la carovana del mercante Aziz è stata derubata delle merci che trasportava per scambiarle con prodotti del territorio (schiavi inclusi). Se vedeste uno accanto all’altro Chatu e Aziz probabilmente per voi sarebbero due africani neri, punto (per non usare quell’altra parola, ma ci torneremo). Agli occhi di Chatu, però, Aziz è di tutt’altra razza. Il capotribù è autoctono, l’altro discendente dei conquistatori arabi che, venuti dall’Oman, si sono insediati a Zanzibar, la grande isola di fronte al Tanganica, e si arricchiscono con le spedizioni nel cuore dell’Africa nera. Charu e Aziz sono davanti alla tenda del comandante di una colonna di ascari, i soldati coloniali africani al servizio dei governi europei che si sono spartiti tutto il continente (all’epoca con pochissime eccezioni); il mercante ha chiesto che l’ufficiale tedesco alla guida del reparto intervenga a dirimere la lite tra lui e il capotribù. L’ufficiale non parla la lingua locale: comunica tramite il capo degli ascari che funge da interprete, e così apostrofa il capotribù: “Tu, Chatu. Sei diventato un grand’uomo? È questo che credi? … Com’è che stai derubando la gente dei loro averi? Non hai paura della legge del governo?” Chatu osa chiedere quale governo, di cosa sta parlando l’interprete, e la risposta che riceve è questa: “Quale governo? Vuoi vedere quale governo? Faresti meglio a non gridare quando parli con me, amico. Non hai sentito di altra gente insolente come te che il governo ha fatto stare zitti e messo in catene? … Porta tutta la roba che appartiene a questa gente. … altrimenti conoscerai presto quello che può fare il governo. … Può fare tutto quello che vuole. Ma adesso se non fai quello che dice lui ti farà mangiare la merda.” Questa scena, presa da Paradiso (1994), quarto romanzo dello scrittore anglo-tanzaniano Abdulrazak Gurnah, presenta il rapporto coloniale in tutta la sua brutalità e complessità. Non bisogna dimenticare che quel che leggiamo è la resa in inglese di battute dette in kishwahili; ma soprattutto non si può trascurare il fatto che a parlare sia un africano che fa da tramite tra un tedesco e un altro africano quasi certamente di diversa etnia. Fino a che punto la traduzione del capo degli ascari è letterale? Fino a che punto è distorta? Ovviamente questa scena è immaginaria, ma uno scrittore bilingue come Gurnah, nato a Zanzibar nel 1948, emigrato forzatamente nel 1966 e residente nel Regno Unito dal 1968 è ben consapevole della dimensione interlinguistica e interculturale del colonialismo. Quest’ultimo è stato un fenomeno che non ha visto gli africani solo come semplici oggetti passivi del dominio europeo, ma anche come soggetti attivi – esattamente come la tratta degli schiavi, che tanti africani hanno subito, ma molti altri hanno gestito. Senza nulla togliere alle responsabilità dei vari paesi europei coinvolti, è stata una tragedia con molti attori dalla pelle scura, non tutti in catene. Gurnah, per data di nascita e interessi, può ben essere definito scrittore postcoloniale: il suo paese d’origine, Zanzibar, divenne indipendente nel 1963, quando lui era quindicenne. Eppure la sua narrativa si è interessata ripetutamente al periodo coloniale; la dominazione tedesca è rappresentata in Paradiso e Voci in fuga (2020); quella inglese è sullo sfondo ne Il disertore (2005). Nel lungo periodo in cui Gurnah ha insegnato all’Università del Kent, si è concentrato sulla letteratura africana di lingua inglese, che deve inevitabilmente porsi la questione coloniale; e anche quando ci si concentra su narrazioni che parlano del dopo, del post-, le ripercussioni del colonialismo non si possono ignorare – un po’ come nella letteratura statunitense la questione della schiavitù. E siccome di narrativa si sta parlando, va detto che ciò che resta del colonialismo oggi sono anche e soprattutto le storie – incluse le Empire stories, come quella raccontata dall’anonimo protagonista di Admiring Silence (1996), uno dei romanzi non ancora tradotti. Anche qui, come in Paradiso, è importante avere ben presente chi parla a chi: in questo caso l’anonimo narratore in prima persona, uno zanzibariano emigrato nel Regno Unito, si trova in un pub col signor Willoughby, padre di Emma, la ragazza assolutamente bianca e totalmente inglese con la quale convive. I genitori di Emma, specialmente la madre, stanno facendo il possibile per convincere la figlia a ripensarci, a non fare un figlio con l’africano: come le ha detto la signora Willoughby, “Ma pensa al bambino … Cosa penserà di se stesso? Non sarà né una cosa né l’altra. E pensa come sarà essere nato da una coppia che neanche è sposata”. A un certo punto il signor Willoughby ha preso l’aspirante genero e se l’è portato al pub per un discorso tra uomini, mentre madre e figlia continuano a discutere diciamo animatamente. Il povero zanzibariano emigrato vuole fare una buona impressione sul futuro suocero, e non trova niente di meglio che raccontare di come, al tempo in cui l’isola era governata dagli inglesi, ogni giorno agli scolari dalla pelle scura, prima di cominciare le lezioni, veniva servito latte caldo a spese del governo, aromatizzato con cannella e cardamomo, consumato all’ombra dell’albero di mango davanti alla scuola. Solo dopo questa generosa elargizione, conclude il narratore: “entravamo nelle nostre aule ben illuminate per spezzare le catene dell’ignoranza e della malattia che ci avevano tenuti nelle tenebre per così tanto tempo, e dalle quali l’Impero era venuto a liberarci”. A sentire questa storia edificante, che attesta le buone intenzioni del governo di sua maestà, gli occhi del signor Willoughby si illuminano. Questo racconto non è affatto innocente: e forse neanche del tutto attendibile. L’Empire story serve a compiacere il futuro suocero inglese, a confermare i suoi pregiudizi, e cioè che il Regno Unito era andato a Zanzibar solo a fare del bene (avete presente tutte le storie a tema “italiani brava gente” che hanno per anni occultato gli aspetti più atroci del nostro colonialismo?). Non a caso il signor Willoughby è talmente commosso dalla bontà dell’impero che alla fine commenta “Non è stato giusto, abbandonarli in quel modo … Crudele. Pensa a tutte quelle cose terribili che si sono fatti da quando ce ne siamo andati”. Ecco, quando arriva il momento dell’autocritica non è per deprecare la dominazione coloniale, ma per averla interrotta troppo presto, perché ovviamente gli africani lasciati a se stessi possono fare solo disastri. Non che Gurnah ignori i problemi dell’Africa post-coloniale. Potremmo dire che tutta la sua narrativa ruota attorno a un singolo evento, o meglio, a una singola catena di eventi che fecero dello scrittore quello che è: tutto ciò che accadde dal dicembre del 1963 all’aprile del 1964, a partire dall’indipendenza di Zanzibar, seguita dalla rivolta che provocò la caduta del sultano Jamshid bin Abdullah a gennaio, che portò all’istituzione di un governo socialista (o preteso tale) responsabile del massacro di circa ventimila tra arabi e indiani, e infine alla fusione col Tanganica per costituire quel paese che oggi chiamiamo Tanzania (detto più semplicemente, il povero ma grande Tanganica si prese la ricca ma piccola Zanzibar). Proprio per sfuggire alla persecuzione degli arabi di colore (che spesso di arabo avevano – a parte la religione islamica – solo il nome) la famiglia di Gurnah abbandonò il suo paese e si stabilì in Inghilterra; non a caso le tragiche vicende di Zanzibar tornano ossessivamente nell’opera dello scrittore, a partire dal primissimo romanzo, Memory of Departure (1987), passando per uno dei suoi capolavori, Sulla riva del mare (2001), per arrivare alla sua ultimissima fatica, Furto (2025), ambientata nel presente, e animata dalla volontà se non di perdonare o dimenticare, di mostrare come la vita riesca comunque a tirare avanti, potremmo dire a tirare a campare, col turismo globalizzato che porta finalmente un po’ di benessere. Non che la vita in Inghilterra sia rose e fiori. Due romanzi che attendono ancora una traduzione in italiano, Pilgrims Way (1988) e Dottie (1990), raccontano della difficile e dolorosa integrazione di due inglesi dalla pelle scura, un uomo e una donna, e contemporaneamente presentano uno straordinario affresco di storia dell’Inghilterra dal secondo dopoguerra fino agli anni novanta, vista dalla prospettiva di quelli che a prima vista venivano qualificati come estranei (una situazione