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Giovanna Sicari / Una fedeltà assoluta
Nell’ultimo libro di Giovanna Sicari (Epoca immobile, uscito nella data della sua morte, il 2003) c’è un altro libro: l’amore scritto, solido e veritiero, della quarta sezione, dal titolo Il giorno fu pieno di lampi. Versi forti, dove la realtà si tocca nella serie di “lettere” al compagno poeta. Assistiamo all’esperienza della lotta amorosa, di chi indossa sandali per sentire sotto di sé il terreno giusto: pare di vedere (“vedere” è il termine esatto) il fitto dialogo di una coppia che si fronteggia, sia nel tocco sessuale sia nel fiato necessario alla vita. Ventiquattro poesie che ci inchiodano di fronte a una casa, proprio nel centro di città (Roma e Milano, ma emerge anche Genova) che appaiono e scompaiono come i quadri su un palco. Ma qui non c’è teatro, mai come in queste poesie l’autrice aduna e narra le cose non perdute che nemmeno la morte ha potuto sottrarre. Queste parole oggi ci fermano alla luce del volume che raccoglie l’intera opera poetica di Giovanna Sicari. Lei che ha abitato diverse case della poesia, e altrettante dove incollare la propria fedeltà ai muri e alle strade ostinatamente seguite. Prenestina, Monteverde, ma anche certi luoghi milanesi sbrogliano l’intontimento generale della realtà a cui lei assistette prima di lasciarla definitivamente. Lei che spesso si è esposta risoluta nei versi con la voglia di svolgere un nodo, di strappare un blocco. Le ferite non hanno avuto potere, o se l’hanno avuto, è stato per riprendere da capo ogni volta il senso del mondo, il senso profondo di una fede indomita, mai succube di visioni mansuete. Ci sono furori, per niente astratti, sparsi in tutto questo libro complessivo, e si capisce come la volontà di prendere un atto d’amore o un atto di presenza sia sempre accompagnata dal proprio frequentare la verità, nuda e pura, guardia di una crudezza talvolta lancinante. Poesia come “epistolario di vita”, relazione percettiva, capace di fondersi con l’anima pulsante e più profonda della scrittura, quella che viene dalle lontane origini dell’umano, non ancora scortesemente distillata dalla modernità. Questo uno dei percorsi di Giovanna Sicari, che dagli esordi di Decisioni a Epoca immobile, ha documentato l’attraversamento delle “epoche” culturali, e saputo condursi con robusta mano, da Pasolini a Celan. Ce ne accorgiamo rileggendo Roma della vigilia, poemetto uscito quattro anni dopo Uno stadio del respiro (1995), quest’ultima raccolta forse la più “difficile” e difficoltosa nella sua scrittura sempre al limite di una battaglia o di un viaggio che avvicina alla fine del mondo. Ora Roma della vigilia in Tutte le poesie feconda il terreno più importante, con la sua celeste tenerezza viaggiante, dove il pudore talvolta si allenta perché traspaia un racconto vero, non eludibile. L’intera opera di Giovanna Sicari ci fa capire come niente sia perfetto per la nostra anima, sia il male sia il bene, sia la frenesia d’amore sia una quiete lontana dagli impulsi. Proprio qui sta il senso soprattutto interno del suo ultimo messaggio, e anche quando la pagina assume il tono della preghiera più schietta e “concorde”, in Nudo e misero trionfi l’umano, non si disperde la luce avvolgente i corpi terreni di una Roma che fa la storia, nella salute e nella malattia, nell’esplosione del caos o nella languida e serale meraviglia. È quella città che lei indossa e trasporta in ogni luogo, e in ogni luogo ci fa annusare l’umanità da cui cola sangue, e talvolta abbruttisce nel dolore. Che si tratti di “memoria”, di un farsi rapire dalle stagioni per ritornare all’adolescente bellezza fatta di rabbie e di destini incrociati, che si tratti dell’esperienza concretizzata dentro le mura carcerarie (a lungo Giovanna ha insegnato a Rebibbia, non mancando di coglierne la vera sostanza in certe sue prose), ogni sua poesia non ha rassegnazione, ma custodisce le diverse stazioni di un’esistenza. Lungo il cammino di una famiglia, dal passato che incanta con presenze angeliche fino al presente fatto di fratture ma anche di crescite continue. La notte e il giorno sono impastati dentro la lingua delle poesie ora raccolte in questo volume prezioso, possiamo dire “familiare”, che tutto vuole meno che essere ignorato. Spiace che al suo interno manchi una bibliografia critica, necessaria, di cui si sente il bisogno e che certamente attesterebbe l’attenzione dei più attenti lettori della scena poetica italiana degli ultimi decenni del Novecento. Poiché bisogna aggiustare le cose, e ribadire l’importanza di un complesso – civile e visionario – percorso poetico dedicato alle nuove generazioni che non hanno fatto in tempo a inserire le prime edizioni nelle proprie librerie.   L'articolo Giovanna Sicari / Una fedeltà assoluta proviene da Pulp Magazine.
