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Iran, comunità ebraica condanna fermamente l’aggressione imperialista USA-Israele
Attualmente, le vergognose campagne mediatiche – funzionali all’iranofobia – sono volte a dare un’immagine mostrificante dell’Iran islamico sciita in modo tale da creare il nemico necessario contro cui scagliare l’indignazione e il “disgusto” (citando Bismark) dell’opinione pubblica occidentale per poi legittimare l’intervento armato. Ed ecco che anche sull’Iran si riabilita, come fu per l’Afghanistan, una narrazione femoimperialista (1) in cui si usano i diritti delle donne, l’esportazione della democrazia come una giustificazione di guerra. “Disgusto” che nasce dal fatto di percepire l’Iran sciita come un governo teocratico addirittura contro il suo popolo e contro qualunque cosa sia diversa dall’Islam sciita. Questo è un falso mito veicolato dai media occidentali proprio per ingigantire la demonizzazione di questo Paese. La religione ufficiale dell’Iran è l’Islam sciita secondo la Costituzione, ma la Repubblica Islamica riconosce e protegge le minoranze religiose: dall’ebraismo, ai cristiani con le varie denominazioni, ai zoroastriani, che hanno rappresentanti anche nel parlamento, gli armeni, assiri, i sunniti, oltre a comunità più piccole ma riconosciute, come il mandaeismo, il yarsanismo, il buddhismo e l’induismo. La condizione fondamentale è l’essere prima cittadini iraniani con diritti e doveri, e poi ciascuno segue le proprie credenze. Come era in Siria, prima che arrivassero gli ex-qaedisti tagliagole del Fronte Al-Nusra a portare la democrazia, a sostenere esplicitamente il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele ed a dialogare normalmente con i leader europei. I diritti costituzionali di cui godono le minoranze religiose in Iran, sono sanciti e rispettati, avendo centinaia di luoghi di culto, sinagoghe, chiese e templi, dove praticano liberamente le proprie fedi. Secondo varie statistiche i credenti sono: gli sciiti circa il 90%, i sunniti il 6%, il resto suddiviso tra le altre fedi. La Costituzione stabilisce che “l’intromissione sulle singole credenze è proibita”, e che “nessuno può essere molestato o arrestato semplicemente per avere una certa credenza”, se rispettoso delle leggi. Si tratta di minoranze religiose, che sono garantite e protette nella Costituzione del Paese e tutte, storicamente, si sentono parte integrante del popolo iraniano: dalla comunità ebraica, ai cristiani, ai sunniti, agli armeni, agli assiri. Non è un caso infatti che tutti i rappresentanti delle varie comunità, si sono espressi in modo chiaro e netto contro l’aggressione imperialista USA-Israele e per soluzioni diplomatiche di tutte le problematiche. Il 5 marzo 2026, in una potente dimostrazione di unità nazionale, il rabbino Younes Hamami Lalehzar – presidente della comunità ebraica iraniana – ha condannato con forza l’attacco congiunto USA-israeliano. Il leader religioso ebraico Younes Hamami Lalehzar, ha emesso una forte condanna dei recenti attacchi statunitensi e israeliani sul suo paese, definendo l’azione “… un tradimento della fiducia” e dichiarando: “Chiediamo che i due regimi (n.d.r:USA e Israele) siano ritenuti responsabili del loro comportamento criminale. Ancora una volta, l’America criminale, in cooperazione con il regime sionista, si è ulteriormente precipitata nel fango della caduta attraverso un attacco infido e incauto. Questo atto sarà condannato da tutte le nazioni libere e riceverà certamente una risposta decisiva e di forza delle Forze armate della Repubblica islamica dell’Iran, che faranno tutto il possibile per vendicare il sangue dei martiri iraniani… Il leader della rivoluzione islamica, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, è stato assassinato con un assalto militare congiunto americano e israeliano a Teheran, con i negoziati sul nucleare in corso. La scomparsa dell’ayatollah Khamanei è una grande e irreparabile perdita per la nazione iraniana, ma ho fiducia che il popolo iraniano saprà salvaguardare il suo sangue, la sua guida e il suo percorso…In questo frangente difficile sottolineiamo la necessità di preservare l’unità, l’empatia e la fermezza riunite di tutti i livelli della nazione iraniana. Certifichiamo anche la nostra costante convinzione che, secondo le tradizioni divine e gli insegnamenti delle nostre religioni, il diritto alla fine trionferà sulla falsità, e l’onore e la gloria apparterranno finalmente alle nazioni resilienti, fedeli e in cerca di verità…”. Il rabbino ha deplorato la “perdita irreparabile” dell’Ayatollah Khamenei e di oltre 750 civili, incluse 170 bambine studenti morte a Minab il 28 febbraio 2026 durante