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[entropia massima] Libera Scienza in Libero Stato - Matematica e AI
Puntata 2 di EM, prima del ciclo Libera Scienza in Libero Stato, parliamo di matematica e intelligenza artificiale. L'IA sta entrando in uno degli ultimi territori considerati esclusivamente umani: la scoperta matematica. Dalle equazioni di Navier-Stokes ai grandi problemi irrisolti, le nuove capacità dell'AI sollevano interrogativi che vanno ben oltre la scienza. Che cosa succede quando una macchina riesce a dimostrare teoremi che gli esseri umani faticano persino a comprendere? A chi appartiene una scoperta prodotta dall'intelligenza artificiale? E quale futuro attende la ricerca scientifica, stretta tra collaborazione, competizione e interessi delle grandi aziende tecnologiche? Una puntata tra matematica, conoscenza, potere e libertà della ricerca, per interrogarci su chi controllerà l'intelligenza del futuro.
October 19, 2026
Radio Onda Rossa
Quella volta che i Nightwish chiesero a Darwin di cantare
di jolek78 C’è una busta, da qualche parte in Inghilterra, con sopra la calligrafia di un musicista finlandese. Dentro, una proposta che, raccontata a freddo, sembra la trovata di un poeta ubriaco: una band symphonic metal chiede a uno dei biologi evoluzionisti più noti del pianeta di prestare la voce a una canzone di ventiquattro minuti sull’origine della vita. Per
October 16, 2026
La Bottega del Barbieri
R-Esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente
La penultima sessione dell’Eirenefest è stata dedicata all’ambiente, ospitata giovedì 8 ottobre nella Sala Poli del Centro Studi Sereno Regis. R-esistenze e pratiche per la difesa dell’ambiente, questo il titolo dell’evento dedicato ad un argomento che sta diventando sempre più attuale. Inserire le guerre in un sistema-mondo, non circoscritto al campo di battaglia per quanto ampio possa essere, e in una scala temporale che non finisce con un trattato di pace, rende più chiaro ed evidente quanto sia veramente necessario evitare i conflitti armati. L’evento è stato dedicato ad Elena Camino, già “docente di Fondamenti di Sostenibilità a Scienze Naturali nell’Università di Torino. Ha intrecciato il lavoro universitario con la collaborazione (ormai trentennale) con una Associazione gandhiana indiana, l’ASSEFA, e con il Centro Studi Sereno Regis, impegnati a connettere i temi dell’ambiente e della sostenibilità in una prospettiva nonviolenta” per presentarla con le parole usate dal Sereno Regis sul loro sito. La docente, venuta recentemente a mancare, aveva però fatto in tempo a iniziare a organizzare lo stesso incontro che le è stato poi dedicato. Non una semplice dedica: quelli raccontati in quella sala sono stati ricordi vivi, ringraziamenti sentiti, riconoscenza per un’eredità spirituale che ha dato i suoi frutti.  Riconoscenza è senza dubbio quella provata da Alba L’Astorina, Alessandra Pugnetti e Laura Colucci Gray, le tre ricercatrici che hanno presentato il testo Natura e ricerca: pratiche, narrazioni e visioni, secondo volume della Collana Scienziatinaffanno? (CNR Edizioni). La presentazione è stata arricchita da racconti di vicende che hanno dato alla professoressa il ruolo di madre spirituale, una guida stimolante e propositiva, non solo in antefatti più lontani ma anche più evidenti per noi lettori visto che la stessa Camino è co-responsabile con Laura Colucci-Gray del capitolo Conversare in cammino: metodologie di ricerca in equilibrio tra stabilità e volo. Il volume riporta “diciassette tappe nel corso delle quali mari, laghi, montagne, foreste, caldere vulcaniche, cave d’argilla, campi agricoli e parchi cittadini diventano luoghi privilegiati da cui riflettere sulla complessità delle crisi ecologiche, sui loro intrecci con quelle sociali, culturali, etiche, economiche, politiche e sulla necessità di affrontarle generando forme di conoscenza aperte ad altri saperi e ispirate a valori di giustizia ambientale e sociale per tutti i viventi”. Sono conversazioni con ricercatori e ricercatrici che nel loro lavoro incontrano o hanno incontrato nodi e connessioni a partire da domande quali: “cosa studia la ricerca ecologica?”, “come viene declinato il vivente non umano nelle ricerche?” Il volume racconta le esperienze di stutiosi e studiose attivi in vari campi e che operano a partire da soggettive esperienze umane e professionali. Queste esperienze sono fondamentali. La Scienza, sostantivo femminile, è sempre stata declinata in bianco maschio ed eterosessuale. Allo scienziato, isolato nel suo laboratorio, sono state chieste risposte verificabili e sicure. La ricerca è però portata avanti da persone a partire dal presupposto che tutti noi siamo centri di relazione e possessori di storie individuali diverse, anche lo scienziato. Questo è un cambio di paradigma quasi epocale, nuovo ma liberante. Liberante per lo scienziato che sceso dal suo piedistallo può proseguire le proprie ricerche libero dall’obbligo di risposte e aperto alla collaborazione con altre discipline in precedenza private di autorevolezza. Questo è il riferimento all’affanno citato nel titolo della Collana Scienziatinaffanno. Titolo che prende spunto da un volume pubblicato nel 2018 Scienziati in Affanno? Ricerca e Innovazione Responsabili (RRI) in teoria e nelle pratiche anche se la Collana vera e propria nacque nel 2022 con il primo volume Scienza, politica e società: l’approccio post-normale in teoria e nelle pratiche. Un cambiamento a cui Elena Camino ha partecipato e collaborato. Più mirato alla questione guerra e natura è stato l’intervento di Giovanni Pagliero e Andrea Griseri rispettivamente segretario e membro del consiglio direttivo di Pro Natura