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Verdure invece di mitragliatrici: costruire la pace con l’agricoltura biologica
Laddove prima infuriava una guerra civile, ora non c’è più fame, poca povertà e praticamente nessuna criminalità. Ciò che un sindaco filippino ha realizzato con il suo programma “Arms to Farms” nella città di Kauswagan, che conta 27.000 abitanti e 13 villaggi (barangay), non ha eguali. È la storia di successo di un comune dell’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine, che si propone come modello a livello mondiale per la risoluzione delle sfide sociali. Dimostra inoltre che le cause dei conflitti bellici spesso risiedono in tutt’altro rispetto a quanto sembri a prima vista. L’iniziatore e la mente dietro questo successo ispiratore è il sindaco Rommel C. Arnado. L’uomo d’affari di successo si è rivelato un grande visionario e un pragmatico uomo d’azione. Aveva vissuto con la sua famiglia negli Stati Uniti per 28 anni, finché durante una visita nella sua terra d’origine non trovò condizioni desolate: una guerra civile decennale tra ribelli islamici e truppe governative aveva il suo epicentro nella provincia di Lanao del Norte e in particolare nella sua città natale. Quando i ribelli del Moro-Islamic Liberation Front (MILF) occuparono la città e presero 300 ostaggi, il presidente filippino si recò personalmente a Kauswagan e dichiarò letteralmente al MILF la «guerra totale». Ciò non portò alla pace, ma solo al protrarsi del conflitto violento e delle uccisioni. Rommel Arnado, invece, aveva una visione di «pace totale». Sebbene non avesse alcuna esperienza politica, decise di assumersi delle responsabilità. Nel 2010 si candidò a sindaco. Secondo le sue parole, la motivazione principale era un profondo senso di giustizia e responsabilità politica per il benessere delle persone – ma soprattutto la sua fede cristiana. Mentre tutti vedevano nella guerra civile principalmente un conflitto tra religione cristiana e islamica, Arnado giunse a una diversa conclusione, ovvero che le cause effettive degli scontri sanguinosi erano la grave povertà, la fame estrema e la corruzione dilagante. Ha così avviato l’audace e ambizioso progetto “From Arms to Farms”, che può essere descritto in modo più appropriato con lo slogan del movimento per la pace della DDR “Trasformare le spade in aratri”. L’AGRICOLTURA BIOLOGICA PORTA PACE, SALUTE E BENESSERE Il sindaco riuscì inizialmente a instaurare un dialogo con i capi ribelli, estremamente diffidenti e delusi da accordi politici o promesse non mantenute, e a conquistarli poco a poco alla sua idea: portare pace e benessere a Kauswagan e nella regione circostante attraverso l’agricoltura e una politica responsabile. All’inizio era rischioso raggiungere i campi dei ribelli nella giungla. Probabilmente sarebbe stato ucciso già lungo il tragitto se non avesse conosciuto alcuni dei “kumander” dai tempi della scuola e dal campo da basket. Una consulente per l’agricoltura biologica accanto a un ribelle a Kauswagan. © Bernward Geier Per il sindaco Arnado era chiaro che il suo programma agricolo sarebbe stato sostenibile solo se basato sui metodi naturali dell’agricoltura biologica e non gravato dai costi elevati di fertilizzanti, sementi e pesticidi. I capi ribelli della regione e le loro truppe si sono quindi fatti formare all’agricoltura biologica e reintegrare nei loro villaggi. Alla fine, 15 “kumander” del MILF con le loro truppe aderirono al programma “From Arms to Farms”, grazie al quale circa 5.000 guerriglieri smisero di combattere e uccidere e si impegnarono per la pace. Il sindaco Rommel non ottenne il consenso con l’approccio pacifista «creare la pace senza armi», poiché non aveva chiesto ai combattenti di consegnare le armi. Al contrario, li esortò dicendo: «Non voglio che consegniate le vostre armi, ma che apriate i vostri cuori». Questo approccio si rivelò vincente. Quando si apre il proprio cuore al nemico, non si vuole più ucciderlo. E l’incredibile è avvenuto: oggi cristiani e musulmani vivono insieme nella regione di Kauswagan in modo pacifico, solidale e amichevole. “Non solo ha trasformato i guerriglieri in agricoltori biologici. Nel suo consiglio comunale, in una regione a maggioranza musulmana, un quarto dei membri sono donne e ha riservato un seggio nel consiglio a un giovane, che può essere eletto dai giovani a partire dai 15 anni”, così il leader ribelle “Kumander Bravos” descrive la sua visione dello sviluppo avviato da Arnado e da “Arms to Farms”. «Ogni villaggio è rappresentato nel consiglio comunale da un “capitano” eletto dagli abitanti», continua. Rommel ha anche avviato un ampio programma di formazione in cui giovani e adulti possono qualificarsi per diverse professioni. Le esperienze con l’agricoltura biologica hanno portato anche a una protezione sistematica della natura a Kauswagan. «Così, quasi tutta la costa è stata dichiarata riserva naturale». LA FIDUCIA È IL FONDAMENTO DELLA PACE La maggior parte dei ribelli è tornata alle proprie radici come agricoltori. Non solo hanno ricevuto una formazione sull’agricoltura biologica, ma hanno anche ottenuto assistenza tecnica da un consorzio di macchine agricole, oltre a prestiti per l’acquisto di sementi e fertilizzanti biologici. Ciò è stato possibile, tra l’altro, grazie al sostegno della Fondazione cattolica Francesco d’Assisi. Gli ex combattenti hanno così sperimentato per la prima volta nella loro vita che un politico mantiene le promesse. Grazie a questa base di fiducia, in un tempo straordinariamente breve è stato possibile convertire al 100% l’agricoltura di Kauswagan ai metodi biologici. L’organizzazione per l’agricoltura biologica di Kauswagan durante la distribuzione di piantine. © Comune di Kauswagan, Lanao del Norte, via FB Ciò ha portato a un aumento significativo della produzione alimentare, incrementando così del 40% il reddito degli agricoltori. Insieme ai programmi per circa 150 pescatori, ciò ha contribuito in modo significativo a far sì che oggi a Kauswagan non ci sia più fame. Tutto questo è stato reso possibile soprattutto grazie al potenziamento del dipartimento agricolo dell’amministrazione comunale. Dei 300 dipendenti del municipio, ben 50 concentrano le loro energie e il loro lavoro sul settore agricolo, compreso un liceo agrario con 120 studenti. Attualmente, in collaborazione con l’Università statale di Mindanao, è in fase di realizzazione un campus dedicato all’agricoltura. Ulteriore prosperità è derivata dall’insediamento di una centrale a carbone, che oggi dà lavoro a 500 persone, nonché dalla rinascita del turismo, che si era arrestato durante la guerra civile. Sulla scia della ripresa sono sorte molte piccole imprese e attività commerciali nei settori più disparati, che a loro volta garantiscono posti di lavoro sicuri e un reddito agli abitanti. Di conseguenza, dal suo primo mandato nel 2010 (nel frattempo è stato rieletto quattro volte), il sindaco ha aumentato in modo significativo