February 22, 2026
Pulp Magazine
Per Giovanni Cosci, morto di lavoro
Una poesia di Yuleisy Cruz Lezcano (*) Ombre di normalità Tutto è in una camera d’attesa, le briglie del rosario sgranano settantotto anni, e il tempo si piega sulle ginocchia vecchie, sul respiro pesante di chi ha dato troppo. Tra polsi rugosi e sospiri pesa il piombo delle lancette e la rete dei fiori di ghiaccio sulla pelle congelano fibre
February 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Poesia tra assenza e resistenza ..
a cura di Sandro Sardella ci sono libri che silenziosamente ti aspettano .. li hai ricevuti li hai sfogliati un poco leggiucchiati e .. poi lasciati lì per .. .. ma eccoli che te li ritrovi e .. incontri le pagine e catturato leggi con attenta passione .. così e successo con due libri di Anna Lombardo .. poeta che
February 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Poesia e resistenza: «Voglio raccontarti una storia»
Renée Nicole Good e Facundo Jones Huala: versi di fuoco. di Valentina Fabbri Valenzuela Come Sirio e Procione: stelle che bruciano nella notte Introduzione — Leggenda yagan: stelle di fuoco Ogni popolo ha le sue fiabe della buonanotte, i suoi racconti originari. Spesso nascono guardando il cielo, tra paure, speranze, freddo e silenzio. In questo tempo buio segnato da guerre
January 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Silvia Rosa / Con arma d’inchiostro
Silvia Rosa continua il proprio orientamento poetico verso i vivi, e soprattutto le “vive” – sopravvissute – che, mattone dopo mattone, ogni giorno lucidano l’armatura perché questa serve contro l’orco mondiale, maschile, più della resistenza che affatica ossa e muscoli, e toglie il fiato cui la poetessa (come tutte) aspira perché la vita continui inviolata. E sia ancora tonico quel canto “alla durata” che serve a frequentare stagioni, e futuri in qualche modo atletici. L’accuratezza visiva che ha sempre incantato critici e lettori in questo nuovo libro oltrepassa, ancora e di più, la verità umana traducendosi nel continuo svelare – in ogni poesia – l’oscura opera del drago contaminante col suo fiato il giusto peso del corpo e delle menti femminili. Il drago, sia chiaro, è sempre maschile e non tiene conto di legami che dovrebbero essere fondamenta di vita, e costruiti intorno a spazi certi, inviolabili e inviolati. Territori corporali che non dovrebbero preludere a fiabe inventate per dar luogo al “supremo sbaglio” che molti padri, incombenti, operano “lacerando la velina dell’infanzia”. Il gioco domestico non è un gioco, sarebbe sufficiente questo a far puntare lo sguardo nella giusta direzione, prima che serva la storia letteraria di una poesia a far denuncia, a scoperchiare l’immagine contraffatta della famiglia offerta da una pubblicistica ipocrita. Ogni poesia di L’ombra dell’infanzia è una tessera che sceglie da sé il proprio posto in questa narrazione (o meglio, resoconto) mutata spesso in un memoir del “sottosopra” a cui nessuno vorrebbe assistere ma che quotidianamente allunga artigli velenosi per ogni dove, città, villaggi e contrade. In quelle zone dell’altro mondo il racconto utilizza tutti gli spazi che la poesia si dà per essere presente, inequivocabile, con i toni suoi propri: carattere, timbro, e misure del pieno e del vuoto. È un dialogo continuo, inesausto – riferisce Rosa in una nota – con Neige Sinno, autrice di Triste tigre, libro in cui vincendo l’impossibilità di “non scrivere”, dopo anni di ricerca pervicace degli strumenti per farlo, testimonia in modo personale e collettivo di una bambina che è stata violentata per anni da un adulto. La durezza intorno a cui si