l’attacco imperialista delle forze statunitensi e israeliane. Insieme ai leader cristiani e zoroastriani, ha chiesto un’unità nazionale incrollabile. Anche Siyamak More Sedgh politico e medico ebreo iraniano, titolare del seggio parlamentare riservato alla minoranza ebraica nel Parlamento iraniano dal 2008 al 2020, anche presidente dell’istituzione benefica ebraica Dr. Sapir Hospital and Charity Center, definito “l’ebreo numero uno” dell’Iran, spesso critico e polemico su alcune posizioni espresse dalle autorità iraniane, ha preso posizione contro l’aggressione al proprio paese invitando all’unità e alla difesa del paese prima di tutto. Questa è la tessitura diversificata dell’Iran che si erge come un’unica entità. Va ricordato che in Iran è sempre vissuta una comunità ebraica più numerosa rispetto a tutti i Paesi arabi.   (1) Il fenonazionalismo e il femoimperialismo sono narrazioni tossiche e strumentalizzanti dei diritti delle donne, fortemente criticate dal femminismo stesso. Interessante il libro Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne della sociologa Sara R Farris, in cui il concetto di femonazionalismo diventa una categoria analitica di riferimento per molte pubblicazioni e dibattiti femministi. Una cornice teorica per leggere un fenomeno inaspettato dell’epoca contemporanea: l’uso da parte delle istituzioni, degli apparati mediatici e soprattutto dei partiti di estrema destra della rivendicazione dell’uguaglianza di genere per portare avanti politiche islamofobe e razziste.   Per ulteriori info: https://www.ancorafischiailvento.org/2026/03/06/la-voce-degli-ebrei-iraniani-e-laggressione-alliran/ Speciale-Iran-Israele-USA Lorenzo Poli
March 7, 2026
Pressenza
Dietro le quinte di Nèmèsis (Italia). Tra Femonazionalismo e falso femminismo la propaganda xenofoba dell’estrema destra fallisce ancora
A Lione il 12 febbraio, Quentin Deranque, attivista di un gruppo neonazista, è rimasto ferito – ed è poi morto – a seguito di un’azione di stampo fascista messa in atto dal suo stesso gruppo alla facoltà di Scienze Politiche, dove si stava tenendo una conferenza dell’europarlamentare Rima Hassan (La France Insoumise). Accanto alla squadraccia vestita di nero e armata di spranghe, fumogeni usati come torce infiammabili e spray al peperoncino, c’era anche il collettivo femonazionalista di estrema destra “Nèmèsis”, che non ha perso un attimo a fornire ai media una narrazione salvifica dell’episodio, tentando di far passare l’aggressione come un mero atto di difesa nei propri confronti. A ben poco è servita tanta gentile riverenza. A pochi giorni dall’accaduto, mentre la Francia e l’Europa si scagliavano contro il “terrorismo antifascista” violento e assassino, il media indipendente Contre-Attaque ha pubblicato un video inequivocabile sulla reale dinamica dell’evento, smentendo la versione fornita sia da Nèmèsis sia dal gruppo neonazista e riposizionando la verità lì dove deve stare, cioè, come sempre, dalla parte giusta della storia. Molto è stato detto e molto è già stato scritto sulla vicenda, strumentalizzata a favore della propaganda di destra che, come nel caso del poliziotto di Rogoredo, ha cavalcato una notizia che credeva già scritta e che invece le è tornata indietro come un boomerang, grazie all’informazione indipendente e alle voci dal basso. Quello che ha interessato meno i media è invece il ruolo e il profilo del gruppo Nèmèsis, che ha spalleggiato il pestaggio sbrigandosi a costruire una storia assolutoria e romanzata degna del miglior Bridgerton d’oltre Manica. Perché, si sa, per citare il più basico patriarcato: “dietro un uomo che agisce c’è sempre una donna che trama nell’ombra ma che deve comunque essere protetta”. E in questo caso, sarebbe il caso di dirlo, ce ne sono state molte. MA CHI È NÈMÈSIS? Nato in Francia nel 2019 da Alice Cordier (pseudonimo), a seguito sia delle aggressioni del Capodanno 2016 a Colonia, in Germania, sia della nascita del movimento #MeToo, il collettivo opera attualmente anche in Belgio, Svizzera e Italia ed è molto vicino al cattolicesimo reazionario e agli antiabortisti di La Manif pour tous. Si compone di circa 100–200 esponenti, prevalentemente donne cis tra i 18 e i 35 anni, bianche, con collegamenti più o meno diretti con Rassemblement National di Marine Le Pen. Sul sito ufficiale si auto-definiscono: “un collettivo nato nell’ottobre 2019, su iniziativa di un gruppo di amiche, stanche di sentire gli inganni dei cosiddetti movimenti femministi che dovrebbero rappresentarle ma preferiscono anteporre , a spese delle donne, un’ideologia di sinistra”. > Tra i principali obiettivi: difendere le donne occidentali, promuovere la > civiltà europea e denunciare il presunto