Piemonte. L’intervento di Andrea Griseri ha avuto come traccia l’articolo intitolato La guerra è bella(?) ma inquina in Il mondo sull’orlo del baratro numero monografico di Natura e società del febbraio 2026 Perché questo titolo a prima lettura così ambiguo? Perché l’autore ha voluto parafrasare un libro scritto nel 1929 da due reduci della prima guerra mondiale: Novelli, geniale illustratore e Monelli che riuscirono in quel volume a raccontare con ironia le vicende belliche vissute. I dati riportati, alcuni dei quali presi dal sito del Ceobs, Confilct and Environment Observatory, forniscono un quadro desolante. Un esempio? Sono 280mila gli ettari di foresta perduti in Ucraina ogni anno di guerra, senza parlare di Gaza dove sono stati distrutti i sistemi di depurazione dell’acqua le macerie sono inimmaginabili, dell’Iraq, dove colpirono sistemi idrici e di depurazione acque e sempre di Iraq e Kuwait dove vennero incendiati i pozzi petroliferi causando un inquinamento dell’aria pesantissimo e non circoscritto visto che l’aria è velocissima a diffondere i veleni anche in luoghi lontani dal punto di emissione. Guerra che non fa danni solo nel momento attivo, durante le operazioni belliche ma anche in modo indiretto. Su 5 vittime solo una dipende dalle guerra attiva le altre derivano da un effetto indiretto. In altri termini negli eventi bellici dall’11 settembre in poi ci sono stati 930mila morti diretti ma sono 3milioni quelli indiretti. Cosa causa queste morti posteriori? Proprio l’inquinamento causato dalle operazioni militari: innanzitutto l’anidride carbonica: “Un rapporto di Emergency stima che tra il 2001 e il 2017 le operazioni militari coordinate dal solo Dipartimento di Stato americano siano responsabili dell’emissione di 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 (paragonabile alle emissioni annue di 257 milioni di automezzi). Si calcola che in Ucraina nei primi 7 mesi di conflitto le emissioni ammontassero già ad almeno 100 milioni di tonnellate di CO2.” Tra gli inquinanti dei terreni toviamo poi metalli pesanti, idrocarburi, solventi organici, fenoli sintetici, cianuro, arsenico e l’uranio impoverito “uno scarto della raffinazione dell’uranio (base del fuel per le centrali nucleari) e viene utilizzato per rendere le corazzature dei carri armati particolarmente resistenti e costruire munizioni anticarro. I proiettili all’uranio impoverito sono chiamate API, Armor Piercing Incendiary, (munizioni perforanti incendiarie), proprio per la loro elevata proprietà penetrante. Hanno effetti radioattivi e una lunga persistenza ambientale”. I virgolettati sono citazioni dell’articolo già citato. Citiamo ancora il napalm in Vietnam e le armi al fluoro. Uno studio del Segretariato della Dichiarazione di Ginevra stima che solo l’1,5% dei suoli agricoli della Striscia di Gaza resti coltivabile, 232 ettari contro i quindicimila di prima della guerra. Anche la bonifica inquina: smaltire le tonnellate di macerie da Gaza creerà un aggravio importante pur inevitabile. Oltre tutto questo un’altra questione rende tutto ancor più preoccupante. A distanza di 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sul nostro territorio ritroviamo ancora vecchi ordigni bellici. Per la bonifica e rimozione di questi residuati ancora oggi operano per Il Ministero per la Difesa alcune divisioni che si stima eseguano circa 2500 interventi ogni anno. Ordigni che hanno continuato a sversare i loro veleni nei terreni, poi nelle falde acquifere avvelenando tutta la catena alimentare. I terreni hanno memoria e Verdun ne è un esempio. In una delle più cruente battaglie della Prima Guerra Mondiale tra tedeschi e francesi, oltre all’impiego massiccio di cannoni e artiglieria varia, vennero usati lanciafiamme e fosgene. Al quasi milione di morti tra entrambi gli eserciti, va aggiunta la distruzione di una grandissima zona resa inabitabile dove, per esempio, il livello di arsenico è di 35 mila volte maggiore rispetto alla media dei terreni europei. Insomma, il quadro è preoccupante e porre rimedio non così semplice. Al proposito l’incontro si è concluso con la proiezione del video LLIURES DE CONTAMINACIO’ – Sfide ambientali in Siria a cura di Un Ponte Per, il racconto dell’organizzazione della raccolta rifiuti in una cittadina della Siria del nord. Sara Panarella
October 13, 2026
Pressenza
[entropia massima] Collettiva
presentazione della stagione 2026-2027 di Entropia Massima e i suoi quattro temi principali con Estrattivismo dei dati, Emergenza 0, Antropologica e Libera scienza in libero stato
October 5, 2026
Radio Onda Rossa
Complicità con la materia: il realismo agenziale di Karen Barad
In L’immagine-movimento Deleuze afferma che «l’identità dell’immagine e del movimento deriva dall’identità della materia e della luce. L’immagine è movimento come la materia è luce». Questo movimento-immagine di materia-luce attraversa ogni piano, come è il caso dell’iridescenza delle piume dei pavoni, delle ali delle libellule e per i riflessi di una sottile pellicola d’olio su una superficie d’acqua. Nella quotidianità di queste esperienze osserviamo ciò che la fisica chiama fenomeni di diffrazione o interferenza (distinti tra loro per tradizione lessicale e non per qualità ontologica) di perturbazioni che non possono essere localizzate in un punto preciso e che si propagano in un mezzo o come campi oscillanti. Ed è il pattern di diffrazione di più perturbazioni che compone Incontrare l’universo a metà strada, il ponderoso e fondamentale saggio di Karen Barad, fisica teorica, filosofa e transfermminista queer, finalmente proposto in italiano da Mimesis grazie alla traduzione di Floriana Ferro, che ne scrive anche la postfazione. Il titolo