che stiamo vivendo in Italia adesso, mutatis mutandis). Uno dei meriti di Gurnah è la capacità di incarnare l’esclusione nelle scene dei suoi romanzi; senza prediche, senza proclami, semplicemente fotografando la quotidianità, semmai con una sottile e, tutto sommato, britannica ironia. E quei momenti restano incisi nella memoria del lettore. Come quando, in Cuore di ghiaia (2017) il giovane Salim, emigrato da Zanzibar nel Regno Unito, si innamora di Billie, padre inglese madre indiana, pensando che se le donne bianche non sono alla sua portata, potrà almeno ambire alla mano di una bella e intelligente mulatta. I due convivono per qualche tempo, finché la madre di Billie non mangia la foglia e inizialmente pare accettare Salim, lo invita addirittura a casa sua per farne la conoscenza. Il giorno dopo la madre convoca la figlia e le ingiunge di lasciare il negro (Gurnah ci tiene a usare quella parola, nigger, a scanso d’equivoci). E non è solo questione di religione (Salim è musulmano e la madre di Billie induista): il problema è anche e soprattutto che Salim è un africano ed è nero. Questi sono i momenti in cui Gurnah manda all’aria i luoghi comuni, gli stereotipi, le semplificazioni manichee: ma come, non eravamo noi occidentali i razzisti, quelli fissati col colore della pelle? Gli indiani scuri fanno questioni se la figlia vuole convivere con uno un po’ più scuro? Ma Gurnah ha fatto esperienza del razzismo degli africani neri verso gli arabi altrettanto neri, e sa che il veleno della discriminazione circola su tutto il pianeta. C’è un razzista dentro ognuno di noi che lotta per uscire. Nei suoi romanzi la grande storia entra sempre, se non dalla porta dalla finestra, ma c’è, e condiziona le vite dei singoli. Certe volte ci sono accenni al limite del criptico: sempre in Cuore di ghiaia (uno dei romanzi che consiglierei di leggere per primo, assieme a Paradiso e Sulla riva del mare) si allude all’11 settembre semplicemente dicendo “quelle uccisioni a New York”, cui fa seguito un commento memorabile: “Parlano un familiare linguaggio di libertà ma progettano di applicarlo con la violenza”. Più o meno quel che s’è visto tra la caduta delle torri e l’invasione dell’Iraq. Anche la guerra fredda incide sull’esistenza dei personaggi di Gurnah: uno di loro, Latif Mahmud in Sulla riva del mare (2001), pur di lasciare la Tanzania accetta una borsa di studio per andare a laurearsi in odontoiatria nella Germania Est, nel momento in cui il paese si è allineato al blocco orientale; una scelta che cambierà la sua vita, anche se in modo imprevisto, facendolo finire in Inghilterra. Certe volte gli effetti sono comici: come quando, in Cuore di ghaia, vi viene spiegato che quando la Tanzania si avvicina all’Unione Sovietica non vengono più proiettati nei cinema i filmoni di Hollywood, ma arrivano “melodrammatici musical indiani nei quali le eroine esplodevano in energiche danze ogni minuto, stridenti opere cinesi nelle quali piccole donne magre pesantemente truccate strillavano per ore, e versioni italiane svestite dei mitici eroi greci con effetti speciali ridicoli”. Lo spazio in cui si registrano le scosse spesso devastanti dei sommovimenti storici sono le vite individuali, ma non tanto e non solo nella loro individualità; i grandi eventi disfano soprattutto le trame dei rapporti famigliari, come si vede bene già nel primo romanzo di Gurnah, Memory of Departure, dove il protagonista scoprirà le ragioni dell’abbrutimento del padre alcolizzato e violento solo andando a trovare lo zio ricco emigrato in Kenya, o anche in Sulla riva del mare, nel quale i due esuli tanzaniani, Latif e Saleh, riusciranno a ricostruire la storia delle rispettive famiglie solo nel momento in cui si incontreranno in Inghilterra e confronteranno le rispettive storie. In effetti, i romanzi di Gurnah sono in gran parte costituiti da un attento e paziente intreccio di narrazioni famigliari, che pian piano ricostruiscono vicende rimosse, nascoste, negate, ignorate. Spesso gli eventi più drammatici non sono rappresentati in presa diretta, perché sono sepolti nel passato e riportati alla luce da chi li racconta – qualcuno che talvolta neanche ne è protagonista, talvolta testimone, quando non riferisca un “sentito dire”. In questo modo Gurnah coniuga le modalità di narrazione orale caratteristiche della sua terra d’origine con le strategie narrative della letteratura inglese del Novecento, in primis l’idea del narratore inaffidabile. Non si pensi però che nella narrativa di Gurnah sia all’opera qualche semplice dicotomia in bianco e nero, del tipo famiglia/comunità buona contro individualismo cattivo. La famiglia è a volte un ambiente protettivo e rassicurante, a volte una prigione che condanna all’infelicità, esattamente come la terra del dispatrio (grazie, Luigi Meneghello!), che può essere luogo di realizzazione personale (come è stato per lo stesso Gurnah) ma anche spazio desolato di solitudine e marginalità, come è per Dottie, protagonista dell’omonimo romanzo, che lotta disperatamente per tenere insieme una famiglia disfunzionale e alla fine deve rassegnarsi a lasciare che fratello e sorella vadano incontro al loro destino. Ultimo, ma non in ordine d’importanza, il lato metaletterario di uno scrittore che è stato per tutta la vita un professore universitario. Non c’è solo l’attenzione alla letteratura post-coloniale, che Gurnah ha studiato e della quale ha scritto ripetutamente; c’è anche il portato della tradizione letteraria di lingua inglese, sia britannica che americana. Ma in Voci in fuga (2020, titolo che non rende benissimo l’originale Afterlives) la parte del leone la fa Rilke, i cui versi vengono pazientemente insegnati da un ufficiale coloniale tedesco a un ascaro tanzaniano – e qui non riesco a non vedere un discreto, quasi camuffato omaggio di Gurnah a un altro scrittore, che già nel 1963 riesumava dai polverosi archivi della storia i misfatti del colonialismo tedesco. Mi riferisco ovviamente a V., romanzo d’esordio di Thomas Pynchon, nel quale lo sterminio degli Herero nell’Africa di Sudovest, non ancora Namibia, corre parallelo alla descrizione della guerra coloniale altrettanto spietata e sanguinosa che devastò il Tanganica tra il 1914 e il 1918, ricostruita magistralmente proprio in Voci in fuga. Ma anche Paradiso vuole essere a suo modo una risposta al conradiano Cuore di tenebra, Pilgrims Way ha come sottotesto i Racconti di Canterbury del buon vecchio Chaucer, e Sulla riva del mare cita ripetutamente ed espressamente il Bartleby di Melville (nome questo ricorrente nelle pagine di Gurnah). Spero di aver reso l’idea, per chi ancora non ha aperto un libro di Abdulrazak Gurnah, premio Nobel ampiamente meritato. Ma mi rendo ovviamente conto che la mia modesta prosa non può competere con quella dello scrittore anglo-tanzaniano, ed è proprio la prosa del nostro che va assaporata direttamente, leggendola, lasciandosi andare al suo andamento apparentemente modesto e piano, con le occasionali parole arabe e kishwahili a fare da spezie, con il tono parlato che di tanto in tanto si articola in passaggi di pura poesia o sentenze lapidarie da scolpire sulla pietra. In fondo, la grande letteratura si presenta benissimo da sé.   Nota bibliografica Prima che Abdulrazak Gurnah vincesse il premio Nobel nel 2021 almeno un editore italiano, Garzanti, si era accorto di lui, e aveva pubblicato tra il 2002 e il 2007, Sulla riva del mare, Il disertore e Paradiso il primo tradotto da Alberto Cristofori, i restanti da Laura Noulian. Quando però arriva il Nobel si sveglia Elisabetta Sgarbi che ripubblica i tre romanzi (il secondo e il terzo ritradotti da Cristofori) per La nave di Teseo. Seguono per la stessa casa editrice Voci in fuga (2022), Cuore di ghiaia (2023), L’ultimo dono (2024) e Furto (2025), tutti tradotti da Cristofori. I brani citati nel saggio li ho tradotti io per ragioni pratiche. L'articolo Il disagio della decolonizzazione: Abdulrazak Gurnah proviene da Pulp Magazine.
Campi Aperti e Mag6
Campi Aperti esiste e resiste all’interno di un sistema economico capitalista, ma ne rifiuta gli strumenti e le modalità, lavorando insieme alla Mag6 per la creazione e il supporto di un’economia solidale e di comunità. Attraverso il Patto Mutualistico esistente tra le due realtà, fin dal 2018 le realtà produttive appartenenti a Campi Aperti possono […] L'articolo Campi Aperti e Mag6 su CampiAperti è stato scritto da domenico.
