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La festa di Sankranti porta il Bangladesh a Ravenna
Per la prima volta la comunità bengalese di Ravenna celebra pubblicamente il proprio Capodanno tradizionale. Un evento che segna la crescita e il radicamento di una presenza silenziosa ma in costante aumento. Via Capodistria, quartiere periferico di Ravenna. Sabato 17 gennaio la comunità bengalese della città ha celebrato per la prima volta Sankranti, la tradizionale festa invernale che in Bangladesh segna il passaggio del sole dalla costellazione del Sagittario a quella del Capricorno, una sorta di Capodanno che coincide con l’inizio della stagione del raccolto. La data ufficiale sarebbe il 14 gennaio, ma a Ravenna hanno scelto il sabato successivo: una scelta pragmatica che dice molto sulla natura di questa comunità, profondamente inserita nei ritmi lavorativi della città. L’organizzazione è stata curata dall’associazione Dhaka, realtà attiva nel campo della mediazione culturale e dei laboratori doposcuola per i ragazzi bengalesi. Alla festa hanno partecipato il Comune di Ravenna e diverse associazioni interculturali del territorio. Una rete di collaborazioni che dice molto sul livello di integrazione raggiunto. Una comunità in crescita silenziosa I numeri raccontano una storia che spesso sfugge alla cronaca. Al 1° gennaio 2025, i cittadini bengalesi residenti in provincia di Ravenna erano 1.011, di cui 530 nella sola città capoluogo. Nel 2020 erano 682 in tutta la provincia, 388 a Ravenna città. In cinque anni la comunità è cresciuta del 48%, una crescita costante alimentata dai ricongiungimenti familiari e dall’arrivo di giovani in cerca di opportunità lavorative. La comunità bengalese rappresenta oggi il 2,1% degli stranieri residenti in provincia. Non è la prima – quella posizione spetta ai rumeni, seguiti da albanesi e nigeriani – ma è in espansione. Dopo Ravenna, le concentrazioni più significative si trovano a Cervia (231 residenti), Faenza (72) e Lugo (46). A livello regionale, l’Emilia-Romagna conta 14.288 bengalesi. Ravenna è in una posizione intermedia rispetto ai grandi poli: Roma con oltre 32.000 residenti, Milano con più di 10.000, Venezia con circa 8.000, Bologna con 5.000. Non è un grande polo, ma nemmeno una presenza trascurabile. Il lavoro prima di tutto Che la festa sia stata spostata al sabato dice molto sulla natura di questa comunità. I bengalesi di Ravenna lavorano e lavorano molto. Li troviamo nei ristoranti, nei bar, nei minimarket aperti fino a tarda sera, nei servizi. Sono quella presenza silenziosa ma costante che tiene in piedi pezzi importanti dell’economia cittadina. A livello nazionale, più della metà dei lavoratori bengalesi – il 58% – è inserita nel settore del commercio e della ristorazione, contro il 24% degli altri lavoratori non comunitari. Sono percentuali che si riflettono anche a Ravenna: negozi gestiti da bengalesi, ristoranti con turni lunghi, bar aperti quando tutto il resto è chiuso. Celebrare Sankranti di mercoledì 14 gennaio sarebbe stato impossibile per molti per impegni lavorativi. Il sabato offre almeno qualche ora di respiro, un margine per ritrovarsi senza sacrificare il lavoro che consente di mandare avanti le famiglie. Secondo la Banca d’Italia, il Bangladesh è il primo Paese beneficiario delle rimesse dall’Italia, ricevendo il 19,2% dei flussi in uscita. Una cifra enorme, che mostra quanto sia forte il legame con il Paese d’origine e quanto sia pesante la responsabilità di mantenere la famiglia qui e sostenere quella rimasta là. La scelta del sabato è anche una dichiarazione: siamo qui per lavorare, ci guadagniamo da vivere con fatica, ma vogliamo anche celebrare chi siamo. Vogliamo che i nostri figli sappiano che Sankranti esiste, che la nostra identità non si esaurisce dietro il bancone del minimarket. Il senso di una festa Sankranti è una delle feste più antiche del subcontinente indiano. Celebrata il 14 gennaio, come già detto segna il momento in cui il sole lascia il