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Meloni: bollo e manganello: mancetta nera e faccetta feroce
di Mario Sommella (*) Dal decreto anti-rave al bollo regalato: quattro anni di governo Meloni tra mance a scadenza, codice penale più severo per chi protesta e diritti sociali rinviati a data da destinarsi. Mentre si annuncia lo sconto, il conto arriva a sanità, lavoro e cura. 1. Due decreti con lo stesso numero Ci sono coincidenze che raccontano un
October 20, 2026
La Bottega del Barbieri
La questione abitativa tra crisi dei prezzi e “case dormienti”
Circa 1,5 milioni di famiglie vivono in condizioni di grave disagio abitativo e il 78,9% degli italiani ritiene che in passato fosse più facile acquistare un’abitazione. Le famiglie con un reddito inferiore al 60% della mediana destinano ai costi abitativi il 28,6% del proprio reddito, circa due volte e mezzo la quota osservata per il resto della popolazione. La pressione è più elevata nei grandi centri urbani rispetto ai piccoli Comuni e alle aree rurali. Si concentra inoltre su segmenti precisi della domanda: giovani in transizione verso l’autonomia, studenti e lavoratori fuori sede, anziani soli, famiglie e immigrati a reddito medio-basso nelle aree urbane più dinamiche. A questo si aggiunge una parte del disagio che gli indicatori tradizionali non riescono a cogliere: spesso la difficoltà non si traduce in un maggiore peso dei costi abitativi sui bilanci familiari, ma nel rinvio stesso dell’uscita dalla famiglia di origine. E’ da questi disagi che prende le mossa una ricerca di Assonime (https://www.assonime.it/Pagine/Home.aspx) e di Confindustria Assoimmobiliare (https://www.assoimmobiliare.it/), realizzata dal Centro Einaudi (https://www.centroeinaudi.it/). Lo Studio considera innanzitutto come la sostenibilità del costo dell’abitare dipenda anche dalla capacità reddituale delle famiglie e come su questo versante l’Italia mostri una traiettoria particolarmente debole nel confronto europeo: tra il 2015 e il 2024, il reddito mediano reale in Italia è aumentato del 7,4%, contro una media UE del 24,0%. Guardando al reddito familiare pro capite su un orizzonte temporale più ampio, tra il 2004 e il 2024 questo si è ridotto del 4% in Italia, mentre nell’Unione Europea è aumentato in media del 22%. Nell’intera UE, solo la Grecia ha registrato una performance peggiore. Il Rapporto mette poi in evidenza come la pressione abitativa sia più elevata nei contesti urbani. La quota di popolazione in housing cost overburden (onerosità eccessiva dei costi per l’abitazione) è pari al 6,7% nelle città, al 4,4% nei piccoli centri e nelle periferie, e al 3,7% nelle aree rurali. Il gradiente territoriale è quindi netto: il costo eccessivo dell’abitare si concentra maggiormente nelle aree più urbanizzate, dove la pressione della domanda e livelli elevati di prezzi e canoni incidono più direttamente sui bilanci familiari. Oltre che tra aree territoriali, l’incidenza dei costi abitativi sui bilanci familiari varia in maniera marcata anche tra diverse fasce di reddito: per le famiglie a basso reddito il peso dell’abitare è circa due volte e mezzo quello osservato per il resto della popolazione. Il secondo capitolo del Rapporto si sposta sul lato dell’offerta e affronta un apparente “paradosso italiano”: un Paese con più abitazioni che famiglie, ma incapace di garantire condizioni abitative adeguate nei territori e nei segmenti in cui la domanda si concentra. Si stimano, infatti, circa 8,5 milioni le “case dormienti”, pari a un quarto delle abitazioni intestate a persone fisiche. “Le abitazioni occupate, si legge nel Rapporto, rappresentano il 73,2% del totale nazionale, ma la quota è più alta nel Centro, con il 78,1%, nel Nord-est, con il 77,1%, e nel Nord-ovest, con il 74,5%. È invece più bassa nel Sud, con il 68,2%, e nelle Isole, con il 65,3%. A livello regionale, l’utilizzo più intenso del patrimonio si osserva nel Lazio (81,0%), in Lombardia (79,4%), in Emilia-Romagna (78,7%) e in Veneto (78,2%), mentre le quote più elevate di abitazioni non occupate riguardano Valle d’Aosta (56,1%), Molise (44,2%) e Calabria (42,2%). La stessa evidenza emerge osservando il grado di urbanizzazione e la zona altimetrica. La percentuale di abitazioni occupate raggiunge l’84,5% nelle città e quasi l’82% nei Comuni di pianura, mentre scende al 55,0% nelle aree rurali e al 53,1% nelle aree di montagna interna. Questo gradiente è rilevante perché mostra come il patrimonio sia già molto utilizzato nei contesti in cui si concentrano le principali dinamiche urbane, incluse quelle legate a lavoro, studio e mobilità residenziale. Lo stock non occupato è invece più ampio nei territori meno interessati da tali dinamiche”. Il Rapporto sviluppa anche un modello di turnover abitativo che corregge l’offerta liberata attraverso un coefficiente di riusabilità, così da stimare quanta parte dello stock possa effettivamente tornare sul mercato, arrivando a stimare un fabbisogno netto di circa 150.000 abitazioni l’anno, concentrato quasi interamente nelle aree metropolitane del Centro-Nord (il Mezzogiorno presenta invece