The Cost of Knowledge: quando il prezzo lo paga la scienza
Riprendiamo questo post apparso sul sito openscience.unimi.it. A pochi giorni
dall’inizio della Open access week 2026 che ha proprio come titolo The cost of
Knowledge è lecito interrogarsi non soltanto sul costo economico dell’accesso
alla conoscenza, ma anche sul costo che gli attuali sistemi di produzione,
valutazione e diffusione della ricerca impongono alla qualità, all’integrità e
alla credibilità della scienza stessa
Nel 2012 il matematico e Medaglia Fields Tim Gowers diede avvio a The Cost of
Knowledge, una delle più importanti mobilitazioni della comunità accademica
contro il sistema dell’editoria scientifica commerciale. La protesta nacque
dalla crescente insoddisfazione per l’aumento dei costi degli abbonamenti, per i
margini di profitto dei grandi editori e per le restrizioni all’accesso alla
conoscenza all’interno di una comunità che da tempo comunicava i propri
risultati attraverso gli archivi di pre-print. Migliaia di ricercatori (non solo
matematici) aderirono all’iniziativa impegnandosi a non pubblicare, non svolgere
attività di revisione e non partecipare agli editorial board di riviste
Elsevier.
Tuttavia, la mobilitazione non riuscì a produrre quella trasformazione sistemica
che molti auspicavano. Le grandi case editrici scientifiche rappresentano
infatti attori economici e politici estremamente influenti, capaci di esercitare
un forte potere negoziale nei confronti di università, governi e agenzie di
finanziamento. Ma soprattutto, il sistema editoriale continua a essere sostenuto
da un elemento strutturale ancora più difficile da scardinare: la valutazione
della ricerca. Finché carriere, finanziamenti e reputazione accademica
rimarranno legati alla pubblicazione in riviste considerate prestigiose e
riconoscibili attraverso determinati marchi, indicatori e classificazioni, i
ricercatori continueranno ad alimentare un sistema che oggi come oggi presenta
enormi criticità.
In questo senso, The Cost of Knowledge ha mostrato con grande anticipo come la
riforma dell’editoria e la riforma della valutazione siano inseparabili. Non è
possibile cambiare davvero i modelli di pubblicazione senza mettere in
discussione gli incentivi che guidano il comportamento dei ricercatori. È
significativo che lo stesso Gowers, anziché limitarsi alla protesta, abbia
contribuito a costruire alternative concrete promuovendo Discrete Analysis, una
rivista Diamond Open Access che non richiede costi né ai lettori né agli autori,
che ha nel suo editorial board due Medaglie Fields e che dimostra come sia
possibile organizzare una comunicazione scientifica di elevata qualità senza
dipendere dalle logiche commerciali dominanti.
A più di dieci anni di distanza, molte delle criticità denunciate allora non
solo non sono state risolte, ma si sono intrecciate con una crisi più ampia
della comunicazione scientifica. Il sistema è sempre più condizionato dalla
logica del publish or perish, che incentiva la quantità più della qualità e
alimenta una crescita incessante del numero di articoli pubblicati. Ogni anno
vengono prodotti milioni di lavori, molti dei quali ricevono poca o nessuna
attenzione dalla comunità scientifica. Iniziative importanti come Arxiv hanno
dovuto cambiare più volte le proprie politiche di accettazione degli articoli
perché sommersi da “ricerche” prive di senso.
A questa sovrapproduzione corrisponde una crescente reviewer fatigue. Mentre il
numero di manoscritti continua ad aumentare, il numero dei ricercatori resta
stabile e il tempo disponibile per valutare le ricerche diminuisce. I revisori
sono chiamati a esaminare un numero sempre maggiore di lavori senza che il loro
contributo venga adeguatamente riconosciuto. Il risultato è un sistema che
fatica sempre più a garantire controlli rigorosi e tempestivi, proprio mentre la
massa di risultati da verificare continua a crescere.
La pressione competitiva favorisce inoltre comportamenti opportunistici da parte
di alcuni ricercatori: frammentazione artificiale dei risultati, uso strategico
delle citazioni, iperautorialità, ricerca orientata a ciò che è rapidamente
pubblicabile piuttosto che a ciò che è realmente rilevante. Nei casi più estremi
emergono fenomeni come paper mills, manipolazione delle revisioni e frodi. Non
si tratta soltanto di problemi individuali, ma di conseguenze prevedibili di un
sistema che premia indicatori quantitativi e produttività apparente.