Sagittario ed entra nel Capricorno. È una festa legata ai cicli della natura, al raccolto, alla fertilità della terra. In Bangladesh assume il nome di Poush Sankranti o Sakrain. È una festa dedicata a Surya, signore dell’energia e della luce. Le famiglie si riuniscono, preparano dolci tradizionali, fanno volare aquiloni colorati, si scambiano doni e benedizioni. Per una comunità migrante, celebrarla significa mantenere vivo il legame con la terra d’origine, trasmettere alle nuove generazioni il senso di appartenenza a una cultura millenaria. Che questa festa sia stata celebrata per la prima volta pubblicamente a Ravenna ha un significato preciso: la comunità bengalese ha deciso di uscire dall’invisibilità. Non è più una presenza silenziosa, confinata nei luoghi di lavoro. È una comunità che rivendica il diritto di celebrare pubblicamente le proprie tradizioni, che vuole contribuire alla vita culturale della città. L’associazione Dhaka: mediazione e futuro L’associazione Dhaka rappresenta uno di quei nodi essenziali che tengono insieme una comunità migrante. La mediazione culturale è il primo campo d’azione: aiutare i connazionali a orientarsi nella burocrazia italiana, nelle scuole, nei servizi sanitari, nel mercato del lavoro. I laboratori doposcuola sono l’altra attività fondamentale. I ragazzi di seconda generazione, nati in Italia o arrivati da piccoli, vivono in una condizione di bilinguismo e biculturalismo. Il doposcuola è lo spazio dove possono rafforzare la lingua italiana, ma anche mantenere vivo il bengalese, imparare a leggere e scrivere nella lingua dei genitori, conoscere la storia e la cultura del Bangladesh. La comunità bengalese in Italia è caratterizzata da una forte prevalenza maschile – circa il 70% – e da un’età media molto giovane, attorno ai 30 anni. Sono uomini che arrivano per lavorare, poi arrivano le mogli e i figli attraverso i ricongiungimenti familiari. I bambini crescono tra due culture, parlano italiano a scuola e bengalese a casa. L’associazione Dhaka lavora su questo tessuto fragile e vitale, cercando di creare spazi di incontro, di supporto, di elaborazione collettiva. La festa di Sankranti è il momento in cui tutto questo diventa visibile, in cui la comunità si mostra alla città. Il Bangladesh e Ravenna: non solo migranti Il Bangladesh a Ravenna non è solo immigrazione. Esiste anche una dimensione commerciale. Nel 2021 il Terminal Container Ravenna ha inaugurato una linea navale diretta con Chattogram, il principale porto del Bangladesh. È l’unica linea diretta in Italia, un collegamento strategico che colloca Ravenna come gateway privilegiato per gli scambi tra il Bangladesh e l’Europa. La scelta di Ravenna non è casuale: il porto ha una posizione baricentrica per le aziende del nord Italia, un efficiente sistema di retroporto e ottimi collegamenti ferroviari verso Germania, Svizzera, Austria e Benelux. La linea diretta riduce i tempi di transito a 18-20 giorni, circa la metà rispetto alle rotte tradizionali. Un vantaggio enorme per le industrie del tessile e dell’abbigliamento, settori nei quali il Bangladesh è tra i principali produttori mondiali. Questa connessione commerciale non ha un rapporto diretto con la crescita della comunità bengalese residente – le dinamiche migratorie rispondono ad altre logiche – ma crea un contesto in cui il Bangladesh è presente a Ravenna non solo attraverso le persone, ma anche attraverso le merci e gli scambi economici. È una presenza multidimensionale. Una festa che parla al futuro La festa di Sankranti a Ravenna è un evento piccolo: poche centinaia di persone riunite in via Capodistria in un sabato pomeriggio per celebrare una ricorrenza che la maggior parte dei ravennati ignora, ma è un evento denso di futuro. Dice che una comunità esiste, cresce, si radica. Dice che Ravenna è una città sempre più plurale. Dice che l’integrazione non è cancellazione, ma capacità di mantenere vive le proprie tradizioni mentre si costruisce una vita nuova. E dice anche che questa