La generazione ponte: quando la diaspora curda smette di essere soltanto memoria e diventa futuro
Sono tornata dalla Svizzera con una domanda che, da psicologa transculturale,
docente e soprattutto da donna curda della diaspora, continuo a portare con me:
che cosa accade a una comunità quando i suoi figli imparano finalmente a
trasformare l’eredità dei padri in strumenti per costruire il futuro?
Il 26 settembre a Egerkingen, in Svizzera, ho partecipato all’incontro
organizzato da SDAV insieme ad AKEE, che ha riunito imprenditori, economisti,
professionisti e rappresentanti provenienti da diversi paesi europei. Tra gli
interventi figuravano quelli dell’economista Sezai Temelli, deputato di Muş e
vicepresidente del gruppo parlamentare del DEM Parti, e del professor Erol
Katırcıoğlu, economista ed ex deputato.
Non intendo raccontare quell’incontro soltanto come un convegno economico.
Vorrei leggerlo attraverso la lente dell’etnopsichiatria e della psicologia
transculturale: una prospettiva che parla di identità, trasmissione,
appartenenza e generazioni, ponendo la domanda che accompagna ogni esperienza
diasporica: che cosa trasmettiamo ai nostri figli quando trasmettiamo loro la
nostra storia?
I maestri e i giovani
Ascoltare figure come Temelli e Katırcıoğlu significa confrontarsi con una
generazione che porta con sé una ricca esperienza politica e intellettuale.
Temelli ha trattato il rapporto tra organizzazione economica, partecipazione
democratica e cooperative; Katırcıoğlu ha richiamato l’attenzione sulle
condizioni strutturali dello sviluppo e sulla possibilità di mettere le
competenze della diaspora in rete con i territori d’origine.
Ma il valore di uomini con una lunga storia non consiste soltanto in ciò che
hanno realizzato, bensì in ciò che riescono a trasmettere a chi viene dopo. Qui
si gioca una delle sfide decisive per la diaspora curda europea: i giovani
devono poter incontrare i più grandi non per imitarli o riprodurne acriticamente
le categorie, ma per ricevere un’eredità, interrogarla e infine trasformarla.
Una generazione consegna la memoria; quella successiva deve poterla trasformare
in progetto.
Dalla trasmissione del trauma alla trasmissione delle competenze
In etnopsichiatria sappiamo che l’esperienza migratoria non riguarda mai
esclusivamente il singolo. Migrano le lingue, i legami, le paure e, talvolta, i
traumi. Le generazioni successive possono ricevere frammenti di una storia non
vissuta direttamente: persecuzioni, discriminazioni, perdita dei luoghi
d’origine o migrazioni forzate.
Tuttavia, sarebbe un errore ridurre la trasmissione intergenerazionale al solo
trauma. Tra le generazioni si trasmette anche ciò che ha permesso di resistere:
risorse, strategie, conoscenze e un profondo desiderio di riscatto. È questo il
passaggio fondamentale: una comunità non può costruire la propria identità
chiedendosi unicamente “Che cosa ci è accaduto?”; deve riuscire ad aggiungere:
“Che cosa possiamo diventare?”
Cem, Ali, Amed: la generazione che attraversa i mondi
Tra le presenze che mi sono rimaste maggiormente impresse ci sono alcuni
giovani, tra cui Cem Haligür, il cui percorso professionale riguarda lo
scientific computing, i dati e l’intelligenza artificiale applicata alle imprese
all’interno di SDAV.
Cem viene da Pazarcık, la mia stessa terra d’origine. Seduta ad ascoltare un
giovane proveniente dalle mie stesse radici parlare di intelligenza artificiale,
innovazione e futuro, ho colto chiaramente un principio guida del mio lavoro
clinico: l’origine non deve essere per forza un luogo al quale tornare, può
diventare il luogo da cui partire.
Accanto a lui penso a suo fratello Ali Haligür e ad Amed F. Kavak, figure
rappresentative di una generazione di professionisti cresciuti nelle società
europee senza recidere il legame con le proprie radici. Non sono semplicemente
una “seconda generazione”: sono una generazione ponte.
Un ponte appartiene a entrambe le rive
Il termine “integrazione” viene spesso inteso come mero adattamento alla società
di arrivo. La realtà è più complessa. Un giovane della diaspora può muoversi con
disinvoltura nelle istituzioni europee e, al contempo, custodire un legame
affettivo e culturale con la comunità d’origine.
Questa condizione non è una frattura identitaria, ma una competenza
transculturale. Chi conosce più mondi sa tradurre non solo parole, ma sistemi di
significato: connette imprese europee e reti diasporiche, applica nei contesti
locali competenze accademiche e porta nelle istituzioni una visione più
articolata delle dinamiche migratorie. Più che di sola integrazione, occorre
parlare di interazione e reciprocità: la società europea e le comunità
diasporiche si trasformano a vicenda attraverso il dialogo continuo.
L’intelligenza artificiale e una nuova alfabetizzazione
L’attenzione di giovani come Cem verso l’intelligenza artificiale è emblematica.
L’IA sta ridefinendo il lavoro e l’accesso alle opportunità: la questione non è
solo chi la userà, ma chi avrà gli strumenti culturali ed educativi per farlo
consapevolmente.
Investire sui giovani diasporici significa consentire loro di padroneggiare
discipline come informatica, economia, medicina, giurisprudenza e psicologia.
Significa dare loro i mezzi per non essere spettatori passivi, ma protagonisti
del cambiamento.
Una comunità ha bisogno di ricordare, ma anche di immaginare. Il trauma può
essere trasmesso, ma insieme a esso possono viaggiare il sapere, la capacità
organizzativa e la fiducia nel futuro. La vera trasmissione intergenerazionale
non chiede ai figli di ripetere la storia dei padri, ma offre loro radici solide
per costruirne una nuova.
Il lavoro invisibile che costruisce comunità
Desidero rivolgere un ringraziamento particolare a Leylan Uca, il cui lavoro è
stato fondamentale per la riuscita dell’incontro e della rete che lo ha
sostenuto. Dietro ogni evento e comunità esiste una mediazione spesso invisibile
fatta di ascolto, accoglienza e capacità di mettere in contatto percorsi
differenti.
La sua presenza richiama il ruolo centrale delle donne nelle comunità
diasporiche: figure che, spesso lontano dai riflettori, mantengono saldi i
legami tra famiglie, generazioni e territori, creando gli spazi concreti in cui
l’identità può dialogare e trasformarsi.
Non chiediamo ai giovani di scegliere una sola appartenenza
Guardando a questi giovani, il messaggio non può essere soltanto “non
dimenticate da dove venite”. Dobbiamo incoraggiarli ad andare oltre: a studiare,
fare ricerca, innovare e costruire connessioni senza timore di appartenere a più
contesti.
Il futuro delle diaspore non sarà scritto da chi sceglie una sola riva, ma da
chi saprà attraversarle entrambe. Una comunità matura non consegna ai propri
giovani soltanto il ricordo delle proprie ferite, ma gli strumenti per far sì
che quelle ferite non diventino il confine del loro futuro.
Nurgül Çokgezici
Mediatrice linguistica e culturale
Psicologa, pedagogista, criminologa
Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)