In questo contesto, i contratti trasformativi sono stati presentati come uno
strumento per accompagnare il passaggio dagli abbonamenti tradizionali all’Open
Access, convertendo la spesa per leggere in spesa per pubblicare. Tuttavia, le
analisi condotte nel Regno Unito da Jisc e le valutazioni di cOAlition
S mostrano un quadro ambiguo: gli accordi hanno favorito la crescita delle
pubblicazioni ad accesso aperto e la conformità alle policy dei finanziatori, ma
non hanno prodotto la trasformazione strutturale attesa. Molti grandi editori
continuano infatti a basare il proprio modello economico su logiche ereditate
dall’era degli abbonamenti (aumento dei costi sempre e comunque), mentre accordi
concepiti come temporanei rischiano di diventare una componente permanente (e
insostenibile) del sistema.
Parallelamente, negli ultimi anni si è assistito a un fenomeno sempre più
significativo: le dimissioni collettive degli editorial board. Dai casi
pionieristici di Lingua fino alle numerose dimissioni registrate più
recentemente, ricercatori ed editor denunciano una crescente incompatibilità tra
gli interessi della comunità scientifica e quelli di operatori commerciali
orientati alla crescita continua dei volumi pubblicati e dei ricavi generati. In
molti casi, gli editorial board hanno lasciato le riviste storiche per fondarne
di nuove, spesso Diamond Open Access e governate direttamente dalle comunità
disciplinari.
Questi eventi non rappresentano episodi isolati. Segnalano piuttosto una
crescente consapevolezza che il costo non riguarda soltanto l’accesso alla
conoscenza, ma il modo stesso in cui la conoscenza viene prodotta, valutata,
pubblicata e utilizzata. La questione centrale non è più soltanto chi paga per
leggere o per pubblicare, ma chi controlla le infrastrutture della comunicazione
scientifica, chi governa i processi editoriali e quali valori debbano orientare
la diffusione della ricerca.
È in questo scenario che prende forma la visione di una New Publication Culture,
sostenuta dalle università Olandesi. Una cultura in cui la pubblicazione non è
più identificata con il prestigio di una rivista commerciale o con indicatori
bibliometrici prodotti da soggetti privati, ma con la qualità, la trasparenza,
la riproducibilità e la riusabilità della ricerca. Una cultura che valorizza la
peer review come bene comune, promuove infrastrutture aperte e governate dalle
comunità accademiche, sostiene i modelli Diamond Open Access e si integra con i
principi della valutazione responsabile della ricerca.
Se The Cost of Knowledge ha rappresentato la denuncia dei problemi del sistema,
la crisi dell’attuale sistema editoriale mostra che la posta in gioco è oggi
ancora più alta. Il vero punto in discussione non è più ormai ridurre i costi
della conoscenza o rendere aperti gli articoli, ma ripensare gli incentivi che
guidano la produzione scientifica e costruire un sistema capace di generare meno
rumore e più conoscenza affidabile. In altre parole, passare da una riforma dei
meccanismi di pagamento in cui gli interlocutori sono soggetti privati a una
vera trasformazione della cultura della comunicazione scientifica.
Il tema della Open Access Week 2026, The Cost of Knowledge, richiama la celebre
iniziativa lanciata da Timothy Gowers nel 2012 contro le distorsioni
dell’editoria scientifica commerciale. A quasi quindici anni di distanza, il
richiamo a quel dibattito offre l’occasione per una riflessione più ampia sul
percorso compiuto dall’Open Access e, più in generale, dalla ricerca
scientifica.
Oggi più che mai è importante evitare che la discussione si riduca a una
questione di modelli di business, di tariffe APC, di accordi trasformativi o di
dettagli contrattuali. Sono temi rilevanti, ma rischiano di farci perdere di
vista la domanda fondamentale: il sistema della comunicazione scientifica sta
realmente aiutando la ricerca a produrre e diffondere conoscenza migliore, più
affidabile e più utile alla società?
Negli ultimi quindici anni l’accesso alla letteratura scientifica è
indubbiamente aumentato, ma nello stesso periodo sono emerse nuove criticità,
per questo motivo, parlare oggi di The Cost of Knowledge significa interrogarsi
non soltanto sul costo economico dell’accesso alla conoscenza, ma anche sul
costo che gli attuali sistemi di produzione, valutazione e diffusione della
ricerca impongono alla qualità, all’integrità e alla credibilità della scienza
stessa.
La sfida, dunque, non è semplicemente rendere aperti gli articoli, ma costruire
un sistema che metta nuovamente la ricerca al centro, evitando che metriche,
modelli di business e procedure amministrative diventino un fine anziché uno
strumento. In altre parole, il vero tema non è il costo dell’accesso alla
conoscenza, ma il costo che siamo disposti a pagare quando perdiamo di vista la
conoscenza stessa.