integrazione si costruisce nei margini, negli spazi ritagliati tra un turno e l’altro, nel sabato scelto al posto del mercoledì perché quel giorno si lavora. È un’integrazione laboriosa, nel senso più letterale del termine. La presenza del Comune, della Casa delle Culture e delle associazioni mostra che esiste uno spazio pubblico dove questa pluralità può esprimersi. Non è scontato. È il frutto di un lavoro paziente, di mediazioni, di costruzione di fiducia reciproca. I 1.011 bengalesi di Ravenna sono mille persone che vivono, lavorano, crescono figli, pagano tasse, frequentano scuole, aprono negozi, pregano nelle moschee, celebrano le loro feste. Sono parte del tessuto sociale della città, anche quando restano invisibili. La festa di Sankranti è un modo per dire: guardate, siamo qui. E il fatto che la città abbia risposto, partecipando, sostenendo, riconoscendo, è forse il segnale più importante di tutti.   Tahar Lamri
L’elefante nella stanza si chiama integrazione. Intervista con Enrico Gargiulo
La parola “integrazione” è un mantra nel dibattito pubblico sulle migrazioni. Politicə, giornalistə, amministratorə locali e parte del mondo accademico la evocano come un obiettivo indiscutibile: un bene comune trasversale, una promessa di convivenza pacifica, una cornice dentro cui programmare le politiche e le pratiche rivolte a chi arriva da fuori. Ma cosa nasconde davvero questo termine? Quali presupposti epistemologici e politici porta con sé? E soprattutto: a chi giova? Discutere oggi di integrazione può sembrare una scelta fuori tempo, in un contesto dominato da altre urgenze: l’affermarsi di un regime globale di guerra, lo smottamento degli argini democratici, l’ascesa delle destre radicali e – sul piano delle migrazioni – l’imminente implementazione del Patto europeo, che segna un’ulteriore torsione autoritaria nella gestione della mobilità. Eppure, proprio in questa fase, il libro Contro l’integrazione di Enrico Gargiulo, sociologo dell’Università di Torino e attivista, restituisce centralità a un paradigma dato per neutro e incontestabile. “Integrazione” non è una parola tra le altre: è un dispositivo che plasma il modo in cui pensiamo i rapporti sociali, le gerarchie politiche e la stessa idea di cittadinanza. La lettura del testo, denso ma accessibile, fornisce chiavi interpretative che consentono di illuminare ciò che normalmente rimane in ombra: non soltanto le pratiche quotidiane di esclusione, ma anche i presupposti storici ed epistemici che legittimano l’ordine esistente. Attraverso un lavoro che intreccia genealogia dei concetti, analisi critica delle politiche e attenzione per le forme del linguaggio, Gargiulo mostra come l’integrazione agisca come meccanismo di normalizzazione, nascondendo le radici materiali delle disuguaglianze e spostando il conflitto su un terreno culturalizzato. Per questo, il libro non si limita a smontare una parola, ma invita a ripensare in profondità le categorie con cui guardiamo alla mobilità, al confine e alla cittadinanza. In tempi in cui le migrazioni vengono governate da logiche securitarie o condizionate alla loro funzionalità, Contro l’integrazione è uno strumento prezioso per chi vuole indagare, criticare e trasformare il presente. A partire da questi temi abbiamo intervistato l’autore, Enrico Gargiulo. Quale urgenza politica ti ha spinto, in questa specifica congiuntura, a scrivere un libro che propone una critica radicale all’integrazione? Mi ha spinto un fastidio consolidato, crescente, ormai non più riformabile, verso l’uso della parola “integrazione”, i significati che ha assunto e l’insieme di concetti e categorie a cui rimanda. “Integrazione” evoca rapporti intrinsecamente asimmetrici, un mondo fondato sugli Stati e sui rapporti capitalistici mai messi in discussione, in cui la legalità e l’illegalità della mobilità sono date per scontate. Si presume che le persone appartengano a gruppi culturalmente omogenei che coincidono con lo Stato. Oltre a legittimare l’esistenza stessa