pericolosissimo impatto > dell’immigrazione sulle donne (neanche a dirlo) occidentali. Non serve una grande arguzia per comprendere da che parte stia Nèmèsis nel panorama politico europeo e non solo; eppure, come spesso accade alle destre, quello che è chiaro può sempre essere ribaltato all’occorrenza. Nonostante venga giustamente classificato da studiosə e dai media come collettivo di estrema destra — identitario, xenofobo, razzista, anti-immigrazione, anti-islam e trans-escludente — questa dicitura viene rifiutata dalle componenti, che invece lo descrivono come un semplice collettivo di giovani donne (cis) pronto ad accogliere cittadinə di buona volontà (ogni riferimento alla Chiesa cattolica è puramente casuale, ovviamente) “innamorati della nostra civiltà e ferocemente impegnati nei suoi diritti”. In realtà la posizione di Nèmèsis è fin troppo chiara, ciarlerie fumose a parte. E no: Nèmèsis non è un gruppo femminista. Nèmèsis è innanzitutto un gruppo di estrema destra femonazionalista — concetto elaborato dalla sociologa Sara R. Farris per descrivere la retorica femminista usata a sostegno di politiche nazionaliste e anti-immigrazione — che costruisce la propria matrice identitaria su un inganno in termini. Definirsi femministe aiuta perché, diciamolo: quanto va di moda la questione di genere in questo periodo? Tanto, anzi troppo. Tanto che possiamo parlare di un vero e proprio fenomeno di gender-washing e “brandizzazione” del femminismo, che serve molto a vendere magliette con scritto Girl Power e molto meno a pareggiare i salari. Solo che Nèmèsis non ha fatto i conti con chi il femminismo, quello vero, lo fa davvero. Altro che t-shirt. Non è infatti sufficiente affibbiarsi un nome per essere tale, così come non lo è definirsi virologə per avere di default una laurea e competenze annesse. Certo, nel mondo liquido e social in cui viviamo conta la faccia: fake it till you make it. O quanto meno: credici, raccontatela, rivendicala. E il passato ci insegna che i fascisti la storia se la sono raccontata, e continuano a raccontarsela, a modo loro, ovviamente. NON ESISTE, E MAI ESISTERÀ, IL FEMMNISMO DI DESTRA Parlare di femminismo di destra è come parlare di un ossimoro politico in grado di provocare allucinazioni e per capire cosa non è femminismo e transfemminismo è fondamentale capire e capirsi su cosa sia il femminismo e il transfemminismo. Al di là dell’excursus storico — che qui non riassumeremo, anche perché parte dalla fine del XVII secolo — il femminismo ha una caratteristica di base che non potrà mai essere associata alle destre: la lotta a un sistema oppressivo che vive e si nutre di disuguaglianze sociali e di disparità sistemica di potere. Basterebbe già questo per dimostrare l’inganno su cui cerca di costruire la propria identità Nèmèsis, ma andiamo avanti. Il femminismo è un movimento politico e teorico con una sua storia, che ha attraversato fasi differenti e si è trasformato nel tempo; ha vissuto le proprie contraddizioni interne — e ancora le vive — ma si fonda su principi basilari che ne delineano i contorni al di là delle sue pluralità. Le donne – e tutte le altre soggettività marginalizzate – nascono e vivono nelle società contemporanee capitalistiche e patriarcali, in una condizione strutturale di subalternità e discrimazione, generata e foraggiata da un sistema che può continuare a esistere solo grazie a una logica gerarchica ed escludente. SEPARARE, OPPORRE, ESCLUDERE, SOTTOMETTERE Questo sistema riconosce i privilegi come destinati a specifici gruppi — uomini, bianchi, ricchi, eterosessuali — ed esclude politicamente, socialmente ed economicamente altri gruppi, generando sessismo, razzismo, classismo e omo-lesbo-bi-transfobia. Il femminismo ha invece come obiettivo quello di ridistribuire equamente: ridistribuire il potere, le possibilità, le risorse. Per questo motivo oggi non si può pensare il femminismo come separato dalle lotte inclusive, come quella per i diritti LGBTQIA+ o per i diritti dellə lavoratorə e delle persone migranti. La scala valoriale su cui si basa il femminismo è intrinsecamente intersezionale, il che rende, ipso facto, il femminismo non associabile alle destre e ai loro sistemi valoriali. A fare le pulci, qualcunə potrebbe dire che esiste tutto un filone — ad esempio TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminism)— o neoliberale che esclude o non ha come obiettivo le disuguaglianze di classe e razza. Beh, ad esistere esiste. Che poi sia femminismo, questo è tutto da vedere. > Un “femminismo” che difende solo le donne biologicamente intese ma che al > contempo accetta, tollera o promuove l’oppressione e la discriminazione, > portando avanti valori e politiche