il gettito fiscale della città, che era praticamente pari a zero, consentendo oggi numerosi investimenti nell’ulteriore sviluppo di Kauswagan. L’ISTRUZIONE È LA BASE DELLO SVILUPPO Per gli enormi progressi nel campo dell’alfabetizzazione, Kauswagan è stata insignita per quattro volte del premio nazionale per l’istruzione. Il sindaco è riuscito a tenere sotto controllo anche il problema della tossicodipendenza, grave anche nelle Filippine. Da un lato, il consumo di droga è strettamente legato alla povertà e, dall’altro, con il “Balay Silangan Center” ha creato un centro di riabilitazione noto ben oltre i confini di Kauswagan, dove anche persone provenienti da altre città e province possono seguire una terapia di disintossicazione gratuita. Ormai in città non c’è praticamente più criminalità. Campagna pubblicitaria del Comune di Kauswagan contro il consumo di droga. © Comune di Kauswagan, Lanao del Norte, via FB «Il sindaco Arnado è un dono del cielo», afferma con entusiasmo l’ex tesoriere comunale Laudacio Lacang descrivendo i cambiamenti avvenuti nell’ex città fantasma. «Ha trasformato questo comune dalle ceneri in un paradiso. È un modello di eccellenza, un pacificatore e un promotore dello sviluppo economico». Il sindaco Arnado è sinonimo di lungimiranza, coraggio, saggezza e umanesimo vissuto. Egli stesso, tuttavia, non lascia dubbi sul fatto che tutto ciò sia stato possibile solo perché si sono riunite persone accomunate da un sogno di pace. La storia di successo di Kauswagan ha quindi un padre e molti genitori. In primo luogo i leader ribelli e i capi di quartiere (Barangay Captains), nonché il consiglio comunale e i dipendenti dell’amministrazione comunale. Il processo di pace e lo sviluppo sostenibile esemplare di Kauswagan hanno ormai raggiunto un alto grado di notorietà nelle Filippine e in Asia. L’anno scorso Kauswagan ha vinto (tra quasi 1.500 candidati) il concorso nazionale per il comune più innovativo e sostenibile del Paese. A dicembre, a Ginevra, Rommel Arnado ha ricevuto l’International Policy Award del World Future Council, noto anche come «Oscar della politica». Questo evento è un chiaro segnale che il mondo può trarre ispirazione e motivazione dall’iniziativa «Arms to Farms». INTERVISTA A ROMMEL ARNADO Bernward Geier: Signor Arnado, quando nel 2010 è diventato sindaco di Kauswagan, si è trovato di fronte a una sfida enorme. Qual era? Arnado: All’inizio ero un vero e proprio novellino in politica. La gente viveva in uno stato di paura costante e spesso scappava letteralmente per salvarsi la vita, perché la nostra regione era l’epicentro di una guerra civile. Non c’era alcuna fiducia nel governo locale e regionale. La sfida principale era ristabilire la pace e l’ordine e organizzare la ricostruzione. Qual era la causa della violenza e della distruzione? Il motivo principale era la situazione disperata della popolazione a causa della grande povertà. Il fallimento totale della politica e dell’amministrazione aveva portato addirittura a una carestia e questa, a sua volta, alla guerra civile. Nel suo piano per la pace e la ricostruzione, l’agricoltura biologica ha svolto un ruolo centrale. Perché? Dovevo ricostruire la fiducia nella politica e restituire dignità alle persone. Volevamo che Kauswagan diventasse non solo una regione di pace, ma anche un centro per la produzione di alimenti sicuri e sani. La visione del programma «From Arms to Farms» si basa su due pilastri: la pace e lo sviluppo sostenibile. Era chiaro per noi che l’agricoltura biologica fosse una chiave per combattere la fame. Grazie all’agricoltura biologica siamo riusciti a evitare la dipendenza, i costi e il degrado ambientale causati dai metodi di coltivazione industriali, aumentando così in modo significativo il reddito delle famiglie contadine. Ciò ha portato sicurezza alimentare e progresso sostenibile. Cosa offriva il programma «From Arms to Farms»? Abbiamo offerto ai ribelli di deporre le armi in cambio di terra e formazione in agricoltura biologica. Inizialmente hanno accettato alcuni comandanti e 100 guerriglieri. Poi sono diventati 600 e alla fine migliaia di guerriglieri hanno deposto le armi. Al Global Forum for Food and Agriculture (GFFA) nel gennaio 2025, il sindaco Arnado ha parlato su invito del Ministero federale tedesco dell’economia. © GFFA Com’è oggi la situazione a Kauswagan? Qual è il tasso di povertà? I nostri programmi hanno cambiato radicalmente in meglio la situazione socio-economica della popolazione. Il tasso di povertà è sceso in nove anni da quasi l’80% al 9%. Ciò è stato possibile, tra l’altro, grazie al fatto che tutte le famiglie sono ora in grado di produrre autonomamente i propri generi alimentari. Con il nostro programma di formazione non abbiamo raggiunto solo gli ex ribelli, ma alla fine tutti gli abitanti della regione. Abbiamo creato orti comunitari nei villaggi e da cinque anni è obbligatorio per ogni famiglia aderirvi, se non è in grado di provvedere al proprio sostentamento con il proprio orto. In città non c’è più fame. Collaborate anche con Demeter, Naturland e Misereor. A quale scopo? Con Demeter International collaboriamo soprattutto per migliorare la nostra agricoltura biologica e stiamo passando gradualmente, insieme, alla coltivazione biodinamica. Stiamo inoltre sviluppando congiuntamente un sistema di certificazione. Con Naturland e Misereor abbiamo concluso un progetto per l’istituzione di un sistema di controllo partecipativo per la commercializzazione locale e regionale dei prodotti dei nostri agricoltori biologici. Attualmente stiamo valutando la possibilità di proseguire questa collaborazione significativa. La vostra storia di successo può servire da ispirazione per altre regioni? Molte città e regioni del nostro Paese stanno già adottando le nostre strategie. Attualmente, circa 500 sindaci fanno parte dell’Associazione Nazionale dei Sindaci Biologici. Inoltre, intratteniamo rapporti a livello mondiale con Paesi interessati come Colombia, Guatemala, Cina, Mongolia e Brasile. Siamo lieti di trasmettere le nostre conoscenze ed esperienze, in particolare nelle regioni in guerra, che purtroppo al momento sono più di 30 in tutto il mondo. Quali sono i vostri progetti per il futuro? Stiamo lavorando affinché Kauswagan diventi un centro nazionale e internazionale per l’apprendimento ecologico e sostenibile. A tal fine, stiamo anche creando un istituto per l’agricoltura biologica in collaborazione con l’università. In questo modo vogliamo aiutare molte regioni a intraprendere il percorso verso un’agricoltura biologica al 100%. Ha qualche consiglio da dare anche al Nord del mondo? Il mio consiglio ai politici è soprattutto quello di ascoltare le persone, ma anche di far seguire alle parole i fatti. È di fondamentale importanza garantire il soddisfacimento dei bisogni essenziali. Storicamente, il Nord del mondo ha sfruttato in modo estremo e brutale le risorse naturali e le persone del Sud attraverso il colonialismo, cosa che vale in modo particolare per il mio Paese. Purtroppo, in definitiva, questo accade ancora oggi e deve finire. Cosa dovrebbe cambiare? La maggior parte dei paesi del Sud del mondo desidera svilupparsi in modo ecologico e sostenibile. A tal fine, è necessario rafforzare in modo significativo il sostegno proveniente dal Nord. L’Europa, e in particolare la Germania, con la sua forte economia, dovrebbero sostenere maggiormente questo sviluppo sostenibile e la lotta contro la catastrofe climatica a livello mondiale. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Bernward Geier è, fin da giovane, un pacifista impegnato, attivista ambientale e pioniere dell’agricoltura biologica, giornalista, autore di libri e regista. È stato per 18 anni direttore della Federazione Internazionale dei Movimenti per l’Agricoltura Biologica (IFOAM – Organics International) e vive in una fattoria biologica in Germania. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Pressenza Muenchen