del volume è tratto dalla poesia Cascade Experiment di Alice Fulton, presentata nella sua interezza in appendice al volume, ma anche divisa in apertura del primo e dell’ultimo capitolo, perché  «anche un taglio che separa le cose non produce separazione, ma promuove l’entanglement! […] Una poesia non sfiora le nostre vite qua e là, offrendoci singoli momenti di riflessione, quanto piuttosto entra sotto la nostra pelle e rielabora chi siamo» (p. 577). Sin dalle prime righe dell’introduzione è esplicitato uno degli aspetti centrali del lavoro di Barad: «Materia e significato non sono elementi separati. Sono inestricabilmente fusi insieme, e nessun evento, per quanto ricco di energia, può separarli» (p. 29). Se la materializzazione è una questione inscindibile di materia e significato, tutte le cose parlano della necessità di un’etica della materializzazione, poiché «la materializzazione e le sue possibilità e impossibilità di giustizia sono parti integranti dell’universo nel suo divenire; un invito a vivere in modo giusto è scritto nella materia stessa dell’essere» (p. 21). Barad afferma che il linguaggio ha ricevuto fin troppa importanza, soprattutto nel corso degli ultimi anni, quando anche la materialità è divenuta una questione linguistica o di un qualche tipo di rappresentazione, e i discorsi sulla concretezza della significazione o delle pratiche discorsive sembrano aver messo in secondo piano la materia della materia. Eppure la materia conta – Ferro sottolinea quanto nell’uso dell’inglese di Barad sia importante l’oscillazione di senso di matter, tra materializzare e contare – e conta non come essenza. Il pensiero di Barad prende infatti le distanze sia da forme di realismo che pongono la natura come data, trasparente e indipendente dalle pratiche di conoscenza sia da quelle forme di descrizione che ricadono nel rappresentazionalismo, per cui la conoscenza della natura della natura non è altro che una sua forma di rappresentazione. > Tanto il realismo classico quanto il rappresentazionalismo presuppongono una > metafisica che dà per scontata – e ci fa dare per scontata – l’esistenza di > entità individuali con proprietà non relazionali. La fisica quantistica mostra però che «la realtà non implica necessariamente «cosalità» (p. 108), per cui ciò che è reale non è necessariamente un oggetto, un’essenza, un’identità di attributi intrinseci. È questo il punto di partenza al contempo metodologico e ontologico di Barad, sulla scorta del lavoro di Niels Bohr – punto di partenza metodologico e ontologico perché Barad intende sviluppare un realismo agenziale come quadro epistemologico-ontologico-etico: “Un realismo dei fenomeni e delle pratiche materiali entangled di conoscenza e divenire. […] I fenomeni non sono né entità individuali né impressioni mentali, ma agency materiali entangled” (p. 108), un realismo grazie al quale «teorizzare e sperimentare non riguardano l’intervenire (dall’esterno) ma l’intra-agire dall’interno, come parte dei fenomeni prodotti» (p. 109). In questo ambito, il confronto con Bohr è pertanto inevitabile, dal momento che per Barad è stato proprio lui che «ha sostenuto con brillantezza, passione e determinazione che la fisica quantistica non solo ha rivoluzionato la fisica, ma ha scosso le fondamenta stesse dell’epistemologia occidentale» (p. 173). > Grazie a ciò che Bohr propone nella sua filosofia-fisica è possibile porre a > critica radicale non solo la fisica classica ma anche il paradigma > moderno-cartesiano che ha impregnato il sapere occidentale, in cui impera la > triangolazione trinitaria (ed edipica) di soggetto, oggetto e > rappresentazione. E, parimenti, qualsivoglia struttura binaria di pensiero e > di potere. Perché – si domanda allora Barad – la materia «viene ancora pensata come passiva e immutabile o, nel migliore dei casi, come dotata solo in modo derivato di un potenziale di cambiamento, sempre in virtù del linguaggio e della cultura?» (p. 232). Ed è rispondendo a questa domanda che Barad delinea la sua proposta onto-etico-epistemologica: I fenomeni sono costitutivi della realtà. La realtà è composta non da cose-in-sé o cose-dietro-i-fenomeni, ma da cose-nei-fenomeni. Il mondo è un processo dinamico di intra-attività e materializzazione nell’attuazione di determinate strutture causali con determinati confini, proprietà, significati e schemi di segni sui corpi. Questo flusso continuo di agency, attraverso il quale una parte del mondo si rende differenzialmente intelligibile a un’altra parte del mondo e attraverso il quale le strutture causali sono stabilizzate e destabilizzate, non avviene nello spazio e nel tempo, ma nella creazione stessa dello spaziotempo. È attraverso specifiche intra-azioni agenziali che un senso differenziale dell’essere viene attuato nel continuo flusso e riflusso dell’agency. Quindi, è attraverso specifiche intra-azioni che i fenomeni cominciano a “contare” [matter], secondo entrambe le accezioni della parola (p. 245). Conoscere non riguarda l’intervenire sul mondo, da un presupposto esterno verso un presupposto interno; la stessa sperimentazione scientifica che ha portato alla teoria dei quanti non è tanto intervento quanto piuttosto intra-azione, poiché chi agisce non è in posizione di esteriorità rispetto ad alcuna oggettività; il suo agire si intreccia invece all’agire di ciò che si costituisce come mondo. La meccanica quantistica ci permette di pensare che il mondo è un processo aperto di materializzazione, qualcosa che si (per)forma nell’attuazione di diverse possibilità agenziali, di relazioni di intra-azioni reciprocamente intrecciantesi. > Il dinamismo della materializzazione è propriamente l’agency, che non è una > proprietà di un