Torino scende in piazza, ma non per il lavoroA distanza di due settimane Torino ha mostrato due volti molto diversi di sé. Il
31 gennaio decine di migliaia di persone hanno attraversato la città contro lo
sgombero del centro sociale Askatasuna. Il 14 febbraio circa mille lavoratrici e
lavoratori metalmeccanici hanno manifestato per il futuro industriale del
territorio e contro la crisi dell’automotive.
La sproporzione ha colpito molti osservatori. Com’è possibile che la difesa di
uno spazio sociale mobiliti più della difesa del lavoro? La risposta più
immediata — disinteresse, superficialità, radicalismo — è anche la meno utile.
Non aiuta a capire Torino. E soprattutto non aiuta a capire l’Italia di oggi.
Infatti, non è diminuita la capacità di mobilitazione, è cambiato ciò che
mobilita. Per oltre un secolo il lavoro industriale è stato la struttura stessa
della vita collettiva. La fabbrica non era soltanto produzione: era mobilità
sociale, organizzazione del tempo, identità urbana. Scioperare significava
difendere non solo il salario ma il futuro. Oggi quella promessa non esiste più.
La deindustrializzazione non è solo un processo economico: è diventata un fatto
interiorizzato. L’automotive appare un settore in ritirata globale, deciso da
catene produttive e centri finanziari lontani dalla città. Anche chi ne
subirebbe le conseguenze fatica a immaginare che una manifestazione possa
davvero modificarne il destino. Il lavoro resta un valore, ma non è più
percepito come terreno politico contendibile. Lo spazio urbano sì. La
mobilitazione per Askatasuna ha avuto una forza simbolica immediata: non parlava
di scenari economici complessi, ma di presenza dello Stato, libertà di dissenso,
possibilità di esistere nella città. Era un conflitto leggibile senza mediazioni
tecniche. Non riguardava una categoria, ma un “noi” potenziale, anche per chi
non frequenta quel luogo. È una differenza decisiva: il lavoro oggi non unisce
perché segmentato — tra occupati, precari, studenti, professionisti — mentre il
conflitto simbolico unisce perché riguarda il riconoscimento. Il primo chiede
previsione del futuro, il secondo reazione nel presente.
La scarsa mobilitazione per il lavoro racconta una città che non crede più che
il proprio destino industriale si decida nelle piazze. Non si mobilita per ciò
che si pensa perduto, ma per ciò che si ritiene ancora contendibile. La
rassegnazione è percepibile proprio nel quartiere simbolo della Fabbrica:
Mirafiori. Qui la gente non ha perso solo il lavoro, ma la fiducia nelle grandi
istituzioni: la fabbrica, il sindacato, i partiti. È un cambiamento ormai
quarantennale. Il 14 febbraio non è stato un giorno qualunque, ma forse il
momento in cui la città ha scoperto di abitare già un’altra storia (e non sembra
molto bella).
Fabrizio Floris