Libro dell’anno 2025
Ottavia Berton Il miglior libro dell’anno è quello che ha avuto la capacità di diventare pensiero fisso durante la giornata, quello che ti induce a scappare a casa con il desiderio di terminarlo e allo stesso tempo suscita in ultimo, quella leggera nostalgia di finirlo. Il frastuono del mondo, provoca questo raro effetto. Un romanzo scritto con prosa melodica e morbida, denso di vita e di spiccata sensibilità. Sebastiano Martini, Il frastuono del mondo, Voland, pp. 120, euro 16,15 stampa, euro 7,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Valentina Cabiale Nel saggio, pubblicato nel 1981 e finora inedito in Italia, le autrici analizzano la varietà della presenza femminile nell’arte occidentale e sostengono che per restituire le donne al processo storico e alla memoria collettiva da cui sono state escluse non ci si debba limitare a raccontare singole biografie di artiste che hanno sfidato gli stereotipi sessisti, ma piuttosto mostrare come e da quale posizione quelle donne hanno operato all’interno delle ideologie patriarcali. Denso e illuminante. Pollock, R. Parker, Vecchie maestre. Donne, arte e ideologia, tr. di G. Boldorini, Tlon, pp. 284, euro 18,00 stampa -------------------------------------------------------------------------------- Walter Catalano In un’Italia dove perfino ciò che resta della Sinistra accetta che ogni critica alle politiche genocide di Israele venga bollata come antisemitismo, diventa ancora più necessario leggere questo libro di Ilan Pappé, storico israeliano antisionista e docente a Exeter. L’opera denuncia il collasso del progetto sionista e indica, sul modello sudafricano, un percorso di giustizia riparativa che conduca a una Palestina del dopo-Israele: uno Stato unico, democratico e decolonizzato, in cui i rifugiati ritornano alle loro terre e palestinesi ed ebrei vivono con pari diritti. Non un’utopia, ma l’unica via razionale per chiudere un conflitto ormai interminabile. Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, tr. di Nazzareno Mataldi, Fazi Editore, pp. 288, euro 18,50 stampa, euro 10,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Riccardo Cenci Ivan Bunin riesce a evocare l’ombra del passato facendoci provare una struggente nostalgia verso ciò che è estinto, e che pure fa parte della nostra vita. In questo libro, definito “un’autobiografia immaginaria”, lo scrittore mostra una spiccata sensibilità nei confronti della natura e delle sue manifestazioni, insieme a un’aspirazione trascendente venata di profonda malinconia. Ivan Bunin, Lika, tr. di Andrea Tarabbia, Medhelan, pp. 224, euro 20,00 stampa -------------------------------------------------------------------------------- Roberta  Cospito In questo suo ultimo romanzo Michele Mari scrive una frase molto interessante: “Non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro”. Una volta terminata la lettura di questo racconto, incisivo, intenso, a tratti inquietante e che ben presto si rivela una vera e propria indagine sull’animo umano, la storia che ci viene raccontata non può essere facilmente archiviata, non resta dietro di noi ma dentro. E a lungo. Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi, pp. 168, euro 17,50 stampa, euro 10,99 epub   -------------------------------------------------------------------------------- Giuseppe Costigliola Un esordio letterario bruciante. Una storia che si dipana come un incubo lisergico, portando il lettore, a suon di musica, in un futuro totalitario che è già qui: fantascienza o realtà? Jordan Prosser, Big Time, traduzione di Sebastiano Pezzani, Mattioli 1885, pp. 408, euro 21.00 stampa -------------------------------------------------------------------------------- Cristina Daglio Uscito da poco il nuovo libro di Rampini si è imposto tra tutti i libri di saggistica e attualità del 2025 per due motivi base: l’estrema leggibilità, accattivante al punto giusto, sagace e obiettivo, e la nitidezza di visione. Il volume con esempi pratici e lunghe camminate tra storia, continenti e tecnologie, nonché cultura pop e tradizioni secolari ci mostra come il Paese per noi a estremo oriente sia esempio da seguire non per crescere, bensì per accettare le sfide del presente: una maggiore longevità, la necessità di maggiore sicurezza e la pratica della gentilezza intesa come modus operandi in tutti i settori del vivere. Molto più che una indicazione per dire che forse occorre guardare ad altri modelli per poter davvero evolvere le nostre società, cosiddette civili e occidentali. Federico Rampini, La lezione del Giappone, Mondadori, pp. 336, euro 20,00 stampa, euro 13,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Gioacchino De Chirico Con Dimmi che sei stata felice, Maria Grazia Calandrone ci ha consegnato una molteplicità di storie che superano i canoni del romanzo tradizionale in una narrazione originale che mescola sapientemente molti registri narrativi: dalla poesia alla saggistica fino alla sociologia, all’urbanista e alla letteratura, di ottima fattura e parla di noi e della storia recente del nostro paese attraverso le vicende di tre donne. Maria Grazia Calandrone, Dimmi che sei stata felice, Einaudi, pp. 352, euro 20,00 stampa, euro 12,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Anna da Re Nella carne è un romanzo essenziale. Nella scrittura: non c’è una parola, un aggettivo, una congiunzione di troppo. Nel racconto: basta la storia di un uomo per raccontare l’intera umanità. Nella necessità: per ricordarsi a che cosa serve la letteratura. David Szalay, Nella carne, tr. di Anna Rusconi, Adelphi, pp. 330, euro 20,00 stampa, euro 10,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Roberto Derobertis La scrittura di Paul Murray si avvolge in un incessante movimento alternato di svelamento e occultamento che porta i quattro protagonisti della storia – narrata attraverso tutti e quattro i punti di vista – verso un finale stupefacente. In questa saga familiare senza redenzione, nessuno è innocente e ciascuno paga lo scotto di aver tradito i propri desideri profondi, di aver mancato di coraggio e, forse, di aver sempre fatto la scelta sbagliata. Tuttavia è impossibile non empatizzare e solidarizzare con Dickie, Imelda, Cass e PJ: bugiardi cronici con le loro passioni umane troppo umane, per accettare infine l’idea che la Verità non è altro che una narrazione inaffidabile. Paul Murray, Il giorno dell’ape, tr. di Tommaso Pincio, Einaudi, pp. 664, euro 22,00 stampa, euro 11,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Alessandro Fambrini Con il suo I camminatori Francesco Verso aveva aperto la strada a un Solarpunk italiano veramente maturo e consapevole. Ora Verso ritorna al romanzo con una storia che apre le mosse da una Roma futura ma sinistramente familiare, ridotta a periferia senza centro, con un degrado diffuso e un disastro climatico incombente che riduce la vita dei cittadini a una mera lotta per la sopravvivenza, giorno dopo giorno, in battaglie perdute contro una burocrazia disumanizzata e una tecnologia sterile e sempre più fine a se stessa. Eppure non sarebbe solarpunk, questo romanzo, se non indicasse anche vie d’uscita alla desolazione, magari chimeriche (titulus omen), ma necessarie, che passano in primo luogo per le vie dell’immaginazione e si sviluppano poi in progetti, in modelli, in altre forme di coesistenza e vita, spingendo un po’ più in là i confini stessi dell’umano. Non solo consolazione, ma – speriamo – anche visione. Francesco Verso, Chimeriade, Future Fiction, pp. 344, euro 18,00 stampa -------------------------------------------------------------------------------- Mauro Ferrari Ci sono tanti bei libri di poesia; alcuni si impongono per qualità e importanza; ce n’è poi un numero limitatissimo che diventa un riferimento imprescindibile. È il caso di La materia del contendere, di Giancarlo Pontiggia. in questa nuova prova il poeta si focalizza come non mai sul rapporto fra trascendenza e immanenza, il che a livello tematico sembra corrispondere alla tensione espressiva, sempre ben avvertita nei suoi scritti, fra formazione classica e ineludibile radicamento nel presente. Giancarlo Pontiggia, La materia del contendere, Garzanti, pp. 112, euro 18,00 stampa --------------------------------------------------------------------------------   Domenico Gallo Una guerra senza fine è la realtà storica che si è impossessata dell’esistenza e dell’anima più profonda dei protagonisti de I girasoli ciechi, sconfitti che sono la proiezione di un’intera nazione di vincitori e vinti, ma entrambi condannati all’odio e all’annullamento delle proprie vite. Unico romanzo di Alberto Méndez e capolavoro indiscusso della letteratura spagnola contemporanea. Alberto Méndez, I girasoli ciechi, tr. di Bruno Arpaia, Sellerio, pp. 276, euro 15,00 stampa, euro 10,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Elio Grasso Herta Pauli (1906-1973), scrittrice e agente letteraria, alla vigilia dell’annessione dell’Austria al Reich tedesco l’11 marzo 1939 intuisce lo “strappo” che segnerà la sua vita. Una fuga a Parigi con altri émigrés (tra cui Joseph Roth), e dopo il tracollo della Francia, Lisbona e New York. Un memoir sulla tragedia della Storia nei primi decenni del ’900. Hertha Pauli, Lo strappo del tempo nel mio cuore. Memorie, tr. di Enrico Arosio, Palingenia, pp. 347, euro 33,00 stampa   -------------------------------------------------------------------------------- Fabio Malagnini In due romanzi che più diversi non potrebbero essere, ci accostiamo alla vicenda umana attraverso lo sguardo di un berserker che dall’alba dei tempi rinasce ad ogni dipartita e di una tartaruga secolare che divina il futuro. Da angolature che più diverse non potrebbero essere, sembrano  confermare che la storia come la raccontiamo noi umani è un’enorme stronzata. China Miéville e Keanu Reeves, Il libro dell’Altrove, tr. di Assunta Martinese, Minimum Fax, pp. 421, euro 18,00 stampa, euro 11,99 epub Michael Bible, Goodbye Hotel, tr. di Martina Testa, Adelphi, pp. 260, euro 19,00 stampa, euro 9,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Valentina Marcoli Un romanzo biografico per riscoprire la complessa figura di un’intellettuale ormai dimenticata, quella di Victoria Benedictsson, tra diari e lettere, in una Svezia di fine ‘800 nel pieno di in tumulto culturale. Pochissimi diritti e troppi doveri in quanto donna ma scrittrice prolifica sotto lo pseudonimo di Ernst Ahlgren. Ancora una volta la partita dei diritti si gioca sull’infelicità delle donne.   