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Presidio “Fermiamo la Battaggion SpA”– 5 marzo, Bergamo
Giovedì 5 marzo alle ore 18, in occasione della Giornata internazionale per la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione, l’Equipaggio di Terra della Global Sumud Flottilla promuove un  presidio pubblico a Bergamo davanti alla Battaggion SpA, in viale Pirovano 6N. Il luogo del presidio è altamente simbolico. Dallo stabilimento della Battaggion SpA partono tecnologie destinate al comparto militare, con esportazioni anche verso Israele.  Il presidio intende chiedere con forza la sospensione di tali forniture e una riconversione verso produzioni esclusivamente civili. L’iniziativa si inserisce in una mobilitazione diffusa su scala nazionale: in diverse città italiane si terranno azioni pubbliche davanti ai luoghi legati al business militare, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sui temi del disarmo e contro il ripristino della leva. L’Equipaggio di Terra della Global Sumud Flottilla invita la cittadinanza a partecipare e a diffondere l’appello. Ogni presenza contribuisce a rendere visibile una domanda pubblica di disarmo, trasparenza e responsabilità nelle scelte industriali. Appuntamento: Giovedì 5 marzo, ore 18:00 Viale Ernesto Pirovano 6, Bergamo  Equipaggio di Terra della Global Sumud Flottilla Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza
La Palestina al centro della partecipazione di Global Movement to Gaza Italia al movimento No Kings
Costruire dei percorsi di collaborazione ampi e resistere saldamente e insieme al posizionamento coloniale dei padroni del mondo che gettano la maschera, dal Board of “Peace”, all’annessione della Cisgiordania, al perdurare della strategia di guerra a trazione USA-Israele Nel contesto internazionale segnato dal protrarsi del genocidio del popolo palestinese e dall’intensificarsi delle politiche di repressione e criminalizzazione della solidarietà in Italia, in Europa e nel mondo, riteniamo necessario compiere un passo ulteriore nella costruzione di alleanze ampie e consapevoli. Le prese di posizione del cosiddetto Board of Peace, corroborate dalle dichiarazioni di Marco Rubio che evocano un ritorno esplicito del paradigma coloniale, a spinta statunitense e israeliana e dalla presenza da osservatore del Ministro Tajani, confermano la necessità di una lettura chiara della fase storica e della totale complicità del governo italiano. La presenza della rappresentanza italiana al Board avviene con disinvoltura nonostante la ferma condanna delle 85 nazioni ai tavoli dell’ONU, che si oppongono con fermezza alle recenti derive del progetto coloniale d’insediamento sionista. Questo arriva alla tappa di annessione della Cisgiordania, strategia “criticata” dal Ministro degli Esteri, come “tentazioni che non aiutano i costruttori di pace e che rischiano di pregiudicare la soluzione a due Stati”. In questa traiettoria, servono a poco le dichiarazioni di Palazzo Chigi e della Farnesina, come quelle di questa mattina, in cui l’Italia si esprime in merito alla costruzione dei percorsi di “pace”, rinnova la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana, ma senza una posizione netta che metta in discussione i rapporti di interesse con USA e Israele. Nelle parole di Maria Elena Delia, portavoce di GMTG Italia e parte dello Steering Committee della Global Sumud Flotilla: “La Palestina è sempre il cuore politico e morale della nostra analisi e della nostra pratica. È la chiave attraverso cui leggiamo l’attuale configurazione del potere globale e delle sue articolazioni diffuse nelle nostre geografie locali. E’ il punto in cui si rende evidente l’intreccio tra dominio politico, sfruttamento economico e supremazia culturale che struttura l’ordine internazionale. Intendiamo