Ma cos’è questa crisi?
Ma cos’è questa crisi? Digito “Bonelli crisi” e trovo subito quello che cerco:
“Da ormai molto tempo, i più avvertiti e sensibili tra i lettori provano
preoccupazione alla lettura mensile degli albi Bonelli”. Un articolo
circostanziato fa il punto sul mondo bonelliano, a suo gusto in crisi di
qualità e idee: Tex, Zagor, Nathan Never, Nick Raider… Nick Raider?!?
Eh ma no, qui si parla di una “crisi” che sarebbe avvenuta a fine anni Novanta,
quando l’articolo — un vero cimelio dell’Internet 1.0 — è stato scritto. In una
stagione oggi ricordata in genere (dagli editori) con nostalgia, quando i modem
ronzavano come calabroni felici e le edicole pullulavano ovunque di Dylan Dog.
Può una crisi arrivare da così lontano? Sono punto e a capo. Ho bisogno di dati
per ragionare. Il primo dato è che lo scorso aprile la Sergio Bonelli Editore ha
aumentato il prezzo dei suoi albi di circa il 18% (tranne Dampyr, a cui ha
ridotto la fogliazione in uguale misura). Il secondo è che dagli anni Settanta a
oggi SBE lo ha aumentato praticamente ogni anno; il prezzo di Tex potrebbe quasi
diventare un nuovo indice del potere d’acquisto, sul tipo del Big Mac Index.
Davide Bonelli, buttandola sul patriottismo, ha definito l’ultimo aumento «un
sacrificio inevitabile quanto ormai indispensabile per poter continuare a
produrre i nostri “sogni su carta”, garantendo il “marchio di qualità” che da
sempre ci contraddistingue: storie ed eroi rigorosamente “made in Italy”, frutto
del talento dei migliori sceneggiatori e disegnatori».
I NUMERI DEL DECLINO
Guardando al prospetto economico il fatturato del 2024 dell’editore (28,32
milioni, con un utile netto di 1,7 milioni) è in flessione rispetto a tre anni
prima (30,35 milioni), ma con in recupero sugli utili del 2023 (€823 mila)
grazie a tagli e riduzione dei costi. Presa di per sé, la fotografia non sembra
drammatica, ma se la guardiamo come il fotogramma di un film in svolgimento però
non promette niente di buono.
Tra i vari flavour di Dylan Dog (come OldBoy, ecc.) e le infinite ristampe di
Tex, non c’è dubbio infatti che il prodotto Bonelli — il fumetto popolare che ha
educato all’avventura gli italiani, sfamando nel contempo orde di fumettisti —
sia invecchiato, e non benissimo, in un mercato dove manga e anime hanno nel
frattempo ridisegnato l’immaginario delle ultime generazioni. I suggerimenti che
leggo in giro — internazionalizzazione delle vendite, miglioramento della app,
sfruttamento dei diritti cinematografici — non devono suonare nuovissimi alle
orecchie di Bonelli e, per la verità, puntano tutti a mungere (meglio) la mucca,
continuando a vedere una cash cow in luogo di un animale in via di estinzione.
L’altro dato, sottolineato anche da Bonelli, è ovviamente la distribuzione delle
edicole. I punti vendita che nei primi anni Duemila sfioravano i 40.000
(contando autogrill, supermercati, ecc.), oggi si calcola siano poco più di
12.000 (erano 14.626 nel 2019, secondo i dati Unioncamere). Le fumetterie,
presenti per lo più nelle città e nei centri medio-grandi, se la cavano molto
meglio ma in tutto non arrivano a 500, e con una superficie divisa in genere tra
fumetti, action figure e giochi di ruolo. Dove comunque nessuno entrerebbe a
chiedere Zagor.
Personalmente non ricordo l’ultima volta in cui mi sono fermato a un’edicola, né
per comprare cosa. Da allora siamo anche entrati in un’altra epoca: nuove fiere
del fumetto spuntano ogni mese come funghi, con folle di cosplayer , mentre
nelle librerie gli editori di varia hanno da tempo fatto passare l’equazione
“graphic novel uguale romanzo”, quindi uguale a cosa loro. La crisi del fumetto
bonelliano, che forse bisognerebbe cominciare a chiamare con il suo nome, ovvero
“declino”, per quanto seria mi sembra faccia caso a sé. Eppure, a quel che sento
in giro, viene letta da osservatori ed esperti di settore come l’imminente
affondamento di un Titanic che trascinerà tutto e tutti a fondo. L’ansia ha
sicuramente un suo fondamento, non solo psicologico, nelle condizioni materiali
ed economiche di precarietà in cui versa oggi l’editoria (piccoli editori
indebitati, autori non pagati, ecc.), rispetto alle quali SBE ha rappresentato
per decenni una sicurezza, per alcuni il “posto fisso” o quasi.