March 29, 2026
Pressenza
ProMosaik Poetry – un Manifesto aperto per una poesia del cambiamento e dei diritti umani
ProMosaik Poetry è un progetto aperto di ProMosaik Art, convinto dell’importanza della poesia e della terapia della poesia in un’epoca difficile caratterizzata da guerre, militarizzazione, violenza e narrative del potere. Qui di seguito la fondatrice, Milena Rampoldi, presenta il “Manifesto” dei principi fondamentali di ProMosaik Poetry come impulso per posizionare la dimensione della poesia, dell’estetica e dell’impegno per i diritti umani e il dialogo al centro della vita delle persone che aspirano al cambiamento e alla pace. LA POESIA NON È ELITARIA La poesia deve essere resa accessibile a tutti. Siamo tutti poeti. Questo approccio universale alla poesia/poetoterapia è fondamentale per i gruppi emarginati e discriminati. Audre Lorde nel suo saggio “La poesia non è un lusso” afferma: > “Per le donne la poesia non è un lusso. È una necessità vitale della nostra > esistenza. È la qualità della luce in cui ancoriamo le nostre speranze e i > nostri sogni di sopravvivenza e di cambiamento, che si traducono prima nel > linguaggio, poi nelle idee e infine in azioni più concrete”. La poesia è la voce di chi vuole cambiare il mondo dal basso. Chi considera la poesia come una forza non elitaria, si occupa della poesia dei gruppi emarginati e non la svaluta come poesia sgradevole, ma riconosce il suo sostanziale potenziale di sconvolgimento sociale e politico. LA POESIA PROMUOVE L’ACCETTAZIONE DI SÉ E IL CAMBIAMENTO SOCIALE La poesia è un linguaggio creativo ed emotivo che viene dall’anima ed esprime emozioni e sentimenti. Attraverso la poesia si giunge alla conoscenza/accettazione di sé, esprimendo tutto. Nella poesia raccontiamo noi stessi e la nostra storia mediante simboli e immagini. La poesia influisce sulla società in senso lato e si trasforma nella voce della lotta per i diritti umani, posizionandosi contro guerra, militarismo, oppressione politica, violenza contro le donne e abusi sui bambini. La poesia supera discriminazione e razzismo. LA POESIA È ALLO STESSO TEMPO INTERDISCIPLINARE, MULTIDISCIPLINARE E TRANSDISCIPLINARE La poesia crea immagini mentali ancorate alla vita emotiva della persona e della sua cultura e società. Esiste uno stretto legame tra poesia ed espressione artistica generale. La poesia può essere espressa sotto forma di duetti in collegamento con altre correnti artistiche. La poesia è interdisciplinare, multidisciplinare e transdisciplinare. L’interdisciplinarietà rappresenta un’interazione interdisciplinare attraverso la quale si combinano armoniosamente diverse discipline per creare innovazione. La multidisciplinarietà, a differenza dell’interdisciplinarità, non produce l’integrazione, ma l’elaborazione parallela di un argomento in diverse discipline. La transdisciplinarità sostiene la poesia e supera il suo carattere elitario, attribuitole nella storia e dato per scontato in una determinata cultura, senza mai metterlo in discussione. Questo approccio supera il mondo accademico, coinvolgendo i partner sociali nella creazione di conoscenze condivise che combinano competenze scientifiche e pratiche. La poesia trasforma le relazioni interpersonali nella società e nella politica. LA POESIA È DIALOGO Secondo il concetto di Martin Buber, la poesia è dialogo. La poesia del dialogo, grazie al suo potenziale innovativo, cambia e migliora il mondo locale e globale. La poesia è un luogo di incontro, tra il poeta e se stesso, tra il poeta e il lettore e tra il poeta e la società o il mondo in generale. Il poeta non parla mai con se stesso, ma sempre con un “tu”. Il dialogo per ProMosaik Poetry significa impegno per la pace e resistenza contro ogni forma di oppressione, discriminazione, esclusione, razzismo e colonialismo. Ovunque dominano la brutalità e la stupidità, l’indifferenza e la malvagità, la violenza contro le donne, la tratta di esseri umani, l’abuso di bambini e la proliferazione di droghe e prostituzione, l’astuzia e il calcolo del potere. L’autentico socialismo è degenerato e si piega al potere delle lobby delle armi. Gli anarchici sono diventati una forza d’élite. La vita delle persone è priva di senso o svuotata di qualsiasi significato. I gravi problemi economici del mondo capitalista, lacerando sempre più la forbice tra ricchi e poveri, danno un’immagine di un’Europa pericolosa e narcisistica, caratterizzata da declino demografico e passivazione della popolazione, messa a tacere da pane e giochi, digitalizzazione forzata e superficialità. Questi fenomeni vanno di pari passo con la radicalizzazione del pensiero di destra, diretto contro migranti e richiedenti asilo, e la totale esclusione della dimensione del bello e del vero dalla vita delle persone. Il brutale genocidio di Israele nella Striscia di Gaza e l’avanzata del sionismo armato con i suoi obiettivi espansionistici-imperialisti, che hanno raggiunto il loro apice con l’attacco allo stato sovrano dell’Iran, la mancanza assoluta di coraggio civile nella vita quotidiana delle persone, capovolgono ogni ideologia. Gli avversari politici non si combattono più con dialettica ed intelligenza, ma da macchine irrazionali di demonizzazione. Quello che ci rimane per opporci a questo mondo sono le nostre voci, che possiamo o non possiamo alzare, con tutte le conseguenze possibili e sapendo che possono essere soffocate. Nel senso di Martin Buber, non vedo il tu come oggetto, ma come soggetto. Per dirlo con le parole di Edward Said, il tu non viene orientalizzato, ma riconosciuto come soggetto autonomo. La lotta contro violenza e brutalità presuppone la promozione di giustizia sociale e diversità. Questo a sua volta presuppone l’esistenza di un contratto sociale diverso da quello capitalista-imperialista. E questo a sua volta presuppone che le persone comunichino e si confrontino con i punti di vista e le idee altrui. Questa comunicazione richiede la rimozione dell’alienazione sociale, controllata