gravita è irreparabile, la letteratura “non salva” ma la scrittura denuncia, mette con le spalle al muro le “tigri” bipedi, in una dimensione dove è messo a forza anche l’agnello. Il martello della prosa di Neige è lo stesso della poesia di Rosa. Rosa impedisce che lo spazio rasenti il limite del documentabile, lo fa con energiche ventate di realtà stese sulla pagina liberando quel che non si dice, quel che la schiuma dei tempi attuali confonde sempre più con l’aria inquinata in essa contenuta. E denuncia, denuncia le parole “inesistenti” messe in campo da chi sa ma tace. Rosa si chiede dove sono ora le “sopravvissute”, e quale strada percorrono in solitaria o con sorelle illuminate dalla stessa luna. Non è questione di lirica, la visione di quei “fuochi fatui”: questi sono vere presenze sorte dalla perduta memoria, perché averla significa non smarrire mai il dolore del danno. La dichiarazione di sopravvivenza è un decalogo da sgranare trasformandolo in una serie di mattoni sovrapposti, gli stessi che compongono il muro a cui appendere, sfavorendo la retorica delle vittime, il papiro del non perdono. Perché tutti, dall’ombra dell’omertà, vedano davvero.   L'articolo Silvia Rosa / Con arma d’inchiostro proviene da Pulp Magazine.
January 4, 2026
Pulp Magazine
Alba Donati / Riconoscersi e mostrarsi
Quello di Alba Donati non è un semplice libro di narrativa, non è un libro di saggistica e neanche una raccolta di biografie, anzi è l’esatto contrario, è un libro di memorie mediate. In esso c’è la volontà di ricordare gli amori delle letture e di dare una quarta parete (intesa alla maniera teatrale) ad autrici che tutti noi conosciamo per frammenti di scritti (tanto spesso usati in poster e su immagini che nulla riguardano) o per aneddoti della loro vita personale, ma che troppo spesso non trovano il giusto rilievo. Non per non notorietà quanto per non essere state viste e affrontate a tutto tondo, per essere state fraintese o ignorate o ancora giudicate instabili. Cinque vite e cinque racconti corredati da bibliografie ricche e quantomai necessarie ad aprire nuove letture, nuovi orizzonti di conoscenza. E apprezzabile è per il lettore la divisione di “volume su” e “volumi di”. Lo stile è quello rapido e incisivo a cui Donati ci ha abituati con La libreria sulla collina, uno scrivere che intreccia continuamente ricordo e solidità del reale con il sogno e l’atmosfera incantata dei luoghi senza tempo. Il filo conduttore sono le parole e la loro necessità di essere messe in un ordine specifico, chirurgico, e di non essere sprecate o svilite, sottovalutate o travisate. Parole che si fanno anche specchio di chi le scrive. Parole che celano e che svelano, parole cercate e poi illuminate. Così come le gioie e le tragedie, lampi di verità in castelli perfetti di lavoro, famiglia, società. Eppure, tutte queste donne non hanno ancora smesso di parlare e di raccontare l’universo femminile anche contemporaneo, non smettono di far riaffiorare secoli e storie del vissuto di tante altre. Ecco che leggere ogni singolo racconto è anche immergersi nella storia universale che ci porta a essere donne, scrittrici o lettrici oggi: una tela che lega generazioni, strati sociali e lotta. La sopravvivenza di una visione laterale tanto ricca quanto osteggiata, tanto profonda da far male e da richiedere di pensare a quanto ci possa ancora dare la lettura dei testi di queste poetesse. Per sua stessa stesura nel capitolo “La sesta ragazza e altre ancora” Donati ci mette sotto gli occhi come i destini e le parole portino di ragazza in ragazza, da epoca in epoca e di come questo cammino sia ancora lungo e