ente individuale, ma evento performativo in cui l’agency «è > costituita dalle continue rielaborazioni del mondo. L’universo è > intra-attività agenziale nel suo divenire» (p. 246). La traduzione di Incontrare l’universo a metà strada in italiano, a quasi vent’anni dalla sua uscita negli Stati Uniti, ci consegna un’ ulteriore versione del neo-materialismo contemporaneo, offrendo nuova linfa al lavoro di ri(con)figurazione necessario, oggi più che mai, per contrastare le sempre più violente derive neoliberali e reazionarie. «Il realismo agenziale tiene conto del fatto che le forze in gioco nella materializzazione dei corpi non sono soltanto sociali e che i corpi prodotti non sono tutti umani» (pp. 379-380). L’esperienza della diffrazione, con cui abbiamo aperto, è una delle esperienze che permettono la composizione e l’attraversamento di Incontrare l’universo a metà strada. Non solo come fenomeno fisico, al centro delle sperimentazioni che hanno innovato lo studio della natura della materia e della luce con la proposta della meccanica quantistica, ma anche come metafora della conoscenza. Barad cita Donna Haraway e le sue osservazioni sulla diffrazione come metodo, per cui «gli schemi di diffrazione registrano la storia dell’interazione, dell’interferenza, del rafforzamento, della differenza. La diffrazione riguarda la storia eterogenea, non gli originali. […] La diffrazione è una tecnologia narrativa, grafica, psicologica, spirituale e politica per la creazione di significati che contano» (p. 135). «L’interferenza nella perturbazione non è l’ostacolo da rimuovere ma ciò che permette di conoscere, ciò che permette di costituire relazioni che contano con ciò che le azioni includono/escludono; una teoria performativa che agisce per diffrazione non concepisce la differenza come immutabile, bensì evidenzia «la natura relazionale della differenza» (p. 136), l’entanglement in cui si produce, l’entanglement che produce. > La diffrazione è una metafora visiva della conoscenza grazie alla quale è > possibile superare l’altra grande metafora ottica della conoscenza, ossia la > riflessione. La diffrazione è il contrappunto della riflessione, è l’altro > movimento in cui l’attenzione non è posta allo speculare e quindi > all’identico, ma agli schemi di differenza, alla variazione. La riflessione > funziona per rappresentazione, in modo asimmetrico, modellizzandosi a partire > da uno standard primigenio e originario, mentre la diffrazione permette di non > fissare il soggetto e l’oggetto. Operando/pensando diffrattivamente è > possibile conoscere tanto lo strumento del conoscere quanto il suo s/oggetto. Il conoscere la natura della natura partecipa alla materializzazione del mondo, per questo Barad anticipa sin dall’inizio che la prospettiva del realismo agenziale è una prospettiva ontologica tanto quanto etica ed epistemologica. Negli ultimi paragrafi scrive che “conoscere è un impegno specifico del mondo, in cui una parte del mondo diventa differenzialmente intelligibile a un’altra parte del mondo nella sua rendicontabilità differenziale verso e per ciò di cui fa parte» (p. 620), senza con questo necessitare di eccezionalismo umano nell’essere agente intellettivo. Conoscere non è di pertinenza esclusivamente umana, «l’intelligibilità è una performance ontologica del mondo nella sua articolazione continua» (p. 620). «Conoscere è una questione di responsività differenziale (performativamente articolata e rendicontabile) a ciò che conta» (p. 620) da parte di tutto ciò che conta e che a quello è entangled. Barad scrive in direzione di un’etica incarnata oltreumana. Se «la materia è un’espressione/articolazione dinamica del mondo nel suo divenire intra-attivo», allora «il differenziare non consiste nel rendere altro o nel separare, ma, al contrario, nel creare connessioni e coinvolgimenti» (p. 641). Chiedersi se e come sia possibile turbare l’universo ci pone in una posizione di esteriorità che ci fa ripiombare nella metafisica dell’entità individuale, mentre il realismo agenziale “ci” fa comprendere che «ciò che sta dall’altro lato del taglio agenziale non è separato da noi: la separabilità agenziale non è individuazione» (p. 641). Attraverso la ri(con)figurazione dell’ontologia e dell’epistemologia, Barad conclude che «l’etica non riguarda la risposta giusta a un altro radicalmente esterno/esteriorizzato, ma la responsabilità e la rendicontabilità per le relazionalità vive del divenire di cui siamo parte» (p. 641). Alla richiesta di giustizia intrinseca dell’esperienza del mondo con cui aveva aperto, Barad risponde che «un delicato tessuto di eticità percorre il midollo dell’essere» (p. 646). Dal momento che nemmeno un istante esiste di per sé nella dinamica di materializzazione del mondo, non è possibile sfuggire alla responsabilità, da intendere come possibilità di molteplici fenomeni in-divenire che in qualsiasi momento si ri(con)figurano: Incontrare ogni momento, essere vivi verso le possibilità del divenire, è una chiamata etica, un invito inscritto nella stessa materia di ogni essere e divenire. Abbiamo bisogno di incontrare l’universo a metà strada, di assumerci la responsabilità del ruolo che svolgiamo nel divenire differenziale del mondo (p. 646). Puoi essere il timid*, lucertola o elettrone, la materializzazione dei fenomeni entangled ti chiede di tener conto e di essere reattiv* alle possibilità che potrebbero aiutarci a fiorire, sapendo che «tutta la vita è incontro. E ogni incontro conta» (p. 578). la copertina è un frame da Stalker (1979), regia di Andrej Tarkovskij Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Complicità con la materia: il realismo agenziale di Karen Barad proviene da DINAMOpress.