consolidare la rete ampia di collaborazioni e proseguire insieme una critica sempre più serrata in merito alle scelte ancora pienamente supportate dal governo italiano: il Board of Peace è un insulto al concetto di pace, le parole di Rubio l’ennesimo tentativo di normalizzare la linea colonialista globale a trazione israelo-statunitense, a spese della popolazione palestinese, di quella iraniana e dei sud del mondo”. È in questo quadro che si inserisce la partecipazione di GMTG Italia all’iniziativa internazionale e al percorso di mobilitazioni italiane della rete No Kings, confermando la nostra presenza, e quella della rappresentanza internazionale GSF, all’assemblea convocata per il 1° marzo e sostenendo il presidio presso l’ambasciata USA a Roma nel pomeriggio: ne riconosciamo il valore come spazio di dialogo tra soggettività differenti, in continuità con il percorso Together di UK-USA. Intendiamo aprire a un reciproco supporto, sostenendo l’agenda della rete, nel percorso di opposizione alla guerra e al genocidio, alla repressione e alle derive autoritarie in corso, e di costruzione delle traiettorie sul mutualismo, ma mantenendo la Palestina come cuore politico e morale centrale, nonché terreno comune di convergenza, verso la giornata di mobilitazione internazionale del 28 marzo. In vista della prossima missione in partenza con la Global Sumud Flotilla, ci dedichiamo infatti al consolidamento dei rapporti di vicinanza reciproca con i movimenti e le associazioni solidali alla causa palestinese, alla costruzione di iniziative in stretta collaborazione, prevedendo dei momenti di attivazione civile quali pre-lanci della missione, che avranno luogo su tutto il territorio nazionale, porti e aree interne, nelle settimane precedenti la partenza della nuova flotilla. I prossimi passaggi pubblici e il sostegno alla campagna di fundraising in corso, vogliono trasformare la solidarietà in risorse concrete: organizzare la missione nel miglior modo possibile, documentare le violazioni del diritto internazionale, portare aiuti umanitari ed equipe di professionisti, continuare a costruire alternative dal basso, fondate sul mutualismo e sulla giustizia: oggi più che mai unire forze, risorse e competenze rafforza la rete e la capacità collettiva di incidere. Di fronte al genocidio e alla complicità dei governi, la nostra risposta è chiara: isolare l’apartheid, denunciare le complicità interne e le conseguente strategia repressiva, costruire una rete globale che renda l’oppressione insostenibile. La Palestina è il cuore di questa battaglia: la posta in gioco è il futuro di tutti i popoli. Non chiederemo il permesso per resistere! Global Movement to Gaza
February 28, 2026
Pressenza
Ripartirà il 12 aprile la Global Sumud Flotilla
“Per Gaza il rischio più grave è la nostra assuefazione: abituarsi alla distruzione sistematica, alla fame diffusa, all’idea che milioni di persone possano vivere indefinitamente senza diritti e senza futuro”. Maria Elena Delia racconta la nuova missione della Flotilla Nell’ultima missione della Global Sumud Flotilla, conclusa tra fortissime tensioni diplomatiche e ostacoli operativi, diverse imbarcazioni sono state bloccate o costrette a deviare la rotta prima di raggiungere le coste di Gaza. I volontari hanno denunciato ritardi nelle autorizzazioni, controlli straordinari nei porti di partenza e restrizioni crescenti nei corridoi umanitari. Nonostante la natura dichiaratamente civile e sanitaria dell’iniziativa, l’accesso è rimasto incerto fino all’ultimo, confermando quanto il controllo dei punti di ingresso rappresenti oggi uno snodo politico centrale. È in questo clima che Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Flotilla, annuncia una nuova e ancora più ampia missione, con partenza prevista per il 12 aprile 