dalla demagogia di chi governa. Infine, la lotta contro la violenza e la brutalità presuppone la fine del sistema di dominio, che poggia proprio su questa violenza e brutalità. L’esclusione e l’emarginazione producono una violenza ancora maggiore. Il silenzio e la rimozione dei problemi favoriscono la violenza. Dove non si pronunciano più parole, dove non ci si impegna più per la diplomazia, parlano le armi sofisticate della nostra era digitale. LA POESIA È UNA FORZA CHE CURA L’INDIVIDUO E LA SOCIETÀ Per ProMosaik, la poetoterapia è un aspetto importante della poesia e del lavoro con la poesia come forza curativa per l’individuo e la società. La poetoterapia è un approccio innovativo all’arteterapia e presuppone che la scrittura di versi poetici supporti l’autosviluppo. Nel contesto contemporaneo, la poetoterapia si concentra sempre più sull’aspetto biografico della poesia. Attraverso la poesia, soprattutto per le donne che hanno subito traumi e violenze, è possibile socializzare esperienze di sé e raccontare storie di vita sotto forma di immagini e simboli metaforici. La poetoterapia rafforza l’autostima e la resilienza. Costruisce un ponte tra la psicoterapia e la psicologia sociale e la sociologia psicologica. HA UN EFFETTO CURATIVO SULL’INDIVIDUO E SULLA SOCIETÀ L’aspetto principale della poetoterapia è il suo metodo collaborativo, che può aiutare le persone emarginate e traumatizzate a costruire l’autostima come individui e come gruppo. Il vantaggio della poesia è che è una forma di espressione universale dell’anima umana, che agisce a livello interculturale ed esprime anche il suo potenziale di cambiamento interreligioso. Nel setting della poetoterapia, la poesia si trasforma in una forza di problem-solving e di elaborazione creativa di soluzioni socio-politiche alternative. La poetoterapia dovrebbe anche superare l’ambito della psicoterapia, affermandosi come socioterapia. Mediante la poetoterapia, le persone rielaborano la propria biografia e ottengono un accesso migliore alle proprie emozioni. L’aumento dell’autostima ha un effetto positivo sulla società come potenziale di cambiamento. Come le soluzioni socio-politiche in una società sono sempre aperte, così lo è anche la poesia. La poesia ci offre l’opportunità di esplorare possibilità alternative e di credere in un cambiamento reale. LA POESIA È POLITICA La poesia è sempre politica, indipendentemente dal fatto che includa un approccio diretto alle questioni politiche o piuttosto consideri la poesia come un ritiro dal campo d’azione politico. Ogni poeta fa parte di una società ed è politicamente coinvolto in essa. La poesia politica autentica si oppone a regimi ingiusti, oppressione, guerra, disuguaglianza o oppressione politica. La poesia è una forza persuasiva che sprona al cambiamento politico. Possiede potenti mezzi di sconvolgimento e può stimola la lotta per la giustizia sociale e i diritti umani. Anche in campo politico, la poesia non è un “lusso”, perché non è elitaria e abbraccia le idee di tutti, perché siamo tutti poeti. La poesia è la voce degli oppressi. LA POESIA È UN MEZZO PER DIFENDERE I DIRITTI UMANI La poesia per i diritti umani può essere scritta sia da poeti che analizzano e denunciano le violazioni dei diritti umani che dalle vittime a cui danno voce. Una tematica importante della poesia per i diritti umani è la poesia della resistenza contro il colonialismo / neocolonialismo / sionismo. ProMosaik
March 16, 2026
Pressenza
Cuba. Díaz-Canel apre al dialogo, ma senza piegarsi
In un mondo segnato da tensioni geopolitiche e da un crescente ritorno alla logica della forza, la decisione del presidente cubano Miguel Díaz-Canel (assunta in sintonia con il predecessore Raul Castro, protagonista accanto al fratello Fidel e a Che Guevara, della Rivoluzione che dà oltre 60 anni gli USA tentano […] L'articolo Cuba. Díaz-Canel apre al dialogo, ma senza piegarsi su Contropiano.
March 13, 2026
Contropiano
Riconciliare la sinistra
Se accettiamo la lezione di Rodrigo Nunes sulla melanconia e quella dell'ex presidente Mujica sulla concretezza, la risposta è chiara: l’unità non nasce dal culto della sinistra antifascista, nasce dalla sua funzione. Quando la sinistra torna a essere utile ai bisogni materiali del popolo, allora smette di essere una definizione e torna a essere un fatto. Continua a leggere→
February 14, 2026
Rizomatica
David Grossman a Napoli con Maurizio de Giovanni: dialogo sulla parola
Dialogo al Teatro Sannazaro tra scrittura, realtà e responsabilità delle parole Sono uscita dal Teatro Sannazaro con una sensazione difficile da definire. Più del tono pacato di David Grossman o delle domande dirette di Maurizio de Giovanni, a colpire è stata la semplicità delle parole. Parole chiare, quasi essenziali, che non cancellano la complessità della realtà ma offrono comunque una piccola chiave di lettura diversa, lasciando spazio a una forma di speranza. L’incontro al Teatro Sannazaro non ha avuto i contorni di una presentazione di libro nel senso tradizionale. Pur facendo riferimento all’ultima opera di Grossman, La pace è l’unica strada, è stato soprattutto un confronto sul valore della parola come responsabilità. Maurizio de Giovanni ha aperto citando Carlo Levi e ricordando che le parole sono pietre, capaci di costruire o di ferire, chiedendo se oggi abbiano ancora un peso reale in un mondo dominato da immagini e rumore. La risposta di Grossman è partita dal suo metodo di scrittura. Non trascrivere ciò che già esiste, ma inventare. Non come fuga, bensì come possibilità di trasformazione. Solo creando storie nuove, ha suggerito, si può cambiare la Storia. Ed è qui che il discorso si è legato apertamente alla realtà: secondo Grossman israeliani e palestinesi restano spesso intrappolati nella ripetizione degli stessi gesti e delle stesse parole. Cambiare narrazione non significa dimenticare il passato, ma interrompere un meccanismo che continua a produrre gli stessi esiti. Dalla letteratura, in questo senso, può nascere un diverso modo di guardare e quindi di agire. A un certo punto de Giovanni ha definito Grossman un creatore di compassione, riconoscendo nella sua scrittura la capacità rara di entrare nelle vite dei personaggi senza giudicarli, ma comprendendoli. Alla domanda su quale personaggio o sentimento gli fosse più vicino, Grossman ha risposto che quando scrive davvero bene finisce inevitabilmente per raccontare se stesso, ma non attraverso il ricordo bensì attraverso la creazione. È in quel punto, ha lasciato intendere, che nasce la letteratura: non nella ripetizione di ciò che si conosce, ma nello sforzo di immaginare qualcosa che prima non esisteva. Il dialogo si è chiuso su un terreno ancora più personale. De Giovanni ha parlato della propria città, Napoli, come di un luogo attraversato da molte ombre ma capace di rinascere proprio da quelle contraddizioni. Una città complessa, dolorosa a tratti, ma che vive nella pace e dentro la quale lui si riconosce pienamente. Da