Elisabeth Åsbrink, Il mio grande bellissimo odio, tr. di Katia De Marco, pp. 480, Iperborea, euro 20,00 stampa, euro 11,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Lorenzo Mari Saltiquanti: quanti salti in questo nuovo libro di Gianluca Garrapa, per chi lo scrive e per chi lo legge! Sono salti di gioia, soprattutto, perché questa scrittura, che si aggira nei pressi del soggetto desiderante e della sua relazione con il tempo, in una «pratica formalmente illimitata della relazione tra soggetto, segno e senso» – come si legge sul sito di Centro Scritture – assume caratteri di radicalità e necessarietà come pochi altri libri merceologicamente assegnati al contenitore della “poesia” negli ultimi anni. Gianluca Garrapa, saltiquanti, Ass. CentroScritture, pp. 192, euro 16,90 stampa   -------------------------------------------------------------------------------- Elisabetta Michielin Un viaggio allucinato e feroce dentro un’autobiografia spirituale che si rifiuta di accettare l’ordine consolatorio del racconto lineare. Cartagloria è un salterio laico, frammentato, imbevuto di malinconia, furia e desiderio. L’autrice mette in scena una voce letteraria colta, affilata, capace di attraversare i registri senza perdere mai tensione, né compassione. Rosa Matteucci, Cartagloria, tr. di Vera Dridso, pp. 153, Adelphi, euro 18,00 stampa, euro 9,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Paola Papetti Si avvicina il Natale e molte persone si sforzeranno di stare con le proprie famiglie disfunzionali spesso pensando “mai più”. Bajani per la prima volta in questo libro affronta il grande tabù italiano: si possono evitare i propri genitori? L’anniversario racconta proprio di questo: una famiglia con un clima insopportabile a causa del padre violento e sessista. Racconta di una madre che introietta i valori paterni (sentendosi una nullità) e di un figlio che decide che a quello spettacolo non vuole più partecipare e sparisce. Una piccola rivoluzione. Andrea Bajani, L’anniversario, Feltrinelli, pp. 128, euro 16,00 stampa, euro 3,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Paolo Prezzavento Oggi, nel 2025, i soldati ucraini che si apprestano ad andare al fronte, chiedono ogni mattina: “Quanto è sporco il cielo?”. Questa domanda, che ha ispirato il titolo del libro del giornalista e reporter di guerra Gianluca Di Feo, è la chiave per comprendere le guerre contemporanee, in Ucraina come a Gaza, in cui i cieli sono sempre più affollati di droni, macchine spietate la cui unica missione è diventata quella di Modello Due (Second Variety in originale), racconto di Philip K. Dick del 1953.   Gianluca Di Feo, Il cielo sporco, Guanda, pp. 221, euro 18.00 stampa, euro 11,99 epub   -------------------------------------------------------------------------------- Roberto Sturm Estremo e radicale come la vita dell’autrice, l’autobiografia di Eileen Myles, artista queer, scritto dal 1980 al 1993 il libro, raccolta di 28 racconti, è un romanzo cult che entra di diritto tra i classici contemporanei. La generazione dei sessantottini negli anni ‘8 e ’90 in America, in un paese ancora bigotto e conservatore, come del resto oggi, che irrompe nella scena con una forza eversiva che lotta per cambiare i dogmi di una società reazionaria e ipocrita.. Eileen Myles, Chelsea girls, tr. di Alessandra Ceccoli, Mattioli1885, pp. 264, euro 19,00 stampa, euro 11,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Tania Tonin Il giorno dell’ape di Paul Murray è un’opera tragicomica familiare che narra l’incertezza del nostro tempo. Focalizzandosi sulla fragilità delle relazioni umane e sull’imprevedibilità di un clima sempre più caotico, il romanzo di Paul Murray, vincitore del Premio Strega Europeo, merita il podio tra le migliori letture del 2025 per l’occhio attento dell’autore sul nostro presente e per il potente climax finale. Paul Murray, Il giorno dell’ape, tr. di Tommaso Pincio, Einaudi, pp. 664, euro 22,00 stampa, euro 11,99 epub -------------------------------------------------------------------------------- Stefano Tevini La letteratura non è fatta solo di hype per l’ultimissima uscita e di necessità di essere costantemente sul pezzo. A volte la letteratura è fatta anche di ritorni, e Sempre La Valle mancava da troppo tempo dalle librerie. L’opera di Ursula K. Le Guin è un libro mondo, pura theory fiction che alza l’asticella non solo della sci-fi, ma del romanzo tutto. Un libro che avrebbe fatto meritare il Nobel all’autrice. Ursula K. Le Guin, Sempre La Valle, tr. di Riccardo Valla e Annalisa di Liddo, Mondadori, pp. 696, euro 24,00 stampa L'articolo Libro dell’anno 2025 proviene da Pulp Magazine.
Tesi a confronto sulla rivolta
Al di là della violenza e della nonviolenza, recita il sottotitolo1. A significare che quella contrapposizione tanto cara alla causa pacifista non ha alcun senso, soprattutto oggi che le rivolte sono all’ordine del giorno e il tema è oggetto di riflessione da parte della sociologia urbana e della filosofia politica. Oltre quella dicotomia, dunque, perché la rivolta si nutre, indifferentemente, di violenza e nonviolenza. Ci guardiamo intorno − scrive l’Autore − e ovunque vediamo rivolte. Volente o nolente, non resta che prenderne atto. Da qui, però, a voler accettare la rivolta per quella che è, ovvero un evento ormai familiare, ce ne passa. Troppe le resistenze messe in campo da chi, a destra, teme per l’ordine costituito e da chi a sinistra − la sinistra professionalizzata come la chiama l’Autore − è convinto che qualsiasi distruzione di proprietà, sabotaggio strategico o scontro con la polizia rischia di demolire le dinamiche che determinano il successo dei movimenti. Un quadro a noi familiare anche se è degli Stati Uniti che qui si parla, ma con la rivolta veramente tutto il mondo è paese. Benjamin S. Case affronta il tema da ricercatore e attivista in un’ottica sociologica attenta a decifrare della rivolta proprio la sua carica conflittuale. Cosa che non hanno fatto invece i teorici della cosiddetta strategia non violenta statunitensi verso i quali la polemica è la più aspra. Il loro impegno non violento, sostiene, laddove persiste, riflette un attaccamento speranzoso all’ordine neoliberista basato sui diritti. Inaccettabile per chi si è lasciato travolgere dal fervore rivoluzionario di Occupy Wall Street e ha respirato l’aria di Zuccotti Park immaginando la rivoluzione dietro l’angolo. Anche la sua ricerca sociologica si serve di numeri e modelli, attinge alle stesse raccolte dati, fa propria le analisi statistiche degli avversari, in una parola è anch’essa ricerca quantitativa, ma con la consapevolezza dei suoi limiti che vengono, una volta denunciati, superati con un approccio al tema questa volta qualitativo. Cosa pensano i protagonisti delle rivolta, quale la loro esperienza soggettiva in strada? Già, in strada perché, mai dimenticarlo, le rivolte accadono nella strada. La strada è lo spazio della rivolta. E siccome il titolo del saggio lo enuncia a chiare lettere nella forma di un genitivo possessivo, il concetto meritava forse un approfondimento. Ma tant’è 2. Con l’intervista siamo alla conricerca, nata sociologicamente negli Usa. Noi la conosciamo nella sua versione italiana finalizzata, soprattutto negli anni Sessanta, alla costruzione di nuove forme dell’agire politico in fabbrica. Un agire politico, si badi, di parte e però volutamente contrapposto al semplice racconto sociologico che intenzionalmente ignora il segno profondo delle lotte e che, se alla soggettività di parte accenna, è solo per mostrarla completamente disincarnata. Per il nostro Autore invece a contare sono proprio le emozioni che il rivoltoso prova quando scende in strada. Una botta di vita, la rivolta, capace di infondere in chi vi è coinvolto anche una sensazione generativa come quando il rivoltoso assapora il gusto della libertà, quel “posso fare questo e quello”. Questa forte domanda di libertà non vale solamente per il black block statunitense, qui identificato con il militante anarchico e al quale vanno le simpatie del Nostro, ma vale per tutti quelli che scendono in strada. A prescindere. Di Zi, Em, Ely, Owe, Jay, Geo − gli intervistati − nulla sappiamo. Come campano? Che lavoro fanno? Al nero, dipendente, forse autonomo formalmente, di fatto servile? Domande da vecchia inchiesta operaia, quando parlare di classe aveva un senso e la conricerca nella sua dimensione processuale era pensata come un agire politico ben determinato. Ma oggi che la metropoli ha preso il posto della città-fabbrica e la posta in gioco non è più il lavoro fisso da custodire gelosamente per tutta la vita e la precarietà la vivi come possibilità di