un eccesso di offerta riusabile). Lo Studio considera, inoltre, il rapporto tra la demografia e i nuovi bisogni abitativi, a partire  dall’invecchiamento della popolazione, che modifica la struttura dei bisogni abitativi, accresce il peso degli anziani soli e rende più evidente la carenza di soluzioni intermedie tra abitazione ordinaria, assistenza domiciliare e residenzialità assistita. “In questo quadro, si sottolinea nel Rapporto,  acquistano rilievo sia il tema del senior housing sia, più in generale, quello di un’offerta abitativa accessibile con servizi per la popolazione anziana più fragile”. Ma in tema di nuovi bisogni abitativi non può non essere considerato anche l’aspetto che riguarda le generazioni più giovani, per le quali salari deboli, precarietà lavorativa e costi abitativi relativamente elevati rendono più difficile l’autonomia residenziale. Da qui derivano sia una domanda abitativa compressa, che resta più a lungo assorbita nella famiglia di origine, sia una crescente pressione sui segmenti più accessibili del mercato della locazione, tra cui quello dello student housing. Il Rapporto non manca, infine, di sottolineare alcuni grossi limiti del Piano Casa, a partire dalle dotazioni effettivamente stanziate, che sono molto inferiori ai 10 miliardi annunciati, dai molti decreti ancora da adottare e, soprattutto, da una regia commissariale centrale per un fabbisogno che è territoriale. Ciò che il Rapporto sembra invece trascurare del tutto è la rendita speculativa. Come si sottolinea nelle conclusioni del dossier “Emergenza casa e crisi sociale”, a cura dell’Area Stato Sociale e Diritti della CGIL, “la proliferazione incontrollata dei contratti transitori e degli affitti brevi sottrae immobili ai canali tradizionali di lungo periodo, riducendo lo stock di case per i residenti e costringendo la domanda a riversarsi su contratti calmierati che subiscono rincari. Di fronte a un’Unione Europea che, pur introducendo una cornice giuridica comune con l’Affordable Housing Act, mostra limiti strutturali, affidandosi eccessivamente alla leva privata, alla finanza e a criteri troppo rigidi o facoltativi per i Comuni, la CGIL rivendica un cambio di paradigma: occorre superare le logiche di mercato attraverso un Piano Straordinario di Edilizia Residenziale Pubblica e Sociale, introdurre obblighi stringenti di calmierazione, penalizzazioni per gli immobili sfitti e gli usi speculativi e una moratoria sugli sfratti garantita da un’alternativa abitativa pubblica.” Qui lo Studio Assonime: https://www.centroeinaudi.it/images/abook_file/abitare_l_Italia_di_domani.pdf. Qui il dossier “Emergenza casa e crisi sociale”, a cura dell’Area Stato Sociale e Diritti della CGIL : https://files.cgil.it/version/c:OGEwMDMzYzYtNTMzYi00:MmJmZTdlOTItZDg0ZC00/Emergenza%20Casa.pdf Giovanni Caprio
October 15, 2026
Pressenza
Quel vago sentore di camera a gas contro i pensionati
L’Istat stima che quasi un milione di anziani (over 65) si trovino in condizione di povertà assoluta in Italia il che vuol dire che percepiscono da 500 a 650 euro mensili mentre ben 7,4 milioni di pensionati, il 44% del totale, vive in una condizione di semipovertà, con un assegno […] L'articolo Quel vago sentore di camera a gas contro i pensionati su Contropiano.
October 8, 2026
Contropiano
Welfare insufficiente e riforma ferma al palo per oltre 4 milioni di anziani fragili
L’Italia è sempre più anziana, ma il sistema pubblico di assistenza continua a non essere adeguato alla crescita dei bisogni. È il quadro che emerge dal report “Non autosufficienza” dell’Area Stato Sociale e Diritti della CGIL. Sono oltre 4 milioni le persone anziane non autosufficienti nel Paese, mentre l’età media della popolazione ha raggiunto i 47,1 anni e un italiano su quattro ha più di 65 anni. Secondo le proiezioni, entro il 2050 gli over 65 arriveranno al 34,6% della popolazione e gli ultra 85enni raddoppieranno il proprio peso demografico. Il sistema di welfare italiano continua a scaricare sulle famiglie il peso dell’assistenza, in particolare sulle donne e sul lavoro di cura informale. Oggi 4,6 milioni di anziani vivono soli, numero destinato a salire a 6,5 milioni entro il 2050, mentre oltre 763 mila persone rinunciano a progetti di genitorialità per la necessità di assistere genitori anziani e fragili. Il rapporto evidenzia come l’invecchiamento si intrecci sempre più con povertà e disuguaglianze sociali. Tra gli anziani cresce la multimorbilità, che interessa oltre 7 milioni di persone, e aumenta il numero di over 65 che si rivolgono alla rete Caritas: in dieci anni la loro incidenza è raddoppiata dal 7,7% al 15,4% degli assistiti. Sul fronte delle politiche pubbliche, la CGIL giudica insufficiente la riforma della non autosufficienza prevista dal PNRR e attuata con il decreto legislativo 29/2024. La nuova Prestazione Universale, pensata come misura di sostegno economico per gli anziani più fragili, è limitata agli over 80 con Isee inferiore a 6.000 euro e bisogni assistenziali gravissimi. La platea potenziale riguarda appena 25 mila persone, pari allo 0,6% degli anziani non autosufficienti. Nei