inesauribile. A fine di questo capitolo “I libri sul tavolo” bibliografia che apre alla dimensione fisica del leggere e dello scegliere i volumi, conoscerli e viverli tangibilmente, come corpo. Starci nel mezzo, muoversi ai loro margini, scrivere appunti sulle loro pagine. In qualche modo il lettore può immaginarsi in Lucignana nella libreria sulla collina immerso nel calore dei libri e quasi cullato dai bisbigli dei libri. Chiude il volume la serie di “Biografie astrologiche”, a metà tra esoterismo e scienza esatta che l’autrice ha studiato e composto per ciascuna sorella perché come lei stessa scrive si potrà notare  «che tutte hanno la condanna all’invisibilità in vita e una notorietà postuma».     L'articolo Alba Donati / Riconoscersi e mostrarsi proviene da Pulp Magazine.
January 1, 2026
Pulp Magazine
Giuseppe Ungaretti / Giungere e ripartire, le prime poesie di Ungà
Il porto sepolto, qui commentato da Carlo Ossola seguendo un’antica fedeltà, è l’opera d’esordio di Giuseppe Ungaretti – questo volume tende a seguirne l’evoluzione secondo il progetto che stava a cuore al poeta. “Uomo di più patrie”, pensava di unire le sue prime poesie ai testi in francese pubblicati nella plaquette La Guerre. Lettere e testimonianze confermano l’intenzione, un libro in due lingue senza dubbio avrebbe unito Ungaretti a quei compagni di strada che si chiamano, al tempo delle avanguardie parigine, Apollinaire, Breton, Cendrars, Jacob… Ossola segue da par suo storia editoriale e storia critica, azione non facile se si tiene conto quanto il poeta di Alessandria sviluppasse, dall’inizio e per tutta la propria vita, continue varianti e continui ripensamenti. Tanto da diventare leggendarie tali azioni sui testi. Rileggere oggi queste poesie alla luce della loro vigoria, del loro scavo carsico nella lingua lasciando da parte le “estenuazioni” del Decadentismo, può senza dubbio far levare gli scudi contro la morte quotidiana cui assistiamo. Attenuando lo stritolamento quotidiano con l’incedere “orientale” dei versi, quasi aforistico, così come in quei primi anni del Novecento si guardava all’haiku giapponese secondo una moda diffusa in certe riviste animate da curiosità linguistica. Il nomade Ungaretti varca il secolo con le svariate rielaborazioni che lo conducono a Allegria di naufragi, e in seguito all’Allegria e a Sentimento del tempo. Una continuità che procede a sbalzi, e novità metriche che portano dalla tradizione leopardiana con tutti i suoi interrogativi alla conflagrazione europea dei pensieri meditativi attraverso la sperimentazione. Dai Calligrammi d’Apollinaire a Derniers Jours, tramite De Chirico Ungaretti attraversa gli spazi percorribili e i furori dello spazio desolato, prima bellico e poi immateriale. Ma Ossola fa notare come la gran parte del Porto sepolto rimane centrale in tutti i decenni successivi, al netto di varianti e ripubblicazioni. L’opera prima resta intatta, nessun testo verrà scartato dall’edizione definitiva mondadoriana dell’Allegria nel 1942. Ungaretti si rivolge alle generazioni partendo dalla sua, multiforme come nessun’altra e sempre rivolta al mondo nonostante gli abissi bellici la costringano in un’epoca fonda “di trincea” pur ribellandosi lui a ogni costrizione. Eppure è il movimento della sua lingua a risalire la corrente, a riprendersi le particelle vitali all’interno del mondo controverso: anche nel porto “sepolto” può ritrovarsi la libertà, e la lingua ne è la sua più forte rivendicazione. Il nucleo “mitico” di tutta la poesia successiva di Ungà è qui.   L'articolo Giuseppe Ungaretti / Giungere e ripartire, le prime poesie di Ungà proviene da Pulp Magazine.