qui l’ultima domanda rivolta a Grossman, quasi dichiarata con affetto: come si può essere profondamente legati al proprio Paese e allo stesso tempo dissentire apertamente dalle sue scelte politiche. La risposta dello scrittore è arrivata breve, senza protezioni: sanno che amano i miei libri, ma non la mia politica. Una frase asciutta che ha chiuso l’incontro lasciando in sospeso il peso e il costo della libertà di parola. La sera precedente, nella basilica di San Giovanni Maggiore, il cardinale Mimmo Battaglia gli aveva conferito il premio Pellegrini di Pace. Un momento diverso, più simbolico e spirituale, ma attraversato dallo stesso filo: la richiesta di una pace che non sia tregua ma trasformazione reale. Le parole di Battaglia, una pace che non faccia vergognare di essere umani, hanno fatto da cornice a un evento partecipatissimo, quasi corale. Ed è proprio questa doppia presenza, religiosa e letteraria, istituzionale e dialogica, che ha acceso alcune polemiche. C’è chi ha osservato come, in un momento storico così lacerato, la visibilità concessa a un autore israeliano rischi di oscurare le voci palestinesi. È una riflessione che non può essere liquidata con leggerezza. Ma forse la questione non sta nello scegliere quale voce ascoltare, bensì nel non smettere di ascoltarne altre. La parola, se vuole essere davvero spazio di incontro, non può diventare esclusiva. Napoli, in queste giornate, ha mostrato insieme accoglienza e interrogativi, desiderio di dialogo e bisogno di confronto. Grossman non ha portato soluzioni. Ha portato un’idea semplice e difficile insieme: che la letteratura non serve a fuggire dalla realtà, ma a immaginarne una diversa prima che accada. E forse è questo il punto più politico, nel senso più umano del termine: cambiare la storia comincia dal cambiare il modo in cui la raccontiamo. Foto di Lucia Montanaro Ingresso del Teatro Sannazzaro di Napoli In scena David Grossman e Maurizio de Giovanni Lungo applauso per Grossman dal pubblico in sala. Il pubblico del Teatro Sannazzaro Lucia Montanaro
February 3, 2026
Pressenza
Appello di Delcy Rodriguez: “La pace è un diritto, il dialogo è un dovere”. Venezuela verso lo stato di emergenza contro aggressione USA
Nicolas Maduro, a fine dicembre 2025, avrebbe rifiutato un ultimatum del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di lasciare l’incarico e andare in esilio dorato in Turchia. Lo riferisce il New York Times citando diverse fonti americane e venezuelane coinvolte nei colloqui di transizione. Dopo la cattura arbitraria e illegale del Presidente venezuelano Nicolas Maduro – in violazione del diritto internazionale e dell’immunità personale assoluta (ratione personae) di cui godono i capi di Stato in carica dalla giurisdizione penale di altri Stati – la Corte Suprema del Venezuela ha ordinato alla vicepresidente del Venezuela, nonchè Ministra del Petrolio Delcy Rodriguez Gomez di assumere ad interim la presidenza. “Respingiamo il codardo sequestro del presidente costituzionale e nostro comandante in capo Nicolas Maduro. In osservanza alla decisione della Corte Suprema riconosciamo la designazione di Delcy Rodriguez” – ha dichiarato Vladimir Padrino López, capo dell’esercito e Ministro della difesa del Venezuela, aggiungendo – “Le forze armate del Venezuela hanno garantito la continuità democratica e continueranno a farlo: chiamo il popolo alla pace e all’ordine e a riprendere le sue attività economiche, lavorative ed educative. La patria deve rimettersi in cammino”. Il segretario di Stato USA Marco Rubio ritiene che la presidente ad interim Delcy Rodríguez non sia “la presidente legittima del Venezuela” poiché gli Stati Uniti non ritengono legittimo l’attuale governo. In una delle sue interviste tv, Rubio ha spiegato di capire che oggi in Venezuela ci sono persone “che sono quelle che possono effettivamente apportare dei cambiamenti”, ma ha precisato che questo è diverso dal riconoscere la legittimità del governo socialista bolivariano “che deriverà da un periodo di transizione e da un’elezione”, nonostante secondo Rubio sia prematuro parlare di elezioni in Venezuela. Rubio ha aggiunto di “essere molto coinvolto” nella transizione nel Paese. Gli Stati Uniti collaboreranno con i funzionari venezuelani “se prenderanno le decisioni giuste”, ha dichiarato Rubio in una serie di interviste ai network americani. “Il petrolio è fondamentale per il futuro del Venezuela”, ha aggiunto Rubio osservando di non attendersi che la transizione avvenga in poche ore: “queste sono cose che richiedono tempo”. Interessante infatti è stato scoprire che la Premio Nobel per le guarimbas – la fascista Maria Corina Machado – si sia subito proposta a Trump in quanto pronta a governare come “Presidente del Venezuela”, ma che Trump abbia declinato in quanto ‘non ha il sostegno necessario’. Questa è una grande ammissione dell’Amministrazione USA, che di fatto riconosce l’assoluta assenza di consenso verso la Machado. In qualche modo riconosce anche che la Machado sia un personaggio divisivo nella società venezuelana e che non avrebbe mai potuto vincere le elezioni presidenziali del 2024, nemmeno con il suo delfino Edmundo González Urrutia, senza consenso elettorale. La vicepresidente del Venezuela Delcy Rodríguez – secondo ANSA – avrebbe impressionato i funzionari di Donald Trump grazie alla sua gestione dell’industria petrolifera, cruciale per il Venezuela e questo li avrebbe convinti che possa essere una sostituta accettabile di Nicolas Maduro. Secondo l’articolo del New York Times, gli intermediari avrebbero convinto l’amministrazione USA che Rodriguez avrebbe protetto e sostenuto i futuri investimenti energetici americani nel Paese. “Seguo la sua carriera da molto tempo, quindi ho un’idea di chi sia e di cosa faccia” – ha detto un alto funzionario anonimo statunitense, riferendosi a Rodríguez – “Non sto affermando che sia la soluzione definitiva ai problemi del Paese, ma è certamente una persona con cui pensiamo di poter lavorare a un livello molto più professionale di quanto siamo riusciti a fare con lui”, ha aggiunto il funzionario, riferendosi a Maduro. Non si capisce quale attendibilità o funzione di “doppio gioco” abbiano queste dichiarazioni, ma sta di fatto che Trump, preferisce un’avversaria capace piuttosto che un’alleata senza consenso. Trump, spiega il Nyt, non aveva mai mostrato simpatia per la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado. Nonostante ciò, a partire da questo presupposto, Trump è già ricorso –  in un’intervista a The Atlantic, secondo quanto riporta l’agenzia Bloomberg – alle minacce contro la Presidente vicaria: “Se Delcy Rodriguez non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro”. Nonostante la condanna pubblica dell’attacco da parte di Rodríguez –  secondo altre informazione ambigue pubblicate da ANSA – un alto funzionario statunitense ha affermato che è troppo presto per trarre conclusioni sul suo approccio e che l’amministrazione rimane ottimista