2026. Un’iniziativa che si propone non solo di portare aiuti umanitari, ma di sfidare apertamente quella che definisce la “normalizzazione dell’isolamento” di Gaza. Perché avete deciso di ripartire proprio il 12 aprile 2026? Abbiamo deciso di ripartire il 12 aprile 2026 perché a Gaza non è in corso una generica “crisi complessa”, come troppo spesso viene raccontato, ma una catastrofe umanitaria e politica di proporzioni storiche che il mondo sta progressivamente normalizzando. Come portavoce della Global Sumud Flotilla sento il dovere di dirlo senza attenuanti: ciò che sta accadendo non può essere ridotto a un’emergenza temporanea, né nascosto dietro un linguaggio neutro che finisce per rendere accettabile l’inaccettabile. Qual è oggi la situazione nella Striscia di Gaza? Oggi a Gaza milioni di persone vivono in condizioni che non hanno equivalenti recenti per durata e intensità. Interi quartieri sono stati cancellati, infrastrutture civili essenziali distrutte, sistemi sanitari collassati. Ospedali operano senza forniture adeguate, l’accesso all’acqua potabile è drasticamente limitato, la malnutrizione – soprattutto tra i bambini – cresce in modo allarmante. Non si tratta di una difficoltà transitoria: è una condizione strutturale che sta compromettendo la sopravvivenza stessa della popolazione. Alla distruzione materiale si accompagna una frattura sociale profonda: scuole chiuse, famiglie disperse, comunità costrette a vivere in un’insicurezza permanente. Come giudicate la narrazione internazionale che parla di “fase post-conflitto” e ricostruzione? Assistiamo a una narrazione mediatica sempre più distante dalla realtà sul terreno. Si parla di “fase post-conflitto” e di ricostruzione mentre gran parte del territorio resta inabitabile. Si insiste sull’idea che la guerra sia alle spalle e che si stia entrando in una fase di stabilizzazione, quando milioni di civili continuano a non avere accesso a cure, sicurezza o libertà di movimento. Questa rappresentazione, apparentemente neutrale, oscura la dimensione politica del problema: l’isolamento sistematico di un’intera popolazione e la progressiva istituzionalizzazione di questo isolamento. Se davvero fossimo in una fase di pace, non dovrebbe esserci alcun ostacolo all’ingresso di una missione civile e umanitaria come la nostra. In cosa consiste concretamente la nuova missione della Flotilla? La missione che stiamo organizzando è la più ampia mai realizzata in questo contesto: oltre cento imbarcazioni, più di tremila partecipanti provenienti da oltre cento Paesi, almeno mille operatori sanitari insieme a ingegneri, educatori, osservatori dei diritti umani e giornalisti. Porteremo beni essenziali – alimenti, medicinali, attrezzature mediche, sistemi per la potabilizzazione dell’acqua, materiali scolastici – ma molti professionisti non intendono limitarsi alla consegna degli aiuti. Sono pronti a restare sul posto per contribuire concretamente alla ricostruzione sanitaria, sociale e infrastrutturale. La partenza principale avverrà da Barcellona, con la convergenza di imbarcazioni provenienti da diversi porti del Mediterraneo, inclusi scali italiani e tunisini. Parallelamente stiamo organizzando un convoglio terrestre attraverso il Nord Africa per raggiungere il valico di Rafah. È una strategia multilivello: moltiplicare le rotte significa contestare concretamente la logica del controllo degli accessi. Qual è il significato politico della vostra iniziativa? Non intendiamo limitarci a un’azione umanitaria emergenziale. L’assistenza è necessaria per salvare vite nell’immediato, ma senza una pressione civile e politica internazionale esiste il rischio concreto che l’emergenza diventi la nuova normalità. In questo contesto si inserisce anche la proposta del cosiddetto Board of Peace, che dal nostro punto