December 28, 2025
Pulp Magazine
Patrizia Valduga / Poetessa nella Storia
Patrizia Valduga porta in sé la concretezza imposta dall’epoca e che raramente tocca l’animo dei poeti che oggi provano a tessere la cura formale dei versi con la realtà avversa ancor prima che si riesca a contrastarne l’oscurità. Detta così sembra che non esista ristoro né urgenza riparatrice (o almeno denunciante) all’interno di questo primo ventennio del 2000. Detta così sembra che i più siano sospesi in una perenne posa dov’è arduo vedere qualche forma di luce per la luce e confermi presenze sane nell’occhio. Enea nell’Eneide guarda, nel tempio dedicato a Giunone, le pitture sulla guerra di Troia, e sono lacrime che sorgono di fronte a quegli eventi bellici – la “guerra di tutte le guerre” incatena e sommerge l’umano a distanza di millenni, i nemici vengono inventati all’uopo perché siano centrati e annientati azzerando il tempo dell’azione, almeno da Alamagordo in poi. I gestori e “padroni della guerra e della morte” investono sulla qualità tecnologica per trafiggere i popoli. Valduga in Lacrimae rerum intesse un battibecco continuo con sé stessa (si alzano pure i “vaffanculo”) e con gli amati endecasillabi poiché ne ha abbastanza della “guerra della mente” a lei imposta dai giorni. La poetessa sorveglia le sventure intorno, sente tagliate le proprie radici e non può che essere ribellione totale la risultante nella propria poetica il cui pensiero di libertà giammai è venuto meno. La clessidra del tempo non è mai stata tanto ostile, e andare alle cicatrici scatena moti di ribellione, sommovimenti tellurici dentro e fuori del corpo. La mente sa, e vuole a ogni costo sostenerne l’eccentricità. E la condizione creativa non ammette l’esilio e distanziamenti dalla realtà, Valduga non scende a patti né permette sensi capovolti di fronte al concretissimo sterminio in atto, vorrebbe solo “vendicare tutti i morti”. Tommaso Montanari, in un articolo, ci racconta dell’artista Nada Anwar Rajab, che a Gaza colora le macerie con un progetto chiamato We are still here: arte come cura e resistenza. “L’umano nell’uomo” è lì presente come presente è nei versi di Valduga: la fede nell’arte e nella poesia cerca ancora di contrastare la tecnica (e la forza pecuniaria che la foraggia senza limiti critici) che “butta fuori l’uomo dalla Storia” (copyright Umberto Galimberti). Il sentire è il sostentamento del pensiero, ma quando la ragione viene elisa dal commercio estremo anche l’emozionale giocare con le immagini che allarga i confini della mente viene a mancare. In quest’ultimo libro non esistono digressioni, non sono allucinazioni quelle che Valduga vede nell’attualità occidentale ma il disfacimento dei miti come se le pietre millenarie si frantumassero trasformandosi in polvere. Frammista ai versi si vede benissimo come l’anima dell’umanità è asservita oggi al corpo distruttivo del dominio. Ma la nuda creatura, che ancora scrive, è lì: ancora centra il buio attuale.   L'articolo Patrizia Valduga / Poetessa nella Storia proviene da Pulp Magazine.