sulla possibilità di collaborare con lei. Rodríguez è riuscita a stabilizzare l’economia venezuelana dopo anni di crisi e ad aumentare lentamente ma costantemente la produzione di petrolio del Paese, nonostante l’inasprimento delle sanzioni statunitensi: un’impresa che le è valsa persino il rispetto, seppur riluttante, di alcuni funzionari americani. Mentre Trump affermava di “gestire la transizione democratica in Venezuela” e i media mainstream occidentali veicolavano l’idea che Trump avesse dato uno “spiraglio di luce democratico al Venezuela” e che abbia sotto scacco il governo bolivariano; Delcy Rodriguez ha chiesto la liberazione di Maduro e di Cilia Flores, ha dimostrato che il Venezuela è in mano a chavismo, che il governo bolivariano ha territorialità ed estremo consenso popolare. A dimostrarlo sono state le oceaniche manifestazioni a Caracas in questi giorni in sostegno a Maduro, alla Rodriguez e al loro governo chavista. Delcy Rodriguez, Presidente vicario del Venezuela, con un primo atto ufficiale, si è rivolta al mondo e agli Stati Uniti con quello che è stato chiamato “Messaggio dal Venezuela al mondo e agli USA”: «Il Venezuela riafferma la sua vocazione di pace e di convivenza pacifica. Il nostro paese aspira a vivere senza minacce esterne, in un contesto di rispetto e cooperazione internazionale. Crediamo che la pace globale si costruisca assicurando prima la pace di ogni nazione. Riteniamo prioritario procedere verso un rapporto internazionale equilibrato e rispettoso tra gli USA. e il Venezuela, e tra il Venezuela e i paesi della Regione, basato sull’uguaglianza sovrana e la non ingerenza. Questi principi guidano la nostra diplomazia con il resto dei paesi del mondo. Estendiamo l’invito al governo americano a lavorare congiuntamente su un’agenda di cooperazione, orientata allo sviluppo condiviso, nel quadro della legalità internazionale e rafforzi una convivenza comunitaria duratura. Presidente Donald Trump: i nostri popoli e la nostra regione meritano pace e dialogo, non guerra. Questa è sempre stata la situazione del presidente Nicholas Maduro ed è quella di tutto il Venezuela in questo momento. Questo è il Venezuela in cui credo, a cui ho dedicato la mia vita. Il mio sogno è che il Venezuela sia una grande potenza dove tutti i venezuelani e i venezuelani ci incontreranno bene. Il Venezuela ha diritto alla pace, allo sviluppo, alla sua sovranità e al futuro. Delcy Rodriguez, presidente incaricato della Repubblica bolivariana del Venezuela» Un messaggio di pace in perfetto stile della diplomazia bolivariana, fondata sulla “filosofia del dialogo”. Non stiamo parlando di una sprovveduta, stiamo parlando di una donna che, a gennaio 2025 al Congresso Mondiale Antisfascista a Caracas, prende la parola rivolgendosi alla classi popolari, agli indigeni, ai politici e ai giovani, chiedendo di creare un movimento popolare mondiale, capace di contrastare fascismo, colonialismo e imperialismo, e di denunciare le ingiustizie, come il massacro del popolo palestinese. Invita a lottare contro le organizzazioni fasciste in tutto il mondo, dall’Europa all’America Latina, sottolineando l’esempio del popolo cubano, che ha resistito con dignità e coraggio attraverso la rivoluzione. Rodriguez sa di cosa stava parlando: suo padre Jorge Antonio Rodriguez, fondatore della Liga Socialista, morì a soli 34 anni dopo essere stato sequestrato dalla CIA nel 1976, consegnato alla Polizia Politica e torturato fino alla morte sotto il governo autoritario e repressivo di Carlos Andrés Perez. Delcy era solo una bambina quando il corpo morto di suo padre venne restituito alle famiglia. Anche oggi lei si trova a lottare contro l’imperialismo e le interferenze esterne: lei stessa è stata sanzionata per il suo ruolo all’interno dell’amministrazione Maduro – oltre che dagli Stati Uniti – da Canada e dalla “neutrale” Svizzera, mentre l’UE l’ha inserita nella lista nera delle sanzioni Ue sin dal 2018. Nell’occasione del Congresso Mondiale Antifascista che Rodriguez indicò i responsabili del blocco economico: fascisti che chiedono a Washington di imporre restrizioni al proprio popolo. “Quando la proprietà dello Stato non appartiene al popolo ma a un singolo individuo, questo è fascismo. Il futuro dovrà sempre essere antimperialista. Viva il Venezuela! Viva!” – affermava Rodriguez. Per questo motivo, uno dei primi provvedimenti del suo governo – come da ordinamento costituzionale venezuelano – ha approvato il decreto di eccezione n. 5200 per difendersi dall’aggressione USA. Il decreto è stato pubblicato sulla gazzetta Ufficiale, conferisce ampi poteri al potere esecutivo e ordina alle forze di sicurezza di ricercare e catturare “qualsiasi persona coinvolta nella promozione o nel sostegno” della aggressione USA contro il Paese. Il documento, già firmato da Nicolás Maduro, è stato condiviso e controfirmato dalla presidente vicaria, Delcy Rodríguez. Questo decreto, che ha forza di legge, stabilisce una validità iniziale di 90 giorni, rinnovabile per un periodo uguale, e stabilisce misure eccezionali volte a preservare l’ordine interno, la sicurezza dello Stato e il funzionamento istituzionale in difesa da una aggressione militare esterna. Tra le disposizioni centrali, l’articolo 5 incarica gli organi di polizia nazionale, statale e municipale di intervenire immediatamente nell’identificazione, cattura e perseguimento delle persone che sono promuovono o  sostegno l’aggressione USA. Il testo indica che tali azioni devono essere svolte nel rispetto del giusto processo e del diritto alla difesa, nonostante la dichiarazione di eccezione. Il decreto ordina inoltre la militarizzazione delle infrastrutture dei servizi pubblici , dell’industria petrolifera e di altre industrie statali di base, e sottopone temporaneamente il personale al regime militare. Essa autorizza inoltre l’Esecutivo a requisire i beni ritenuti necessari per la difesa nazionale e a sospendere e limitare temporaneamente i diritti, pur mantenendo garanzie considerate inviolabili, come il diritto alla vita e al giusto processo. Questo il background di chi governa attualmente il Venezuela, in continuità democratica con il governo Maduro.   Ulteriori fonti: https://www.farodiroma.it/il-venezuela-agli-stati-uniti-dialogo-non-guerra-appello-di-delcy-rodriguez-in-una-crisi-che-ferisce-il-mondo-caracas-attonita-davanti-al-bivio-geopolitico-la-pace-e/ Lorenzo Poli
January 6, 2026
Pressenza
Quando la musica abbatte i muri: ad Algeri il coro Nagham celebra il Natale alla Basilica di Notre-Dame d’Afrique