primi mesi di applicazione sono state accolte soltanto 2.383 domande su oltre 6.200 presentate. Anche le risorse destinate al settore appaiono inadeguate rispetto alla dimensione del fenomeno. Il Fondo nazionale per la non autosufficienza dispone di circa 982 milioni di euro nel 2025, 934 milioni nel 2026 e 1,1 miliardi nel 2027, cifre considerate insufficienti a fronte di una popolazione fragile in continua crescita. > Il Report non manca di soffermarsi sulle disuguaglianze di salute. “Si stimano > più di 7 milioni di persone (13% della popolazione) che combinano > multimorbilità e limitazioni nelle attività, una situazione che tra gli > anziani raggiunge il 35,4%. In questo contesto, il carico di malattia e di > perdita di autonomia si concentra nei gruppi sociali economicamente > svantaggiati, maggiormente esposti a condizioni sfavorevoli nel corso della > vita (ambienti sociali più degradati, lavori usuranti o precari, eccetera), > che incidono anche sulla prevenzione primaria e secondaria. Secondo il > rapporto Caritas 2026, le caratteristiche delle persone accolte mostrano come > la fragilità sanitaria si intrecci con altre forme di vulnerabilità sociale. > Si tratta prevalentemente di uomini e donne nelle età mature e anziane, spesso > soli, separati, divorziati o vedovi, con bassi titoli di studio, percorsi > lavorativi fragili o già esclusi dal mercato del lavoro. Molti vivono in > condizioni abitative precarie e in contesti caratterizzati da una limitata > accessibilità ai servizi”. Il dossier considera, tra l’altro, la programmazione sociale, sottolineando come il suo sviluppo attraverso il dialogo tra politica, amministrazione e sindacato confederale, abbia dato vita a reti sociali solide, infrastrutturazione delle politiche sociali, realtà economiche sviluppate, e dunque a livelli più alti di coesione sociale, come dimostra l’esperienza di alcune regioni italiane. > “Il concetto chiave, si legge nel dossier, deve essere quello di > <<programmazione partecipata>>. Programmare significa scegliere un modello di > società, definire priorità politiche locali, avere una visione progettuale di > medio-lungo termine. La programmazione sociale deve essere orientata alla > costruzione di una rete di protezione e sicurezza sociale capace di > anticipare, raccogliere, interpretare e prendere in carico i bisogni, > prevenire le emergenze, con servizi e investimenti orientati alla cura del > presente e del futuro dei territori e delle persone che vi abitano, crescono, > lavorano, partecipano, invecchiano. L’infrastrutturazione sociale è > strumentale a rafforzare e garantire lo sviluppo economico e culturale, la > coesione sociale nel territorio, secondo un’idea emancipatoria-inclusiva e non > assistenzialistica o corporativa della cittadinanza”. Per questo, appare necessario, a parere della CGIL, che il sindacato sappia nutrire la relazione con il territorio, attraverso: assemblee territoriali diffuse; confronto con la società civile (partiti, associazioni, comitati di quartiere, collettivi, movimenti, etc.); assemblee nei luoghi di lavoro; confronto con e tra tutte le categorie e i loro delegati; attivazione di tutti i soggetti presenti e coinvolti. Per la CGIL serve un cambio di paradigma: più assistenza domiciliare, rafforzamento del servizio pubblico, integrazione tra sanitario e sociale, valorizzazione del lavoro di cura e investimenti strutturali in grado di garantire diritti esigibili su tutto il territorio nazionale. Una sfida che riguarda non solo gli anziani, ma il futuro della coesione sociale del Paese. Qui il dossier della CGIL – Area Stato Sociale e Diritti “Non autosufficienza. Welfare e azione sindacale”: https://files.cgil.it/version/c:MjllMWU1Y2EtNmZiMC00:Y2FhMGY0ODItNTliNy00/Non%20autosufficienza.pdf. Giovanni Caprio
September 28, 2026
Pressenza
Povertà estrema e persone migranti
“Alleanza contro la povertà” chiede di riportare al centro persone, diritti e inclusione di Giovanni Caprio (*). Con i link alle puntate precedenti. Foto: Alleanza contro la povertà   In Italia un terzo delle famiglie composte soltanto da stranieri  vive in povertà assoluta.  E avere un lavoro spesso non basta: è infatti povero anche il 29,1% delle famiglie con almeno
September 16, 2026
La Bottega del Barbieri
Abitare la longevità: “Una Città a misura di Anziano è una Città per tutti”