di vista non rappresenta una soluzione neutrale, ma il tentativo di formalizzare una nuova architettura di potere sul territorio: una governance esterna che rischia di trasformare Gaza in una sorta di protettorato contemporaneo, dove le decisioni fondamentali su sicurezza, ricostruzione e gestione delle risorse verrebbero prese al di fuori della volontà della popolazione. La nostra presenza ha un significato politico preciso: affermare che l’accesso agli aiuti non può essere usato come strumento di pressione e che il diritto umanitario non può essere subordinato a logiche militari o geopolitiche. Siamo consapevoli dei rischi. Ma oggi il rischio più grande non è quello che corriamo noi. Il rischio più grave è l’assuefazione: abituarsi alla distruzione sistematica, alla fame diffusa, all’idea che milioni di persone possano vivere indefinitamente senza diritti politici reali e senza prospettive di futuro. Ripartiamo perché riteniamo che il silenzio e la normalizzazione siano ormai parte del problema. La nostra missione vuole interrompere questa dinamica: riportare l’attenzione sulla realtà, riaffermare la centralità dei diritti umani e impedire che la crisi di Gaza venga trasformata in una condizione permanente accettata dal mondo.    Laura Tussi
February 28, 2026
Pressenza
Open Arms salpa verso Gaza, di nuovo
La nostra nave ammiraglia Open Arms salperà da Barcellona il 12 aprile con un obiettivo chiaro: portare aiuti umanitari essenziali e contribuire alla protezione della popolazione civile in una crisi senza precedenti. Open Arms farà rotta verso Gaza insieme alla Global Sumud Flotilla, perché la tragedia non è finita. Ha solo smesso di occupare i titoli dei giornali. L’assedio continua, anche se il mondo guarda altrove. Quello che accade non è solo un conflitto: è la sofferenza prolungata di una popolazione civile intrappolata e senza via d’uscita. Nel marzo 2024 abbiamo aperto un corridoio umanitario via mare insieme a World Central Kitchen quando sembrava impossibile. Nonostante fosse coordinato, abbiamo dovuto sospendere la missione dopo l’attacco che ha ucciso sette operatori umanitari. Abbiamo promesso di non dimenticare Gaza, perché ignorare ciò che accade non lo rende meno reale. Perché quando i governi tacciono, la società civile deve agire. Open Arms salperà con la Global Sumud Flotilla. Non solo per testimoniare, ma per agire. Di nuovo.   Proactiva Open Arms
February 26, 2026
Pressenza
Strage di Cutrio, carovana per una Calabria aperta e solidale
Torniamo a Crotone e a Steccato di Cutro, nel terzo anniversario della strage, per non dimenticare le vittime del regime di frontiera della Fortezza Europa. Dopo la Carovana dell’anno scorso ci mobiliteremo anche quest’anno per accogliere i famigliari e i superstiti che dopo anni di impegni non mantenuti da chi governa -con la complice latitanza di chi promette e non mantiene – ritorneranno a Crotone ed in Calabria. L’anno scorso grazie alla presenza dei testimoni (dalla rotta balcanica alle isole Canarie), dei famigliari e delle associazioni solidali abbiamo cominciato a costruire dal basso un percorso di solidarietà internazionale per contrastare le necropolitiche dei governi europei, che criminalizzano le navi umanitarie e finanziano le attività armate delle famigerate guardie costiere di Libia e Tunisia. Nel 2025 abbiamo visto crescere un grande e inedito movimento mondiale per fermare il genocidio del popolo palestinese e nell’estate scorsa sono partite dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Puglia decine di barche delle Flotille (coalizioni solidali internazionali) che hanno tentato di rompere l’assedio a Gaza. Dopo lo sterminio in diretta, ora gran parte dei media sta oscurando quanto accade in Palestina e nel Medio Oriente (Kurdistan, Iran, Siria). Il piano di