Tag - Intelligenza artificiale (IA)

Dalla fantasia alla realtà, e viceversa: la rotta ‘scombussolata’ del potere dominante nella modernità
Il sociologo Lelio Demichelis presenterà il proprio libro intitolato Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male all’incontro, organizzato dalla Rete delle Alternative, in svolgimento a Casale Monferrato la sera di giovedì 5 marzo prossimo. Casualmente, o forse no, pubblicato dalla casa editrice denominata Derive Approdi, il testo si ispira alla Nave dei Folli dipinta da Hieronymus Bosch nel 1494. Sicuramente il soggetto del quadro era ricorrente della tradizione popolare del XV secolo. Nel medioevo la nave dei folli veniva rappresentata alle sfilate carnevalesche per ridicolizzzare i potenti e nella letteratura è stata rappresentata in una parodia dell’Odissea, il poema, composto da Jacob van Oestvoren nel 1413, narrando le tragicomiche avventure di una compagnia di libertini imbarcati su un vascello alla deriva. Casualmente, o forse no, due anni prima che il pittore la dipingesse, nel 1492, era cominciata una nuova epoca, poiché la ‘scoperta dell’America’ aveva inaugurato la modernità cambiando la Weltanschaung (visione del mondo), da allora in poi diventato ‘globale’. Casualmente… questa ‘rivoluzione’ di ogni prospettiva, dalla sfera cognitiva a tutte le dimensioni ed estensioni della realtà, era conseguita alla folle impresa condotta da un navigatore visionario, casualmente italiano e ligure. Curiosamente…  il personaggio iconico protagonista delle tragicomiche avventure nei tempi moderni italiani, il ragionier Ugo Fantozzi, è una figura emblematica ideata e interpretata dal genovese Paolo Villaggio e la Nave dei Folli è stata riproposta come tema del Carnevale di Genova del 2023. L’analisi dendrocronologica condotta nel 2001 ha accertato che La Nave dei Folli è stata dipinta sullo stesso pannello ligneo insieme ad altre due opere, l‘Allegoria dei piaceri e la Morte di un avaro, che formavano un trittico e, accanto al Venditore ambulante, compongono un ciclo di rappresentazioni con cui il pittore fiammingo ha illustrato i paradossi del presente nella propria epoca. E nello stesso anno in cui Hieronymus Bosch la raffigurava, la nave dei folli veniva descritta nella commedia satirica composta dal tedesco Sebastian Brant, intitolata Das Narrenschiff (La Nave dei Folli), a cui il filosofo francese Michel Foucault fece riferimento nella propria tesi di dottorato, e sua ‘opera prima’, stampata nel 1961 con il titolo Folie et Déraison. Histoire de la folie à l’âge classique, un libro che in Italia è stato tradotto ed edito nel 1976 e risposto nel 2025 (Storia della follia nell’età classica). Casualmente, o forse no, nel 2025 è stato pubblicato Tecno-archía il cui autore, il sociologo Lelio Demichelis, a sua volta si è ispirato all’iconologia della nave dei folli e, inoltre, fa esplicito riferimento a un altro caposaldo della filosofia politica post-moderma e dellastoria contemporanea: il libro pubblicato nel 1963 e intitolato La banalità del male (Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil) in cui, approfondendo la descrizione dei fatti di cui aveva riferito con i propri reportage pubblicati sul settimanale The New Yorker come corrispondente da un processo a un nazista incriminato, e condannato a morte, Hannah Arendt affronta la questione allora cruciale e oggi tanto attuale delle responsabilità morali di un’intera generazione per le atrocità compiute sotto gli occhi di tutti. > Tecno-archía è il nome che Lelio Demichelis dà alla modernità e alla sua > razionalità strumentale/ calcolante-industriale (in verità irrazionale, con > crisi sociale e climatica insieme). > > La tecno-archía domina il mondo da tre secoli ed è arrivata oggi a produrre > algoritmi, IA e uomini sempre più dipendenti dalle macchine, oltre > all’ecocidio. > > Sembra la Nave dei folli del pittore Hieronymus Bosch, senza vele e timone e > carica di un’umanità impazzita. A differenza di quella Nave, però, ha una > rotta ben definita e vele spiegate: si chiamano profitto, digitalizzazione e > sfruttamento illimitato di uomini e biosfera. > > Lelio Demichelis propone una critica radicale an-archica e demo-cratica al > potere totalitario dominante, al sistema tecnico e alla nuova classe delle > macchine. > > Un libro decisamente controcorrente. > > Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male – 2025 La Rete delle Alternative accoglierà Lelio Demichelis a Casale Monferrato (sala Giumelli – piazza C. Battisti, 1) alle 21:00 di giovedì 5 marzo prossimo: “Dialogando con Alberto Deambrogio, Lelio Demichelis presenterà un testo che non è nichilista. Al contrario, è un appello accorato alla riscoperta della politica e dell’etica. Ci inviterà a tornare ad essere soggetti invece che utenti, a rivendicare il diritto all’errore, all’inefficienza, al silenzio. La sua è una resistenza umanistica che passa per la riappropriazione del linguaggio e del pensiero critico. In un’epoca dominata dall’algoritmo, Demichelis ci condurrà attraverso un’analisi lucida e coraggiosa del nostro presente, paragonando l’umanità contemporanea alla celebre Nave dei folli di Bosch: un’imbarcazione alla deriva, in balia di una razionalità tecnologica che sembra aver smarrito il senso dell’umano. Il sottotitolo, richiamando esplicitamente Hannah Arendt, solleva interrogativi urgenti sulla banalità digitale e su come la delega totale alle macchine stia riconfigurando il potere e la democrazia. La banalità digitale si manifesta nell’accettazione passiva degli algoritmi, nella delega alla nostra capacità critica a sistemi di calcolo e nella trasformazione della vita in un flusso ininterrotto di dati. Il male oggi non è un evento tragico e riconoscibile, ma un processo silenzioso di svuotamento dell’umano, una burocratizzazione dell’esistente mediata dagli schermi”. L’incontro è anticipato dall’intervista pubblicata il 9 gennaio scorso su ALTERNATIV@ CONTRO LA GABBIA FATTA DI NUMERI, CALCOLO, CALCOLABILITÀ DEL SISTEMA CAPITALISTICO NEOLIBERALE – TRE DOMANDE A LELIO DEMICHELIS Alberto Deambrogio: Spesso si parla di algoritmi come strumenti tecnici di controllo, ma lei introduce il termine tecno-archia per suggerire un vero e proprio regime ontologico. In che modo questa “archia” (questo comando) differisce dalle forme di totalitarismo del Novecento, e perché oggi l’obbedienza al sistema sembra passare attraverso la ricerca individuale di performance e autorealizzazione? Lelio Demichelis: Differisce nel senso che è la Tecno-archía (totalitaria per sua essenza) ad avere permesso la nascita poi dei totalitarismi politici del ‘900. Ma totalitaria era anche la società tecnologica avanzata, come la definiva Marcuse negli anni ’60. Quindi gli algoritmi non sono solo strumenti tecnici di controllo, ma una delle forme tecniche ontologiche per il governo eteronomo della vita degli uomini in una società tecnica, dove l’uomo sta smettendo pure di pensare, lasciandolo fare alla IA. Ma tutto ha la sua radice nella modernità, nella rivoluzione scientifica e poi industriale e la Tecno-archía è iper-totalitaria e produce e sussume in sé anche totalitarismi apparentemente settoriali – come quello oggi digitale, ieri quello industriale e consumistico. Tecno-archía che si esprime nella ontologia della razionalità strumentale/calcolante-industriale, intendendo per ontologia il senso omologato e uniforme del come dover vivere, del cosa dover pensare e fare,di tutti e di ciascuno. È il potere archico non tanto di singoli uomini (come la