In un’epoca in cui i media mainstream amplificano narrazioni di conflitto e incompatibilità tra religioni, giovedì 18 dicembre, a una settimana dal Natale, la Basilica Notre-Dame d’Afrique di Algeri ha offerto una risposta eloquente: la musica come linguaggio universale del dialogo e della convivenza. Protagonista della serata, la Chorale Nagham, ensemble polifonico algerino che da oltre trent’anni incarna l’ideale del vivre-ensemble attraverso il canto corale. La Chorale Nagham nasce nel 1994 per iniziativa del professor Rabah Kadem, pioniere del canto corale polifonico in Algeria, formatosi al Conservatorio di Algeri sotto la guida di maestri russi. Scomparso nell’agosto 2021 a 73 anni, Kadem ha lasciato un’eredità preziosa: generazioni di coristi formati all’eccellenza musicale e alla passione per il dialogo culturale. Oggi il testimone è passato ad Adel Brahim, giovane cantante lirico e direttore d’orchestra che guida il coro con lo stesso spirito del suo maestro. L’evento del 18 dicembre è stato annunciato dalla Chorale Nagham sui social media come una “serata musicale d’eccezione, in collaborazione con Notre-Dame d’Afrique”, promettendo “un momento di condivisione, di emozione e di armonia, portato dalle tradizioni e dal dialogo delle culture”. Una promessa mantenuta, a giudicare dall’atmosfera che ha pervaso la basilica quella sera. L’ingresso era libero, nei limiti dei posti disponibili, permettendo a chiunque di partecipare senza distinzioni. La risposta del pubblico è stata straordinaria: la basilica si è riempita di algerini di diverse generazioni e religioni. Giovani e anziani, uomini e donne, musulmani e cristiani, seduti gli uni accanto agli altri, accomunati dalla stessa emozione di fronte alla bellezza della musica. Chi è arrivato per primo ha trovato posto sui banchi di legno della chiesa; gli altri, rimasti in piedi in fondo alla cattedrale, non hanno voluto perdere lo spettacolo per nulla al mondo. All’ingresso, i sacerdoti accoglievano i presenti con il sorriso, incarnando lo spirito di apertura che caratterizza questo luogo. Sotto la direzione di Adel Brahim, la Chorale Nagham ha eseguito una ventina di brani tratti dal patrimonio musicale universale. Il programma spaziava attraverso lingue e stili: spagnolo, arabo, zulu, andaluso, gospel, russo. Tra i brani eseguiti: “Freedom”, “Belle qui tient ma vie”, “Por quererte tanto”, “Ozera” e “Alaki mini salam”, ciascuno interpretato con padronanza tecnica e intensità emotiva. Il fatto stesso che il coro canti in così tante lingue diverse rappresenta già un invito al vivre-ensemble. Come ha sottolineato uno dei sacerdoti a margine della serata: “Per vivere insieme abbiamo bisogno della pace. Durante tutto l’anno, quando possiamo avere degli artisti, cerchiamo di organizzare concerti per la promozione della concordia e della convivenza.” Il momento culminante dello spettacolo è arrivato con una sorpresa: i membri della Chorale Nagham si sono diretti al centro della cattedrale, tra i banchi degli spettatori, per l’esecuzione di “Oh, Holy Night” (O Santa Notte), il tradizionale canto natalizio. Un brano che non figurava nel programma distribuito all’inizio della serata, ma che ha trasformato la chiesa in un luogo di comunione profonda tra persone di diverse provenienze e fedi. Durante l’esecuzione si sono levati anche degli youyou, l’ululo di gioia tipico delle celebrazioni nordafricane, creando un’atmosfera unica: un gioioso incrocio tra gli arrangiamenti gospel del coro, la solennità degli affreschi murali e delle preghiere incise nella pietra nei secoli XIX e XX, e la vitalità della cultura algerina contemporanea. La Basilica Notre-Dame d’Afrique: simbolo di dialogo La scelta della location non è casuale. La Basilica Notre-Dame d’Afrique, costruita tra il 1858 e il 1872 in stile neo-bizantino, domina la baia di Algeri da un promontorio di 124 metri. È considerata la “sorella gemella” della Basilica Notre-Dame de la Garde di Marsiglia. Ciò che la rende unica è l’iscrizione sull’abside: “Notre Dame d’Afrique, priez pour nous et pour les Musulmans” (Nostra Signora d’Africa, prega per noi e per i musulmani). È probabilmente una delle poche chiese al mondo dove l’invocazione alla Vergine Maria include esplicitamente i musulmani, testimonianza di una vocazione al dialogo interreligioso che precede di molto il Concilio Vaticano II. Gli algerini la chiamano affettuosamente “Madame l’Afrique” o “Lalla Myriem”, considerandola parte del loro patrimonio condiviso. Oggi ospita regolarmente concerti ed eventi culturali. Virale sui social, contro le fake news I video della serata sono rapidamente diventati virali sui social network, raggiungendo centinaia di migliaia di visualizzazioni. Un influencer algerino ha commentato su TikTok: “L’Algeria, terra di fede dove le religioni si incontrano. Ecco le immagini che certi media francesi non condivideranno mai.” Il riferimento è appena velato: nelle settimane precedenti, alcune emittenti televisive francesi, CNews in particolare, avevano diffuso fake news secondo cui l’Algeria “perseguiterebbe” i cristiani, impedendo le celebrazioni religiose o addirittura vietando le “bûches de Noël” (i dolci natalizi a forma di tronco). Le immagini della Chorale Nagham alla Basilica Notre-Dame d’Afrique smentiscono categoricamente queste narrazioni tossiche. I commenti degli utenti sui social sono un coro unanime di orgoglio e apertura: “Buone feste ai cristiani d’Algeria”, “Rispettiamo le altre religioni”, “L’Algeria è stata dalla notte dei tempi una culla per diverse civiltà e religioni”, “Conosciamo la nostra storia, ma siamo umani prima di tutto. Nulla ci impedisce di dare importanza alle altre religioni”. Non è la prima volta che la Chorale Nagham si esibisce alla Basilica Notre-Dame d’Afrique. Da oltre cinque anni, la basilica organizza un concerto in occasione della Giornata mondiale della pace, che coincide con il 1° gennaio. In passato, la Chorale Nagham aveva già animato queste celebrazioni, confermando il suo ruolo di ambasciatrice del dialogo interculturale e interreligioso. Il coro algerino partecipa anche a festival internazionali di canto corale, come il Festival Internazionale di Tangeri in Marocco, portando ovunque la testimonianza di un’Algeria plurale, aperta e fiera delle sue molteplici identità. In un momento in cui l’Europa è attraversata da retoriche che dipingono l’Islam come incompatibile con il dialogo interreligioso, l’evento del 18 dicembre offre una lezione preziosa. È l’Algeria musulmana che ospita e protegge una basilica cristiana, trasformandola in luogo di incontro. Sono i giovani algerini, musulmani e cristiani insieme, che affollano una chiesa per celebrare la musica e il Natale. Sono gli youyou nordafricani che si mescolano agli inni gospel, creando una sinergia culturale impensabile secondo i clichés mediatici. La Chorale Nagham dimostra che il vivre-ensemble non è un’utopia astratta, ma una realtà concreta quando si costruisce sulla base del rispetto reciproco e della bellezza condivisa. Come ha ricordato uno dei sacerdoti: “In Algeria, il vivere insieme è concreto”. Una realtà semplice che certi media occidentali preferiscono ignorare, ma le immagini di quella sera parlano più forte di mille editoriali: la musica è uno dei ponti più efficaci tra culture e religioni. Redazione Italia
December 30, 2025
Pressenza
Dialogo Usa-Iran attraverso l’erede saudita?