degli Stati, si dà per naturale che ogni persona debba essere inclusa in uno di essi e appartenere alla relativa cultura nazionale. Vengono così negate forme di appartenenza substatali o sovrastatali – anch’esse problematiche, certo – ma che incrinerebbero l’immaginario semplificato e funzionale a chi governa le migrazioni. L’urgenza, dunque, è colpire al cuore il discorso sulle migrazioni: delegittimarne le premesse storiche ed epistemologiche, smontare i fondamenti politici. Qualunque discorso che neghi la libertà di movimento e legittimi i confini deve essere messo in discussione. “Integrazione” sembra un concetto più soft, perché riguarda chi è già “dentro” e non chi attraversa la frontiera. In realtà, è strettamente legato al confinamento. L’integrazione viene spesso presentata come un “bene comune”, evocato trasversalmente dalla politica istituzionale. Perché è invece una prospettiva da disarticolare criticamente e non da riformare? È percepita come un bene comune perché chi arriva da fuori viene rappresentato come portatore di culture diverse, potenzialmente in conflitto, e quindi da “armonizzare”. Questo discorso si declina anche in forme progressiste e benevole: si sostiene che chi migra possa incontrare difficoltà nel sistema culturale e istituzionale italiano, e che “fare integrazione” significhi aiutarlo, più per lui che per noi. Il problema è che in tutti questi ragionamenti c’è un “noi” e un “loro” presupposti e continuamente ribaditi. La mia non è una critica all’integrazione da destra, ma agli usi stessi del termine: apparentemente opposti, in realtà convergono. L’elefante nella stanza è la visione del mondo basata su entità culturalmente distinte e in conflitto, che cancella la prospettiva del capitalismo, delle disuguaglianze prodotte nei rapporti sociali, della proprietà privata come fondamento legale e legittimo delle esclusioni. Difenderla significa creare diseguaglianze e impedire a una parte della popolazione di costruirsi un futuro migliore. Con la lente dell’integrazione tutto questo svanisce. Per questo va radicalmente disarticolata e sostituita, non riformata. Nel libro l’integrazione è una lente attraverso cui leggere il governo della mobilità, le gerarchie giuridiche e sociali. Possiamo dire che è una leva per interrogare in profondità la società? Sì, perché usare la chiave dell’integrazione e leggere differenze e conflitti culturali come se fossero naturali è un modo – purtroppo molto efficace – per rimuovere le questioni di fondo. Criticare l’integrazione significa riportare lo sguardo là dove serve: alla nascita del capitale, alle recinzioni delle terre, alla privatizzazione dei mezzi di produzione, all’espropriazione del cosiddetto “Nuovo Mondo”, al colonialismo, alla costruzione di concetti di appartenenza presentati come ovvi e normalizzati. Nel primo capitolo mostro come il concetto di integrazione nasca nella teoria sociologica come risposta al conflitto di classe, interno alla società, dunque legato a rapporti materiali. In seguito viene trasposto negli studi migratori in chiave culturalista. Questo slittamento serve a normalizzare la società: renderla conforme a determinate norme. L’integrazione funziona così: definisco differenze culturali, le trasformo in fratture radicali e legittimo così il mio intervento. Anche la costruzione dei confini trova giustificazione: se le persone sono “pericolose” per la loro cultura, allora i confini diventano necessari. Non sono discorsi descrittivi, ma performativi: producono e impongono una certa normalità. Moltə attivistə e operatorə si chiedono quali termini alternativi utilizzare. Quale vocabolario politico può aiutarci a sottrarci a questa gabbia concettuale? È una domanda giusta. Io stesso faccio fatica a dare una risposta definitiva, anche se ci provo. Ci sono proposte non mie con cui dialogo, come “riarticolazione” o “ricomposizione”. A differenza di inclusione o integrazione, non evocano un inglobamento. Non rimandano a mancanze da colmare, ma a