September 25, 2026
DINAMOpress
Come un soffio
di Mauro Armanino Fragili come un soffio, continuiamo a costruire idoli: denaro, potere, guerra, tecnica e nazione. Una riflessione sulla crisi dell’Occidente e su chi ancora rifiuta di inginocchiarsi davanti …
September 12, 2026
Osservatorio Repressione
Corpi in movimento. «Zapruder» 70 in tour! http://storieinmovimento.org/2026/09/12/corpi-in-movimento-zapruder-70-in-tour/?pk_campaign=feed&pk_kwd=corpi-in-movimento-zapruder-70-in-tour #autodeterminazione #transfemminismo #Iniziative #femminismi #medicina #Zapruder #scienza #welfare #aborto
Guido Barbujani / Reliquie, DNA & affini
Nella postfazione al volume Guido Barbujani rivendica per il proprio libro l’etichetta di Wu Ming 1: UNO, oggetto narrativo non identificato. È una mossa insieme furba e onesta. Furba perché lo sottrae a critiche di genere (“non funziona come saggio”, “non funziona come romanzo” diventano obiezioni fuori bersaglio se il libro dichiara di non voler essere né l’uno né l’altro); onesta perché descrive con precisione ciò che si trova tra le pagine: un ircocervo che mescola memoria scientifica, saggistica di genetica delle popolazioni, romanzo autobiografico, relazione di viaggio e ricostruzione storica. Vale ricordare cosa sia, per Wu Ming 1, un UNO: non un libro genericamente ibrido, ma uno che radicalizza l’ibridazione tra tipi di testo eterogenei — dati hard tecnici e dati soft aneddotici — tenuti insieme da un io narrante-cerniera. Nel 2024 lo stesso Wu Ming 1 ha fatto autocritica sull’uso disinvolto dell’etichetta, diventata passe-partout per qualunque libro sfuggente. Barbujani, va detto a suo merito, è tra i pochi casi in cui l’etichetta non è un vezzo: la disinvoltura con cui passa dal protocollo di laboratorio all’aneddoto umano, senza mai far scricchiolare la struttura, è precisamente il mestiere di chi sa scrivere, non solo di chi sa fare ricerca. Il nucleo fattuale è reale: il 17 settembre 1998 un’équipe interdisciplinare apre a Padova, nella basilica di Santa Giustina, l’urna che tradizione vuole custodisca le reliquie dell’evangelista Luca. Dentro, tra vertebre di serpente, uno scheletro acefalo. Il vescovo commissiona un’indagine multidisciplinare; Barbujani, genetista delle popolazioni, deve confrontare il DNA antico estratto da due denti con quello di popolazioni siriane, greche e turche, per verificare la compatibilità con le origini siriane tramandate del santo. Sulla data della traslazione delle reliquie da Costantinopoli a Padova, la tradizione agiografica è tutt’altro che unanime: oltre all’ipotesi più accreditata, quella del 361-363 d.C. sotto Giuliano l’Apostata, per sottrarle al rischio di distruzione pagana, altre fonti collocano l’arrivo delle spoglie molto più tardi, nell’VIII secolo, per opera del prete Urio, che le avrebbe portate via da Costantinopoli insieme a quelle di san Mattia per salvarle dalla furia iconoclasta. È qui che l’indagine multidisciplinare fornisce uno dei suoi risultati più eleganti, ed è un dettaglio che il libro valorizza con gusto: l’analisi delle vertebre di serpente trovate nella sepoltura, appartenenti a specie italiane e non mediorientali, indica che il corpo si trovava già a Padova attorno al V secolo — un dato che, da solo, basta a smentire l’ipotesi tardiva dell’VIII secolo e a rendere più solida la tradizione legata a Giuliano l’Apostata. È un piccolo esempio, tra i tanti disseminati nel libro, di come la scienza qui non serva a “provare” nulla in senso assoluto, ma a restringere, per esclusione, il campo delle ipotesi plausibili — esattamente il metodo per falsificazione che Barbujani rivendica come cifra del proprio lavoro. Da questo nucleo il libro si allarga in tre direzioni, e in ciascuna Barbujani dimostra un controllo della materia che pochi scienziati-scrittori italiani possiedono. C’è la relazione di viaggio (la spedizione ad Aleppo nel 1999, il “contrabbando” di sangue in aeroporto, i colonnelli da blandire, la puntata a Palmira), scritta con un understatement ironico che non è mai vezzo letterario fine a sé stesso, ma strumento per rendere leggibile — senza mai impoverirla — una materia tecnicamente ostica. C’è la ricostruzione storica (traslazioni, furti, rivalità tra sedi che si contendono la stessa spoglia — Padova, Venezia, Praga, il Vaticano — fino