L’Italia invecchia, ma le nostre case e le nostre città non sembrano ancora essersi adeguate a una società che vive più a lungo. È quanto si sottolinea  nel Terzo Rapporto sulla condizione abitativa degli anziani, “Abitare la longevità nella transizione: politiche urbane e abitative generative di comunità”, promosso da Auser, Abitare e Anziani e SPI CGIL e presentato ieri a Roma presso il CNEL. Il Rapporto, a cura di Claudio Falasca con la collaborazione di Rossella Muroni e Giovanni Carapella, analizza l’impatto delle tre grandi transizioni – demografica, digitale e ambientale – e propone un nuovo modello di welfare abitativo. I curatori della ricerca partono da una consapevolezza: l’invecchiamento della popolazione non è un fenomeno da affrontare soltanto sul terreno delle pensioni, della sanità o dell’assistenza. Riguarda profondamente anche il modo in cui si vive e si abita. Per questo, occorre leggere la condizione abitativa degli anziani alla luce di tre grandi transizioni che stanno trasformando contemporaneamente la società: demografica, digitale e ambientale. “La crescita della longevità, il calo delle nascite e il cambiamento delle strutture familiari indeboliscono alcune delle tradizionali reti di prossimità, si evidenzia nel Rapporto. Sempre più persone arrivano alla vecchiaia senza una rete familiare vicina. La transizione digitale modifica il rapporto con i servizi, la salute, il lavoro di cura e le relazioni, ma può produrre nuove forme di esclusione per chi non possiede strumenti o competenze adeguate. Infine, la crisi climatica colpisce in maniera particolare le persone più fragili. Chi vive solo, dispone di risorse economiche limitate o abita in edifici inefficienti è maggiormente esposto alle ondate di calore e alla povertà energetica”. Il dato più evidente è anche uno dei grandi paradossi dell’abitare anziano in Italia: il 90,7% degli over 65 è proprietario della propria abitazione, circa 13 milioni di persone. Solo il 9,3% vive in affitto, con un canone medio di 531 euro. Ma essere proprietari non significa necessariamente abitare bene. Molte abitazioni sono state costruite oltre quarant’anni fa e non sono state pensate per accompagnare l’invecchiamento dei loro abitanti: mancano ascensori, persistono barriere architettoniche, gli impianti possono essere obsoleti e i consumi energetici elevati. A rendere più difficile l’adattamento delle abitazioni alle nuove esigenze interviene anche la condizione economica: circa il 50% dei pensionati vive con meno di 1.500 euro al mese e il 10,5% con meno di 500 euro. Bollette, manutenzione e costo della vita rendono spesso impossibili o difficilmente sostenibili gli interventi necessari. Il risultato è che milioni di persone anziane si trovano a vivere in case magari di proprietà, ma troppo grandi, costose da mantenere e sempre meno adeguate alle esigenze che cambiano con l’età. Inoltre, non basta una casa accessibile se fuori c’è una città che non lo è. La qualità dell’abitare, sottolinea il Rapporto, non si esaurisce tra le mura domestiche. Conta ciò che c’è fuori dalla porta di casa: il marciapiede, la fermata dell’autobus, il negozio, la farmacia, il centro sanitario, gli spazi verdi e i luoghi di incontro. Un marciapiede dissestato, un attraversamento pericoloso o un trasporto pubblico insufficiente possono diventare barriere quasi insormontabili per una persona anziana. La ricerca evidenzia difficoltà nell’accesso a servizi fondamentali come farmacie, supermercati, uffici comunali e strutture sanitarie. Particolarmente significativo è il dato sulla sicurezza stradale: nel 2024 quasi la metà dei pedoni deceduti in Italia aveva più di 65 anni. Un dato che mostra come lo spazio urbano sia ancora troppo spesso progettato privilegiando la velocità e la mobilità automobilistica rispetto alla sicurezza e all’accessibilità. Uno dei principali cambiamenti culturali proposti dalla ricerca è quello di superare l’idea della casa come semplice bene patrimoniale e riconoscerla come prima infrastruttura del benessere, della cura e dell’autonomia. Una casa adeguata deve essere sicura, accessibile e sostenibile, ma anche collegata ai servizi e alle relazioni del territorio. Per questo il Rapporto propone di parlare non soltanto di “abitazione”, ma di “abitare”: un concetto che comprende sicurezza e comfort, ma anche relazioni, partecipazione e comunità. Da qui l’attenzione verso nuove forme dell’abitare, dal cohousing ai condomini solidali, dalle abitazioni assistite leggere ai quartieri progettati per favorire prossimità e relazioni sociali. Il Rapporto avanza anche precise proposte operative. Tra queste, la creazione di un Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani, il recupero del patrimonio edilizio inutilizzato, la diffusione di nuove forme di residenzialità, il sostegno all’adattamento delle abitazioni e una maggiore integrazione tra politiche sociali, sanitarie e urbanistiche. L’obiettivo è costruire città e quartieri nei quali sia possibile invecchiare continuando a essere parte attiva della comunità. Perché la sfida della longevità non è soltanto vivere più a lungo, ma poterlo fare restando autonomi, sicuri, partecipi e inseriti in una rete di relazioni. La ricerca invita infine a cambiare prospettiva. L’invecchiamento non è una questione che riguarda soltanto gli anziani, ma il futuro dell’intera società. Marciapiedi accessibili, trasporti efficienti, servizi di prossimità, spazi pubblici sicuri, abitazioni adeguate e reti sociali forti migliorano la qualità della vita di tutti: bambini, famiglie, persone con disabilità e cittadini temporaneamente fragili. Gli anziani, inoltre, non sono soltanto destinatari di assistenza. Se messi nelle condizioni di partecipare, rappresentano una risorsa di competenze, memoria, esperienza e capacità di costruire legami. Qui il Rapporto: https://auser.it/wp-content/uploads/2026/09/Abitare-la-longevita-nella-transizione-web.pdf.    Giovanni Caprio
