Giovanna Sicari / Una fedeltà assoluta
Nell’ultimo libro di Giovanna Sicari (Epoca immobile, uscito nella data della
sua morte, il 2003) c’è un altro libro: l’amore scritto, solido e veritiero,
della quarta sezione, dal titolo Il giorno fu pieno di lampi. Versi forti, dove
la realtà si tocca nella serie di “lettere” al compagno poeta. Assistiamo
all’esperienza della lotta amorosa, di chi indossa sandali per sentire sotto di
sé il terreno giusto: pare di vedere (“vedere” è il termine esatto) il fitto
dialogo di una coppia che si fronteggia, sia nel tocco sessuale sia nel fiato
necessario alla vita. Ventiquattro poesie che ci inchiodano di fronte a una
casa, proprio nel centro di città (Roma e Milano, ma emerge anche Genova) che
appaiono e scompaiono come i quadri su un palco. Ma qui non c’è teatro, mai come
in queste poesie l’autrice aduna e narra le cose non perdute che nemmeno la
morte ha potuto sottrarre.
Queste parole oggi ci fermano alla luce del volume che raccoglie l’intera opera
poetica di Giovanna Sicari. Lei che ha abitato diverse case della poesia, e
altrettante dove incollare la propria fedeltà ai muri e alle strade
ostinatamente seguite. Prenestina, Monteverde, ma anche certi luoghi milanesi
sbrogliano l’intontimento generale della realtà a cui lei assistette prima di
lasciarla definitivamente. Lei che spesso si è esposta risoluta nei versi con la
voglia di svolgere un nodo, di strappare un blocco. Le ferite non hanno avuto
potere, o se l’hanno avuto, è stato per riprendere da capo ogni volta il senso
del mondo, il senso profondo di una fede indomita, mai succube di visioni
mansuete.
Ci sono furori, per niente astratti, sparsi in tutto questo libro complessivo, e
si capisce come la volontà di prendere un atto d’amore o un atto di presenza sia
sempre accompagnata dal proprio frequentare la verità, nuda e pura, guardia di
una crudezza talvolta lancinante. Poesia come “epistolario di vita”, relazione
percettiva, capace di fondersi con l’anima pulsante e più profonda della
scrittura, quella che viene dalle lontane origini dell’umano, non ancora
scortesemente distillata dalla modernità. Questo uno dei percorsi di Giovanna
Sicari, che dagli esordi di Decisioni a Epoca immobile, ha documentato
l’attraversamento delle “epoche” culturali, e saputo condursi con robusta mano,
da Pasolini a Celan. Ce ne accorgiamo rileggendo Roma della vigilia, poemetto
uscito quattro anni dopo Uno stadio del respiro (1995), quest’ultima raccolta
forse la più “difficile” e difficoltosa nella sua scrittura sempre al limite di
una battaglia o di un viaggio che avvicina alla fine del mondo. Ora Roma della
vigilia in Tutte le poesie feconda il terreno più importante, con la sua celeste
tenerezza viaggiante, dove il pudore talvolta si allenta perché traspaia un
racconto vero, non eludibile.
L’intera opera di Giovanna Sicari ci fa capire come niente sia perfetto per la
nostra anima, sia il male sia il bene, sia la frenesia d’amore sia una quiete
lontana dagli impulsi. Proprio qui sta il senso soprattutto interno del suo
ultimo messaggio, e anche quando la pagina assume il tono della preghiera più
schietta e “concorde”, in Nudo e misero trionfi l’umano, non si disperde la luce
avvolgente i corpi terreni di una Roma che fa la storia, nella salute e nella
malattia, nell’esplosione del caos o nella languida e serale meraviglia. È
quella città che lei indossa e trasporta in ogni luogo, e in ogni luogo ci fa
annusare l’umanità da cui cola sangue, e talvolta abbruttisce nel dolore. Che si
tratti di “memoria”, di un farsi rapire dalle stagioni per ritornare
all’adolescente bellezza fatta di rabbie e di destini incrociati, che si tratti
dell’esperienza concretizzata dentro le mura carcerarie (a lungo Giovanna ha
insegnato a Rebibbia, non mancando di coglierne la vera sostanza in certe sue
prose), ogni sua poesia non ha rassegnazione, ma custodisce le diverse stazioni
di un’esistenza. Lungo il cammino di una famiglia, dal passato che incanta con
presenze angeliche fino al presente fatto di fratture ma anche di crescite
continue. La notte e il giorno sono impastati dentro la lingua delle poesie ora
raccolte in questo volume prezioso, possiamo dire “familiare”, che tutto vuole
meno che essere ignorato.
Spiace che al suo interno manchi una bibliografia critica, necessaria, di cui si
sente il bisogno e che certamente attesterebbe l’attenzione dei più attenti
lettori della scena poetica italiana degli ultimi decenni del Novecento. Poiché
bisogna aggiustare le cose, e ribadire l’importanza di un complesso – civile e
visionario – percorso poetico dedicato alle nuove generazioni che non hanno
fatto in tempo a inserire le prime edizioni nelle proprie librerie.
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