pace, con la  “tregua” a Gaza,  ha causato in pochi mesi centinaia di morti ed è evidente, nelle provocazioni quotidiane di coloni e militari, una situazione che prelude all’occupazione israeliana della Cisgiordania. Per costruire un’altra via alla pace e all’autodeterminazione del popolo palestinese nei prossimi mesi salperanno nuove flotille e anche in Calabria, come nel sud d’Italia, si dovrà esprimere un sostegno concreto agli equipaggi a partire dai porti di imbarco. La tragedia di Cutro evidenzia che senza la popolazione locale e gli attivisti impegnati giorno e notte un nuovo terribile delitto di Stato si sarebbe compiuto nellʼindifferenza. Il silenzio prima di tutto e quel fumo grigio che rende tutto indistinto nelle passerelle televisive e di governo, nelle condoglianze e nelle celebrazioni. Melilla, Ceuta, Isole Canarie, Pylos, Cutro e ancora una volta in Calabria, Roccella Jonica. Sono tanti di più, non solo nel Mediterraneo, i luoghi delle necropolitiche globali; in questi luoghi anche tristemente simbolici si affinano gli strumenti della negazione, dellʼoccultamento dei corpi insieme a quelli dei diritti delle famiglie e delle comunità. Roccella Jonica in ultimo ne è un buon esempio. Le istituzioni italiane terrorizzate dallʼeffetto Cutro sull’opinione pubblica hanno nascosto, disseminato cadaveri in luoghi diversi, hanno depistato lʼinformazione, hanno impunemente maltrattato e disorientato le famiglie. Una geografia del terrore, una risposta del Potere alla libertà di movimento delle persone. Quando gli opinionisti discutono amabilmente sul termine corretto per definire il massacro di Gaza, genocidio o atti di guerra, bisognerebbe ricordare loro che non vi è invece termine più appropriato che quello di “migranticidio” per definire la mattanza alle frontiere dell’Occidente. LʼEuropa che si riarma ha già un esercito comune: Frontex, schierato in armi alle frontiere esterne per blindare la Fortezza Europa e moltiplicare i respingimenti con il famigerato Patto Europeo sulla Migrazione e lʼAsilo (PEMA) che entrerà in vigore a giugno e di cui vediamo, nella recente decretazione del governo, i primi frutti avvelenati. Sotto attacco feroce i migranti, i richiedenti asilo, le famiglie che tentano di ricongiungersi e con loro le navi umanitarie, vessate in ogni modo, i solidali criminalizzati preventivamente mentre per contro si parla comodamente nelle sedi istituzionali di remigrazione e riconquista. Non è un caso che i governi ai due lati dell’Oceano Atlantico si ritrovino con una sola voce sulle pratiche di confinamento, di deportazione ed infine di annientamento lungo le rotte migratorie;  i migranti vanno meglio se inghiottiti dal mare o dai trafficanti di terra che hanno diversificato sulle persone in movimento il loro business criminale. Questa guerra di frontiera ci insegna che la risposta dal basso deve darsi un orizzonte più ampio, condividendo lotte, pratiche e testimonianze dalle rotte. Intrecciando le voci delle madri, dei famigliari che da Tunisi e Algeri, dal Marocco e dallʼestremo Oriente chiamano le Americhe e il resto del mondo. La strage di Cutro e le giornate successive ne sono un esempio; dovremo occupare gli spazi che le istituzioni lasciano deliberatamente vuoti costruendo lotte che vedano al centro le madri, le famiglie ed i loro bisogni. Appare oggi evidente che la battaglia sarà impari, il potere e le sue emanazioni perseguono un altro disegno. Con coraggio dobbiamo avanzare proposte che vincolino queste ultime, di fronte alle tragedie di mare e di terra, a procedure certe, degne e trasparenti sullʼidentificazione, sul supporto psicologico ai famigliari, sulla loro presenza nelle diverse fasi dellʼiter processuale, nelle sepolture e nel rimpatrio dei corpi. Lavoriamo insieme alla costruzione di un incontro