crescita e ricchezza? Il libro di Case non risponde a nessuna di queste pur legittime domande che un lettore italiano, memore delle inchieste alquatiane alla Olivetti e Mirafiori, invece si pone. Non ne parla perché nessuno dei rivoltosi intervistati ne parla e non solo perché, come possiamo immaginare, il Case sociologo ha voluto lasciare ampio spazio alla soggettività dei suoi interlocutori. Gli è che il lavoro agli occhi degli intervistati ha cessato di essere un valore. Figure, questi ultimi, prive di status sociale, certamente antistituzionali perché estranee alla partecipazione partitica e alle sue forme di rappresentanza, individualiste anche e nondimeno unificate da forme collettive di conflittualità qual è per l’appunto la rivolta. Gli enunciati che ricorrono sono altri e tutti hanno a tema la libertà, certamente negativa, ma che la violenza esercitata in strada contro l’autorità e il suo simbolo, la polizia, trasforma in una forza sociale dirompente. Senza dimenticare quella esercitata contro la proprietà privata con il saccheggio di negozi e supermercati. Non si capisce – però – cosa abbia in comune una violenza siffatta con quella di cui parlano Fanon e la Arendt, autori ampiamente utilizzati da Case per legittimare la violenza degli odierni rivoltosi. Fanon era un rivoluzionario impegnato nella rivoluzione dei popoli coloniali, la Arendt una filosofa della politica che sul finire della sua vita azzarda una radiografia del Novecento alla luce del concetto di violenza senza mai trascendere, proprio come Fanon, l’orizzonte storico della rivoluzione3. La violenza per entrambi resta quella della rivoluzione con la sua logica strumentale e i suoi fini, i suoi teorici e i suoi eroi. Ma la rivolta di strada, anonima per definizione, è un’altra cosa, come mostra la sua temporalità: un movimento nel momento. Se la istituzionalizzi, diventa qualcos’altro. E ancora: l’apparente caos della sommossa, la sua anarchia − che è sempre vista come un difetto da coloro che cercano di controllare i movimenti − alla fine significa anche che, come forma di lotta, non ha la capacità di diventare istituzionalizzata. Come dire che la rivolta non è teleologica e che la sua violenza non è mezzo per alcun fine. In più, una violenza di bassa intensità se paragonata a quella della rivoluzione, sempre armata e rispetto alla quale poco o nulla hanno a che fare le scritte sui muri, i negozi assaltati e svuotati, le vetture date alle fiamme, il lancio di bottiglie incendiarie, gli scontri con la polizia. Quasi un gioco, la rivolta, se anche il suo frutto è contenuto nell’azione stessa. E come ogni gioco, divertente, emozionante ed elettrizzante per chi, è il caso di tutti gli intervistati, vi partecipa. A che pro allora denunciarne l’insufficienza, pensarla come un ponte, una porta da attraversare per passare dalla resistenza alla rivoluzione? La rivolta, per il suo disordine, la sua anarchia, la sua eccezionalità, è sempre un evento conchiuso. Come il gioco con la sua ricorsività sempre nuova e creativa. 1 B. S. Case, Rivolte di strada. Al di là della violenza e della nonviolenza, Meltemi editore, Milano 2025 2 Sul tema M. Ilardi, Negli spazi vuoti della metropoli, Bollati Boringhieri editore, Torino 1999 e In nome della strada. Libertà e violenza, Meltemi editore, Roma 2002 3 F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi editore, Torino 1967; H. Arendt, Sulla violenza, Guanda Editore, Parma 1996 L'articolo Tesi a confronto sulla rivolta proviene da Pulp Magazine.
Alberto Arbasino / “Fratelli d’Italia” 1963-2025
© Dino Ignani, Alberto Arbasino alla libreria Feltrinelli 18 novembre 2013 Natalia Aspesi scrive che Arbasino era lì, alla Feltrinelli di via Manzoni, già famoso e adorato con stili diversi da donne che avevano avuto fra le mani, più o meno svogliatamente, la prima versione di Fratelli d’Italia. E chissà quante di esse, in realtà, s’erano infastidite nel riconoscersi dentro a quel libro. Ma meglio non dirlo, era il 1963 e il jet set aveva le sue regole, da seguire o tradire per agghindare – a seconda dell’umore e della scena – conformismo e anticonformismo. Fama che per gli adepti in giro per l’Italia tardo-novecentesca tenevano nella tasca del blazer o nei sorrisi furbetti come fosse un dono da imitare, ahimé, sognando reportage ben remunerati. Arbasino era l’inviato principe del Paese analogico, uno dei pochi a cui premeva lo sdoganamento provinciale della cultura e del gusto. Lo leggevano capendo un terzo, quando andava bene, di quanto scritto – ma la presunzione era ben appiccicata ai loro petti vogliosi di donne colte e intraprendenti. Ma per Arbasino questa piccola folla si confondeva fra “ragazzini pensierosi” e “fanciulline scatenate”. In fondo ben prima di Fratelli d’Italia era uscito Piccole vacanze voluto da Calvino (di lui diceva: “ha già ventisette anni, non si può mettere in una collana di debuttanti”) nei “Coralli” einaudiani: l’estate del ’57 iniziava a divertirsi al suono degli scappamenti di Vespe e Lambrette, Fiat 500, Giulietta spider (rare) mentre Miss Italia è una veronese biondina e sorridente. La notizia è questa: Giovanni Agosti, storico dell’arte, si è accollato l’impresa di curare la riedizione di Fratelli d’Italia nella versione originale del 1963. La meno stratificata, “meno monumentale, meno malinconica, e più diretta” delle successive, che sono per chi ancora non lo sapesse quelle del 1967, sempre Feltrinelli, del 1976 con Einaudi, e l’ultima del 1993 con Adelphi (smisurata nelle sue 1371 pagine rispetto alle 532 iniziali) interamente riscritta. Questo sfrenato “viaggio in Italia” degli anni Sessanta si presenta ora, nella sua veste color lime (nuance simile all’originale, della serie “I Narratori”, occultata dalla sovraccoperta con su presente il famoso ritratto fotografico di Giulia Niccolai), corredato di un apparato di note e una lunga postfazione. Ora ci si trova davanti al romanzo a cui Arbasino lavorò intorno ai suoi trent’anni, proponendosi un novel contemporaneo, finalmente distante dallo stile proustiano di cui tutti erano abbastanza stufi. L’uso di un linguaggio moderno e impertinente, il misto di racconto e saggismo suscitarono, dopo l’uscita nel 1963, non poche reazioni negative, e stroncature scatenate, da parte di coloro che si sentirono presi di mira. L’establishment mondano e intellettuale non si fece attendere, dunque, come i più accorti avevano già prefigurato. E si scatenò il gossip, come un gioco che prevedeva cadute d’amicizie e molto altro. Occorre ricordare però che Pasolini, nella sua eroica posizione controcorrente, definì Fratelli d’Italia “uno dei più bei libri del secondo Novecento”. Mentre Giuliano Gramigna, Angelo Guglielmi e Pietro Bianchi non fecero mancare il loro appoggio critico su “Settimo Giorno”, “il Verri” e “Il Giorno”. La rottura con Bassani, invece, fu definitiva (“Arbasino è soltanto un uomo di mondo che sa scrivere”). Importante, per comprendere il contesto, è leggere le pagine che Agosti dedica alla genesi del testo arbasiniano, seguendo la cronologia e tutte le gallerie e i cunicoli della miniera dello scrittore lombardo (“lombardissimo”). Impresa ardua, evidentemente, e non solo per l’abbondanza di personaggi e “scene di massa” presenti nel romanzo. Senza contare del retroterra sotterraneo precedente la pubblicazione, coinvolgente Bassani e Moravia (con probabili altri) fra le pareti redazionali di Feltrinelli, che considerano Arbasino “out”. Ma il polverone successivo fu perfino maggiore. Oggi le definizioni negativissime date all’opera, e raccolte rapidamente da Agosti nel suo scritto, fanno anche sorridere: un florilegio di accozzaglie alessandrine, rancorose e di cattivo gusto. Agosti elegge Fratelli d’Italia, al netto della Recherche, come suo libro della vita, e si vede con quanta meticolosa attenzione, ma priva di orpelli digressivi, descrive nella sua postfazione la genesi di questa originaria edizione del romanzo, prima che giungessero (in pratica fino alla vecchiaia dello scrittore) “riscritture, ritocchi, restauri e manutenzioni” che portarono il testo alla mole mastodontica dell’edizione Adelphi. Giorgio Manganelli scova nell’autore lombardo un’intensa fede registica poiché i suoi libri sono composti di trame rilasciate come serie naturalistiche di eventi, forme abbondantissime posate sulla pagina bidimensionale che rappresenta per Arbasino il vero ideale. Il congegno letterario adottato da Arbasino nel corso della sua vita è lui stesso a esplicarlo in quell’altro romanzo laterale che ci ha regalato in occasione dell’uscita dei due “Meridiani” (2009, 2010) a lui dedicati dalla collana mondadoriana: la Cronologia scritta con Raffaele Manica (curatore dell’edizione) dove per la prima volta lo scrittore decide di – “in vista di una probabile terza guerra mondiale” – mettere a posto certi ricordi molesti, smancerie e una “massa di sciocchezze insignificanti”. Una specie di autocronologia intessuta di nuovi testi. Qui la poetica di Arbasino trova un’ulteriore funzione. A cinque anni dalla scomparsa (era nato il 22 gennaio 1930), oltre alla pubblicazione di Fratelli d’Italia nella prima edizione, è uscito il documentario Stile Alberto, diretto da Michele Masneri e Antongiulio Panizzi, tratto dal libro omonimo di Masneri edito da Quodlibet. Presentato alla Festa del cinema di Roma e andato in onda il 28 ottobre su Rai 3. Grazie a Dino Ignani, fotografo, per aver concesso la pubblicazione dell’istantanea di Arbasino tratta dal suo archivio personale.           L'articolo Alberto Arbasino / “Fratelli d’Italia” 1963-2025 proviene da Pulp Magazine.