monarchia o l’oligarchia), ma di un sistema di pensiero, del fatto sociale totale-totalitario della iper-modernità digitale, che ha chiuso tutti noi in una gabbia fatta di numeri, di calcolo e di calcolabilità, di pianificazione archica, di standardizzazione anche se tutto è offerto come sempre nuovo e diverso. E crediamo che questo sia razionale confondendo l’esatto matematico con il giusto morale – mentre è una razionalità irrazionale, una Nave dei folli– dove sfruttamento si affianca ad auto-sfruttamento, libertà a repressione, crisi climatica e sociale a edonismo e irresponsabilità. A.D.: Se la tecnica non è più un mezzo ma il fine ultimo che tutto sussume, che spazio rimane per il “politico” inteso come capacità di immaginare alternative? La tecno-archia ha definitivamente neutralizzato la dialettica tra capitale e lavoro, trasformandoci tutti in semplici “funzionari” di un apparato che non prevede più il dissenso? L.D.: Apparentemente nessuno spazio, se il politico è stato tradotto/tradito in tecnico ed economico. Per ritrovare il politico dovremmo uscire dalla Tecno-archía – e questa uscita è per me il nuovo spazio politico e del politico da costruire. La democrazia, nella Grecia antica, nasce quando il demos prende consapevolezza del proprio potere (crazia e non archía) e depone l’oligarchia. Oggi vige ovunque il medesimo regime ontologico/teleologico (l’archía) di accrescimento illimitato e di volontà di onnipotenza. E quindi, deporre la Tecno-archía sembra essere l’unica e ultima possibilità rimasta, difficile ma necessaria. Purtroppo, in questo non ci aiuta il marxismo che non solo ha accettato il potere archico del capitalismo/neoliberalismo, ma da sempre rifiuta di comprendere il potere archico in sé e per sé della tecnica moderna e industriale – tecnica che mai libera l’uomo (rifiutando, essendo un potere archico, uomini liberi e autonomi, li vuole funzionali e produttivi sempre di più) –;ovvero è l’organizzazione tecnica della fabbrica e non la proprietà dei mezzi di produzione la causa dell’oppressione sociale, come scriveva Simone Weil e oggi tutta la società è diventata una fabbrica; e il taylorismo è l’ontologia tecno-archica che si fa prassi, oggi digitale e che ha scomposto la fabbrica, la classe operaia e lo stesso individuo (facendolo divisum) – e da ultimo la conoscenza, nel taylorismo cognitivo della IA – perché tutto possa essere così meglio sussunto/integrato nell’archía. Ovvero: le sinistre continuano a non voler capire che tra uomo, libertà, democrazia e biosfera da un lato e Tecno-archía dall’altro ogni compromesso (come tra capitale e lavoro) è controproducente. A.D.: Nel suo libro emerge l’idea di un’umanità che si adatta plasticamente alle esigenze della macchina. In questa mutazione antropologica, è ancora possibile rintracciare un “residuo umano” che sfugga alla logica dell’efficienza, o la nostra stessa psiche è diventata un’estensione del software globale? L.D.: Questo adattarci alle macchine – alla Tecno-archía – è ben riassunto dal motto dell’Esposizione Universale di Chicago del 1933: La scienza scopre, l’industria (cioè la tecnica) applica, l’uomo si adegua. E da allora – in realtà dalla rivoluzione scientifica e poi industriale – ci siamo adeguati alla catena di montaggio, alla bomba atomica, alla flessibilità del lavoro e ora ci adattiamo all’intelligenza artificiale e alla crisi climatica, come se fossero dei dati di fatto e non dispositivi eternomi della Tecno-archía. Siamo cioè in un gigantesco deficit di democrazia (ovvio, essendo sussunti in un sistema archico), in un massimo di alienazione (se devo adeguarmi, non sono libero) e in un colossale sbilanciamento di potere. E sì, crediamo di poter decidere su quasi tutto, ma mai possiamo su scienza, tecnica e