ad arrivare, attraverso le “convulsioni del Medio Oriente contemporaneo” a un’eco di Lawrence d’Arabia), dosata con una parsimonia funzionale che è indice di mestiere editoriale, non di improvvisazione. E c’è la dimensione epistemologica, dove Barbujani intreccia la propria autobiografia scientifica con una teoria della conoscenza per falsificazione: la scienza “non può dimostrare la verità, ma solo smentire le ipotesi sbagliate”. È la frase-chiave del libro, di impianto rigorosamente popperiano, ed è coerente con l’esito reale dell’indagine (pubblicata su PNAS nel 2001): i dati non dimostrano l’autenticità della reliquia, ma non la escludono. Non un colpo di scena, ma un anticlimax che pochissimi divulgatori avrebbero saputo trasformare in argomento portante senza deludere il lettore — e invece Barbujani ci riesce, con la formula “aprire l’arca di san Luca è stata l’occasione per studiare il suo contenuto, ma la fede segue altri percorsi”, un aforisma che tiene insieme rigore scientifico e rispetto laico senza mai scivolare nella polemica scientista. È esattamente il tipo di equilibrio che rende Barbujani, da vent’anni, uno dei pochissimi scienziati italiani capaci di scrivere per il grande pubblico senza tradire né la scienza né la lingua. Il libro esce dodici anni dopo la sua prima versione, integralmente riscritta secondo la dichiarazione dell’autore in postfazione — non un semplice repackaging, ma un nuovo testo che condivide l’ossatura fattuale rielaborandone il tessuto, alla luce di una decennale rivoluzione dell’archeogenetica (sequenziamento ad alta processività, Nobel a Pääbo nel 2022) e di un Medio Oriente non più sovrapponibile a quello del 1999 — la Siria di Hafez al-Asad raccontata nel libro non è la Siria del dopo guerra civile. Che un autore già affermato scelga di rimettere mano integralmente al proprio testo piuttosto che limitarsi a un repackaging è di per sé un segno di serietà artigianale non scontato nel panorama della saggistica di consumo. Il libro si colloca bene nella traiettoria di un autore che da sempre intreccia due filoni con uguale autorevolezza: la battaglia scientifica contro l’idea biologica di razza — Questione di razza, L’invenzione delle razze, Contro il razzismo, Sono razzista, ma sto cercando di smettere — e la vena più squisitamente narrativa e memorialistica, Soggetti smarriti. Storie di incontri e spaesamenti per Einaudi, che raccoglie ritratti e incontri in forma di racconto breve. Qui i due filoni convergono al meglio: la genetica applicata a un problema storico-identitario, raccontata attraverso un io che si espone con le proprie incertezze e goffaggini, senza mai perdere di vista il lettore non specialista. È un pregio raro, quello di Barbujani: rendere accessibile, senza banalizzarla, la tecnica dell’estrazione di DNA antico, i suoi margini di contaminazione e di incertezza statistica, mantenendo al tempo stesso un ritmo narrativo che si legge con il gusto di un romanzo di viaggio. Resta sotto-esplorato — e nessuna delle recensioni italiane finora uscite lo affronta fino in fondo — il nodo più delicato: uno scienziato che lavora su commissione di un vescovo, per una comunità che venera quelle reliquie da secoli. Barbujani mantiene qui un equilibrio di vera classe intellettuale, senza apologetica né polemica anticlericale, restando nel proprio perimetro professionale con un rigore che è insieme scientifico ed etico. Infine, sull’etichetta stessa di UNO applicata a questo testo: il criterio più rigoroso di Wu Ming 1 — ibridazione tra tipi di testo radicalmente eterogenei — è soddisfatto in modo convincente proprio perché Barbujani non forza mai la sperimentazione formale a scapito della leggibilità. È, se si vuole, la dimostrazione che un vero UNO non ha bisogno di essere criptico o respingente per essere radicale nella propria ibridazione: basta, come fa lui, saper tenere insieme il dato hard e l’aneddoto soft con la mano di chi ha imparato, libro dopo libro, il mestiere di raccontare la scienza senza tradirla. È un libro che fa egregiamente ciò che si propone, e lo fa con una scrittura che confermerebbe, se ancora ce ne fosse bisogno, il posto di Barbujani tra i migliori divulgatori scientifici italiani in attività.   L'articolo Guido Barbujani / Reliquie, DNA & affini proviene da Pulp Magazine.