che ledono la libertà di alcunə a favore di > quella di altrə, non può definirsi tale. Inoltre le destre conservatrici fanno di anti-abortismo e “famiglia naturale” due delle questioni cardine del loro pensiero. La determinazione delle donne è subordinata a tradizionali ruoli di genere che si basano su un ordine “naturale”, che comprende solo ed esclusivamente uomini e donne, incardinatə all’interno di una unione religiosa eteronormata finalizzata alla creazione di una famiglia nucleare tradizionale. L’uomo è il capofamiglia e la donna deve stare lì dove le compete: in casa, spazio che le concederà il grande privilegio di esserne la regina indiscussa, occupandosi del lavoro di cura — non retribuito — e dei figli. La maternità è il destino “naturale” e il “dovere” verso la nazione. Dio. Patria. Famiglia. Fuori c’è solo la perdizione queer e la cultura woke. Nulla di tutto questo ha a che fare con il femminismo, che considera i ruoli e le gerarchie di genere, razza, classe e sessualità come costruzioni storiche e sociali, che producono oppressione e che vanno trasformate insieme, non preservate. Il femminismo intersezionale lotta al fianco delle famiglie monoparentali, queer, ricomposte o scelte fuori dal matrimonio e ne riconosce il valore giuridico e sociale, così come rifiuta il binarismo di genere e l’eteronormatività come unica opzione possibile. L’autodeterminazione è la chiave: libertà di scelta sul proprio corpo, accesso al mondo del lavoro, parità salariale, diritto a un aborto libero, garantito e sicuro, lotta alla violenza di genere e alla educazione sessuo-affettiva in ogni scuola di ordine e grado. Questo è femminismo e non ha nulla che fare con le destre conservatrici. CHI HA PAURA DELL’UOMO NERO? Dentro a questo quadro si inserisce dunque Nèmèsis, “femministe diverse”, come amano definirsi loro. Così diverse che rifiutano l’intersezionalità e inneggiano alle differenze biologiche: difendono solo le donne biologicamente intese ma soprattutto ce l’hanno con i migranti, uomini, soprattutto di pelle scura, meglio se islamici. A loro, e solo a loro, viene attribuita la colpa e la responsabilità della violenza di genere. Il fulcro della propaganda è un femonazionalismo puro che razzializza la violenza di genere e la strumentalizza, usandola come arma contro i migranti e puntando su una narrazione etnodifferenzialista che considera Africa, Medio Oriente e contesto islamico come “patriarcali e sessisti” e perciò incompatibili con i diritti delle donne occidentali. All’immigrato irregolare – ma anche regolare – e ai suoi discendenti di seconda e terza generazione viene attribuita la responsabilità unica della violenza sulle donne, degli stupri, delle molestie e dei femminicidi. È una narrazione potente, questa, perché alimenta paure antiche al fine di giustificare politiche securitarie, ma anche perché attinge a un immaginario storico molto più antico: quello dell’“uomo nero”; figura costruita per secoli nei discorsi coloniali e razzisti europei come simbolo di pericolo per la purezza e la sicurezza delle donne bianche. > In questo senso il discorso di Nèmèsis non rappresenta soltanto una posizione > marginale o provocatoria: si inserisce in una più ampia strategia politica e > culturale che usa il linguaggio dei diritti delle donne per rafforzare > confini, giustificare politiche repressive e realtà come i centri di > detenzione in Albania. La violenza di genere viene così trasformata in uno strumento di costruzione del nemico: non un problema strutturale da affrontare, ma una colpa da attribuire a un gruppo preciso, facilmente riconoscibile e già stigmatizzato. La retorica della difesa delle donne proposta da Nèmèsis è perciò un mero dispositivo di esclusione, il cui obiettivo è quello di foraggiare gruppi come Génération Identitaire in Francia o AfD in Germania e la loro politica di opposizione al “Great Replacement”, teoria complottista secondo cui esisterebbe una volontà da parte delle élite di sostituire le popolazioni etniche francesi e bianche europee con quelle non bianche, specialmente provenienti da paesi a maggioranza musulmana, attraverso la migrazione di massa, la crescita demografica e un calo del tasso di natalità degli europei bianchi. Inoltre, concentrare l’attenzione su un presunto aggressore esterno aiuta a sviare l’attenzione dalla realtà più ampia della violenza di genere che, dati alla mano, avviene prevalentemente in contesti relazionali ben radicati nelle società europee. Secondo i dati disponibili, infatti, la maggior parte delle violenze contro le donne avviene all’interno delle relazioni affettive o familiari: partner, ex partner, conoscenti. Non è un fenomeno che arriva “da fuori”, ma