Quando l’attacco cyber diventa una minaccia fisica
Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale
Nella notte tra l’11 e il 12 ottobre 2026, i frigoriferi di centinaia di
supermercati francesi hanno cominciato improvvisamente a riscaldarsi. In alcuni
casi le temperature hanno raggiunto i 50 gradi, costringendo i responsabili dei
punti vendita a gettare grandi quantità di prodotti freschi e surgelati. Non si
è trattato però di un guasto tecnico, ma di un attacco informatico.
I responsabili sono infatti riusciti a prendere il controllo da remoto dei
sistemi di regolazione degli impianti frigoriferi (approfittando della scarsa
protezione di sistemi di controllo accessibili direttamente via internet),
attivando i cicli di sbrinamento e prolungandone la durata fino a otto ore. Il
risultato è stata l’interruzione della catena del freddo in centinaia di
supermercati appartenenti a diverse catene della grande distribuzione, con danni
economici per milioni di euro.
La vicenda rappresenta un recentissimo esempio di un fenomeno sempre più
preoccupante: gli attacchi informatici ai sistemi di Operational Technology (OT,
le tecnologie che controllano e monitorano impianti e processi fisici), capaci
di provocare conseguenze concrete nel mondo materiale. Un fenomeno, come
vedremo, in crescita e che negli ultimi mesi ha colpito in Occidente soprattutto
gli Stati Uniti.
Il 30 luglio 2026, sul sito dell’FBI, è comparso un “avviso pubblico” rivolto ai
proprietari e ai gestori di infrastrutture critiche sul territorio statunitense.
L’allarme riguardava possibili attacchi a “dispositivi di tecnologia
operativa”.
Nell’avviso, il Federal Bureau of Investigation specificava che l’allarme era
scattato dopo le segnalazioni da parte di alcune aziende di servizi idrici e
trattamento delle acque reflue in sette diversi stati, tutte vittime di cyber
attacchi che miravano a interferire con le loro operazioni. Nel solo Minnesota
gli attacchi avrebbero interessato 30 impianti, ma nell’arco di un paio di
settimane i casi si sarebbero moltiplicati, arrivando a coinvolgere in tutto
almeno 12 stati dell’Unione.
Secondo alcune fonti investigative citate dalla stampa statunitense, gli
attacchi informatici – che in alcuni casi hanno provocato cali di pressione
nella rete idrica e allagamenti – potrebbero essere riconducibili a gruppi
legati al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano, che avrebbero
agito per rappresaglia nei confronti degli attacchi “cinetici” condotti da USA e
Israele contro l’Iran.
Uno degli episodi più significativi è quello della Clayton County Water
Authority, in Georgia, dove il 27 luglio un guasto a una stazione di pompaggio
ha provocato interruzioni nell’erogazione dell’acqua e costretto le autorità a
raccomandare ai residenti di bollirla prima del consumo. Il servizio è stato
ripristinato nel giro di poche ore e le analisi non hanno rilevato
contaminazioni, ma l’azienda ha avviato un’indagine per accertare se si
trattasse di un attacco informatico.
Se la responsabilità iraniana fosse accertata, la vicenda della compromissione
degli impianti idrici negli Stati Uniti confermerebbe come questi attacchi siano
spesso una componente importante di quella “guerra ibrida” che agita le opinioni
pubbliche in Occidente.
La vicenda della compromissione degli impianti idrici negli Stati Uniti è però
solo un episodio di quello che è diventato un fenomeno piuttosto diffuso. Gli
attacchi informatici ai sistemi di Operational Technology (OT, le tecnologie che
controllano e monitorano impianti e processi fisici) rappresentano infatti una
componente sempre più importante di quella “guerra ibrida” che agita le opinioni
pubbliche in Occidente.
STUXNET, IL PIÙ CELEBRE ATTACCO OT
Gli attacchi segnalati dall’FBI lo scorso luglio hanno interessato i sistemi
industriali gestiti attraverso dispositivi della serie Rockwell
Automation/Allen-Bradley’s MicroLogix 1100 e 1400, ma già in passato altri
sistemi di controllo industriale – tra cui gli SCADA (applicazioni software
usate per supervisionare i processi industriali associati) di Siemens, usati
anche nel settore energetico – erano stati presi di mira da gruppi legati ad
apparati statali, con conseguenze anche sul funzionamento fisico degli impianti.
Il caso più clamoroso di attacchi cyber a impianti fisici è infatti quello di
Stuxnet, un malware entrato in circolazione attorno al 2007 e tra i primi esempi
di come sia possibile provocare gravi danni fisici a un impianto industriale
agendo per via informatica. Il malware è stato sviluppato congiuntamente dai
servizi segreti statunitensi e israeliani con l’obiettivo di sabotare la
centrale di arricchimento dell’uranio di Natanz, in Iran.
L’operazione, battezzata Olympic Games, secondo le fonti di stampa sarebbe stata
pianificata dall’amministrazione statunitense come alternativa all’ipotesi di un
attacco “fisico” – caldeggiato da Tel Aviv – per rallentare il programma
nucleare iraniano ed è stata portata a termine con successo nel 2010.
L’obiettivo di Stuxnet, in sintesi, era quello di alterare il funzionamento
delle centrifughe fino a renderle inutilizzabili. Stuxnet è stato il primo vero
“campanello d’allarme” sul rischio legato ad attacchi cyber in ambito OT con
conseguenze potenzialmente catastrofiche a livello fisico.
UN FENOMENO IN CRESCITA
Da allora, gli episodi di attacchi ai sistemi OT sono cresciuti notevolmente e
sono spesso stati condotti sia come strumento di rappresaglia, sia come azione
di sabotaggio in sinergia con gli attacchi “fisici”.