September 16, 2026
Pressenza
Anziani: sempre più fragili e bisognosi di aiuto nella vita di tutti i giorni
Il 36,6% degli anziani dichiara che, seppure autosufficiente, ha comunque bisogno di qualche aiuto nella vita quotidiana. In vent’anni la percentuale di persone con 65 anni e oltre che si sente fragile e chiede un supporto è raddoppiata: nel 2006 era pari al 18,3%. Oggi al 31,7% capita di tanto in tanto di avere bisogno di aiuto, al 4,9% capita spesso perché sperimenta parecchie difficoltà nelle attività ordinarie. Si dichiara totalmente non autosufficiente l’1,4% degli intervistati e totalmente autosufficiente il 62,0%. Però nel 2006 si definiva totalmente autosufficiente il 78,8%: 16,8 punti percentuali in più rispetto ad oggi. È quanto emerge dal Rapporto “Invecchiare nell’Italia della longevità. Come costruire un Paese a misura di anziani” realizzato dal Censis. L’89,6% dei longevi dichiara che, per quanto ci si possa prendere cura di sé stessi, il declino fisico non si può fermare. Il 79,3% dei longevi si è rassegnato al fatto che certi cambiamenti legati al tempo che trascorre sono irreversibili, definitivi. C’è una nuova consapevolezza della fragilità legata all’età che avanza. Un approccio diverso dalle retoriche della longevità attiva, della performance anche in età avanzata. Inoltre, per il 79,8% dei longevi accettare la vecchiaia come condizione permanente aiuta a dare più valore al presente. Il Rapporto evidenzia come ci sia un rischio alto per il Paese più vecchio d’Europa. I fabbisogni legati alla vecchiaia rappresentano una sfida decisiva per l’Italia, visto che già oggi le persone con almeno 65 anni costituiscono il 25,1% della popolazione totale, dato che rende l’Italia il Paese più longevo dell’Unione europea. Un’onda grigia potente che può diventare un problema perché si affianca al crollo della natalità e al rarefarsi dei giovani. Nel periodo 1951-2025 i minori fino a 17 anni sono diminuiti del 38,8% e i giovani tra i 18 e i 34 anni del 18,9%. Le persone di età tra 35 e 64 anni sono invece aumentate del 53,7% e quelle con almeno 65 anni del 248,6%. Le proiezioni demografiche al 2050 indicano che gli anziani saranno oltre 18,9 milioni, il 34,6% del totale: più di un italiano su tre. Ma quando si diventa anziani? Secondo gli attuali over 65, si diventa anziani in media a 76,7 anni. Infatti, pensa che si diventi anziano a 65 anni il 5,7% degli attuali anziani intervistati, a 70 anni il 16,6%, a 75 anni il 24,5%, a 80 anni il 28,7%, a 85 anni il 14,5%, mentre il 9,5% non ritiene che ci sia un’età precisa e il 10,0% non esprime un’opinione. In sintesi, il 41,0% degli intervistati fissa l’età di accesso alla vecchiaia tra i 70 e i 75 anni, e oltre il 43% al di là dell’80° anno di vita. In ogni caso, al di là dell’età, per il 69,4% dei longevi si diventa anziani se si perde l’autosufficienza, per il 24,9% in caso di morte di amici e coetanei, per il 22,3% in caso di morte del coniuge, per l’8,0% al momento del pensionamento e per il 4,2% quando si diventa nonni. Per la stragrande maggioranza è però la qualità a prevalere sulla quantità: vivere bene, piuttosto che vivere a lungo. L’82,8% degli anziani indica come sua maggiore paura di dover dipendere dagli altri in futuro, il 33,5% teme la morte. Solo il 16,5% degli intervistati è interessato a vivere fino a 120 anni. Per gli anziani non conta tanto la durata della vita, quanto la sua qualità e soprattutto preservare l’autonomia, per non dipendere dagli altri. Anche il  CENSIS conferma come sia la famiglia il perno dell’assistenza, il fulcro del sistema di cura per gli anziani. In caso di necessità, il 52,7% conta sui figli, il 49,6% su coniugi e conviventi, il 16,0% su altri parenti, il 10,8% su amici e conoscenti, il 7,0% sulle badanti e l’1,9% su infermieri o assistenti domiciliari delle strutture pubbliche. Il 7,8% non ha alcuno su cui contare, deve affrontare da solo ogni difficoltà. E’ forte, quindi, il rischio solitudine: al 62,3% degli anziani capita di sentirsi solo, all’8,9% capita sempre o spesso, al 22,8% qualche volta, al 30,6% raramente. Al 37,7% invece non capita mai di sentirsi solo. In concreto, vive solo il 29,5% degli anziani, quota che sale al 37,0% tra chi ha 75 anni e oltre e al 49,9% tra chi ha almeno 85 anni. “Il dilatarsi delle classi di età longeve, che le previsioni demografiche annunciano, farà emergere in modo inequivocabile, si legge nelle conclusioni del Rapporto, la caducità del modello attuale di gestione degli effetti dell’invecchiamento. Occorre infatti accettare di misurarsi con l’intreccio tra le leggi bronzee della demografia regressiva, il rattrappirsi del soggetto famiglia perno del welfare informale e la crisi strutturale e irreversibile del welfare formalizzato tradizionale. L’esito diretto consiste nell’urgenza di dedicare un elevato investimento di intenzionalità e risorse al necessario adattamento della società alle esigenze dei longevi. Costruire un Paese a misura di anziano non è una scelta regressiva, non è un modo per rinunciare allo sviluppo, ma una necessità per continuare a fare dell’Italia uno dei paesi più avanzati al mondo”. Qui il Rapporto: https://www.censis.it/wp-content/uploads/2026/06/Rapporto-Longevita.pdf.  Giovanni Caprio