internazionale con gli amici spagnoli di Caravana Abriendo Fronteras e ai francesi di importanti organizzazioni sociali, per dare voce e concretezza a un protocollo per l’identificazione dei corpi, per la ricerca degli scomparsi, garantendo il diritto inalienabile dei famigliari a conoscere la sorte dei loro cari. Un processo lento ma ineludibile che non può che vedere al centro le famiglie. Saremo a Cutro e in Calabria accompagnati da alcuni familiari delle vittime della strage; saranno presenti anche Sabina Talović, attivista sulla rotta balcanica nella città di Pljevlja in Montenegro e Tony La Piccirella, portavoce della Global Sumud Flotilla. Saranno sempre con noi i Lenzuoli della Memoria Migrante, oggetti preziosi che vogliono rendere tangibile la volontà di dare nomi ai numeri, riaffermando con forza la dignità di persona che viene regolarmente negata a chi scompare in mare o lungo le rotte. Con affetto, memoria, lotta quotidiana per verità e giustizia. CarovaneMigranti Redazione Italia
February 17, 2026
Pressenza
Rafiqueer Boat Project: una barca queer e transfemminista verso Gaza
In studio, con una compagna, parliamo del Rafiqueer Boat Project: una barca queer e transfemminista per la solidarietà globale al fianco della popolazione palestinese. Il Mar Mediterraneo è uno dei mari più militarizzati del pianeta: un territorio di conquista coloniale attraversato da merci, armi, gas, petrolio e da chi può permettersi libertà di movimento. Per molte altre persone, invece, lo stesso mare è una frontiera segnata da stragi, segregazioni e torture: il luogo dove si spezzano le vite di chi, lasciando affetti e terre d'origine, tenta di costruirsi un futuro migliore rischiando tutto. Una barca queer e transfemminista autofinanziata navigherà questo mare inseme a Thousand Madleens e parteciperà alla flottiglia che la prossima primavera salperà verso la Palestina. La Rafiqueer Boat porterà con sé pratiche, relazioni e immaginari di chi si riconosce in un movimento globale di resistenza contro la violenza patriarcale. Negli ultimi anni, la propaganda omonazionalista messa in campo da Israele e, cioè, l'uso dei diritti LGBTQIA+ come vetrina per mostrarsi progressista mentre si occultano politiche coloniali e violenze sistematiche, ha superato un punto di non ritorno. Si è ormai intrecciata in modo tale con la logica nazionalista che giustifica la pulizia etnica e il genocidio contro la popolazione palestinese. Prendere il mare non è un gesto unilaterale di solidarietà; è un modo per unire resistenze, intrecciare lotte e testimoniare come colonialismo e patriarcato siano elementi inseparabili della stessa oppressione. E' possibile sostenere il Rafiqueer Boat Project qui. Inoltre con un compagno, telefonicamente, parliamo della Global Sumud Flotilla che partirà per una nuova missione verso Gaza il 29 marzo: più di tremila persone su più di 100 imbarcazioni da oltre 100 Paesi. Nella conferenza stampa che c'è stata a Johannesburg, in Sudafrica, gli organizzatori hanno detto che si aspettano una partecipazione  più ampia  della  prima Flotilla, conclusa ad ottobre quando le forze navali israeliane abbordarono e sequestrarono le oltre 40 imbarcazioni che facevano parte della flottiglia di aiuti umanitari. La partenza avverrà da Barcellona, seguita da Tunisia, Italia e altri porti del Mediterraneo: “Questa volta salperemo con migliaia di partecipanti, tra cui oltre mille medici, infermieri, operatori sanitari... Avremo con noi professionisti del settore sanitario. Avremo con noi eco-costruttori. Avremo con noi investigatori per crimini di guerra, il che rappresenta la differenza rispetto alla missione precedente” . Parallelamente alla missione marittima, verrà realizzato “un nuovo grande movimento riguardante la terra, un nuovo convoglio terrestre Sumud".