Tondelli vive! Viva Tondelli!
Quest’anno si è celebrato il settantesimo anniversario della nascita di Pier Vittorio Tondelli, avvenuta a Correggio il 14 settembre 1955, con la realizzazione di varie iniziative e anche con pubblicazioni di grande richiamo, come ad esempio Super Tondelli (Harper & Collins) di Enrico Brizzi e Codice Tondelli. La pagina è pelle, la parola è desiderio (Transeuropa) di Giulio Milani. È tuttavia dal 16 dicembre 1991, giorno della morte, che si è sempre rinnovato, anno dopo anno, un momento di raccoglimento e riflessione per tutti quelli che hanno conosciuto Tondelli, in vita o attraverso la lettura delle sue pagine. Dal pellegrinaggio sulla tomba, nel cimitero della piccola frazione correggese di Canolo, alle Giornate Tondelliane organizzate dal comune di Correggio (e confluite quest’anno in “Tondelli 70. Correggio Bologna Rimini”), ogni anno ha luogo una sorta di affezionata ritualità per uno dei pochi autori italiani che è riuscito a tracciare nuove coordinate dell’immaginario, includendovi – e al di là di ogni gretto personalismo o egolatrismo – anche la propria immagine di persona e di scrittore. In questa ritualità è sempre stata presente una persona che ha conosciuto Pier Vittorio Tondelli e, dopo la morte, ne ha fedelmente promosso e divulgato l’opera per almeno tre decenni come Enos Rota, ora curatore di Tondelli Vive. Racconti di chi lo ha letto e amato (La Città degli Dei ed., 2025). Non tanto e non più Biglietti agli amici – opera tondelliana del 1986, composta per frammenti carichi di essoterica passione autobiografica, ma anche di un grande fascino intellettuale, esoterico – ma biglietti degli amici, come vuole il sottotitolo del libro: racconti e testimonianze di chi è entrato, a vario titolo, nel mondo di Tondelli e tuttora ne fa parte. Nel libro si alternano i contributi di amiche e conoscenti di Tondelli, di scrittrici affermate – tra le altre, Piersandro Pallavicini, Davide Bregola e Silvia Tebaldi –, di attrici e registe, di studiose e lettrici della sua opera. (E il femminile sovraesteso di quest’ultima frase sia letto non solo come evenienza statistica, ma anche come minuscolo rinvio al contagio queer della sua scrittura, puntualmente ribadito nel suo contributo dallo studioso e poeta Piero Toto). Sono tante, soprattutto, le persone che hanno scritto una tesi di laurea o di dottorato su Tondelli e che, per questo motivo, hanno inevitabilmente incrociato i loro percorsi con quello di Enos Rota: presenza, la sua, costantemente visibile nei paratesti e nelle note a margine, ma che si mantiene anche fedele all’assenza, e all’assenza come lutto, nel non fornire, in questo volume, un contributo intero di propria mano. Sono vari anche i luoghi della geografia tondelliana attraversati da questi scritti (e anche dal piccolo ma prezioso apparato iconografico conclusivo): non soltanto Correggio e Canolo, ma anche via Fondazza, a Bologna, via delle Abbadesse a Milano, Rimini, Firenze, etc. Maurizio Puppo, di stanza a Parigi, evoca persino la stanza di Copi, a Montmartre, e lo fa non tanto e non solo per la comunanza di destino con Tondelli – con la morte per complicanze legate all’AIDS, alla fine degli anni Ottanta – ma anche per ricordare le tante “visite inopportune” (dal titolo di una pièce di Copi) che costellano le opere dei due autori. Visite ribaltate di segno, tra l’altro, nelle potenti righe finali del contributo: «Sono passato attraverso le loro vite come in sogno, e mi sono trovato da solo. Con una vita ancora davanti, troppo lunga per riempire quel vuoto incolmabile. La visita inopportuna, per Copi come per Tondelli, è stata quella della malattia e della morte. Per altri, e per me, è stata forse la vita». Naturalmente, c’è traccia, in queste righe come in altri interventi, di quel sentimentalismo che Tondelli a tratti incarnava e dal quale al tempo stesso sapeva invece distanziarsi con implacabile lucidità. Esemplare di tale oscillazione patetica tra prossimità e distanza è la citazione, da parte di Piersandro Pallavicini, dell’anemoia – neologismo coniato da John Koenig nel 2012, nel Dizionario delle tristezze senza nome – quale «nostalgia per un luogo, un tempo o una persona mai visitato, vissuto o conosciuta». In effetti, pare che sia proprio l’anemoia a guidare molti dei percorsi tracciati in questo libro; a tale nostalgia – così come a quella storica e generazionale, per gli anni Ottanta del secolo passato – si oppone, invece, il contributo di Silvia Tebaldi, dove gli stilemi tondelliani arrivano a mescidarsi più chiaramente con la sua scrittura: «E ti dico che mai, mai in questi anni di apocalissi e medi evi e terrore antropocenico, gli anni che a forza di essere anni a venire poi alla fine sono venuti, e cazzo se sono venuti, insomma questi anni qui, mai ho provato nostalgia per i tempi di prima, per la mia giovinezza o per quei portici, per l’essere allora di Correggio o Bondeno. Nonostante sia strano da capire, per molti, ma tu sai perché. È per questa tenacia da prozia, che tacca il portico come fosse in paese. È per la desinenza a nella poesia». Quella di Tebaldi non è tuttavia una voce dissonante, se non nel senso di una dissonanza che si aggiunge a un’armonizzazione complessa, stratificandola. Allo stesso modo, rispetto ai tanti contributi che vedono nel Tondelli scrittore, non conosciuto in vita, un potenziale “amico” – a partire dal titolo, già ricordato, del suo libro del 1986, ma anche in funzione della sua presenza televisiva, ricorrente in molti ricordi – Davide Bregola appunta, proprio riflettendo sulle immagini di Tondelli: «C’è una foto di Tondelli solo sulla spiaggia. Ha un cappotto nero e alle sue spalle c’è il mare. Tondelli è sempre solo. Stop». Con ogni probabilità, Bregola non allude soltanto alla moltitudine, in fondo anche atomizzata e solitaria, dei fan che ritengono di avere una forma privilegiata di comunicazione con questo o quell’autore, ma alla frequentazione della solitudine da parte dell’autore, che poi arriverà alle splendide pagine di Camere separate, che iniziano con il noto “La solitudine è questa”, divenuto poi il titolo di un recente film di Andrea Adriatico su Tondelli: «Vorrebbe spiegare che sì, Thomas gli manca e di questo sta soffrendo. Ma che non avverte la propria solitudine come una disperazione. Si sta concentrando su di sé, si sta racchiudendo nelle proprie fantasie e nei propri ricordi. Sta cercando di abbracciare la parte più vera di se stesso recuperandola attraverso il ricordo, la riflessione, il silenzio». Solitudine che diventa ancora più forte, saltando di qualche livello, se si pensa al perdurante pregiudizio accademico nei confronti dell’autore, ricordato da Piero Toto, sulla scorta di un precedente articolo di Luca Naponiello: Tondelli è stato frequentemente letto da prospettive culturaliste e per analisi identitarie, venendo invece trascurato da altri lettori e altri approcci, potenzialmente più canonizzanti (pur essendoci state, naturalmente, luminose eccezioni, a partire forse dall’Atlante delle derive di Giulio Iacoli, Diabasis, 2002). In questo senso, hanno sinora avuto un notevole rilievo le Giornate Tondelliane, organizzate anno dopo anno dal Centro di Documentazione Pier Vittorio Tondelli, allo scopo di promuovere una lettura critica dell’opera di Tondelli che si potesse rinnovare negli anni, con sempre nuove articolazioni e approfondimenti. Sono numerose le tracce di queste Giornate, nel libro, anche se pochi contributi riescono a condensare esattamente lo spirito di questo peculiare approccio all’opera tondelliana; tra gli altri accade, con Gianni Cimador e il suo tentativo di delineare una biografia interiore di Tondelli – uno scritto all’interno della quale si legge, ad esempio, un notevolissimo passaggio come questo: «Di fronte all’impossibilità di prescindere dal lato oscuro dal quale si vuole fuggire per vedersi oltre sé stessi, liberi da una storia con cui è faticoso fare i conti, perché si vorrebbe essere altro rispetto a quello che si è, la scrittura è una forma di salvezza, sublima conflitti e desideri che, altrimenti, sarebbero distruttivi: Tondelli si riconosce in Peter Handke quando scrive che “solo nella tristezza, per una mancanza o una colpa, quando gli occhi spaziando si fanno magnetici, la mia vita sconfina nell’epico”, ed è persuaso anche dai versi di Rilke nelle Elegie duinesi, in cui il poeta rivendica che “noi che pensiamo la felicità / come un’ascesa, ne avremo l’emozione / quasi sconcertati / di questa cosa ch’è felice, cade”». Molti altri sono i contributi, talvolta meno intellettualizzati ma egualmente appassionati, in omaggio a quella logica della fandom – del resto massimamente postmoderna, come anche il Weekend di Tondelli – che negli