IL MERCATO IN ITALIA E NEGLI USA
Ma alla fine, è un’analisi corretta? Per capirlo, riguardiamo i dati di vendita
presentati a Lucca Comics lo scorso novembre. Negli ultimi sei anni, cioè
rispetto al 2019, le vendite dei fumetti nelle librerie, online e nei
supermercati hanno segnato una crescita record del 193% in copie e del 196% a
valore (59,5 milioni di euro). Al boom pandemico ha fatto seguito, negli ultimi
tre anni, un assestamento con contrazioni annuali passate gradualmente dal 15,9%
(2023), al 9,5% (2024) e infine al 2,8% nel 2025 (dati Nielsen Bookdata).
Ovviamente a nessuno piace il segno meno a bilancio, nemmeno per un trimestre,
ma se ci togliamo gli occhiali del catastrofismo non c’è dubbio che la crescita
di questi ultimi anni — di quasi il 200% nel post-Covid — suggerisca una
tendenza piuttosto rosea e uno scenario che qualsiasi altro comparto
dell’editoria scambierebbe al volo con il proprio. Il report conferma peraltro
il cambio di passo nell’andamento dei generi:
* Dal 2019 a oggi, il manga è cresciuto del 280,7% e copre oggi il 74,4% di
tutte le vendite di fumetti.
* I fumetti per ragazzi sono cresciuti del 270,6% e rappresentano adesso il
14,3% delle vendite.
* La graphic novel è cresciuta del 12,5%, rappresentando il 10,1% del mercato».
Solo le «strisce» risulterebbero in flessione (-30,2%), ma rappresentano appena
l’1,2% di tutte le vendite. Alle spalle di questi numeri, il profilo dei lettori
di fumetti in Italia, rilevato dall’Osservatorio dell’Associazione Italiana
Editori (AIE), suggerisce una domanda promettente anche per il prossimo futuro:
uno su quattro ha letto fumetti negli ultimi dodici mesi (uno su tre tra i soli
maschi), ma il bacino occasionale raggiunge i due terzi degli italiani. La
percentuale dei lettori sale ovviamente tra i giovani: leggono fumetti il 50%
dei 18-24enni, il 49% dei 15-17enni e il 38% dei 25-34enni. La quota raggiunge
il 29% anche tra i laureati e tra i lettori forti (più di 12 libri l’anno,
fumetti esclusi). Insomma, la domanda, c’è.
Il buon momento italiano non sembra neppure un fatto isolato. Secondo il report
U.S. Comic Books Market (2025 – 2033): «Il mercato americano dei fumetti sta
attraversando una fase di crescita significativa: le proiezioni indicano che
passerà da circa 1,3-1,9 miliardi di dollari nel 2024 a oltre 3,5 miliardi di
dollari entro il 2033, con un CAGR (tasso di crescita annuo composto) compreso
tra circa il 7,1% e il 10,2%. Questa crescita è trainata da un mix di forti
vendite fisiche (incluse le graphic novel) e una rapida espansione digitale».
Pur sottolineando l’opacità del mercato americano quanto a indicatori e
strumenti di misurazione condivisi, anche Fumettologica approda a una
conclusione simile: «numeri che suggeriscono una fase espansiva». E segnala, ad
esempio, che Lunar Distribution, principale distributore di DC Comics e Image
Comics (pari a circa il 38% del mercato) ha parlato di un 2025 con risultati «a
doppia cifra» con alcuni negozi in crescita addirittura del 1.000% rispetto
all’anno precedente. La stessa Lunar avrebbe aperto 462 nuovi account nel corso
dell’anno, contro i circa 200 del 2024.
CONCLUSIONE
Non vogliamo arrivare qui nemmeno a una mezza conclusione, eppure una prima idea
forse ce la siamo fatta: al di là dei dazi di Trump o del prezzo della carta, la
transizione non sarà breve e, purtroppo per alcuni, neppure indolore, ma
presenta tutti gli elementi — e in primo luogo un pubblico — che già in questi
anni hanno pilotato il cambiamento e che continueranno a farlo nel prossimo
futuro. Certo, le incognite — e in primo luogo la distribuzione — sono numerose,
ma questa finestra di opportunità non durerà in eterno, mentre forse là fuori
stanno aspettando che piccoli Bonelli crescano
L'articolo Ma cos’è questa crisi? proviene da Pulp Magazine.