February 11, 2026
Radio Onda Rossa
La guerra silenziata e oscurata
Palestina Nella notte, bombardamento con l’artiglieria a Rafah e Khan Younis. Gli elicotteri hanno sparato raffiche di pallottole contro le tende a Mawassi. Sono continuate anche di notte le operazioni di distruzione delle costruzioni per raderle al suolo e lasciare spazio alla “Nuova Gaza” di Netanyahu e Trump. Ieri, l’aeronautica militare ha bombardato una costruzione abitata da sfollati a Hay Zeitoun, uccidendo 4 persone e ferendo una decina di persone. Come al solito i cecchini hanno impedito i soccorsi, sparando contro il personale della protezione civile. Nella stessa giornata di ieri altre 3 persone sono state uccise in diversi attacchi a Jebalia, Hay Tuffah e Khan Younis. Il giorno prima erano stati uccisi 27 civili in diverse stragi, ma i media internazionali hanno voltato la faccia dall’altra parte. L’esercito israeliano si sta preparando ad un’occupazione militare permanente di Gaza. Il confronto tra immagini satellitari registrate a ottobre 2025 e altre riprese a gennaio 2026, dimostra che sono state costruite a Rafah delle basi militari con la presenza di carri armati, a un centinaio di metri dal valico con l’Egitto; le basi sono attorniate da alti cumuli di sabbia per nasconderle all’occhio dei passanti. A Gaza, Israele blocca l’ingresso di carburanti. Gli ospedali hanno una riserva molto limitata e si rischia la chiusura totale di ogni attività sanitaria. Il Ministero della Salute palestinese nella Striscia di Gaza ha lanciato un appello per chiedere aiuto, mettendo in guardia dal collasso totale di ciò che resta del sistema sanitario che lotta per sopravvivere, e descrivendo la situazione sul campo come un deliberato “genocidio sanitario” da parte degli occupanti israeliani, che ha trasformato gli ospedali in semplici “posti di attesa forzata” per migliaia di feriti e malati destinati a morte certa. Oltre alla mancanza di carburanti, per far funzionare i generatori elettrici, si registra l’esaurimento delle medicine e del materiale sanitario di consumo. Un ragazzo palestinese di 15 anni è stato colpito da pallottole di guerra, a Gerusalemme est occupata. Le forze israeliane hanno condotto inoltre attacchi su larga scala e una campagna di rastrellamenti con arresti in diverse città e villaggi della Cisgiordania. Una forza speciale dell’esercito israeliano, su un veicolo civile, ha sparato con i mitra contro un gruppo di ragazzi che giocavano nel villaggio di Al-Ayzarie, ad est di Gerusalemme. I militari hanno impedito i soccorsi per circa un’ora, con il chiaro intento di attendere la morte del ragazzo, prima di permettere all’ambulanza palestinese di accompagnarlo in ospedale, dove è ricoverato in gravi condizioni. In seguito all’aggressione dei coloni, ieri mattina, a Massafer Yatta, l’esercito ha fatto irruzione nel villaggio di Ragium A’ala, per fare ulteriori “indagini”. Hanno arrestato due giornalisti palestinesi, due attivisti internazionali e uno locale. La logica perversa dell’occupazione militare: invece di arrestare gli aggressori, i soldati interrogano e arrestano le vittime e tutti coloro che tentano di smascherare la faccia brutale del colonialismo ebraico in Palestina. Altri due giornalisti palestinesi, Hatem Hamdan e Bushra Taweel, sono stati arrestati a nord di Ramallah, mentre stavano svolgendo un’inchiesta sulle confische delle terre dei contadini palestinesi, con pretesti militari, per consegnarle poi ai coloni ebrei, per allargare gli insediamenti coloniali in Cisgiordania. Il villaggio di Qasra è assediato da 5 colonie ebraiche illegali. Le aggressioni contro la popolazione autoctona sono quasi quotidiane. Ieri una cinquantina di coloni ebrei hanno invaso con un trattore i terreni agricoli ad est del villaggio e proceduto, protetti dai soldati, a sradicare tutti gli olivi. Un’azione coloniale per deportare i nativi. Global Sumoud Flotilla Due notizie che non leggerete sulla stampa scorta mediatica: la preparazione della GSF annunciata il 5 febbraio a Johannesburg in Sud Africa, e lo sciopero dei portuali di 21 porti internazionali contro le navi delle armi. Gli attivisti hanno confermato il loro impegno umanitario in soccorso alla popolazione di