July 8, 2026
Pressenza
Una società che esclude i suoi padri non è moderna: il dramma dell’alfabetizzazione digitale degli anziani in Italia
Ormai già da alcuni anni, tutto è diventato “un’app, un codice, un portale” e sempre di più siamo diventati dipendenti dai nostri telefoni, senza i quali non saremmo più in grado di compiere molte delle nostre azioni quotidiane. Questa immagine coglie con lucidità e amarezza un paradosso drammatico della nostra epoca. Non solo i giovani, ma uomini e donne di ogni età si trovano confinati in una società che costringe chiunque a dipendere da uno smartphone per esercitare diritti fondamentali quali prenotare una visita medica, pagare una bolletta, accedere a un servizio pubblico. E una società che obbliga anche un novantenne a confrontarsi con uno Smart Phone  non può definirsi moderna. È, al contrario, una società che ha scelto di liberarsi dei propri padri, rendendoli analfabeti funzionali nella casa che hanno contribuito a costruire.  Le difficoltà pratiche per le persone anziane sono concrete e quotidiane. Molti over 75, soprattutto quelli con basso livello di istruzione,  problemi di vista o mobilità e anche memoria, si trovano di fronte a interfacce complicate, password che cambiano, procedure di autenticazione a due fattori e applicazioni su PC o SmartPhone poco intuitive. Un semplice rinnovo della tessera sanitaria o la consultazione del fascicolo sanitario elettronico diventa un ostacolo insormontabile. Secondo i dati Istat più recenti, solo il 35,7% degli over 75 utilizza Internet, con un divario ancora più marcato tra donne e persone con titoli di studio bassi o titoli di studio non in campo scientifico.   Questo non è solo un problema di “saper usare il telefono”. È un problema di accesso alla dignità. Quando un anziano deve chiamare il figlio o il nipote ogni volta che deve interagire con la Pubblica Amministrazione, si attiva una catena di dipendenza che umilia, genera frustrazione e, in molti casi, porta a rinunce: si rinuncia a una visita, si paga una multa per ritardo, si accumulano disagi. Chi non ha familiari vicini o disponibili resta semplicemente escluso. Ma il lato umano è ancora più profondo e triste. Gli anziani di oggi sono la generazione che ha ricostruito l’Italia dopo la guerra, che ha lavorato duramente, spesso con sacrifici enormi, per garantire ai figli un futuro migliore. Hanno costruito case, scuole, ospedali e infrastrutture. Oggi, nel nome di un’innovazione spesso arrogante e poco inclusiva, vengono messi ai margini. La tecnologia, che dovrebbe essere uno strumento di emancipazione, diventa invece un filtro selettivo che discrimina in base all’età, alla familiarità con il digitale e alle risorse familiari. Questa esclusione ferisce l’identità e l’autostima. Molti anziani provano vergogna nel dover “disturbare” i familiari, si sentono un peso, vivono un progressivo isolamento. La solitudine, già una piaga diffusa tra gli ultraottantenni, viene aggravata da questa barriera invisibile ma potentissima. Non stiamo solo rendendo la vita più complicata: stiamo comunicando implicitamente che chi non si adegua al ritmo frenetico del digitale non ha più pieno diritto di cittadinanza. L’Italia, più di altri Paesi europei, è chiamata a riflettere su questo tema proprio per la sua demografia. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 costituiscono il 25,1% della popolazione (oltre 14,8 milioni di persone), con un’età media di 47,1 anni. Gli ultraottantenni superano i 4,5-4,6 milioni e hanno ormai superato numericamente i bambini sotto i 10 anni. Siamo il Paese più anziano dell’Unione Europea. Ignorare questa realtà significa progettare una società per una minoranza giovane e digitalizzata, lasciando indietro la maggioranza che ha reso possibile il benessere attuale. La vera innovazione non consiste nel sostituire ogni procedura con una applicazione informaticaa, ma nel progettare sistemi ibridi, accessibili, inclusivi. Sportelli fisici potenziati, assistenza telefonica umana qualificata, versioni semplificate delle piattaforme, formazione continua e, soprattutto, un cambio di mentalità: la tecnologia deve servire l’uomo, non selezionare chi è “degno” di accedere ai servizi. Lasciare indietro chi ci ha preceduto non è evoluzione: è egoismo camuffato da progresso. Una società matura si misura dalla capacità di prendersi cura di tutti i suoi membri, soprattutto dei più fragili. Solo così potremo dire di essere davvero moderni, non perché usiamo uno smartphone, ma perché non dimentichiamo l’umanità di chi li usa con difficoltà.   Manuela Zafferani     Redazione Italia
June 28, 2026
Pressenza
Il caldo non è democratico: le città dove la crisi climatica colpisce i più vulnerabili