Il principe ereditario saudita Mohamed bin Salman negli Stati Uniti a colpi di migliaia di miliardi, racconta la stampa di mezzo mondo, discute lo sviluppo delle centrali oltre al controllo del mercato petrolifero. ‘Piccolenote’, più originale, ci segnala che il molto discusso bin Salman ha consegnato a Trump un messaggio […] L'articolo Dialogo Usa-Iran attraverso l’erede saudita? su Contropiano.
November 24, 2025
Contropiano
Napoli, la Chiesa apre le porte a otto studenti palestinesi: un segno di fraternità concreta
Dalla solidarietà alla concretezza: la Chiesa di Napoli accoglie otto studenti palestinesi grazie al progetto IUPALS e all’impegno del cardinale Battaglia. Mentre i conflitti continuano a scuotere il mondo e la distanza dalle sofferenze altruistiche crescere ogni giorno, la Chiesa di Napoli ha scelto di rispondere con un gesto di speranza: accogliere otto giovani studenti palestinesi, offrendo loro sembra un’occasione reale di rinascita attraverso lo studio e la condivisione. L’iniziativa, voluta dal cardinale Mimmo Battaglia , nasce dal desiderio di rendere la comunità diocesana segno vivo di fraternità, accoglienza e fiducia nel futuro. Il primo ad arrivare in città è Fadi , 28 anni, originario di Gaza City. Dopo un periodo trascorso a Palermo, sarà ora ospitato nella casa canonica della Cattedrale, accolto dai giovani del MUDD – Museo Diocesano Diffuso . Entro la fine di ottobre arriveranno anche gli altri sette studenti, che troveranno ospitalità in diverse strutture dell’Arcidiocesi, grazie alla Caritas di Napoli e alla Fondazione Napoli C’entro . > “Accogliere questi ragazzi significa accogliere la vita che chiede di poter > ricominciare”, > ha dichiarato il cardinale Battaglia. > “È un gesto che racconta chi vogliamo essere: una Chiesa che non alza muri ma > apre porte, che non resta spettatrice del dolore ma si fa compagna di viaggio > di chi cerca un domani possibile.” L’esperienza si inserisce nel più ampio progetto nazionale IUPALS – Università italiane per studenti palestinesi , promosso dalla CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri , del Ministero dell’Università e della Ricerca e del Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme . A Napoli hanno aderito le tre università statali, Federico II , L’Orientale e Parthenope,  che hanno messo a disposizione borse di studio per studenti palestinesi, trovando nella Chiesa partenopea un partner naturale per l’accoglienza e l’accompagnamento umano. UN PONTE TRA NAPOLI E GAZA L’arrivo dei giovani studenti si inserisce in un legame profondo che da tempo unisce la diocesi di Napoli alla comunità cristiana di Gaza, guidata da padre Gabriel Romanelli , parroco della Sacra Famiglia di Gaza , l’unica parrocchia cattolica romana nella Striscia. Nei mesi scorsi, grazie alla generosità di fedeli, parrocchie e associazioni cittadine, la Chiesa di Napoli ha raccolto 63.500 euro destinati alle famiglie più colpite dai bombardamenti: “una goccia di umanità in un mare di crudeltà”, come l’ha definita lo stesso cardinale Battaglia durante la festa di San Gennaro . In quell’occasione, un videomessaggio di padre Romanelli aveva raggiunto i fedeli napoletani, suscitando commozione e preghiera. “ Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato ”, ricorda il cardinale. “ È il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei accanto all’ampolla del Santo, perché non esistono ‘altre’ lacrime: tutta la terra è un unico altare. ” LA PACE COME CAMMINO CONDIVISO In comunione con Papa Leone XIV , che sabato 11 ottobre 2025 alle ore 18:00 guiderà in Piazza San Pietro un Rosario per la pace , la Chiesa di Napoli ha invitato tutte le parrocchie e comunità religiose a vivere giovedì 23 ottobre una giornata di digiuno e adorazione eucaristica . Un segno di preghiera e di vicinanza a chi soffre a causa della guerra, che unisce idealmente Napoli al mondo intero in un unico invito alla pace. Con questa accoglienza, la diocesi partenopea rinnova il proprio impegno a farsi casa e comunità per chi cerca vita, studio e pace . Un gesto che non risolve i conflitti del mondo, ma li attraversa scegliendo di restare umani, di “stare accanto”. Un segno che nasce dal Vangelo e si traduce in futuro, nel cuore di Napoli. * Caritas di Napoli – La Chiesa di Napoli accoglie 8 studenti palestinesi * Educazione.chiesacattolica.it – La diocesi di Napoli accoglie 8 studenti palestinesi * ANSA Campania – La Chiesa di Napoli accoglie otto giovani da Gaza * Comunicare il Sociale – La comunità si fa casa per chi cerca futuro, studio e pace * Vatican News – Papa Leone XIV guiderà l’11 ottobre il Rosario per la pace in Piazza San Pietro Lucia Montanaro
October 9, 2025
Pressenza
La delegazione italiana del Global Movement to Gaza richiama la portavoce Delia in Italia per condurre in persona il dialogo con le istituzioni
In risposta alle istanze sollevate dal governo e dal Presidente della Repubblica, la delegazione italiana del Global Movement to Gaza ha ritenuto opportuno richiedere la presenza in Italia della portavoce Maria Elena Delia, al fine di condurre un dialogo diretto con le istituzioni per garantire l’incolumità dei membri italiani dell’equipaggio e il raggiungimento degli obiettivi della missione nel rispetto del diritto internazionale. Redazione Italia
September 26, 2025
Pressenza