Dalle periferie alle piazze: la rabbia sociale rompe gli argini della repressione
Migliaia di giovani in piazza contro carovita, salari da fame, guerra e
politiche del governo Meloni. Da Milano a Bologna e Torino, cariche e
lacrimogeni contro una mobilitazione che rifiuta la divisione tra manifestanti
buoni e cattivi
Le immagini dei blindati della polizia che attraversano piazza Duomo a Milano,
dei reparti antisommossa impegnati in ripetute cariche, degli idranti schierati
a Bologna e dei lacrimogeni lanciati nelle strade di Torino raccontano qualcosa
che va ben oltre l’ennesima giornata di scontri. Sabato 17 ottobre migliaia di
giovani hanno occupato le piazze di numerose città italiane per protestare
contro il carovita, i salari insufficienti, gli affitti insostenibili e il
peggioramento delle condizioni materiali di esistenza. Una mobilitazione nata
prevalentemente attraverso gruppi Telegram e WhatsApp, senza una struttura
organizzativa tradizionale, che ha portato nelle strade una generazione spesso
descritta come disinteressata alla politica e incapace di mobilitarsi
collettivamente.
A Milano, secondo le stime circolate tra gli organizzatori, oltre seimila
persone hanno raggiunto piazza Duomo. A Bologna e Torino i cortei hanno raccolto
migliaia di partecipanti, a Brescia circa tremila, mentre manifestazioni e
presidi si sono svolti anche a Bergamo e in altre città. Numeri che assumono un
significato particolare perché non sono il risultato della convocazione dei
grandi partiti o delle organizzazioni sindacali, ma di un appello spontaneo,
Italia in piazza, inizialmente considerato poco più di un esperimento nato sui
social. Eppure quell’appello ha intercettato una disponibilità alla
mobilitazione che evidentemente esisteva già, alimentata dall’impoverimento,
dalla precarietà e dalla crescente distanza tra le condizioni reali della
popolazione e la rappresentazione rassicurante offerta dal governo.
Le piazze del 17 ottobre arrivano inoltre all’indomani di una significativa
giornata di sciopero studentesco, con manifestazioni in decine di città contro
il definanziamento dell’istruzione, la militarizzazione delle scuole, il
carovita e le politiche del ministro Valditara. La continuità tra queste
mobilitazioni non è soltanto generazionale. A unirle è la percezione che le
condizioni di vita e le possibilità di futuro siano progressivamente peggiorate,
mentre le risposte delle istituzioni si concentrano sulla disciplina, sul
controllo e sulla repressione delle forme di contestazione.
[…] DALLA FRANCIA ALL’ITALIA, UNA CRISI CHE ATTRAVERSA I CONFINI
Le mobilitazioni italiane si collocano in un contesto europeo segnato da
proteste contro il carovita, le disuguaglianze e le politiche governative. In
Francia, nelle ultime settimane, studenti e lavoratori hanno dato vita a
manifestazioni, blocchi e scioperi, denunciando il deterioramento dei servizi
pubblici e le condizioni del sistema scolastico. Anche lì il confronto con le
forze dell’ordine è stato particolarmente duro, con episodi di repressione che
hanno suscitato forti polemiche e hanno contribuito ad alimentare ulteriormente
la mobilitazione.
Le proteste francesi hanno messo in evidenza come la questione giovanile non
possa essere separata dalle trasformazioni del lavoro, dalla crisi dei servizi
pubblici e dalla crescente segregazione sociale del sistema educativo. Le
occupazioni e i blocchi dei licei, così come gli scioperi e le manifestazioni
nelle città, esprimono un rifiuto delle politiche che scaricano sulle classi
popolari i costi della crisi e restringono le possibilità di accesso
all’istruzione e alla mobilità sociale.
Non è possibile stabilire quanto le immagini provenienti dalle piazze francesi
abbiano influenzato direttamente i giovani italiani. È però evidente che quelle
mobilitazioni contribuiscono a costruire un immaginario condiviso, nel quale la
protesta collettiva torna a essere percepita come una possibilità concreta di
intervento sulla realtà. Le immagini delle barricate, degli scontri e delle
cariche non sono soltanto rappresentazioni spettacolari del conflitto, ma
entrano in un circuito di comunicazione attraverso il quale giovani di paesi
differenti riconoscono problemi e condizioni materiali simili.