processi continui di messa in discussione, di rinegoziazione delle regole del gioco – materiali e non solo culturali. Questa prospettiva è possibile solo se si mette in discussione la radicale asimmetria del mondo, con il regime di restrizione della mobilità dettato dalle esigenze economiche. In questo contesto è difficile pensare che un semplice cambio di parole basti. Però, in un’ottica di riduzione del danno, se chi opera sul campo iniziasse a riflettere sull’uso delle parole, qualcosa potrebbe cambiare nel lungo periodo. È comunque un passaggio necessario. A chi ti rivolgi con questo libro? Vorrei raggiungere un pubblico il più ampio possibile. La rete “Sociologia di posizione” ha avviato con Meltemi due collane: una di saggi più accademici e una di testi posizionati e diretti. Il mio libro appartiene a questa seconda collana: fornisce strumenti per indagare criticamente la realtà. Penso in primo luogo a chi lavora nelle politiche migratorie: operatrici e operatori dell’accoglienza, avvocate e avvocati, educatrici ed educatori, personale scolastico. Nelle presentazioni già fatte ho visto una particolare attenzione proprio da parte della scuola. Ma spero anche di raggiungere lettrici e lettori che non appartengono a questo ambito: può essere un’occasione di riflessione più ampia. In generale, ho immaginato il libro come uno strumento di comprensione e di azione, utile nella vita quotidiana, nel lavoro e nella militanza politica. L’immagine di copertina è di Elena Torre da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo L’elefante nella stanza si chiama integrazione. Intervista con Enrico Gargiulo proviene da DINAMOpress.
Politica, identità e migrazione: intervista a un migrante curdo in Italia
Quella che segue è un’intervista di qualche mese fa a un ragazzo di origine curda, attualmente richiedente asilo in Italia. 18 anni appena compiuti, lavoro in nero da poco trasformato a tempo determinato, una passione per l’impegno politico (maturata nel paese d’origine e che lui stesso ci tiene a lasciare indefinita, ma comunque a non chiamarla assolutamente “militanza”). La storia di questo ragazzo curdo si presenta quindi come un racconto stratificato. Ma più da vicino: la storia di una crescita e di una maturazione individuale, intersecata indissolubilmente alla consapevolezza e alla traduzione nel pratico e nel quotidiano dei risvolti sociali, culturali e politici che hanno visto come protagonista il popolo curdo. All’interno di questa storia personale, si trova dunque un piccolo pezzo della storia di un preciso gruppo socio-culturale. Ma più nello specifico: la sua lotta per l’indipendenza dalla Turchia e nel suo passaggio intermedio, il suo tentativo di vedersi riconosciuto e rappresentato democraticamente nella Grande Assemblea Nazionale (il Parlamento turco che ha sede ad Ankara). Senza dimenticare ovviamente anche i collegamenti con altre minoranze curde che insistono sulla stessa zona geografica e transnazionale come, ad esempio, quella curdo-siriana, prepotentemente emersa sullo scenario geopolitico durante la Guerra civile del 2011 e che ha dato vita a esperienze di lotta armata come le YPG, le Unità di Difesa del Popolo, attive nella zona di Kobane e non solo. Per intenderci, a meno di 150 km da dove si colloca l’inizio di questa storia. Ben lontano da forme caricaturali di rappresentazione di questa identità storica, politica e culturale, la storia di questo ragazzo turco-curdo è quindi la narrazione di chi, per affermare se stesso, si è trovato – e si trova – quotidianamente costretto a combattere. Non solo come giovane migrante ma anche e soprattutto, a partire dai primi anni di scuola, dalle prime esperienze di vita e quindi, dalla prima infanzia vissuta in Turchia; ovvero da ben prima di riconoscersi in una precisa parte politica, come nel suo caso, nel HDP (Partito Democratico dei Popoli), i cui leader sono stati arrestati (fuori da qualsiasi forma di confronto democratico con il governo turco) nel novembre 2016, con