Andrea Bruciati, Giuseppina Enrica Cinque / Anatomia dell’antico
Maestoso simbolo delle smisurate ambizioni estetiche dell’imperatore Adriano, la
villa costruita nei pressi di Tivoli rappresenta uno scrigno di segreti ancora
oggi in parte inesplorati. Merito delle decennali ricerche condotte nel sito da
Giuseppina Enrica Cinque aver confezionato un colossale volume, firmato a
quattro mani con Andrea Bruciati, già direttore dell’Istituto autonomo Villa
Adriana e Villa d’Este, nel quale si opera un vero e proprio cambio di
prospettiva tramite un approccio del tutto peculiare. Un libro dove nulla viene
dato per scontato, mediante l’analisi minuziosa di qualsivoglia indizio, al fine
di recuperare nella sua interezza un’immagine offuscata dal tempo.
Per riuscire nell’intento occorre raffigurarsi la villa coperta dalla
vegetazione, occultata agli occhi degli uomini, consegnata all’oblio. Un quesito
nasce spontaneo: chi fu il primo umanista a visitare i ruderi? Partendo da qui,
gli autori si avventurano in un percorso labirintico, al termine del quale
raggiungono conclusioni inedite e sorprendenti. Una traccia accattivante che non
vuole porsi come un punto di arrivo, ma che intende ampliare il dibattito
riguardo l’impatto del sito adrianeo sulla cultura rinascimentale. La prima
individuazione del sito risale al 1432, e vede Ciriaco d’Ancona aggirarsi nel
luogo forse in compagnia di Leon Battista Alberti. Animato da una autentica
passione antiquaria, Ciriaco si dedica alle rovine con ardente curiosità. È
dunque lui lo “scopritore” di Villa Adriana. Una prima ripulitura è attestata
attorno al 1461, sotto il pontificato di Pio II, mentre il fortunato
ritrovamento delle statue delle Muse durante gli scavi voluti da Alessandro VI
viene narrato da Pirro Ligorio.
L’accresciuta notorietà del sito contribuisce, purtroppo, a farne una delle cave
più sfruttate di materiali antichi. Nell’epoca rinascimentale Villa Adriana
mostrava ancora parte del fantasioso e raffinato tessuto decorativo parietale
che venne ampiamente saccheggiato già nel corso del Seicento, lasciando le
strutture murarie nella loro odierna nudità. Un apparato di pitture e stucchi
certo non meno spettacolare di quello della Domus Aurea neroniana. Le cosiddette
grottesche ricoprivano dunque anche la villa adrianea, con i loro soggetti
trasgressivi rispetto alle norme classiche che tanto segnarono il Rinascimento.
Da questo contesto artificioso e negromantico emerge la figura malinconica di
Morto da Feltro, il cui interesse per la grottesca è attestato già da Vasari e
che lo porta ad essere il massimo esperto in tale campo. La curiosità verso un
contesto infero e oscuro definisce il carattere di colui il quale fu il primo
esecutore di scavi nel sito. “Sospensione della razionalità”, la grottesca è
proliferare di forme sottili e fantastiche, evocazione del meraviglioso,
immersione in un contesto onirico dalle anticipazioni surrealiste.
L’interesse antiquario riguardo tali soggetti è già evidente nel XV secolo.
L’horror vacui di un repertorio infinito intessuto di animali fantastici,
elementi vegetali, figurine avvolte in un inquieto dinamismo popola ad esempio i
primi cicli del Pinturicchio. Indubbia è l’attrazione che la villa adrianea
operò sulla mente di Leonardo, per le sue particolari soluzioni tecniche e
tecnologiche; curiosità stimolata da Bramante, instancabile studioso
dell’architettura antica. La prima visita di Leonardo al sito tiburtino è
accertata con ragionevole sicurezza agli albori del 1500. La peculiarità delle
soluzioni funzionali non poteva sfuggire al genio vinciano, il quale già si era
cimentato con il tema della città ideale. La scoperta delle statue delle Muse ha
risonanza non inferiore a quella, successiva, del Laocoonte nella domus
neroniana. Il soggetto antico non lascia indifferente Leonardo, ed origina tutto
un repertorio di forme e narrazioni che fecondano l’arte rinascimentale. Il
libro è colmo di esempi in tal senso, illuminanti per chi ami indagare il
sottile gioco di corrispondenze che innerva l’estetica coeva.
Affinità con le Muse di Villa Adriana appaiono nell’opera di Raffaello e
Michelangelo. L’instabilità delle pose, i panneggi ondeggianti offrono spunti
prolifici ai due artisti. Dalle memorie di un notaio tiburtino emerge la
presenza di Michelangelo in città. Sembra di vederlo, il genio fiorentino,
mentre percorre a cavallo il tragitto fra Roma e Tivoli, tanto più che la
professoressa Cinque si distende in ardite misurazioni riguardo il tempo
necessario a coprire il tragitto, per ricostruire affascinanti traiettorie di un
tempo perduto. L’antico diviene in questo modo tangibile, immediatamente
presente. Rimandi al territorio tiburtino permeano ugualmente l’opera di
Raffaello, in particolare la Madonna della Quercia. Minuzioso lavoro di
ricostruzione, di analisi capillare delle fonti, di esegesi delle forme: il
passato viene ricostruito pezzo dopo pezzo, per riemergere di fronte ai nostri
occhi stupiti. Assonanze alle quali sarebbe arduo giungere, se non dopo uno
studio approfondito dei dettagli, si palesano evidenti. Da ciò si ipotizza che
le Muse, almeno in parte, fossero state scoperte già nella prima metà del 1496,
appena prima dell’arrivo di Michelangelo a Roma.
Seguendo le tracce delle Muse incontriamo collezionisti, famiglie nobili dedite
alla ricerca dell’antico. Ipotesi vengono proposte, informazioni sparse vengono
confrontate, documenti fino ad oggi trascurati vengono indagati con rinnovata
attenzione. Un impressionante apparato di note fornisce sostegno alle
innumerevoli idee sparse a piene mani nel volume. Accanto ai tre giganti,
Michelangelo, Leonardo e Raffaello, ruota uno stuolo di figure più o meno note,
a comporre un affresco di accattivante complessità. Incrociando le proprie
competenze, i due autori offrono un’immagine chiara ed esaustiva della villa
adrianea, assolutamente inedita rispetto alle consuete pubblicazioni. Un libro
nel quale immergersi con curiosità, costellato di spunti di riflessione che,
negli anni a seguire, non mancheranno di sbocciare in rigogliosi frutti.
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