Il dato politicamente più interessante è la contemporaneità di fenomeni che
presentano caratteristiche differenti ma interrogano problemi comuni:
precarietà, impoverimento, crisi della rappresentanza, riduzione degli spazi di
partecipazione e crescente centralità degli apparati coercitivi nella gestione
del conflitto. In questo quadro, la solidarietà con il popolo palestinese e la
contestazione delle politiche di guerra e riarmo rappresentano ulteriori
elementi di collegamento tra mobilitazioni che non si esauriscono nelle
rispettive dimensioni nazionali.
OLTRE LA DIVISIONE TRA BUONI E CATTIVI
Le piazze del 17 ottobre non possono essere considerate automaticamente l’inizio
di un nuovo ciclo di mobilitazioni. Una giornata, per quanto partecipata e
conflittuale, non basta a dimostrare l’esistenza di un movimento capace di
durare nel tempo. La spontaneità può rappresentare una risorsa importante, ma
pone anche problemi di continuità, organizzazione e definizione degli obiettivi.
Sarebbe tuttavia altrettanto sbagliato sottovalutare ciò che è accaduto,
riducendolo a un’esplosione momentanea di rabbia o a una sequenza di episodi di
ordine pubblico.
Ciò che emerge è una disponibilità alla partecipazione che smentisce la
rappresentazione di una società completamente rassegnata. La presenza di
migliaia di giovani, molti dei quali estranei alle forme tradizionali della
militanza, indica che esistono energie sociali e domande politiche non
intercettate dai canali istituzionali. Non si tratta semplicemente di un disagio
generazionale, ma dell’emersione di contraddizioni materiali che attraversano il
lavoro, l’abitare, l’istruzione e l’accesso ai servizi, colpendo in modo
particolare le fasce più giovani e meno tutelate della popolazione.
La possibilità che queste mobilitazioni trovino continuità dipenderà dalla
capacità di collegare le rivendicazioni sul costo della vita con quelle sul
lavoro, sulla casa, sulla scuola, sulla sanità e sulle politiche di guerra e
riarmo. Dipenderà anche dalla possibilità di costruire rapporti tra soggetti
differenti, senza cancellarne le specificità e senza ridurre il confronto
politico a una disputa sulle forme della protesta. L’incontro tra studenti,
giovani delle periferie, lavoratori precari, migranti e movimenti sociali può
rappresentare un terreno importante di ricomposizione, a condizione che le
differenze non vengano negate e che le rivendicazioni trovino una prospettiva
comune.
Rifiutare la divisione moralistica tra manifestanti buoni e cattivi significa
anzitutto rifiutare che quella distinzione diventi uno strumento per
delegittimare intere mobilitazioni. Significa mantenere al centro le cause
sociali del conflitto, pretendere l’accertamento delle responsabilità
individuali e contrastare ogni tentativo di trasformare il dissenso in una
condizione permanente di sospetto. La solidarietà con chi manifesta non può
essere subordinata all’adesione a un modello di protesta preventivamente
approvato dalle istituzioni, così come la critica alla repressione non richiede
di negare l’esistenza di comportamenti differenti all’interno delle piazze.
Le manifestazioni del 17 ottobre pongono quindi una questione che riguarda
l’intero Paese. Se le condizioni materiali continuano a peggiorare, se i salari
perdono potere d’acquisto, se la casa diventa un privilegio, se i servizi
pubblici vengono impoveriti e se la risposta istituzionale privilegia gli
strumenti repressivi, il conflitto sociale non può essere considerato
un’anomalia da eliminare. È una conseguenza delle contraddizioni che
attraversano la società e della difficoltà delle istituzioni di offrire risposte
credibili.
Il governo Meloni continua a investire politicamente sulla sicurezza e
sull’inasprimento delle misure penali, ma la repressione non può sostituire una
politica sociale. Le cariche non riducono il costo degli affitti, i lacrimogeni
non aumentano i salari, i fermi non migliorano la scuola e la sanità. La
questione non è prevedere se la rabbia esplosa nelle piazze continuerà nelle
prossime settimane, ma riconoscere che le ragioni che l’hanno prodotta rimangono
tutte aperte.
Il seguito non è scritto. Ma una cosa emerge già con chiarezza: non sarà
sufficiente raccontare gli scontri per comprendere ciò che sta accadendo.
Occorrerà guardare alle condizioni sociali che hanno portato migliaia di persone
nelle strade, alle responsabilità politiche che hanno contribuito a produrle e
alle scelte repressive che rischiano di aggravare ulteriormente il conflitto. È
su questo terreno, e non sulla contrapposizione artificiale tra manifestanti
accettabili e manifestanti da isolare, che si gioca la possibilità di costruire
una risposta collettiva all’impoverimento, alla guerra e alla progressiva
restrizione degli spazi democratici.
VERSIONE RIDOTTA
Osservatorio Repressione