December 7, 2025
Pulp Magazine
Perché la poesia manda in tilt ChatGPT
Richieste improprie e che subito bloccate se poste in linguaggio naturale, vengono invece accettate dai large language model se messe in forma di versi e rime: com’è possibile? Avere la certezza che ChatGPT, Gemini, Claude e tutti gli altri si rifiuteranno sempre di produrre contenuti vietati dalle loro policy non è possibile. Per quale ragione? “I provider hanno la responsabilità di proteggere gli utenti da contenuti dannosi e per farlo usano principalmente due strategie. La prima è l’allineamento in fase di addestramento, con cui il modello viene istruito a rifiutare determinate richieste oppure a seguire specifiche regole. La seconda strategia riguarda invece dei filtri esterni o classificatori che analizzano input e output del modello, bloccando tutto ciò che corrisponde a pattern riconosciuti come pericolosi”, spiega, parlando con Wired, Matteo Prandi, ricercatore ed esperto di AI Safety. “Il problema è che entrambi gli approcci si basano su esempi di richieste formulate in modo diretto, prosastico o estremamente preciso”, prosegue Prandi. Jailbreak in versi Ed è proprio per questa ragione che, nel corso degli anni, sono emersi molteplici metodi che permettono di aggirare le barriere: formulando comandi indiretti e creativi... Continua a leggere
December 2, 2025
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Anne Carson / Classico e moderno, scrittura ibrida
Uno degli elementi rilevanti di questo volume di Anne Carson (pubblicato da Crocetti nella traduzione e cura di Patrizio Ceccagnoli) edito nel 1995 con il titolo Plainwater, sta nella involontaria distopia letteraria che esso rappresenta, per i lettori italiani, comparendo trent’anni dopo. Carson ha già rivelato questa sua capacità di una contemporaneità aumentata già in Eros the Bittersweet (1986) e Glass Irony, God (1995) che conferma con questo quarto libro, spingendo verso l’urgenza di cambiare metodo, prospettiva e tanto sprofondare nella storia poetica, tanto liberarsene, attraverso l’exit strategy della persona singolare. Si dirà: ma allora è “lirico-assertiva”? O “autofiction”? A mio avviso no. La sua contemporaneità è nel modo singolare e unico con cui mescola materia letteraria, classici senza tempo, registrazioni di vissuto, descrizioni del mondo attorno a sé, sottraendosi a tutto, lasciando frantumare ogni categoria, recinto e classificazione di lirica, antilirica e archeologia polemica varia. Si affida alla scrittura. Un’analisi stilistica, formale, più completa di un testo straniero, dovrebbe essere fatta sull’originale. Anche in traduzione però si possono apprezzare le molte qualità letterarie e in particolare per Carson la struttura logica del discorso, le sue capacità di sorprendere, come anche la qualità di analisi psicologica e il lessico. Una materia composita, che va dal calco di una frammentazione interrogativa, tra lirica e filosofia, riscrivendo i fragmenta del poeta greco Mimnermo alle micro-didascalie dell’inafferrabile che sono i magnifici “Discorsi brevi”, in cui si tirano in ballo da dettagli laterali, autori come Ovidio, Kafka (e la sorella Ottla), Silvia Plath, le sorelle Brontë, per dei brevi pronunciamenti tanto affermativi nella struttura, quanto spiazzanti nel dire qualcosa che non si ferma al concetto, in un procedere metaforico e ragionativo assieme, con accostamenti impervi di deriva dal surrealismo poetico-filosofico (alla Char) e insieme l’applicazione di quella forza ragionativa non consequenziale e non ordinaria con la quale molti filosofi nutrono la loro prosa di poesia. Sono proprio i “Discorsi brevi”, insieme all’“Antropologia dell’acqua” (già pubblicato con altre traduzioni da Donzelli anni fa) il risultato più alto di questo libro, che contiene anche l’ampia sezione di “La vita nelle città” in cui il meccanismo formale sembra incedere, usando qui un “tic formale” (l’uso del punto alla fine di ogni verso) che forza e distorce, interrompendo di fatto l’enjambement e anche la connessione sintattica, creando una spezzatura innaturale. Non diversa da altri “scarti dalla norma” novecentesca, certo, ma Carson migliora sé stessa, in questo libro composito, proprio là dove esce dalla necessità di mostrare che la gabbia è rotta, perché sempre nella gabbia si resta. Invece Carson