La repressione dei movimenti per la Palestina colpisce in tutta Italia: decine di denunce
Bergamo, Bologna, Catania, Treviso; ma anche Massa, Taranto e soprattutto
Torino. In tutta Italia piovono denunce, multe e misure cautelari nei confronti
delle persone e dei movimenti solidali con la Palestina. A essere bersaglio
della repressione sono centinaia di persone a cui le procure dello Stivale
stanno notificando l’avvio di indagini per l’ingente moto di protesta culminato
con gli scioperi generali di fine settembre e inizio ottobre 2025.
I fatti contestati – nella maggioranza dei casi – sono sempre gli stessi:
danneggiamento, interruzione di pubblico servizio e specialmente blocco
stradale, nuova fattispecie introdotta con il decreto sicurezza. Il disegno,
denunciano gli attivisti, è chiaro: «intimorire e punire» chi si espone contro
il genocidio in Palestina e «frammentare e spezzare il movimento di solidarietà
con il popolo palestinese». Le denunce, inoltre, arrivano dopo mesi dagli
eventi, mentre la Palestina sembra essere sparita dai radar dei media
mainstream.
«Come ci aspettavamo, in questi giorni ai/alle partecipanti che sono scesi in
piazza fra settembre e ottobre, stanno arrivando decine di multe e notifiche di
conclusione delle indagini relative alle oceaniche manifestazioni di sostegno al
popolo palestinese. Vogliono intimorirci e farci chinare la testa». Così USB
Massa commenta l’arrivo delle denunce nei confronti degli attivisti per la
Palestina. Nella sola cittadina toscana sono arrivate 37 denunce e oltre 50
multe per fatti risalente allo sciopero generale del 3 ottobre in sostegno alla
Palestina e alla Global Sumud Flotilla, lanciato all’insegna del motto
“Blocchiamo Tutto”. I reati contestati sono quelli di interruzione di pubblico
servizio, blocco ferroviario e manifestazione non autorizzata.
Il caso di Massa è uno dei più recenti, ma non è l’unico. A inizio anno,
a Catania, circa dieci attivisti sono stati denunciati per avere tentato di
occupare l’ingresso del porto commerciale lo scorso 22 settembre, e sono
ora sottoposti a obbligo di firma; altri 43 sono invece stati sanzionati da una
multa da poco meno di 1.000 euro per avere bloccato la stazione per un breve
lasso di tempo lo scorso 3 ottobre. Analoghe multe da 200 e 300 euro sono
arrivate ad attivisti di Treviso e Bergamo. A Taranto, 28 persone sono indagate
per blocco ferroviario; nella città pugliese, oltre alle misure della procura, è
arrivato anche il silenziamento di Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg, che ha
bloccato la pagina Instagram del comitato Taranto per la Palestina. A Bologna,
in questi giorni decine di persone stanno ricevendo avvisi di inizio indagine,
sempre per il reato di blocco stradale.
La realtà maggiormente colpita da questa nuova ondata di repressione è
certamente Torino. Nel capoluogo piemontese, è scattata la cosiddetta
“Operazione Riot”, con lo scopo di «smantellare la rete di violenti che si
nascondeva dietro i cortei pro Pal del 3 ottobre»; il risultato è quello di 11
misure cautelari, che vanno ad aggiungersi alle 13 nei confronti di attivisti
che hanno preso parte a manifestazioni e cortei per la Palestina alla fine del
2024; questi ultimi sono costretti a obbligo di dimora, firme quotidiane, e
rientri notturni. Sempre a Torino, è noto il tentativo di espulsione
dell’imam Shahin, così come quello dei 6 ragazzi del liceo Einstein,
tutti finiti ai domiciliari con le accuse di resistenza aggravata e lesioni a
pubblico ufficiale. Altri 36 attivisti sono stati identificati e denunciati nel
caso del cosiddetto “assalto a La Stampa”, accusati di danneggiamento aggravato,
invasione di edifici e, per alcuni, minacce. La Procura valuta, inoltre,
la possibile contestazione dell’associazione per delinquere, che costituirebbe
un salto di scala giudiziaria. Recentemente è stato infine sgomberato il centro
sociale Askatasuna, realtà radicata nel territorio da anni.
I movimenti colpiti da questa nuova ondata di repressione sono concordi nella
loro lettura dei casi. Si tratterebbe di tentativi di intimidazione, volti da
una parte a criminalizzare la lotta e a riscrivere la narrazione delle proteste,
e dall’altra a disincentivare la partecipazione e a far desistere le persone
coinvolte dal proseguire nelle mobilitazioni; le stesse tempistiche con cui sono
arrivate multe e denunce sembrano supportare la tesi dei movimenti: esse
arrivano a mesi dall’apice dei moti di protesta, in un momento di bassa
intensità in cui i media, sulla scorta del cessate il fuoco di ottobre, trattano
il genocidio in Palestina solo marginalmente.
L'Indipendente