anni Ottanta iniziava ad insinuarsi e a contaminare, non necessariamente in modo negativo, le dinamiche controculturali provenienti dai decenni precedenti. Ne è un chiaro esempio, oltre a fornire un aneddoto esemplare del lungo lavoro compiuto sino a oggi dal curatore Enos Rota, il ricordo di Claudia Romagnoli: «Nell’estate del 2000, curiosando tra i libri esposti fuori alla libreria Pickwick della Galleria 2 Agosto, di fronte alla stazione di Bologna, trovo il volumetto Caro Pier di Enos, che acquisto immediatamente e leggo subito. Questa raccolta mi ha aperto un mondo: quante ragazze e ragazzi hanno scritto a Enos nel corso degli anni, persone che come me sentono Pier coì vicino, così fraterno. La raccolta di Pier è l’unico libro di letteratura italiana che ho portato con me durante i due anni trascorsi all’estero, di cui però non ho potuto parlare con nessuno, perché in quel paese non vi era ancora terreno fertile per certe tematiche, ed è stato lì che Pier mi ha ricondotta verso le mie radici. Passati alcuni anni, con l’avvento di Facebook, ho cercato tra i nominativi Enos, che ho trovato, e al quale ho chiesto immediatamente l’amicizia. “L’amico di Tondelli!” mi sono detta tra me e me. Wow. Un tuffo al cuore. Pier vive, rivive ancora!». Un grido sommesso che risuona ancora, ogni anno, specie nel mese di dicembre, a contrastare il grigiore e il freddo delle giornate bassopadane nei pressi dell’anniversario della morte di Tondelli: l’epoca dei suoi libri è forse chiusa per sempre (anche nelle diramazioni di cui Tondelli è stato promotore, come i tre volumi del Progetto Under 25, in cui Tondelli si è fatto curatore delle scritture di autori e autrici più giovani di lui), ma la sua lettura, grazie anche all’incontro con Enos, è ancora fonte di quella possibilità di un incontro sconvolgente e destabilizzante per il quale, in genere, vale la pena aprire un libro. L'articolo Tondelli vive! Viva Tondelli! proviene da Pulp Magazine.
Il riflesso di Kafka
«Versioni», versions nel titolo originale, è termine quanto mai utile per introdurci al tema di questo saggio narrativo di Maïa Hruska su Kafka  (Dieci versioni di Kafka, tr. Francesco Peri, pp. 192, euro 18,00 Mondadori). Dieci versioni di altrettanti traduttori che nella prima metà del Novecento si sono cimentati con lo scrittore ceco allora sconosciuto ai più. Traduzioni da una lingua, il tedesco di Kafka, in un’altra. Nell’ordine: l’inglese di Eugene Jolas, lo spagnolo di Borges, il rumeno di Paul Celan, l’yiddish di Melech Ravith, l’italiano di Primo Levi, il francese di Alexandre Vialatte, il polacco di Bruno Schulz, l’ebraico di Yitzhak Shenhar, il ceco di Milena Jesenská, anonimi invece i primi traduttori russi. Accomunati, i più, dall’esperienza diretta della Shoah, tutti dall’aver attraversato gli orrori del secolo breve e le sue atrocità. Verrebbe da dire: compagni di un viaggio al termine della notte. Un altro tempo e un altro mondo. Tutti, infine, pienamente consapevoli di “cosa vuol dire trasferire una lingua in un altra“. Un Kafka di copertina di Andy Warhol chiarisce meglio la portata dell’operazione: non un Kafka a tutto tondo, à la Scholem per intenderci, assimilato alla tradizione talmudica, o à la Cacciari, di un Kafka leibniziano. No, con le parole dell’Autrice, un Kafka riflesso “nel riverbero dei suoi primi traduttori” ciascuno dei quali lo ha interpretato a modo suo, proiettandoci dentro un po’ di sé. Il che significa che ognuna di queste biografie ha incrociato almeno in un punto quella di Kafka: un ritrovato pokoj – “[…]quel luogo fisico o psichico nel quale aspiriamo a ritirarci per ritrovare la profondità e la distanza critica, lontano dal chiasso del mondo” – nel caso di Jolas, l’amore per la letteratura in quello di Borges, l’yiddish con Ravitch, la morte con Violatte, e via di questo passo. Insomma, una forte attrazione non dissimile da quelle che Goethe, che Kafka leggeva in modo assiduo, chiamava le «affinità elettive». La stessa Autrice, di famiglia ceca e la cui nonna si chiamava, guarda un po’, Ludmilla Kafka, ci confessa di esserne affetta. Sarebbe stata questa risonanza personale a decidere della qualità delle traduzioni. Che non possono essere per ciò stesso fedeli all’originale. Ne era convinto il Borges traduttore il quale aborriva le traduzioni-calco che farebbero sparire l’originale. Meglio la sfasatura, pensava, meglio lo scarto e quel certo «non so che», altrimenti, a renderlo troppo perfetto, l’originale smette di esistere. Eppoi, quel «non so che cosa» non è forse il cuore stesso del reale? Non ne era convinto l’editore di Vialatte, Gallimard, che affida la revisione e la rettifica delle sue traduzioni kafkiane a un professore della Sorbona. Invece ne era convinto Calvino che in veste di redattore dell’Einaudi giudicò troppo letterale la traduzione de Il processo allora in circolazione. Solo Levi, pensava, sarebbe stato capace di rendere con esattezza il tono kafkiano. Di traduzione fedele e infedele aveva parlato Walter Benjamin (Il compito del traduttore in Angelus Novus, Einaudi, 1982), lettore scrupoloso di Kafka e presenza discreta del saggio. La contrapposizione tiene, questa la sua tesi, “finché la traduzione pretende di servire al lettore”. Tutto lascia pensare che nel loro vis-à-vis con Kafka i nostri traduttori avessero in mente non un pubblico di lettori ma solo se stessi. Alcuni, si diceva, erano ebrei sopravvissuti ai campi o costretti a un esilio forzato e come Kafka scrittori. Sensibili al loro essere ebrei, chi meglio di Josef K. de Il processo o K. de Il castello o Karl Rossmann di America avrebbe potuto descrivere la tragedia della loro impotenza in tutti quei terribili anni? Vladimir Jankélévitch ne La coscienza ebraica (La Giuntina, 1995) parla di “una alterità costituzionale” propria dell’ebreo”, di “non essere mai assolutamente presente ma di essere sempre assente”, “due volte assente da se stesso”. L’inafferrabilità di Kafka – Kafka rimane per sempre inafferrabile, scrive la Huskra – affligge anche i suoi traduttori che l’esilio ha precipitato “al tempo stesso nell’estraneo e nel banale condannandoli a portare il viso di sempre, ma indossando il nome di un altro”. Letteralmente una metamorfosi a rovescio. Che la loro vita sia trascorsa anche in divergente accordo con quella di Kafka non deve allora stupire. Si prenda la lingua. Germanofoni come Kafka sono in particolare Celan e Milena Jesenská, letterato yiddishofono è Ravitch e sappiamo quanto Kafka sentisse lo yiddish una lingua al tempo stesso intima e lontana, del tedesco dei campi si serve Levi per la sua traduzione de Il processo mentre per il ceco Kafka scrivere in tedesco significava appropriarsi «di un possesso altrui che non si è conquistato, ma rubato con un gesto (relativamente) distratto e che rimane possesso altrui». Un tedesco impeccabile, di cancelleria, nella sua essenzialità quasi un altro scrivere, il suo, per qualcuno addirittura un “linguaggio di carta o artificiale”1. Pur tuttavia, necessario. Anche nell’intimità. Vuole che Milena gli scriva in ceco ma lui risponde nel suo tedesco. Al pari dei suoi traduttori, uno straniero nella propria lingua. Ma il nostro saggio narrativo riserva qualche sorpresa in più. Chi sono questi traduttori? Alcuni nomi ci sono noti perché di loro abbiamo letto qualcosa, ma gli altri? Ad esempio, chi erano Eugene Jolas, Melech Ravitch, Alexandre Vialatte? Dei noti e dei meno noti la Hruska riesce a tracciare un profilo che nulla concede alla secchezza delle biografie di seconda copertina. La modalità del suo procedere ricorda quella dei macchiaioli in pittura. Piccoli ma significativi episodi di vita vissuta, piccoli dettagli a disegnare un destino scritto da altri, subito stoicamente. Ma questo è Eugene Jolas? È questo, Melech Ravitch? Alexandre Vialatte … Yitzhak Shenhar? Siccome tutti questi destini alludono sapientemente a quello di Kafka di cui sono di fatto un riverbero, la domanda riguarda anche il nostro. Ma proprio questo è Kafka?2 Posseduto dal demone della scrittura, un po’ introverso, sensibile al comico, riservato in amore? Sì, in questi piccoli frammenti, abbiamo qualche difficoltà a riconoscerlo. Nei panni di conferenziere, ad esempio. Lui così schivo che “organizza nel municipio del suo quartiere una serata dedicata alla lingua yiddish”, sale in cattedra e riesce “a turbare il pubblico in sala” oppure, nel mentre sorseggia un caffè “sotto i lampadari di cristallo del caffè Arco”, cercare furtivamente lo sguardo della giovane Milena… 1 G. Deleuze, F. Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, Quodlibet, 1996, p. 30 2. Ovvio il riferimento a R. Stach, Questo è Kafka?, Adelphi, 2016   L'articolo Il riflesso di Kafka proviene da Pulp Magazine.
