Il figlio di Marwan Barghouti: «Tony Blair a Gaza è una follia. L’ANP va riformata. Mio padre presto uscirà»

Assopace Palestina - Monday, September 29, 2025

di Greta Privitera

Corriere della Sera, 29 settembre 2025.  

Arab Barghouti: «È triste che l’Italia non abbia ancora riconosciuto la Palestina; Ben Gvir è un bullo».

A sinistra il figlio Arab Barghouti, al centro il padre Marwan e a destra il fratello

Non lo ha riconosciuto.

Chi è quell’uomo dal volto scarno, dalla postura fragile, si è chiesto Arab Barghouti, guardando il video delpadre Marwan umiliato in cella dal ministro della Sicurezza israeliano,l’estremista di destra Itamar Ben-Gvir. «Poi ho ritrovato il suo sguardo vivo – nonostante lo vogliano fantasma -, persino un accenno di sorriso», racconta dalla sua casa di Ramallah. Arab, 35 anni, è l’ultimo dei quattro figli del «Mandela di Palestina», il prigioniero più temuto da Benjamin Netanyahu perché ancora amatissimo leader: l’unico che potrebbe riunire il popolo palestinese. Da 23 anni è chiuso nelle carceri israeliane, condannato a cinque ergastoli con l’accusa di aver pianificato tre attacchi terroristici durante la Seconda intifada. Lui si è sempre dichiarato innocente.

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Non lo vedeva dal 2022.
«È stato doloroso guardare quel video, ma ci siamo ricordati le sue parole: “Useranno ogni tattica per demolirmi, ma non preoccupatevi mai per me, sono 50 anni che combatto l’oppressore”. Ben-Gvir è un bullo; papà ha affrontato decine di Ben-Gvir nella sua vita. È stato picchiato e torturato fino allo svenimento, preso a calci nei genitali, denigrato. Umiliano il leader per umiliare il popolo che invece festeggia nel vederlo vivo».

Come commenta il discorso di Netanyahu all’Onu?
«Non mi aspettavo niente di meglio da un criminale di guerra. È incredibile che gli diano ancora il microfono. Penso che il doppio standard con cui Europa e Stati Uniti si stanno muovendo sia vergognoso».

Spieghi.
«La Russia è duramente sanzionata per l’Ucraina, qui si muovono indisturbati: se sei bianco la tua vita vale di più di quella di un nero o di un mediorientale».

Ne fa una questione di razzismo?
«Sì, anche. Penso che la stessa creazione dello Stato di Israele si basi sul razzismo, ma le cose stanno cambiando. I riconoscimenti della Palestina sono un passo positivo. È triste che l’Italia non lo abbia fatto».

Giorgia Meloni vuole la certezza che Hamas sia escluso da futuri governi.
«È solo una scusa. Tra palestinesi e italiani c’è amore e rispetto. Esecutivi di sinistra e di destra sono sempre stati vicini alla nostra causa. Meloni così è complice di genocidio, ma la vostra gente ci dimostra in tanti modi il suo sostegno: dalla piazza alla Global Sumud Flottilla».

Nel piano post-guerra di Trump, Gaza sarebbe gestita da un comitato con a capo Tony Blair.
«È un’idea molto pericolosa. Hamas è disposto a cedere il potere, tocca ai palestinesi governare la loro terra. Non abbiamo più bisogno di leader occidentali. Tony Blair è responsabile di molte catastrofi, come quella irachena. I nostri politici e l’ANP devono guidare il passaggio».

Quindi vede l’ANP a capo?
«Accolgo con favore le parole di Abu Mazen all’ONU: entro 12 mesi dalla fine del genocidio è disposto a indire le elezioni. Certo, l’ANP di oggi non funziona: governa la Cisgiordania da quasi 20 anni, in questo tempo abbiamo perso tantissimi territori e il terrorismo dei coloni è aumentato. Va riformata, ma può traghettare la Palestina verso un processo democratico».

Nel piano di Trump c’è anche la scarcerazione dei prigionieri palestinesi. Anche suo padre?
«Sento che siamo vicini a riabbracciarlo. Mia madre e noi figli non vediamo l’ora che sia libero: non ha mai potuto tenere in braccio i suoi nipoti. Un israeliano che vuole la pace dovrebbe sostenere un leader palestinese che crede nella soluzione dei due Stati, amato e scelto dal popolo. Non dovrebbe temere mio padre».

Che uomo è Marwan?
«Forte, saggio e determinato. Si allenava due ore e mezza al giorno. Leggeva decine di libri al mese: è lui che ci ha spronato a laurearci; grazie alle sue parole ho fatto un master in America.  Dalla cella insegnava storia e lingua ebraica ai prigionieri, molti dei quali hanno preso la laurea. Papà sostiene che per trovare una soluzione con gli israeliani sia importante conoscerli. Peccato che è in isolamento dal 7 ottobre e tramite il suo avvocato sappiamo di torture e umiliazioni vergognose: all’inizio della guerra gli sparavano l’inno di Israele a tutto volume in cella, giorno e notte».

https://www.corriere.it/esteri/25_settembre_29/intervista-figlio-marwan-barghouti-4a9a24aa-5739-4c24-8651-5620ecad1xlk_amp.shtml