August 14, 2026
Pulp Magazine
Il genoma scritto da una macchina, e la politica che non sa ancora leggerlo
PER LA PRIMA VOLTA MODELLI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE HANNO PROGETTATO GENOMI VIRALI COMPLETI E FUNZIONANTI. UNA SVOLTA DELLA BIOLOGIA SINTETICA CHE PONE UNA DOMANDA URGENTE: COME GOVERNARE UNA CAPACITÀ TECNICA CHE LE REGOLE NON SONO ANCORA PRONTE A SEGUIRE? Il 6 agosto 2026 la rivista Science ha pubblicato il primo genoma virale progettato interamente da un’intelligenza artificiale. Lo stesso giorno, il Congresso degli Stati Uniti dichiarava Anthony Fauci in oltraggio alla corte per essersi rifiutato di rispondere su fondi alla ricerca gain-of-function negli anni in cui dirigeva l’istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive — una controversia politicamente contestata su cui non prendo posizione qui. Interessa piuttosto la coincidenza di calendario, perché racconta con precisione come funziona l’attenzione istituzionale davanti alla tecnica: si concentra quasi sempre su un incidente già accaduto, spesso di un decennio prima, mentre il fronte reale si è già spostato altrove. Mentre un ramo del potere americano processava il passato, un laboratorio universitario in California apriva, senza clamore proporzionato, un capitolo nuovo della biologia sintetica. Il fatto scientifico, spogliato dell’enfasi giornalistica, è documentato nell’articolo di Samuel King, Brian Hie e colleghi tra Stanford University e Arc Institute, pubblicato su Science con il titolo “Generative design of bacteriophages with genome language models”. Il team ha addestrato due modelli linguistici genomici, Evo 1 ed Evo 2, su milioni di sequenze genetiche naturali, escludendo di proposito ogni virus capace di infettare l’uomo. Come punto di partenza è stato scelto ΦX174, un batteriofago minuscolo — meno di seimila basi, undici geni — che Frederick Sanger sequenziò per primo nel 1977 e che Craig Venter risintetizzò a mano nel 2003: un organismo modello con cui si studia la biologia molecolare da mezzo secolo. Ai modelli è stato chiesto di proporre genomi completi capaci di infettare Escherichia coli. Delle centinaia di sequenze generate, i ricercatori ne hanno sintetizzate 302, e sedici si sono rivelate pienamente funzionanti: si assemblano in particelle virali, si replicano nelle cellule batteriche, e in alcuni casi superano l’efficacia del virus naturale di partenza. Il dettaglio che raramente compare nella cronaca è che il team ha puntato su un cocktail di sedici varianti distinte proprio perché una miscela eterogenea rende più difficile la resistenza batterica: una scelta terapeutica intelligente, e la resistenza agli antibiotici uccide, secondo The Lancet, oltre un milione di persone l’anno. Il codice di Evo 2 è stato inoltre rilasciato in modalità open source. Brian Hie ha difeso pubblicamente questa scelta con un argomento che merita di essere riportato senza ironia, perché non è banale: i patogeni naturali, ha osservato, non possono essere filtrati né sottoposti a controllo preventivo, evolvono liberamente e sono già accessibili a chiunque li cerchi in natura; uno strumento di intelligenza artificiale aperto, al contrario, può incorporare vincoli fin dentro i dati di addestramento, ed è più facile da ispezionare di un genoma che circola in un pipistrello. È un argomento difensivo legittimo. Non risolve però il problema successivo, quello su cui si concentra il commento che accompagna lo studio sulla stessa rivista, firmato da Thomas Inglesby e Moritz Hanke del Johns Hopkins Center for Health Security: la stessa architettura, addestrata da un altro gruppo su un dataset diverso — che includa, questa volta, patogeni umani — potrebbe produrre risultati molto meno rassicuranti. Inglesby e Hanke lo hanno scritto in una riga che vale la pena citare per intero, perché è la sintesi più netta del problema: la capacità di comporre genomi virali con l’intelligenza artificiale generativa oggi esiste, la governance per orientarla in sicurezza no. Hanke ha reso il rischio concreto con un esempio quasi didattico: si può, in teoria, chiedere a un modello linguistico genomico di scrivere un genoma dell’influenza modificato per essere più trasmissibile o più letale, senza che nulla, oggi, impedisca la domanda. Qui la vicenda tocca un punto tecnico che è anche il cuore politico della storia. L’unico argine oggi operativo alla sintesi di sequenze pericolose è il controllo che le aziende di sintesi del DNA applicano agli ordini che ricevono, coordinato su base volontaria dall’International Gene Synthesis Consortium, che riunisce circa l’ottanta per cento della capacità di sintesi commerciale mondiale. Il meccanismo confronta ogni sequenza ordinata con archivi di patogeni noti. Il problema, come hanno mostrato ricerche indipendenti — inclusa una guidata da Microsoft, che è riuscita a far passare inosservate varianti pericolose sufficientemente diverse dalle sequenze catalogate — è che questo controllo è tarato sulla somiglianza con ciò che già conosciamo, e un genoma scritto da un modello generativo può non somigliare a nulla in archivio. Negli Stati Uniti un ordine esecutivo del maggio 2025 aveva provato ad affrontare la parte del problema legata ai finanziamenti federali, ma la sua attuazione resta sospesa, e nulla copre ancora la sintesi commerciale non finanziata dal governo. Filippa Lentzos, biosicurezza al King’s College di Londra, insiste da tempo su un punto che vale più di ogni singola misura: serve un approccio a strati che tenga insieme vincoli sui modelli, revisione etica della ricerca e screening della