Il nuovo rapporto di Greenpeace Italia mostra come il caldo estremo colpisca soprattutto anziani, bambini, persone senza dimora e famiglie vulnerabili. Napoli è uno dei simboli di una crisi che riguarda ormai tutto il Paese. Napoli brucia. Lo fa da anni, ma adesso i numeri lo dicono con una precisione che non lascia margini all’interpretazione. Il 96% dei residenti vive in quartieri dove la temperatura superficiale media supera i 40 gradi. L’isola di calore urbana supera gli 11 gradi di differenza rispetto alle campagne circostanti. Quasi 5 mila persone senza dimora dormono in strada. Sono dati del nuovo report di Greenpeace Italia, L’estate che scotta, pubblicato a giugno 2026 con il contributo dei ricercatori ISTAT Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli. Napoli non è un caso isolato. È, semmai, il riassunto più visibile di una condizione strutturale che riguarda le città italiane nella loro interezza. La quota di giornate estive con una temperatura percepita superiore ai 32 gradi è passata dal 39% degli anni Novanta al 62% del quinquennio 2021-2025. Non è un’eccezione climatica. È la norma nuova. È ciò che chiamiamo estate. Nel 2025, le regioni con più giornate oltre quella soglia sono state la Puglia, con il 79% delle giornate estive, seguita da Sicilia e Basilicata al 68%, Emilia-Romagna al 67% e Lombardia al 65%. Non è più una questione meridionale: è una questione italiana. L’indicatore utilizzato dal report per misurare lo stress termico percepito è l’UTCI, Universal Thermal Climate Index, un indice biometeorologico che non considera solo la temperatura dell’aria ma combina umidità, vento e radiazione solare. Oltre i 32 gradi di UTCI il corpo fatica a disperdere il calore accumulato, attiva meccanismi di difesa come la sudorazione eccessiva e l’aumento della circolazione sanguigna verso la pelle, con conseguente disidratazione, perdita di sali minerali e aumento della frequenza cardiaca. Se l’esposizione è prolungata o associata ad alta umidità e scarsa ventilazione, compaiono stanchezza, crampi, vertigini, difficoltà di concentrazione. Nei casi più gravi, il colpo di calore. Nelle città questo processo è amplificato da un fenomeno specifico che il report misura con precisione: le isole di calore urbane. La differenza di temperatura superficiale tra il tessuto urbano e le aree rurali circostanti può superare abbondantemente i 6 gradi considerati già critici dalla NASA. In Italia, nell’estate 2025, la stragrande maggioranza dei capoluoghi di regione ha registrato isole di calore ben più intense. Il caso più paradossale è quello di Torino: seconda in classifica per temperatura superficiale assoluta con 44,2 gradi di media massima estiva, è però prima per intensità dell’isola di calore, con oltre 15 gradi di differenza rispetto alle aree collinari e boschive che la circondano. Significa che una città già calda in termini assoluti accumula un surplus termico ulteriore prodotto dalla propria struttura urbana, dagli edifici, dall’asfalto, dai motori dei condizionatori sempre in funzione, dalla scarsità di verde. L’unica eccezione positiva è Bari, dove l’isola di calore è addirittura negativa: la città registra temperature leggermente inferiori rispetto alle campagne circostanti, per effetto della brezza marina e della morfologia del territorio. Non a caso è considerata la città con il miglior clima d’Italia secondo l’indice del Sole 24 Ore. C’è poi il problema delle notti. Nelle zone cementificate il caldo non si esaurisce al tramonto. Si parla sempre più spesso di notti tropicali, definite come le notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi. L’assenza di un’escursione termica significativa disturba il sonno, debilita il fisico e aumenta i rischi cardiovascolari. A Milano, secondo i dati di ARPA Lombardia, dal 2014 al 2021 la soglia di 60 notti tropicali all’anno — che era la media storica del trentennio 1981-2010 — è stata superata ogni anno, con picchi oltre le 80 notti. Il caldo, in queste condizioni, non è più una variabile stagionale ma una pressione continua sull’organismo, senza pause notturne di recupero. L’87% degli abitanti dei capoluoghi di regione — 8,2 milioni di persone — vive in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime supera i 40 gradi. Tra loro ci sono 283 mila bambini sotto i cinque anni e 1,1 milioni di anziani sopra i 74. Torino ha il 98% della popolazione residente in aree con isole di calore intense o molto intense. Roma supera i 44 gradi di temperatura superficiale assoluta. I numeri non descrivono un’emergenza futura: descrivono la realtà urbana attuale. Il caldo, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può permettersi un condizionatore, un appartamento ben isolato, un quartiere con alberi, un lavoro al chiuso, attraversa l’estate con disagio ma senza rischi immediati. Chi non può, subisce conseguenze che vanno dalla perdita del sonno al colpo di calore, dall’aggravamento delle patologie croniche al rischio cardiovascolare acuto. Il report introduce il concetto di cooling poverty, elaborato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: le famiglie più povere spendono fino all’8% del proprio budget in elettricità per il raffrescamento, contro lo 0,2-2,5% delle famiglie ad alto reddito. Il caldo impoverisce ulteriormente