capitale (e la democrazia economica e industriale del ‘900 sono state parentesi presto richiuse, grazie al digitale e al neoliberalismo), cioè mai sui poteri che più impattano, ma archicamente, su di noi. E allora, non basta (ma è comunque doveroso) conservare spazi e tempi che sfuggano alla valorizzazione/mercificazione/efficientizzazione capitalistica-neoliberale e soprattutto all’integrazione tecnica; ma su tutto occorre attivare un nuovo conflitto/antagonismo che sia in primo luogo ontologico contro il potere archico – e se è vero che la critica alla modernità non è cosa nuova, radicalmente nuovo è considerarla un potere archico, come appunto faccio nel mio libro. Ma solo riconoscendola come potere archico si potrà forse generare un pensiero (ma per pensare bisogna leggere libri e non farli riassumere dall’Assistente IA) destituente anti-archico e insieme re-istituente demo-cratico e sempre an-archico. Cioè senza principi/fondamenti assoluti e totalitari (senza arché). Maddalena Brunasti
February 26, 2026
Pressenza
In che modo l’intelligenza artificiale e la sovrainformazione stanno cancellando la coscienza umana?
di Irshad Ahmad Mughal e la Dott.ssa Qurat ul Ain Rana La dominazione della coscienza umana da parte dell’intelligenza artificiale (IA) e l’inarrestabile sovrabbondanza di informazioni stanno segnando una profonda crisi esistenziale che pensatori come Edmund Husserl e Jean-Paul Sartre non avrebbero potuto pienamente anticipare, ma i cui quadri filosofici ci aiutano a comprenderne la profondità. Husserl, il fondatore della fenomenologia, cercava di scoprire le strutture della coscienza, esaminando come gli esseri umani sperimentano e strutturano il significato nel mondo. L’esistenzialista Sartre enfatizzava la libertà radicale, sostenendo che gli esseri umani sono condannati a creare la propria essenza attraverso la scelta e l’azione. Oggi, invece, gli strumenti stessi progettati per estendere le capacità umane -l’IA, i social media e i sistemi algoritmici- stanno rimodellando la coscienza stessa, non come meri strumenti, ma come forze che dettano la percezione, il pensiero e persino l’identità. Husserl aveva avvertito di un crescente distacco dal “mondo della vita”, l’esperienza immediata e vissuta, nonché fondamento della comprensione umana; temeva che i modelli astratti e matematizzati della scienza ci avrebbero alienati dalla ricchezza della percezione diretta. Nell’era digitale, questa alienazione ha raggiunto un livello estremo. Le piattaforme di social media, dei motori di ricerca e di contenuti guidati dall’IA non si limitano solo a mediare la realtà, ma la creano. Il flusso costante di informazioni selezionate, suggerimenti automatizzati e feed determinati algoritmicamente hanno trasformato l’intenzionalità umana, quel coinvolgimento attivo e diretto con il mondo, in un’esperienza esternalizzata: non cerchiamo più il significato, esso ci viene fornito, pre-elaborato da sistemi progettati per catturare l’attenzione piuttosto che coltivare la comprensione. L’esistenzialismo di Sartre, con la sua insistenza sulla libertà assoluta e la responsabilità, appare quasi arcaico in questo contesto. Se l’esistenza precede l’essenza, come sosteneva Sartre, allora l’essenza dell’esistenza umana contemporanea viene riscritta da sistemi esterni che riducono le scelte a delle analisi predittive. Quando l’IA redige le nostre email, ci consiglia la nostra prossima lettura, o genera persino il nostro stile; il peso delle decisioni viene cancellato, ma in questo modo anche l’esercizio della libertà autentica. Il concetto sartriano di “malafede,” l’autoinganno attraverso cui le persone si sottraggono alle responsabilità, ora si manifesta nella nostra dipendenza passiva dalle macchine, alle quali deleghiamo il