il pretesto di un attacco bomba di fronte alla sede della polizia della città di Diyarbakir, nel sud-est del paese, ovvero la parte a predominanza curda della Turchia. Raccolta in una singola intervista (sicuramente troppo breve e personale per potersi dire rappresentativa dell’intera situazione), la storia di questo ragazzo è dunque la storia di chi, per sopravvivere come curdo, non può far altro che vedersi e raccontarsi “dal basso”, innanzitutto come un piccolo pezzo di un quadro culturale, politico ed economico, enormemente più grande e complesso. Per cominciare questa intervista, ti va di presentarti? Mi chiamo Berat e sono nato nel 2007 in un piccolo villaggio a circa 100 km dal confine tra la Turchia e la Siria. Il mio villaggio d’origine si chiama Sadakalar e si trova precisamente nella Turchia centro-orientale. Sono nato in un villaggio curdo ma rimasto lì poco perché, quando avevo circa due anni, assieme alla mia famiglia mi sono trasferito a Pazarcik: una città molto più grande a circa 25 km dal mio villaggio d’origine. Com’è la vita di un giovane ragazzo curdo in Italia? Come sai, tante persone curde che sono in nord Italia come me, provengono da lì. Da quella stessa zona della Turchia. Per farti capire, ho addirittura dei parenti stretti che vivono nei dintorni di dove abito adesso. In un certo senso, è come se un pezzo di Kurdistan fosse venuto via con me. Per il resto, in Italia ho trovato lavoro quasi subito. E in generale devo dire che mi trovo abbastanza bene. Se un pezzo di Kurdistan è venuto via con te, cosa significa per te essere curdo? Per quanto mi riguarda, la cultura curda significa calore, famiglia, vicinanza. La mia identità ovviamente è anche legata tantissimo alla mia prima lingua, il curdo appunto. Mia nonna, ad esempio, non parla turco e non l’ha mai parlato, parla solo curdo. Però a Pazarcik, se vai all’ospedale oppure durante le lezioni a scuola, devi parlare per forza turco. E questo è un problema perché nel caso dell’ospedale, potresti anche non essere curato. O perlomeno, non bene. Sicuramente non con la stessa assistenza che riceverebbe una persona di origine turca. La cultura e l’identità curda non vengono accettate in Turchia? Hai voglia di dirmi meglio che significa questa cosa? Lo Stato turco non riconosce il Kurdistan, figuriamoci i curdi che sono circa 60 milioni, sparpagliati in tutta la zona. Per noi, il Kurdistan, invece esiste, è una realtà. E vivere dentro questa realtà, è come essere sempre considerati cittadini di seconda categoria perché come ti dicevo, la nostra identità, in Turchia, non viene assolutamente riconosciuta. Anzi, spesso è una cosa che ti porti dietro con grande fatica e sofferenza perché è come se una parte di te non potesse mai davvero esistere. Ma c’è, e la popolazione curda ne è la prova vivente. Questa cosa succede solo in Turchia o anche altrove? Questa cosa purtroppo, non succede solo in Turchia. Anche all’estero è la stessa cosa. Ti faccio un esempio: l’anno scorso, in una città in Germania, una cantante di origine curda è stata aggredita da una passante turca perché la lingua curda la stava offendendo. E quindi, quella signora turca l’ha aggredita in mezzo alla strada. E questo è solo un esempio, potrei fartene altri che mi riguardano più da vicino ma preferisco non farlo. Ti va di raccontarmi qualcosa legato a questa situazione? Le due popolazioni in Turchia vivono praticamente separate. Per farti capire meglio, durante la mia infanzia tutti i miei amici erano curdi oppure aleviti [corrente mussulmana di derivazione sciita, nda] che solitamente sono un po’ più aperti. Di mentalità ma non solo, anche di pensiero politico, che è praticamente opposto a quello dei nazionalisti turchi che governano il paese. In Turchia quindi vivete separati? Turchi da una parte e curdi dall’altra? Ovviamente nelle città più grandi non si può far altro che mischiarsi, ma la tendenza è quella di vivere separati. E questo, a volte, può essere un grosso problema. Non ho bisogno di