Caroline Goodson, Ilaria Puri Purini, Martina Caruso, Raffaella Silvestri / Un archivio tra memoria e modernità
La American Academy in Rome è uno degli istituti di ricerca stranieri che
sorsero a Roma sul finire del XIX secolo: riunivano studiosi internazionali,
visitatori, ricchi aristocratici e aristocratiche che venivano in Italia a
perfezionare i loro studi, e diedero stimolo alla professionalizzazione della
ricerca e allo scambio accademico. Nell’autunno del 2025 l’Accademia ha ospitato
una mostra di fotografie conservate nelle sue collezioni di cui Woman & ruins
costituisce un agile ma denso catalogo. Le immagini sono state scattate da sei
donne che, tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento, hanno
scelto la fotografia per documentare le rovine del passato di Roma, gli scavi
archeologici in corso, i cambiamenti del tessuto urbano e sociale della capitale
e dei dintorni. Il testo, in italiano e inglese, ospita i contributi, oltre che
della storica dell’arte Ilaria Puri Purini che è anche curatrice del volume, di
Caroline Goodson (archeologa e storica), Martina Caruso (fotografa) e Raffaella
Silvestri (scrittrice). A seguire, una selezione delle fotografie esposte,
divise per temi e un elenco completo delle opere in mostra.
Le sei donne erano appassionate di archeologia e in quegli anni i grandi
progetti edilizi per la creazione di nuovi poli amministrativi, stazioni,
ospedali, nuclei residenziali e per la modernizzazione di Roma (capitale
nazionale dal 1870) avevano consentito di portare alla luce i resti su larga
scala della città antica (in particolare, tra il 1889 e il 1925, ci furono gli
scavi di Giacomo Boni nell’area del Foro).
Gertrude Bell proveniva da una ricchissima famiglia inglese di industriali del
carbone. Americane erano Esther Van Deman e Marion Blake e furono Fellow
dell’Accademia, la prima nel 1901 (per svolgere ricerche sulla casa delle
Vestali nel Foro romano), la seconda nel 1925 e studentessa della Van Deman.
Incrociarono i loro percorsi con gli studiosi e archeologi maschi più celebri
dell’epoca. Van Deman fu assistente di Thomas Ashby, direttore della British
School at Rome, e studiando la casa delle vestali esaminò la documentazione
degli scavi di Boni e di Rodolfo Lanciani, intraprendendo poi uno studio
innovativo sulle tipologie murarie. Il “gruppo” è completato dalle sorelle
britanniche Dora e Agnes Bulwer, molte fotografie delle quali furono incluse nel
volume Passeggiate nella Campagna Romana di Lanciani, e da Maria Pasolini Ponti,
ravennate, storica e restauratrice.
Probabilmente si conobbero tutte l’un l’altra; è certo, ad esempio, che Bell
frequentò il salotto della Pasolini Ponti, molto attiva nel dibattito sul
rapporto tra monumenti e spazi verdi e sulla nuova estetica urbana; lavorarono
insieme Van Deman e Blake, ed è nota una fotografia della prima con le sorelle
Bulwer; si conobbero Van Deman e Bell, la prima descritta dalla seconda come
“una simpatica piccola donna americana che studia la muratura in laterizio”.
Alcune, come Gertrude Bell, vivranno una vita molto movimentata diventando
celebri ben oltre il perimetro della disciplina archeologica, della fotografia e
della storia dell’arte, mentre della vita di altre – e in particolare delle
Bulwer – sappiamo pochissimo (non si conservano corrispondenza né diari né
ritratti e spesso non si sa neppure quale delle due abbia scattato le foto). Le
fotografie furono realizzate in parte per ragioni di studio, in parte
commissionate, o per interesse personale, in molti casi semplicemente non lo
sappiamo, così come non conosciamo le condizioni tecniche in cui operavano
(sviluppavano le fotografie da sole o con l’aiuto di altri?). Nel catalogo non
si parla purtroppo delle macchine fotografiche utilizzate (alcune delle quali
erano invece esposte nella mostra).