Le cronache delle tensioni tra Russia e Ucraina, successivamente sfociate in
aperto conflitto, riportano per esempio ben tre episodi di questo tipo. Nel
dicembre 2015, un attacco legato al malware BlackEnergy ha provocato
un’interruzione dell’energia elettrica che ha coinvolto circa 230mila persone.
L’anno successivo, un altro malware, chiamato Industroyer, ha causato un
blackout nella capitale Kiev. Il più recente attacco con Industroyer2
dell’aprile 2022 è stato invece pianificato nel pieno delle ostilità con
l’obiettivo – fallito – di colpire le sottostazioni elettriche ad alta tensione
ucraine.
Altri episodi, sempre attribuiti a gruppi legati al governo del Cremlino, hanno
coinvolto recentemente alcuni impianti del settore energetico in Polonia, un
sistema di teleriscaldamento nella città ucraina di Lviv, per finire con i
sistemi di controllo della diga di Bremanger, nella Norvegia occidentale.
Gli impianti industriali rischiano però di finire nel mirino non solo dei
cosiddetti “hacker di stato”, ma anche dei cyber criminali specializzati nel
ransomware, cioè in attacchi che puntano a compromettere i sistemi informatici
delle aziende con lo scopo di estorcere un riscatto.
In quest’ottica, i sistemi OT sono un bersaglio ideale. Se normalmente i pirati
informatici puntano al blocco dei sistemi digitali o alla sottrazione di
informazioni sensibili, gli attacchi che coinvolgono direttamente o
indirettamente i sistemi OT rappresentano un potenziale salto di qualità.
Provocando l’interruzione dell’attività produttiva, infatti, i criminali si
garantiscono una leva formidabile per indurre la vittima a cedere al ricatto.
LA FRAGILITÀ DEL SETTORE OT
Il bersaglio privilegiato degli attacchi cyber in ambito industriale sono i
Programmable Logic Controller (PLC), cioè i computer industriali che controllano
macchinari e processi fisici: pompe, valvole, motori, nastri trasportatori,
turbine, sistemi di trattamento dell’acqua e simili.
Ciò che rende così vulnerabili i PLC è che, nella maggior parte dei casi, hanno
una “età” piuttosto elevata. Gli impianti industriali sono infatti pensati per
cicli di sostituzione molto più lunghi (dai 15 ai 30 anni) rispetto a quelli
digitali, che invece vanno solitamente incontro all’obsolescenza nel giro di 3-5
anni. Chi ha implementato i PLC per la gestione di impianti industriali nei
primi anni 2000 non aveva alcuna dimestichezza con concetti come “security by
design” e, soprattutto, non poteva prevedere fino a che punto quei sistemi
sarebbero stati interconnessi con l’infrastruttura IT aziendale.
Risultato: oggi ci sono impianti industriali che poggiano le loro fondamenta su
sistemi informatici con caratteristiche di sicurezza assolutamente inadeguate ai
tempi. Una recente analisi eseguita dall’olandese Modat, per esempio, evidenzia
come in Europa ci siano 8.547 sistemi legati alla produzione di energia solare
ed eolica esposti su Internet.
Uno dei fattori che incide di più sul livello di sicurezza di questi sistemi è
però il fatto che gli impianti industriali “obbligano” a utilizzare sistemi
operativi e software non più supportati a livello di aggiornamenti di sicurezza.
Stando a una ricerca condotta su 635 sistemi di controllo industriale,
risulterebbe che solo il 22,5% dei computer Windows impiegati nei centri di
controllo utilizzerebbe versioni aggiornate del sistema operativo. Il 77,5%
“gira” invece su versioni legacy, come Windows XP e Windows 7, per le quali non
è più disponibile il supporto.
Non si tratta di una forma di incoscienza o sciatteria, ma di un effetto
collaterale legato alla compatibilità tra software e dispositivi di controllo.
Una ricerca di txOne che ha coinvolto 550 responsabili OT europei segnala che il
54% degli intervistati indica proprio la compatibilità come motivazione per il
mantenimento di sistemi vetusti, mentre il 45% giustifica il mantenimento dello
status quo con gli elevati costi di aggiornamento degli impianti.
Sotto questo profilo è bene chiarire come non si tratti dei costi per gli
aggiornamenti software, ma di quelli che sarebbero necessari per sostituire gli
impianti di produzione o aggiornare i sistemi di controllo. In altre parole, per
modernizzare il settore digitale di un impianto industriale sarebbe spesso
necessario un esborso economico insostenibile.
TEMPI LUNGHI PER IL CAMBIAMENTO
Il quadro, per lo meno in Europa, è destinato a cambiare. Se la direttiva NIS2
impone già una serie di obblighi a livello di cyber security per chi gestisce
servizi critici, il vero cambio di passo è avvenuto con il Cyber Resilience Act
(CRA). Il regolamento fissa una serie di requisiti per i dispositivi OT
disponibili nel mercato europeo, per garantire un maggior livello di sicurezza.
Il problema è che le principali disposizioni del CRA entreranno in vigore a fine
2027, ma non imporranno un adeguamento generalizzato dei sistemi già
installati.
Considerando il fatto che i cicli di vita di questi dispositivi sono
estremamente lunghi, il vero salto di qualità verso sistemi meno vulnerabili
potrebbe richiedere decenni. Fino ad allora, la vera sfida sarà quella di
proteggere in maniera efficace un ecosistema industriale che, sotto il profilo
della cyber security, rischia di essere un colabrodo.
L'articolo Quando l’attacco cyber diventa una minaccia fisica proviene da Guerre
di Rete.