Gaza, sottoposta a genocidio permanente da parte di Israele, che continua a uccidere, malgrado siano passati 4 mesi dalla falsa tregua. Partenza da Barcellona il 29 marzo, poi da Tunisia, Italia e Grecia. Ci saranno a bordo delle 100 imbarcazioni, tra gli altri, oltre mille professionisti, dai medici agli ingegneri, per dare un messaggio di speranza alla popolazione di Gaza assediata e bombardata, nel disinteresse delle cancellerie complici che continuano a foraggiare di armi il governo del ricercato internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. I portuali si mobilitano contro le guerre Ieri, 6 febbraio, i lavoratori portuali in tutto il Mediterraneo sono scesi contro le guerre. I sindacalisti dell’USB scrivono: “La ZIM Virginia carica di armi è rimasta ferma al largo delle coste di Livorno ma non ha potuto attraccare: c’è lo sciopero in corso dei portuali che la blocca. La stessa cosa è successa alla ZIM New Zealand, che era prevista per la mattina al porto di Genova e alla ZIM Australia, che avrebbe dovuto attraccare a Venezia e poi a Ravenna. Ed anche la MSC EAGLE III, diretta in Israele, che doveva arrivare a Ravenna ha rimandato i suoi programmi”. Un’azione internazionale che è rimasta relegata nelle testate locali. I guerrafondai temono il pacifismo nonviolento. I portuali non lavorano per la guerra! In sciopero i lavoratori portuali di circa 21 tra porti europei e del Mediterraneo, da Tangeri a Mersin, passando Bilbao, da gran parte dei porti italiani e dal Pireo ed Elefsina. Ecco l’elenco delle iniziative che si sono svolte ieri Sciopero internazionale dei portuali contro il traffico delle armi ANBAMED
February 7, 2026
Pressenza
La Global Sumud Flotilla annuncia le prossime iniziative
L’annuncio fatto questa settimana dalla Global Sumud Flotilla segna una svolta nella risposta civile internazionale alla distruzione sistematica di Gaza, definita genocidio dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. La coalizione ha confermato l’avvio della più grande operazione umanitaria coordinata a favore della Palestina mai realizzata fino ad oggi, che combina una flotta marittima e un convoglio terrestre che partiranno simultaneamente il 29 marzo 2026. L’iniziativa mobilita migliaia di persone provenienti da oltre cento paesi e si definisce esplicitamente come una risposta nonviolenta al genocidio in corso, al prolungato assedio, alla fame di massa e alla deliberata devastazione delle infrastrutture civili e della vita quotidiana a Gaza. Non si tratta di un’operazione simbolica né di un gesto testimoniale, ma di un’azione organizzata che cerca di rompere l’isolamento imposto al territorio palestinese e di restituire la centralità del diritto internazionale umanitario laddove è stato sistematicamente violato. L’annuncio è stato dato il 5 febbraio presso la sede della Fondazione Nelson Mandela a Johannesburg, un luogo carico di significato politico. La scelta del luogo radica l’iniziativa nella tradizione storica della resistenza civile globale contro i sistemi di oppressione strutturale e rafforza il parallelismo tra l’apartheid sudafricano e il regime di blocco, punizione collettiva e disumanizzazione imposto su Gaza. Secondo le informazioni diffuse dall’organizzazione, la missione riunisce più di mille professionisti della salute, insieme a educatori, ingegneri, squadre di ricostruzione e specialisti nella ricerca sui crimini di guerra e l’ecocidio. La composizione del contingente rivela una strategia deliberata: non solo alleviare le sofferenze immediate, ma anche documentare, ricostruire e lasciare una traccia giuridica della distruzione sistematica di un territorio civile. Le parole di Saif Abukeshek, membro del comitato direttivo della flottiglia, sintetizzano il quadro politico dell’azione: l’avversario non è una persona o un popolo, ma un modo di vivere basato sulla disumanizzazione, la punizione collettiva e la normalizzazione della violenza estrema come strumento di dominio. In questo senso, la flottiglia si presenta come una sfida diretta a un ordine internazionale che ha tollerato, se non addirittura facilitato, la commissione di crimini contro l’umanità e atti costituenti genocidio. Claudia Aranda
February 6, 2026
Pressenza