una struttura di potere e controllo che attraversa l’intera società, indipendentemente da origine, religione o status giuridico. > Ridurre tutto alla figura del migrante aggressore non solo è fuorviante, ma > rende anche più difficile affrontare le cause reali della violenza di genere. Il risultato è una doppia rimozione. Da un lato si invisibilizza la violenza che attraversa le società occidentali, quella che si consuma nelle case, nelle relazioni, nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni. Dall’altro si costruisce una gerarchia implicita tra le vittime: alcune donne meritano protezione perché parte della comunità nazionale, altre vengono rese sospette, marginalizzate o semplicemente ignorate perché migranti e razzializzate. Affrontare davvero la violenza di genere richiederebbe invece l’opposto: riconoscerne la complessità, guardare alle strutture sociali che la rendono possibile e costruire strumenti di prevenzione, educazione e supporto che non selezionino le vittime in base alla loro appartenenza. Significherebbe, soprattutto, sottrarre il corpo e la sicurezza delle donne alla logica della propaganda e restituirli al terreno — molto più difficile ma necessario — dei diritti e della giustizia sociale. NÈMÈSIS ITALIA: IL VOLTO SOCIAL DEL FEMMINISMO IDENTITARIO Il 31 gennaio a Torino si è tenuta la manifestazione nazionale convocata a seguito dello sgombero del centro sociale Askatasuna, che ha visto lə manifestanti impegnatə per ore in scontri contro le forze dell’ordine. Il giorno dopo, davanti alle camionette della polizia impegnata a circoscrivere l’area di Askatasuna, cinque giovani ragazze dall’aspetto acqua e sapone, con le UGG ai piedi e le unghie ben fatte, si sono presentate portando cartelli fatti a mano con scritto: “Le femministe non sono antifa”, “Noi stiamo con la polizia”. Sono le aderenti al gruppo Nèmèsis Italia, costola neonata ma già interessantissima del Collectif Nemesis France. Con la casa madre condividono ideologie e metodologie politiche e, come quest’ultima, anche affiliazioni e relazioni con gruppi ben più grandi e strutturati del panorama dell’estrema destra italiana, come Gioventù Nazionale (fronte giovanile di FdI). > Al di là della loro composizione interna, che vede tra le aderenti anche > figlie di esponenti di Fratelli d’Italia, quello che risulta interessante è > sicuramente la comunicazione social di Nèmèsis Italia. È sufficiente andare a guardare la loro pagina Instagram per comprenderne la retorica: ridondante, piatta, faziosa e tanto, ma proprio tanto, social. L’estetica visiva colpisce per la sua ripetitività cromatica e simbolica: il blu, il bianco e il rosso (tipici di un’estetica nazionalista) si ripetono senza sosta a sostenere slogan dal linguaggio allarmista ma assertivo come: “stop agli stupri stranieri” e “difesa della nostra cultura”, scritti a caratteri cubitali, duri e spessi. Questi slogan funzionano come vere e proprie call to action, con l’intento di provocare una reazione emotiva nellə follower, stimolando il senso di urgenza e di necessità di difesa. Spesso l’uso del termine “straniero” viene utilizzato in modo generico per creare una dicotomia basica tra “noi” e “loro”, senza entrare mai nel merito delle cause strutturali della violenza di genere o dei contesti in cui questa avviene. L’ESTETICA VISIVA DELLA PAGINA È IN LINEA CON I TEMI DELLA SICUREZZA, DELLA PROTEZIONE E DELLA DIFESA I post spesso utilizzano immagini fortemente simboliche: bandiere tricolore con slogan che richiamano concetti di purezza e difesa delle tradizioni o disegni di donne unite che guardano fiere verso l’orizzonte, vestite di un blu che più nazionale di così non si può e che ricordano tanto le logiche comunicative di “buon’anima”. Almeno quando c’era lui i treni arrivavano in orario. Le immagini sono poi spesso accompagnate da testi brevi e concisi, pensati per essere immediatamente leggibili e condivisibili. Il messaggio visivo e quello verbale sono sempre legati da una coerenza stilistica che si presenta come una propaganda visiva che vorrebbe essere diretta ma che invece risulta monotona. In alcuni casi vengono anche utilizzati meme, vignette o video generati con l’IA, raffiguranti sedicenti femministe woke arrabbiate – dai tratti mascolini e dai capelli colorati – che gridano slogan sconnessi come: “vogliamo tutti i profughi”. > L’obiettivo è quello di viralizzare i messaggi e raggiungere un pubblico più > giovane, e al contempo aumentare il tono provocatorio e offensivo. Ai post che riprendono — rari — momenti collettivi si affiancano poi i decisamente più frequenti post di singole “attiviste”: giovani, bianche, dall’aspetto impeccabile, sedute di tre quarti, che