compito di pensare e di agire al nostro posto. Non ci angosciamo più per la possibilità di scelta; accettiamo il risultato più conveniente, il percorso di minor resistenza tracciato dagli algoritmi. La critica di Martin Heidegger alla tecnologia moderna illumina ulteriormente questo cambiamento. Infatti, Heidegger sosteneva che la tecnologia non si limita solo ad aiutare l’uomo, ma trasforma il modo in cui percepiamo l’essere stesso. L’era digitale esemplifica questa nozione di “imposizione,” dove tutto – incluso il pensiero umano – viene ridotto a dati calcolabili, ottimizzato per questioni di efficienza e controllo. L’IA non si limita ad assistere la cognizione; la ridefinisce, addestrandoci a pensare in termini di input e output piuttosto che di riflessione e significato. Le piattaforme di social media sfruttano l’attenzione come una risorsa, trasformando la coscienza in una merce. In questo sistema, gli esseri umani non sono più gli utenti che fanno uso della tecnologia, ma la sua materia prima, plasmati dagli strumenti stessi che hanno creato. Il paradosso di queste tecnologie è che sono state costruite per dare potere all’uomo, ma ora rischiano di renderlo loro schiavo. Un martello è l’estensione della forza del braccio, ma non ha potere decisionale su dove colpire; l’IA, tuttavia, anticipa invece i desideri, predice i comportamenti e spesso prende decisioni senza l’intervento umano. Più integriamo questi sistemi nella vita quotidiana, più i nostri processi cognitivi ed emotivi tendono ad adattarsi alla loro logic: il risultato è un’erosione sottile dell’autonomia, non attraverso una coercizione palese, bensì attraverso la convenienza seducente dell’esternalizzazione del pensiero. L’avvertimento di Herbert Marcuse sulla “razionalità tecnologica” è più che mai estremamente attuale in questo contesto: quando l’efficienza sostituisce il pensiero critico, gli esseri umani diventano destinatari passivi di un sistema che non controllano più. Se c’è una via d’uscita da questa crisi, risiede nel riaffermare il primato della coscienza umana sui suoi intermediari digitali. Ciò non significa rifiutare del tutto la tecnologia, ma resistere alla sua tendenza a dominare la percezione e la scelta umane, uno sforzo che richiede una resistenza consapevole al determinismo algoritmico, un impegno deliberato con l’esperienza non mediata e la richiesta di una progettazione etica che dia priorità all’agire dell’uomo rispetto all’automatizzazione. Gli esistenzialisti credevano nell’irriducibile libertà dell’individuo, ma ora questa libertà deve essere reclamata, non dal destino o dalla volontà divina, ma dalle stesse macchine che abbiamo costruito per servirci. L’alternativa è un mondo in cui la coscienza, un tempo sede del significato e dell’autonomia, sarà ridotta a poco più che un nodo di una vasta rete impersonale di controllo delle informazioni. Sugli autori: Irshad Ahmad Mughal e la Dott.ssa Qurat-ul-Ain Rana formano un formidabile partenariato intelletuale nella ricerca accademica pakistana contemporanea. Il Prof. Mughal, rinomato per le sue traduzioni in urdu delle opere rivoluzionarie di Paulo Freire e per aver insegnato per decenni filosofia politica all’Università del Punjab, unisce le sue forze a quelle della Dott.ssa Rana, affermata sociologa e commentatrice sociale le cui analisi taglienti arricchiscono regolarmente le principali riviste pakistane. Insieme, i loro scritti in collaborazione per Pressenza intrecciano una rigorosa visione accademica con un’urgente critica sociale, collegando la teoria critica occidentale con le realtà sud-asiatiche per illuminare i percorsi verso un cambiamento trasformativo.   Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Maria Sartori. Pressenza IPA
July 14, 2025
Pressenza