sintesi, perché nessuno di questi livelli, da solo, tiene. È a questo punto che conviene tornare a un filosofo che di intelligenza artificiale non ha mai scritto una riga, perché ha visto il problema strutturale prima che avesse un nome tecnico. Hans Jonas, nel 1979, in un’epoca in cui la tecnica moderna aveva già cominciato ad agire su scala di continenti e di generazioni, propose un principio di responsabilità pensato apposta per situazioni in cui l’etica tradizionale — calibrata sul rapporto faccia a faccia fra due persone che si guardano — smette di funzionare. La sua mossa più utile non è un divieto, è un metodo: quando le conseguenze possibili di un’azione sono irreversibili e riguardano chi non può ancora difendersi, la previsione di sventura merita metodologicamente più ascolto della previsione di successo. Non è pessimismo, è aritmetica applicata alla storia: dell’errore ottimista non ci si può pentire, perché non resta nessuno per pentirsene. Ne discende un’inversione dell’onere della prova che dovrebbe essere già familiare a chi si occupa di diritto europeo, perché è la stessa logica del principio di precauzione: chi accelera deve dimostrare l’innocuità, non chi frena deve dimostrare il pericolo. Chi progetta un modello capace di scrivere genomi interi ha, in questa logica, una responsabilità positiva di dimostrare che l’architettura non sia riproducibile in chiave offensiva da altri, non solo che il proprio dataset sia pulito. Günther Anders, filosofo del secolo delle bombe, aveva dato un nome a ciò che rende questa responsabilità difficile da sentire come propria: il dislivello prometeico, lo scarto crescente fra ciò che sappiamo produrre e ciò che sappiamo immaginare o sentire come nostro. Sappiamo costruire ordigni capaci di uccidere decine di migliaia di persone in un istante, scriveva, ma non riusciamo a rappresentarcele davvero; oggi sappiamo scrivere un genoma virale, ma non riusciamo a sentire come nostra la responsabilità di un evento sanitario che nessuno, esplicitamente, ha voluto causare. Da questo scarto nasce quella che Anders chiamava cecità all’apocalisse: davanti a un rischio troppo grande per essere immaginato, la reazione non è l’allarme, è l’indifferenza. La notizia dei sedici fagi ha avuto la vita breve di una notizia qualunque, superata in poche ore dal ciclo successivo, nonostante segnasse — lo scrivono gli stessi autori — la prima dimostrazione sperimentale che un modello linguistico può generare genomi interi e funzionanti. Sul piano istituzionale, la fotografia è impietosa. La Convenzione sulle armi biologiche del 1972 vieta agli Stati di sviluppare armi di questo tipo, ma non ha mai avuto meccanismi di verifica reali — il protocollo del 2001 che avrebbe dovuto introdurli fu bloccato dagli Stati Uniti — ed è comunque pensata per laboratori statali, non per modelli generativi che girano su un cluster commerciale e i cui pesi si spostano da un server all’altro come un file di pochi gigabyte. L’AI Act europeo, che pure ha introdotto obblighi di trasparenza importanti — in Italia recepiti con la scelta, più severa rispetto ad altri Stati membri, di responsabilità penali dirette per omissioni di sicurezza nei sistemi ad alto rischio — resta concentrato sull’uso dei sistemi di intelligenza artificiale e dice poco sulla progettazione dei modelli fondazionali a monte, quello che gli addetti ai lavori chiamano l’upstream. È esattamente la parte della catena in cui si colloca un modello come Evo. Non è un motivo per raccontare questa storia come un incubo imminente, e non lo è nelle intenzioni di chi l’ha portata alla luce con il rigore che merita. È un motivo per chiedersi, con la stessa serietà con cui l’Europa ha saputo scrivere il principio di precauzione altrove, chi debba dimostrare che cosa prima che uno strumento capace di scrivere genomi diventi disponibile a chiunque abbia un server e qualche settimana di fine-tuning. La finestra fra il poter fare e il saper decidere se farlo, avvertivano Jonas e Anders una generazione prima di lui, si sarebbe accorciata sempre di più. Ci resta il compito meno filosofico e più urgente: scrivere la regola prima che quella finestra si chiuda. Non fra dieci anni, davanti a un’altra audizione tardiva su un incidente ormai compiuto. Adesso, mentre la capacità tecnica esiste già e la governance, per ammissione di chi la biosicurezza la studia per mestiere, ancora no. FONTI ✓ King, S. H., Hie, B. et al., “Generative design of bacteriophages with genome language models”, Science, vol. 393, eaec2657, 6 agosto 2026, DOI: 10.1126/science.aec2657. ✓ Inglesby, T., Hanke, M., commento di accompagnamento allo studio King et al., Science, 6 agosto 2026. ✓ Stanford Report, “AI designs a novel E. coli killer”, 6 agosto 2026. ✓ Axios — “Now AI can create new viruses”, 6 agosto 2026. ✓ International Gene Synthesis Consortium — Harmonized Screening Protocol v3.0. ✓ International Biosecurity and Biosafety Initiative for Science (IBBIS) — International Screening Standards. ✓ Convenzione sulle armi biologiche e tossiniche (Biological Weapons Convention) — United Nations Office for Disarmament Affairs, 1972. ✓ Regolamento (UE) 2024/1689 — AI Act, EUR-Lex. ✓ Hans Jonas, Das Prinzip Verantwortung, Insel Verlag, 1979 (trad. it. Il principio responsabilità, Einaudi). ✓ Günther Anders, Die Antiquiertheit des Menschen, C. H. Beck, 1956 (trad. it. L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri). ✓ Matteo Flora, “Giochiamo alla Guerra Batteriologica Globale?”, newsletter Denkschule, 8 agosto 2026 (spunto interpretativo iniziale). Francesco Russo
August 10, 2026
Pressenza