leggono e commentano – con un tono monocorde dai rari esiti soporiferi – notizie di violenze di genere ad opera di “stranieri”. A questi si aggiungono poi quelli in cui vengono proposti vari stereotipi di bellezza pacata — biondo miele e “100% femminile” — da contrapporre ovviamente a quella che descrivono come grezza e appariscente delle altre femministe, quelle che non si depilano per capirci e dalle quali appaiono chiaramente ossessionate, in una dinamica “noi/voi” che neanche alle scuole primarie! In sintesi, la pagina social di Nèmèsis Italia somiglia molto a Nèmèsis Italia. La loro narrazione è incentrata su una visione semplificata e riduttiva della violenza di genere, veicolata attraverso un’estetica bianca, ricca e privilegiata che non si preoccupa di approfondire ma rimane in superficie, e che non ha alcuna intenzione di promuovere una vera lotta collettiva emancipatrice. Piuttosto, mira a sfruttare la causa per giustificare politiche xenofobe e securitarie. In questo senso, la loro strategia social si inserisce perfettamente in una più ampia logica di esclusione e divisione sociale tipicamente di destra, piuttosto che di inclusione e reale cambiamento. Per promuovere inclusione e cambiamento invece l’8 e il 9 marzo il movimento transfemminista Non una di meno, al suo decimo anno di lotta, scenderà in piazza al grido di “Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo” per ribadire che la lotta e di tutt3 e non si ferma. SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dietro le quinte di Nèmèsis (Italia). Tra Femonazionalismo e falso femminismo la propaganda xenofoba dell’estrema destra fallisce ancora proviene da DINAMOpress.
March 6, 2026
DINAMOpress
“Femminismi nemici”: il caso italiano
Pubblichiamo l’intervento tenuto da Viola Carofalo alla sesta edizione della scuola femminista delle Asturie AMA (10-13 luglio 2025). Ciao a tutte compagne, in questo mio intervento vorrei provare a raccontarvi del contesto che, come femministe italiane, stiamo vivendo in particolare dell’avanzata dei cosiddetti femminismi di destra, quelli che Sophie Lewis chiama femminismi nemici, e della strumentalizzazione di molte delle nostre istanze. Come certamente sapete dal 2022 la Presidente del Consiglio – lei ci tiene moltissimo e ha sottolineato più volte che vuole essere chiamata IL Presidente – è Giorgia Meloni leader di un partito, Fratelli d’Italia, di stampo neofascista, che si è orgogliosamente definita: “Donna, madre e cristiana”. Nel suo discorso di insediamento, Meloni ha fatto un vero e proprio capolavoro, non ha rimosso il suo essere donna, la prima in assoluto In Italia ad essere a capo di un Governo, ma l’ha rivendicato in una maniera molto specifica: “Tra i tanti pesi che sento gravare sulle mie spalle oggi, non può non esserci anche quello di essere la prima donna a capo del governo in questa Nazione. Quando mi soffermo sulla portata di questo fatto, mi ritrovo inevitabilmente a pensare alla responsabilità che ho di fronte alle tante donne che in questo momento affrontano difficoltà grandi e ingiuste per affermare il proprio talento o il diritto di vedere apprezzati i loro sacrifici quotidiani. Ma penso anche, con riverenza, a coloro che hanno costruito con le assi del proprio esempio la scala che oggi consente a me di salire e rompere il pesante tetto di cristallo posto sulle nostre teste”. Di qui in avanti Meloni inizia a citare una serie di italiane famose dalla pedagoga Maria Montessori, alla scienziata Rita Levi Montalcini, alla giornalista dalle posizioni islamofobe Oriana Fallaci, fino ad arrivare a Nilde Iotti, tra le più note politiche italiane della prima Repubblica, partigiana, membro del Partito Comunista Italiano e dell’Assemblea Costituente. Quello che fa trasalire non è soltanto il richiamo a Iotti, che chiaramente sarebbe stata sua avversaria politica, ma un altro particolare e si rivela tutt’altro che un dettaglio. In questo lunghissimo elenco di donne illustri tutte le protagoniste sono chiamate con il solo nome proprio: Rita, Tina, Maria, Nilde, etc. È una provocazione, neanche tanto sottile. Il presidente Meloni mette subito le cose in chiaro: lei non rifiuta le istanze femministe anzi le fa sue e, a differenza delle forze parlamentari di centrosinistra, vuole difendere non soltanto poche privilegiate, ma tutte le donne soprattutto delle classi popolari. Però non si occupa di questioni “poco serie” come quelle legate al linguaggio e nemmeno “private” come considera essere quelle riguardanti l’orientamento sessuale. Lei si occupa di cose concrete: lavoro, sanità. E appare credibile, a differenza di molti populisti di destra, anche grazie alle sue origini realmente popolari