Alla ricerca della mortalità
Pare sia stato durante le riprese di John Wick 2, e prima di girare Matrix Resurrections, che Keanu Reeves abbia cominciato a riflettere sull’idea di mortalità e, di conseguenza, sul personaggio del Berserker, un guerriero vissuto per 80.000 anni, passato attraverso innumerevoli cicli di morte e rinascita. In BRZRKR, il graphic novel illustrato da Ron Garney, scritto da  Matt Kindt e dello stesso Keanu Reeves, il protagonista Unute, detto “B.“, è forte come Hulk ma con le sembianze dell’attore hollywoodiano.  Un fattore rigenerante alla Wolverine rende il suo corpo gloriosamente indifferente alle armi convenzionali. Assorbito dalla trance azzurrognola che sopravviene nel cuore dell’azione – qui indicata con il termine riastrid  preso in prestito dalla mitologia irlandese – può capitare però faccia a pezzi tanto i nemici quanto gli amici abbastanza imprudenti da entrare nel suo campo d’azione, con conseguenze poco gradevoli per lo spirito del reparto.  Nella nostra epoca BRZRKR collabora infatti con un’agenzia governativa USA, in cambio del lavoro sporco che svolge al seguito della  solita unità speciale super segreta conta di ricavare informazioni sulle proprie origini. Fin qui il fumetto, che, per inciso, giunto al dodicesimo volume si è rivelato un successo commerciale sfacciato ma si conferma adesso anche la piattaforma di una strategia transmediale più articolata. Presto dovrebbero infatti vedere la luce un live prodotto da Netflix (nessuna release date è al momento disponibile), presumibilmente interpretato da Reeves stesso,  e una serie animata. In tutto questo gli è riuscito anche il “colpaccio” di coinvolgere nel progetto China Miéville, l’autore che ai nostri giorni ha praticamente ridefinito il canone weird della fiction speculativa, per scrivere un romanzo ispirato all’universo di  BRZRKR. Esito ancora meno scontato, dato che il Maestro da almeno 10 anni non pubblica un nuovo romanzo per dedicarsi a tempo pieno ai saggi su Marx e la rivoluzione russa. Perché vedesse la luce Il libro dell’altrove (Minimum Fax, pp. 421, €20) – questo il titolo in uscita il 28 novembre anche in Italia – Reeves ha dovuto prestare i suoi “giocattoli” allo scrittore inglese quasi senza condizione,  lasciandogli praticamente carta bianca su tutto il resto. Il risultato è un tie-in anomalo e autorale,  con pochi o nessun precedente, che un anno fà,  tra le altre cose,  ha diviso anche il mondo letterario anglosassone, tra l’entusiasmo dell’ala nerd e lo shock della componente più ammodo. Nelle mani di Miéville,  B. si trasforma infatti un iperoggetto vivente, non semplicemente un efferato semidio sanguinario ma un prodigioso “Osservatore della parabola umana” che,  avendo fatto slalom tra le stagioni del neolitico, in singolare sintonia con un antropologo anarchico come David Graeber, compatisce la nostra auto narrazione come civiltà occidentale: “Vi ho già detto che la storia come l’ha raccontate voi è una stronzata. L’ignoranza del paleolitico e poi – schioccò le dita – la rivoluzione del neolitico! Poi fate passare qualche migliaio di anni e puff arriva la scrittura e finalmente comincia la festa.” Scosse la testa. “ve l’ho detto, la storia ha fatto su e giù moltissime volte.” Nella sua interminabile esistenza, Unute – che a tempo perso ha collezionato 17 lauree,  imparando più lingue morte che  parlate – ha incontrato personalmente Marx, interpretato L’ultimo nastro di Krapp sotto gli occhi di Samuel Beckett, frequentato il poeta polacco Boleslaw Lesmian. Ma, soprattutto, può vantare l’amichevole frequentazione di Sigmund Freud e del suo lettino psicanalitico. Secondo la ricercatrice Hannah Zeavin, anzi, il romanzo stesso consisterebbe in una vera e propria “fan fiction freudiana”, dacché nel libro proprio a Herr Doktor spetta la prima e l’ultima parola. Unute, come ribadisce a più riprese nel corso della storia, non desidera affatto morire ma diventare mortale, uscire dal ciclo ”Uccido, muoio, ritorno” in cui è rinchiuso dalla nascita. Freud, il Freud del romanzo, che scambia  inizialmente la storia di B.  per il resoconto dei suoi incubi, confessa di essersi domandato “perché mai l’inconscio tornasse a quella carneficina”. Ed ecco la risposta. Malgrado B. si rifiuti infatti di diventare una metafora (“come se quello che siamo avesse importanza solo a patto che significhi qualcos’altro”)  il suo caso di studio aiuta il Freud immaginario a estrapolare quella che diventerà in seguito la teoria della pulsione di morte (death drive), infliggendo alla coscienza dello scienziato “il primo dei miei due shock sulla via di Damasco, il primo dei due colpi che mandarono in frantumi  tutti i miei paradigmi“. Miéville,  che ha costruito il romanzo su diversi piani temporali, offre numerosi flashback e una ricca galleria di personaggi – l’amico intersessuale, la sposa infelice e risentita, ecc –  destinati a invecchiare e morire in un arco temporale che nella vita del Berserker equivale più o meno a un giorno. Queste rievocazioni contribuiscono ovviamente a “umanizzare” una figura  che i culti dell’antichità (e non solo) hanno adorato o maledetto,  invece,  identificandola con la Morte stessa. D’altro canto, come ha chiarito lo scrittore inglese nelle interviste, “se desideri violenza e inseguimenti in elicottero, li otterrai, perché sarebbe un imbroglio non darteli in un romanzo di BRZRKR“. Il libro dell’altrove, insomma,  non può essere il libro degli imbrogli e non può venir meno alle attese dei fan. Logico che lo scheletro del racconto sia un thriller, con qualche elemento fantasy che, a prescindere dal genere letterario, per quello che so nei romanzi di Mieville non manca praticamente mai.  Un thriller soprannaturale visionario e indubbiamente ambizioso che annoda con un linguaggio sontuoso codici, forme letterarie e – perchè no? –  aspettative e pubblici normalmente discrepanti.  Un romanzo su commissione attorno un killer immortale che, in compagnia di un cinghiale (quasi) altrettanto imperituro, può testimoniare della nostra storia profonda,  fino a rivelarsene un involontario e invisibile protagonista (o, nel gergo dell’agenzia, un “vettore per l’innovazione”). Una storia appassionante, non perfetta,  specie nel raccordo finale, dove, tra un’esplosione e l’altra,  sette millenarie flirtano con scuole psicoanalitiche mentre la CIA, o chi per essa,  affida le sue sorti a un dipartimento delle «Migrazioni di tecnologie e sistemi di credenze nell’antichità».  Una storia, infine, che non disdegna i tropi più noti della narrativa di genere, a cominciare  da un Franken-B assemblato con gli scarti del protagonista, la sua versione collage che diventa la sua nemesi oscena e “mostruosa”.  Ma lo stesso Unute, che desidera sopra ogni cosa diventare un mortale,  e quindi un umano, qualsiasi cosa ciò significhi, non è forse, come ha osservato Miéville, l’ennesima versione di un pinocchio che vuole trasformarsi in un “bambino come tutti gli altri “?  L'articolo Alla ricerca della mortalità proviene da Pulp Magazine.