spiegarti perché, puoi capirlo facilmente da solo. Dal punto di vista personale, tu come hai vissuto questa separazione? Quando ero bambino a Pazarcik, mi capitava spesso che altri bambini turchi mi prendessero in giro e mi dicessero che dovevo andarmene via perché la mia famiglia era curda. Ad esempio, anche sul lavoro, in una fabbrica dove ho lavorato per qualche mese, venivano considerati di più i turchi. Nel senso che le nostre opinioni, come lavoratori di origine curda, non erano minimamente prese in considerazione. Hai voglia di raccontarmi un evento in particolare? Durante un turno di lavoro, una volta mi ricordo di aver parlato apertamente a favore del partito filo-curdo HDP (Partito Democratico dei Popoli). In quell’occasione, ero stato immediatamente avvertito da un collega curdo che per quella cosa, mi avrebbero potuto licenziare. Ed era meglio non farlo più, soprattutto se avessi voluto mantenere il mio lavoro e non passare dei guai. In pratica, non ero libero di esprimere apertamente il mio pensiero politico. Perché era meglio non farlo? Per farti capire meglio, il capo di questo Partito di cui stavo parlando si chiama Selahattin Demirtaş ed è stato messo in prigione nel novembre del 2016 perché stava avendo un grande successo tra i curdi (e non solo, anche tra i turchi aveva tanti elettori). C’era molta speranza e come avrai capito, anche io ero un suo sostenitore. Tuttavia, a seguito di una serie di attacchi da parte del governo, ha dovuto lasciare il suo incarico. Perché ha dovuto lasciare la politica? L’hanno incolpato di supportare le rivolte in Rojava, soprattutto quella di Kobane durante la fine dell’estate 2014. In più, c’è stata una serie di attacchi bomba a Istanbul e in tutta la Turchia, per i quali hanno incolpato direttamente i curdi. Per molto tempo c’è stato un clima di forte tensione. Adesso chi guida il Partito Democratico dei Popoli è la moglie Başak, che continua il lavoro di suo marito di rappresentanza del popolo curdo. Tu cosa ne pensi della decisione del PKK di proporre allo stato turco il “cessate il fuoco”? Rispetto a quello che è successo all’interno del PKK, per prima cosa ti devo dire che Öcalan non è più la figura centrale e c’è tanta gente che non è d’accordo con lui. Per questo motivo, non credo che deporre le armi sia la cosa che vogliono fare tutti. Sicuramente dopo l’arresto del sindaco di Istanbul e il tentativo di colpo di stato del 2016, che ha causato una grossa mobilitazione politica e una repressione violenta da parte della polizia, molti curdi possono aver pensato che l’opposizione turca (ad esempio quella che sosteneva il sindaco arrestato dalla polizia di Erdoğan) poteva essere un alleato. Ma io non credo. In queste cose, credo si debba essere più realisti e guardare i fatti. Tu hai mai partecipato a manifestazioni di protesta? Dal punto di vista della mia partecipazione personale, Pazarcik era una città piccola per cui le proteste non erano così grosse. Sicuramente nelle città più popolose il movimento di protesta curdo è molto più forte e sicuramente più organizzato di quanto non lo fosse nella città dove vivevo. Torno un attimo sulla differenza tra curdi e turchi. Hai voglia di approfondire questo tema? Rispetto alla differenza tra un curdo e un turco, quello che ti posso dire è che molte volte non te ne rendi neanche conto. Nel senso che non ci fai davvero caso, se uno è turco e un altro è curdo. Magari te ne accorgi dall’accento, dal genere musicale che ascolti, oppure anche dal modo di vestire, soprattutto durante i matrimoni; ad esempio. I vestiti tradizionali curdi sono più legati ad altri paesi dell’Asia centro meridionale, come ad esempio l’Afghanistan. Quelli turchi invece, solitamente sono più occidentali. Durante le celebrazioni cerimoniali quindi, è più facile. Ma credimi, nella vita di tutti i giorni è quasi sempre impossibile distinguere un curdo da un turco. Come mai hai parlato proprio di matrimoni? La questione dei matrimoni è molto forte nella cultura curda