e militanti la aiutano. Parla chiaro e senza tanti fronzoli. È celebre uno scambio con una delle parlamentari dell’opposizione che la criticava per non avere abbastanza a cuore la libertà delle donne e per aver promosso i movimenti pro-vita. Meloni risponde: “Ho sentito dire che io vorrei le donne un passo dietro agli uomini (risate in Parlamento) mi guardi onorevole Serracchiani le sembra che io stia un passo dietro agli uomini? (…) Io stamattina ho parlato di lavoro di welfare di una società che non costringa a scegliere tra lavoro e maternità”, sono una donna privilegiata per la posizione che ricopro, sottolinea, ma non tutte lo sono come me e io penso e provvedo a quelle donne. A questo punto direte voi: ma stiamo ascoltando un elogio di Giorgia Meloni? Ovviamente no! Quello che sto provando a fare, nei limiti di un breve intervento, è capire come mai il suo discorso riesca ad essere così popolare, efficace e guadagnare terreno. Soprattutto perché mi sembra che in molti altri contesti, quello francese in primis, ma anche negli Stati Uniti, sia sempre più chiara una capacità di affermarsi dei femminismi nemici, ovvero punitivisti, transfobici, neoliberisti, nazionalisti. E allora piuttosto che dipingere le nostre nemiche come delle rozze imbonitrici è forse più utile capire come mai il loro discorso riesce a fare così tanta presa. Vorrei fare altri due esempi molto recenti per mostrare quali siano le strategie del Governo  italiano, strategie che rischiano di rivelarsi vincenti, e di conquistare alla loro parte anche molti dei “nostri”. Il 7 marzo di quest’anno il governo Meloni in conferenza stampa ha annunciato un disegno di legge “contro la violenza sulle donne e il femminicidio”, vantandosi di essere il primo governo In Europa a introdurre questo specifico reato nel codice penale (non solo come aggravante ma come reato a sé stante) e di renderlo punibile con l’ergastolo, ovvero il carcere a vita. Inutile dire che in un paese nel quale viene uccisa una donna ogni tre giorni e in cui le notizie dei femminicidi sono particolarmente discusse (spesso con una buona dose di voyerismo e morbosità) soprattutto quando le vittime sono giovani studentesse carine la cui foto può essere sbattuta in prima pagina, o quando gli assassini sono soggetti razzializzati, immigrati, appartenenti alle classi disagiate e più povere (il ministro dell’Interno Piantedosi non manca mai di ripeterci che la violenza contro le donne “fa parte intrinsecamente della ‘loro’ cultura”). Il giorno seguente, l’otto marzo sembrava non si riuscisse a parlare d’altro (e si diceva, più o meno sottovoce, anche in ambienti femministi: “eh però non male questo governo Meloni…”). Il secondo episodio è di soltanto pochi giorni fa: nell’unico municipio di Roma governato dalla destra, quello di Tor Bella Monaca, viene aperto, in un momento nel quale i centri antiviolenza per le donne scarseggiano e non vengono finanziati né sostenuti con fondi pubblici, un centro antiviolenza specifico per uomini molestati, che hanno subito violenza fisica ma che sono anche vittime della fantomatica “alienazione parentale”. Ovviamente si tratta di un’operazione propagandistica, dell’utilizzo di una “falsa equivalenza” come metodo di delegittimazione per le rivendicazioni femministe. Forse qualche anno fa ci sarebbe sembrata surreale e ci avremmo riso su. Oggi scatena un gran dibattito perché, si dice, “tutte le violenze sono uguali! Non si capisce perché gli uomini non dovrebbero essere protetti e supportati proprio come le donne!”. Evidentemente nessuno nega che ci possano essere degli uomini che subiscono violenza, le donne non sono angeli, ma fino a poco tempo fa forse sarebbe stato chiaro a tutti che si tratta di casi isolati, di dinamiche interpersonali, relazionali, ma che non hanno natura sistemica. Bisogna prendere sul serio quello che un tempo avremmo detto essere solo una mossa pubblicitaria, ma mi sembra che la strumentalizzazione, la svalutazione delle battaglie transfemministe o addirittura la loro criminalizzazione, stiano diventando sempre di più nel mio paese un mezzo per costruire consenso. E soprattutto per nascondere quella che a ben vedere è un’evidenza: ovvero che dal punto di vista materiale, delle politiche di contrasto alla povertà, per il lavoro e per la sanità, questo governo non sta facendo assolutamente nulla. Alle persone deprivate, delle periferie, soprattutto uomini, giovani uomini (tra i quali il consenso per “Fratelli d’Italia” è in forte crescita) questi discorsi rischiano di dare, attraverso la rabbia e l’odio, consolazione e soprattutto identità e visibilità pubblica. A quello che un tempo in Italia era il Nero – l’immigrato da iper sfruttare