Considerare come un insieme delle persone accumunate principalmente dal fatto di
essere donne è una operazione rischiosa perché sono sempre stati gli uomini, e
la cultura patriarcale, a considerare le donne come un collettivo rispetto al
quale costruire il positivo maschile. Pensare che esistano una visuale e un modo
di vedere femminile (cosa che non si immagina mai con il maschile) non fa buon
gioco alla emancipazione delle donne. L’operazione della mostra e del catalogo,
in questo caso, risulta efficace non solo perché si tratta di donne convissute
in uno spazio e in un tempo precisi ma perché ci restituisce sguardi laterali
(per scelte di contenuti, stilistiche, di rappresentazione o negazione della
rappresentazione del sé) come se l’essere donne, e quindi partire da una
posizione diversa da quella degli uomini, avesse permesso loro una maggiore
libertà espressiva.
È chiaro che stiamo parlando di donne che potevano permettersi di uscire dallo
spazio domestico, di viaggiare e frequentare gli ambienti accademici. Nessuna di
loro è stata una fotografa professionista (mestiere che d’altra parte ancora non
esisteva) e almeno alcune di loro, peraltro, come Bell, non avevano bisogno di
esercitare una professione. Ma la fotografia sembra essere stata utilizzata non
solo come documento dell’oggetto fotografato ma per rivendicare uno spazio da
parte del soggetto fotografo; spazio che in questo caso costituisce anche una
forma della narrazione storica. Scrive Puri Purini: “L’occupazione di paesaggi
in rovina, fisici e metaforici, da parte di queste donne può aiutarci e
ripensare e a mettere in discussione le circostanze storiche dell’esclusione e
ad affermare il loro legittimo posto all’interno delle narrazioni dominanti del
passato”.
Maria Pasolini Ponti sceglie di fotografare l’architettura minore di Roma e dei
suoi sobborghi, praticando quindi una fotografia sociale, sostenuta dalla
volontà di preservare l’architettura minore. L’interesse per gli strati sociali
bassi, in parte etnografico (erano stili di vita che si ipotizzava vicini a
quelli delle società antiche) è evidente anche nelle sorelle Bulwer che
ritraggono la semplicità dei villaggi delle campagne romane e di persone e
bambini tra le rovine, con uno sguardo non suprematista ma orizzontale.
Esther Van Deman intraprende lo studio delle tecniche murarie e dei loro
cambiamenti nel corso del tempo, dando ai dettagli tecnici la stessa importanza
di particolari decorativi e scultorei; il suo lavoro testimoniato dalle foto, da
appunti e dalla corrispondenza, verrà rielaborato e pubblicato da Marion Blake,
nel 1947.
Il passaggio necessario dalla (presunta) storia collettiva a quella individuale
è metaforicamente materializzato in alcune fotografie nelle quali una donna (la
fotografa o un’altra) è rappresentata tra le rovine. In lontananza, piccola e
solitaria, quasi sempre non riconoscibile. La figura umana in un paesaggio di
rovine era un soggetto noto nella tradizione paesaggistica della pittura europea
ma in questo caso, la donna “sembra indicare”, come scrive Martina Caruso a
proposito delle fotografie delle Bulwer, “una collocazione deliberata della
figura femminile in spazi precedentemente occupati dalla figura del romantico o
dell’archeologo”.
Se fotografarsi, come scrive Raffaella Silvestri, è “una ricerca di esistenza”,
già solo l’inserimento della donna nel paesaggio mette in discussione le
gerarchie ma ad essere eversivo è soprattutto il guardare senza presupporre – e
voler imporre – un potere. Scrive ancora Silvestri: “Questa reciprocità tra chi
scatta e chi posa è stata possibile anche perché – in quanto donne – il loro
sguardo rifletteva quella marginalità strutturale di tutte le categorie
oppresse. Erano libere dal cosiddetto male gaze”. Come se i resti del passato, e
quei brani di presente destinati ad essere travolti dalla modernizzazione,
fossero diventati per Bell, Van Deman, Blake, Bulwer e Pasolini Ponte,
attraverso l’attività del fotografare, uno spazio del possibile – o una
superficie ben delimitata di libertà, esperita fino all’ultimo centimetro
possibile.
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