pratica in poesia al meglio quello che già da quegli anni stava succedendo nella letteratura, un processo di liberazione dagli steccati di genere di fatto in un’unica grande categoria ovvia: scrittura. Unica, polimorfa. Si tratta di una liberazione e forse la rottura dell’enjambement dice anche questo: da un lato, fare a meno di tutta la tradizione anche formale, ma compresi i post-formalismi “installativi” che praticano le rotture specchiandosi nel “senhal” meta-poetico della rottura, essa stessa “gabbia” tanto quanto un sonetto, perché esibito, ostentato, programmatico, poet-ideologico. Invece Carson pratica, in questa capacità libera di affidarsi nient’altro che all’ esattezza della scrittura e al caso della composizione o montaggio, un cinema di poesia restituito alla poesia, che produce meraviglia, pensiero. Carson attinge a materiali vari, esperienze che legge di volta in volta in forma di breve narrazione, di notazione saggistica, di icastica fraseologia in “a capo” o no, ma sempre immettendo una lente personale ma sempre inafferrabile, lasciando spazi di immaginazione all’io-minimo che non vuole definire nessun “Io” maiuscolo, e irrompe con riflessioni su sé, sui propri amori sulle proprie relazioni dentro questo spazio di ricerca e composizione che fa la scrittura. Ceccagnoli cita una definizione per Carson emblematica: “poetry is aversion of conformity in the pursuit of New forms”. Nella lettura scritta il gioco di parole evidenzia come “l’avversione” del poeta che si ponga volutamente contro, sia di fatto anche “una versione” di conformismo, che sta già dentro la ricerca di nuove forme. Carson invece utilizza quello che sempre Ceccagnoli definisce la “idiosincrasia” a nessun a-version, sottraendosi e praticando una mescolanza irriducibile di tutti i generi. Un flusso costante, qui fluidità Come l’acqua, per l’appunto, parola chiave per questa poesia ben prima che diventasse parola-baule, ed etichetta dei nostri anni iper-identitari. La fluidità di Carson è antropologica, cerca vita minuta dentro la classicità dai greci, nella grande pittura, nella letteratura del ’900, con una continua libera combinazione in cui il testo diventa lo spazio che si apre nel pensiero, approfitta di angoli e spigoli logici, di cortocircuiti concettuali e percettivi di una persona-mente che vive e vede il mondo intorno a sé e lo reinterpreta. La scrittura è o, meglio, diventa scrivendo, come un continuo appunto saggistico-frammentario-diaristico, la continua sperimentazione di quella realtà, da cui emerge questa compartecipazione attiva di una soggettività. Certo è un soggetto che fa, che ha fatto letture plurali ma è come se si nutrisse, e assorbisse in sé, un “noi”, attraverso quello che ha lasciato depositato dentro il “noi” anche se in una intervista Carson ha detto che “il linguaggio è molto molto personale e privato”. Facendola finita con enjambement e altri punti fermi di ciò che è poesia (l’“acapo”, ineliminabile anche se si pratica una confluenza di parole intercettate o un “dripping” alla Pollock in parole. L’idiosincrasia radicale della soggettività di Carson alla fine porta a una letteratura che torna a misurarsi con il dato interiore ed emotivo, senza nella registrazione narcisistica di palpitazioni di dolori affanni proiettate dall’ego al mondo. Carson è autrice vivente che a costo di una produzione anche abbondante, se non strabordante, ricca e stratificata di scritture, mostra la continua vitalità e trasformazione dell’atto disperato di voler significare qualcosa di fronte all’enigma continuo che ti pone la vita e il visibile. Una continua energia che rischia l’errore, che si fa erranza, ma anche libertà di cammino fuori da ogni ossessione normativa così come da ogni forma canonica, ma nella ricchezza dei materiali. Non è la liberazione del poeta delle semplificazioni, spacciate per sacra semplicità a lettori poco esigenti.  Si scende nelle pieghe di una coscienza, ma non si erige nessuna statua della stessa. Eccolo il processo di decreazione al centro di un libro che scriverà tredici anni dopo questo. Mentre parlo, compongo, e mi sfaldo. Divento ciò che dissipo, disseto il mare, dopo aver portato ad essere foce la sorgente. L'articolo Anne Carson / Classico e moderno, scrittura ibrida proviene da Pulp Magazine.
November 22, 2025
Pulp Magazine