e su cui riversare disgusto e rancore – oggi sembra essersi affiancata la Donna (o meglio, la femminista) che non sa “stare al suo posto”. Non si può non sottolineare che se le parole della destra funzionano è proprio perché ad esse è contrapposta l’inconsistenza di un centrosinistra, del Partito Democratico, che da sempre si presenta come poco concreto, “umanitario” nel senso peggiore del termine, e soprattutto estremamente elitario. Che negli ultimi 30 anni ha avuto un ruolo determinante nella distruzione del welfare e dei diritti, anche e soprattutto delle donne, concentrandosi solo su battaglie formali e “di facciata”. Come sottolinea Houria Bouteldja (Beaufs et barbares: Le pari du nous, 2024), ci sono molti uomini nelle periferie, nelle classi popolari che devono essere riconquistati al fronte delle persone oppresse se non vogliamo che pensino di trovare il loro posto altrove, perpetuando forme più o meno microscopiche di violenza e dominio nei confronti di chi sta peggio di loro – le donne, le persone razzializzate, etc. – e questo non può farlo un progressismo moralista, astratto e lontano dalla realtà. Questo dobbiamo farlo noi. È, mi sembra, uno dei nostri compiti per gli anni a venire. La falsa contrapposizione tra maschi poveri, talvolta razzializzati, che vivono in condizioni di precarietà, e donne e persone della comunità queer, serve solo a spaccare un fronte che sarebbe altrimenti naturalmente unito da interessi simili. Quelli legati alla necessità uscire da una condizione di oppressione e di abbandono, di trovare un proprio posto nel mondo. Catherine Malabou [Changer de différence. Le féminin et la question philosophique, 2009] propone un concetto minimale di donna o, meglio, di femminile, che credo possa esserci utile, che non riguarda sole le persone assegnate come tali dalla nascita, nemmeno quelle che procedono in un percorso di transizione, ma che tiene assieme tutti quei soggetti che sono implicati in un processo di femminilizzazione. (Si parla a proposito della precarizzazione, del lavoro ‘nero’, della mancanza di tutele, di ‘femminilizzazione del lavoro’, processo che evidentemente riguarda moltissimi maschi, persone trans, non binarie etc. europee, straniere). Un processo di esposizione alla violenza materiale e simbolica senza protezioni esterne né tutele che riguarda la maggioranza delle persone sulla terra. Anche interi popoli. Sto pensando alla Palestina. Dire che la precarizzazione del lavoro, che il colonialismo e la guerra, che la Palestina sono questioni femministe, non significa parlare del femminile come plasmato solo dall’oppressione ma anche e soprattutto dalla capacità di rispondere e di resistere. Significa trovare il minimo comun denominatore per costruire un fronte comune. Il 30 novembre 2023 (Giornata contro la violenza sulle donne) ci sono state a Roma e in tutta Italia, come ogni anno, manifestazioni di piazza molto partecipate. C’era stato da poco il femminicidio di Giulia Cecchettin per mano dell’ex fidanzato, un caso che aveva fortemente colpito l’opinione pubblica. Alcune intellettuali e gruppi femministi (potremmo definirli nemici? Non so, certamente non alleati), per fortuna minoritari, si sono battuti perché NON fossero portate in piazza bandiere palestinesi per due ragioni: – per “rispetto” alle donne israeliane alle quali era stata fatta violenza il 7 ottobre, perché Israele rappresenta la punta avanzata dei diritti civili e invece la Palestina, l’Islam (facendo per altro un’assurda equazione e generalizzazione) perseguita le donne e le persone queer1; – per non politicizzare una questione, quella della violenza, che riguarda tutte e che non ha parte o colore politico (!) e non distogliere l’attenzione dal tema dei femminicidi. Sul primo argomento non mi soffermo nemmeno. Sul secondo tutto quello che ho da dire è che la depoliticizzazione delle battaglie femministe, sostenere che riguardano le donne in generale, in astratto, e non le donne in carne e ossa (sfruttate, colonizzate, oppresse dalla guerra) rende facile il compito ai nostri nemici: ai femminismi di destra, al femonazionalismo, a un’idea della politica completamente separata dai bisogni materiali delle persone che vogliamo difendere e del fronte di cui facciamo parte. La strada da percorrere per ricostruire un femminismo realmente popolare, materialista, internazionalista è ancora molto lunga, dissestata e tutta da spianare. Ma questo giugno, dopo quasi due anni di battaglia su questo tema, al Pride, in tutta Italia, sventolavano migliaia di bandiere della Palestina.   1. Su questo rimandiamo a https://www.progettometi.org/analisi/rage-sense-and-sensibility/ ︎ Potere Al Popolo
July 14, 2025
Pressenza