perché è ancora la famiglia che organizza il matrimonio. Tra l’altro, il legame di sangue tra i due sposi è dato per scontato. Nel senso che ci si sposa quasi sempre con un parente. Anche lontano, ma comunque l’importante è che faccia parte della famiglia allargata. Come ragazzo curdo, te lo dico: questa secondo me, culturalmente parlando, è una delle cose che sono rimaste di più e che rimarrà più a lungo. Adesso cambiamo argomento. Che lavori hai fatto prima di arrivare in Italia? Dal punto di vista del lavoro, i curdi sono impegnati soprattutto nei lavori manuali, quelli più faticosi e che vengono pagati meno in fabbrica oppure in agricoltura. Entrambi lavori che ho già fatto in passato. Ma adesso, con la migrazione di massa, molti curdi come me si sono spostati per raggiungere luoghi dove possono vivere in condizioni migliori. Anche il terremoto del 2023 è stata una forte causa di migrazione, soprattutto per i più giovani che si sono trovati senza un futuro, se non quello dello sfruttamento. Pensi che la migrazione avrà degli effetti sulla tua appartenenza culturale? Se devo pensare alla mia appartenenza alla cultura curda, devo dire che probabilmente sono uno degli ultimi che la vedrà ancora. Già i miei fratelli più piccoli non parlano curdo ed è molto probabile non lo impareranno mai. L’impressione che mi sono fatto è che, per quanto riguarda la mia famiglia, la cultura curda sia destinata a scomparire. A pensarci bene, devo dire che la cosa mi rende molto triste, ma la verità è che nella nostra vita quotidiana l’identità curda è molto spezzettata. Come ti dicevo, in casa i più piccoli parlano solo turco. Solo io, i miei genitori e il fratello più grande continuiamo a parlare curdo ma lo facciamo tra di noi. Hai ancora contatti con persone curde che vivono in Turchia? Quando mi capita di telefonare ai pochi amici che sono rimasti a Pazarcik non parliamo quasi mai di politica perché preferiamo parlare di altro. Questioni un po’ più materiali come, ad esempio, il lavoro. Discutiamo tanto anche della crisi economica che c’è adesso in Turchia perché quella che vivono i ragazzi della mia generazione è una situazione difficilissima. Le persone che sono rimaste dopo il terremoto stanno veramente soffrendo molto. Per noi curdi è un momento difficile ed è anche difficile ribellarsi e protestare per far valere i propri diritti. Per cui, ecco, la situazione è molto problematica. E rispetto a quelli che sono migrati in Europa? Per il resto dei miei amici che sono emigrati in Europa (soprattutto Germania, Italia e Inghilterra), l’identità curda rimane attiva principalmente attraverso celebrazioni religiose e racconti del passato. La verità è che c’è molta voglia di integrarsi e di migliorare le proprie condizioni di vita. I ragazzi della mia generazione tendenzialmente vorrebbero rimanere in Europa, sopratutto quelli che sono arrivati con tutta la loro famiglia. Quelli che invece sono arrivati in Europa da soli, è più facile che vogliano ritornare in Turchia, un domani non lontano. Il motivo è che fanno molto più fatica ad avere una vita stabile e tranquilla, soprattutto con i documenti che sono molto difficili da ottenere. Hai voglia di condividere cosa pensi rispetto al tuo futuro? Sinceramente non troppa. Come sai bene, preferisco pensare al presente. Ti ringrazio per l’intervista. In bocca al lupo. Grazie a te. L’immagine di copertina è di Milos Skakal SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Politica, identità e migrazione: intervista a un migrante curdo in Italia proviene da DINAMOpress.
La svolta storica di Ocalan
Ocalan chiama all’integrazione della lotta curda nella politica turca Il 9 luglio è stata rilasciata una dichiarazione video1 definita storica da parte del leader curdo Abdullah Öcalan, che, esprimendosi in lingua turca, ribadisce ed approfondisce l’invito allo scioglimento del PKK da lui formulato a febbraio. Sostanzialmente, Apo invita ad implementare […] L'articolo La svolta storica di Ocalan su Contropiano.