chi è già in difficoltà, rendendo il raffrescamento una spesa necessaria e insostenibile nello stesso tempo. La cooling poverty non è solo l’impossibilità di acquistare un condizionatore: riguarda chi vive in case non isolate, in quartieri senza verde, in edifici con reti elettriche inefficienti, in contesti dove anche la soluzione tecnica più semplice è inaccessibile per ragioni economiche o strutturali. Le città italiane non si stanno surriscaldando per caso. L’asfalto, il cemento, la mancanza di verde, la scarsa ventilazione di quartieri costruiti senza alcuna previsione climatica sono il risultato di scelte urbanistiche decennali. Le stesse logiche che hanno espulso i più poveri verso le periferie cementificate, lontano dal mare o dai parchi, hanno costruito le condizioni dell’emergenza termica che oggi si misura quartiere per quartiere. Il report di Greenpeace permette proprio questo: incrociare i dati termici satellitari con il censimento ISTAT per sezione di censimento, individuando chi vive dove il calore è più intenso e chi sono le persone più vulnerabili in quelle zone. Il dottor Carlo Modonesi, del Comitato Scientifico di ISDE Italia, ricorda nel report che i rischi sanitari legati alle ondate di calore non sono semplici meccanismi di azione-reazione. Coinvolgono una cascata di eventi fisiopatologici: eventi cardiovascolari, insufficienza renale, colpi di calore, aggravamento di patologie croniche. Il carico termico netto che grava su chi è esposto dipende non solo dalla temperatura dell’aria ma dalla temperatura radiante media, dalla velocità del vento, dall’umidità assoluta, dal metabolismo individuale. Gli anziani sudano meno per effetto del normale invecchiamento fisiologico e sperimentano quindi una maggiore ipertermia a parità di stress termico. I bambini faticano a disperdere il calore. I senza dimora non hanno un luogo dove rifugiarsi. Nelle città europee la mortalità associata al calore è aumentata di 52 decessi per milione nell’arco di pochi decenni, e le allerte per caldo estremo nel periodo 2015-2024 sono aumentate del 316% in Europa meridionale rispetto al decennio 1991-2000. La dimensione globale del fenomeno è altrettanto allarmante. Uno studio pubblicato nel 2025 su Scientific Reports ha calcolato che nello scenario emissivo peggiore, entro fine secolo 217 delle 1.563 grandi città analizzate potrebbero superare una temperatura media annuale di 29 gradi, considerata oltre la soglia della nicchia climatica ideale per gli esseri umani. Sarebbero a rischio oltre 320 milioni di persone. I centri più esposti si trovano in Asia e Africa, dove le città partono già da temperature elevate e dispongono di risorse limitate per l’adattamento. Ma lo stesso studio segnala che in Europa le temperature cresceranno più rapidamente che nel resto del mondo, in tutti gli scenari emissivi: nello scenario peggiore si parla di una media di +4 gradi per le città europee entro il 2100. Napoli incorpora tutto questo con una coerenza brutale. Una città dove il 92% della popolazione è esposto a isole di calore intense, dove quasi 5 mila persone senza dimora abitano le strade più calde d’Italia, dove il patrimonio edilizio pubblico è spesso il meno isolato termicamente, il più vulnerabile, il più abbandonato dalla manutenzione ordinaria. Chi vive in un alloggio di edilizia residenziale pubblica senza impianto di climatizzazione, in un quartiere privo di alberature, non ha alternative praticabili. L’emergenza termica non è per queste persone un fastidio stagionale da gestire con qualche accorgimento: è una condizione strutturale che si aggrava ogni anno. Il Mediterraneo si sta scaldando più rapidamente della media globale. Davide Faranda, direttore di ricerca al CNRS di Parigi e autore IPCC citato nel report, è esplicito: le ondate di calore non sono più eventi eccezionali, sono la conseguenza diretta del riscaldamento causato dai combustibili fossili, rese più probabili e intense dal cambiamento climatico antropogenico. Greenpeace chiede al governo italiano una tassazione dei profitti delle aziende fossili e un piano per il phase-out del gas entro il 2035. Sono richieste necessarie. Ma accanto alla transizione energetica occorre affrontare anche ciò che la transizione da sola non risolve: la qualità del patrimonio abitativo pubblico, la rigenerazione urbana nei quartieri più cementificati, il diritto al raffrescamento come dimensione concreta del diritto all’abitare.   Fonti * https://www.greenpeace.org/italy/ * https://www.istat.it/ * https://www.isde.it/ * https://www.cmcc.it/ * https://www.nasa.gov/ * https://www.scientificreports.com/ * https://www.ipcc.ch/ * https://www.arpa.lombardia.it/ Francesco Russo
June 25, 2026
Pressenza
[entropia massima] AntropoLogica
Puntata 28 di EM, quinta del ciclo Antropologica. Parliamo di un libro che si intitola "Curare stanca. Il riconoscimento del caregiving in Italia", scritto da un antropologo, Francesco Diodati. Il testo ci permette di riflettere sui meccanismi complessi che attraversano le pratiche di cura delle persone anziane non autosufficienti.
June 1, 2026
Radio Onda Rossa