‘Naza’ visto da Francesca FornarioHo visto Naza e pensavo sarebbe stato come averlo già visto.
Avevo infatti già letto e riletto tutti i rapporti di Breaking The Silence,
l’associazione fondata da ex militari israeliani che raccoglie le confessioni
dei soldati dell’Idf.
Avevo letto le inchieste di +972 sui programmi di intelligenza artificiale
utilizzati per individuare gli obiettivi da bombardare, aspettando che
tornassero a casa per uccidere con loro anche moglie e figli e tirar giù
l’intero appartamento, l’intero palazzo, l’intero quartiere.
Avevo, soprattutto, sentito raccontare dai palestinesi delle case bombardate
l’una dopo l’altra, dei bambini uccisi dai cecchini con un colpo alla testa o al
cuore, degli affamati trucidati per divertimento ai punti di distribuzione del
cibo.
Ma non avevo visto niente, avendo già letto decine di denunce.
Perché Naza non è un film su chi denuncia il genocidio, anche se i militari
israeliani intervistati dicono esattamente questo: «Sì, certo che è un
genocidio, certo! Sparavamo a tutti, anche ai bambini, alle donne. Anche se
erano disarmati? Ma certo, certo, erano TUTTI disarmati! Credo di aver visto
solo una volta un palestinese armato, ma ne abbiamo uccisi a centinaia ogni
giorno…»
Naza non è nemmeno il film sul genocidio che avrebbero dovuto girare i
palestinesi e che non avrebbe vinto premi se fossero stati i palestinesi a
girarlo, no.
Naza non è un film su chi denuncia il genocidio. È un film su chi giustifica il
Genocidio. Un film su chi lo normalizza. Un film su di noi.
Naza è un film sul mondo che continua a girare e a dare l’acqua alle piante e il
cibo al cane e a stravaccarsi sul divano a fine giornata a guardare la tele
mentre a pochi chilometri di distanza i divani esplodono con il resto delle case
e i cani mangiano i cadaveri dei bambini. Un mondo che la macchina da presa
sbircia di notte attraverso i vetri dei grattacieli di Tel Aviv, nelle case dove
i soldati tornano a giocare alla play dopo aver distrutto le case di quelli che
non conoscono e che non considerano.
«Stavamo bene. Eravamo contenti. Era divertente», spiegano i soldati.
In che senso? Uccidere era divertente? Anche i bambini? Anche se erano
disarmati? Intere famiglie? «C’era uno psicologo. Volendo, potevamo andarci. Non
ci andavamo perché stavamo bene». «Era divertente. Era come un videogame».
«C’era l’unità che combatteva contro il terrorismo e quella che combatteva
contro la pace», racconta uno.
«Contro la pace». Contro la Corte Penale Internazionale, contro i giudici che
denunciano i crimini di guerra.
«La mia era un’unità d’élite. Individuavamo i palazzi da far saltare in aria con
tutte le famiglie che ci stavano dentro. Abbiamo distrutto interi quartieri.
Abbiamo distrutto tutto il Nord della striscia perché non dovevano restare in
piedi case alle quali tornare. Abbiamo dato fuoco ai ricordi, alle foto, ai
libri, a tutto. Riempivamo le case di gas e davamo fuoco, oppure radunavamo i
cuscini al centro del salone e davamo fuoco a quelli: la lana brucia bene, in un
attimo andava a fuoco tutto l’appartamento… Era un’unità composta da giovani di
sinistra, la mia. Ragazzi dell’alta borghesia di Tel Aviv… Noi non odiamo gli
arabi. Lo facevamo perché andava fatto». I coloni, quelli matti, quelli che
credono in un Dio storto e fanno cose strambe, tipo non lavarsi e riprodursi
come conigli: quelli, forse odiano gli arabi. Ma noi giovani progressisti di
sinistra no: noi facevamo quello che ci dicevano di fare e basta e poi ci
fumavamo una sigaretta o tornavamo qui a fare l’aperitivo.
«Io l’ho chiesto al mio ufficiale: “Cosa ne pensi di quello che stiamo facendo
qui?” E lui mi ha detto: “Che è giusto”. “Dici?” “Tu devi solo fidarti del
sistema”».
Non serve odiare gli arabi per sterminarli o credere alla Terra Promessa per
distruggere Gaza: basta che te lo chieda il sistema. Basta eseguire un ordine.
Non serve farsi domande, non serve pensare di avere le risposte, basta fare, non
serve domandarsi “perché”: «Facciamo quello che la società israeliana vuole che
facciamo. Se ti dicono che devi radere al suolo Gaza, tu devi radere al suolo
Gaza».
Stessi racconti dei Nazisti e dei fascisti, identici: stesse giustificazioni,
stesso distacco, stesso pensare di meritarsi una medaglia, stessa capacità di
tenere in braccio i figli dopo aver sterminato i figli degli altri: «Ho solo
eseguito gli ordini», la stessa frase con la quale si sono giustificati i due
gerarchi nazisti Hermann Göring e Adolf Eichmann.
«Io sono andato in Polonia a visitare i campi di concentramento e continuo a
credere a credere che i nazisti fossero nazisti», dice un soldato che racconta
di aver ammazzato centinaia di civili disarmati: «Solo, mi domando cosa sono
io».
Naza non è un film sul fanatismo religioso. Non si parla mai della Bibbia o di
di Dio.
È un film sulla banalità del male.
Un male compiuto per inerzia, conformismo, pigrizia mentale, apatia, tornaconto
economico, per mantenere uno stile di vita agiato a scapito di popoli resi
schiavi, proprio come gli stupri della bambine etiopi da parte dei soldati
fascisti e che non erano percepiti dai carnefici come violenze perché erano
stati legalizzati: normati per legge come la pulizia etnica dei palestinesi da
parte dei governi israeliani.
Naza è un film sulla malattia dell’Occidente: pensare di essere nel giusto a
prescindere, confondere il potere con il buon senso e la forza con la ragione,
non interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni, credere che sia qualcun
altro a causare i problemi – qualche dittatore nordcoreano, qualche terrorista
islamico con sette mogli velate – mica noi che facciamo affari con Israele; mica
noi che ci facciamo comandare militarmente da uno che manda la polizia in strada
a sparare in faccia alla gente, uno che bombarda mezzo mondo e di preferenza le
scuole con le bambine dentro ma vuole il Nobel per la Pace, uno che rapisce i
capi di stato per accaparrarsi le riserve petrolifere di un altro paese; mica
noi che il massimo dell’idea dell’assumerci le nostre responsabilità che abbiamo
è fare governi di larghe intese.
Naza è un film su di noi che ci voltiamo dall’altra parte perché ci fidiamo del
sistema in quanto è il sistema invece di combatterlo in quanto è ingiusto.
Correte a vederlo e teniamoci stretti.
Redazione Italia