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Data center: chi paga il prezzo?
di Redazione «Diogene notizie – lotta alla povertà» Pochi giorni prima delle manifestazioni finite con l’assalto a negozi e altri danni, Milano è stata protagonista di una protesta ancora poco conosciuta in Italia. In piazza della Scala a Milano, il 10 ottobre, si sono ritrovati oltre mille manifestanti, arrivati soprattutto dai comuni dell’hinterland lombardo. Una quarantina di comitati riuniti per
October 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Meta vuole accedere ai siti dei profili business e scarica sugli utenti i rischi dell’IA
La questione di come gli articoli di giornale finiscano nei dati usati per addestrare i modelli di intelligenza artificiale è da anni al centro di numerose cause legali tra editori e Big Tech. In un simile contesto, Meta ha modificato le proprie condizioni di servizio in modo da garantirsi il massimo margine di manovra in tribunale: le policy aggiornate le consentono di raccogliere informazioni dai siti web “associati” ai profili registrati sui suoi social e, allo stesso tempo, la tutela dagli errori in cui inevitabilmente incorreranno le sue IA. Come ha evidenziato per primo Nieman Lab, le nuove condizioni commerciali entreranno in vigore il 30 ottobre 2026 e prevedono alcune integrazioni rilevanti, tra cui un’autorizzazione alla raccolta automatizzata dei dati. Secondo il testo, l’utente autorizza Meta a usare bot, crawler e scraper per accedere a domini, pagine web e URL associati a prodotti o servizi messi a disposizione degli utenti, «nonché a estrarre periodicamente aggiornamenti» da tali indirizzi. Meta potrà inoltre usare qualsiasi contenuto proveniente da questi domini «per fornire, sviluppare, migliorare, analizzare, addestrare e mantenere l’integrità» dei propri prodotti, servizi e funzioni. Le nuove clausole riguardano le sole condizioni commerciali, cioè chi usa i prodotti di Meta per scopi aziendali: inserzioni, vendita di prodotti, gestione di una Pagina o di un Gruppo a fini professionali, strumenti come Gestione inserzioni e Meta Business Suite. Conta quindi l’uso, piú che la natura del profilo, tuttavia i piú impattati saranno certamente i creatori di contenuti e, in generale, tutti coloro che impiegano i social in prospettiva lavorativa. Per come è formulato, dunque, il contratto ha un’applicazione trasversale molto ampia, ma è facile credere che il primo campo d’impiego sarà l’integrazione degli articoli giornalistici nei modelli, tema che alimenta forti contenziosi e che diversi governistanno affrontando imponendo alle aziende tech di retribuire le testate da cui attingono. In pratica, Meta si ritaglia il diritto di raccogliere i contenuti dei portali legati ai profili aziendali e l’unico modo per sottrarsi è smettere di usare i suoi prodotti per scopi commerciali. Un’altra aggiunta rilevante riguarda la limitazione di responsabilità: i prodotti sono forniti «NELLO STATO IN CUI SI TROVANO» – il maiuscolo è nel testo originale. «Non garantiamo che saranno sempre protetti, sicuri o privi di errori o che funzioneranno senza interruzioni, ritardi o imperfezioni», si legge nella policy. E ancora: «L’utente riconosce e accetta che le funzioni di IA potrebbero commettere errori e potrebbero non sempre produrre risultati accurati, completi o idonei. L’utente è il solo responsabile e si assume tutti i rischi associati a tali funzioni IA». Dal canto suo, Meta sostiene che il cambio di policy sia una revisione formale e non di sostanza: i termini contrattuali sarebbero già esistenti, ma sparsi su più documenti e l’aggiornamento li unificherebbe per offrire condizioni più chiare e trasparenti. Diversi osservatori, tuttavia, fanno notare che la modifica di un simile documento avrà inevitabilmente effetti legali nelle cause future e che, in sostanza, Meta chiede al pubblico di fidarsi del fatto che non sfrutterà fino in fondo le potenzialità del contratto. The post Meta vuole accedere ai siti dei profili business e scarica sugli utenti i rischi dell’IA appeared first on L'Indipendente.
October 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Stati Uniti, milioni di persone alle manifestazioni “No Kings”
Negli Stati Uniti, sabato 17 ottobre milioni di persone sono scese in piazza in oltre 3.000 eventi locali in tutti i 50 Stati, con l’obiettivo di mobilitare gli elettori in vista delle elezioni di medio termine con lo slogan “No Kings”. Gli organizzatori hanno cercato di renderla la giornata con il maggior numero di votazioni anticipate nella storia degli Stati Uniti; stanno inoltre organizzando osservatori alle urne e difensori delle elezioni pronti a rispondere a eventuali sabotaggi elettorali. “Avere la libertà qui in America è importante. Non avere un re che ci governa è importante. Poter contare su un’assistenza sanitaria universale è importante. In effetti ho subito un infortunio senza copertura sanitaria e mi è costato 48.000 dollari” ha denunciato Olivia Pope di Seattle. Nel frattempo, il gigante dei social media Meta ha presentato le proprie scuse dopo che l’account Instagram della coalizione No Kings è stato chiuso per diverse ore durante le manifestazioni di sabato. Meta si è giustificata citando un’azione automatizzata effettuata per errore. La coalizione No Kings chiede una spiegazione, scrivendo: «Limitare le comunicazioni sul voto nel bel mezzo di un’elezione è inaccettabile.»   Democracy Now!
October 19, 2026
Pressenza
Le 7 sorelle del digitale all’assalto del mondo
Patrizio Paolinelli (*) su «Big Tech. Il potere dei giganti della tecnologia» di Luca Balestrieri. Un tempo facevano parlare di sé le “7 Sorelle”. Erano le compagnie occidentali che svolgevano un ruolo dominante sul mercato del petrolio. Sarà per la sua forza simbolica, ma oggi lo stesso numero ricorre e abbiamo le “7 Sorelle del digitale”, le quali esercitano un
La storia della Palestina in qualche sala
(visti da Francesco Masala) al cinema i film di Tommaso Landucci e Annemarie Jacir, Qassam Muaddi ha visto il film palestinese a Ramallah, la censura di meta a Virginia Woolf,  un corto di Jonatan Etzler, aggiornamenti su Naza in sala, l’origine della coppa Volpi, l’opinione di Federico Greco su Odissea, e qualche numero sul colonialismo Usa nelle sale italiane I
September 28, 2026
La Bottega del Barbieri
Gli esseri umani che fanno il lavoro dell’IA di Meta
Le intelligenze artificiali erano e sono ancora oggi presentate come la soluzione ottimale per automatizzare tutta una serie di mansioni; tuttavia emerge regolarmente che, lontano dagli occhi del pubblico, molte attività commerciali impiegano esseri umani per assistere quelle IA che si presentano come pienamente autonome. L’ultimo esempio in ordine di tempo ci viene offerto da Meta, la quale ha allestito un call center basato su intelligenza artificiale che, però, fa leva su operatori telefonici in carne e ossa. Il caso nasce dal lancio, l’8 settembre, del nuovo agente di IA commercializzato da Meta, Muse, uno strumento che sta destando l’interesse del pubblico e che è stato presentato come un elemento in grado di ravvivare le finanze di una Big Tech ormai legata a un mercato digitale con poco spazio di crescita e a servizi che stanno progressivamente lasciando spazio alle offerte della concorrenza. Muse dovrebbe essere una vera e propria ancora di salvezza, un riscatto per un’impresa che aveva puntato tutto sulla fantasia che il metaverso fosse il futuro, fallendo clamorosamente. Tra i vari talenti abbinati a Muse, l’azienda ne ha elencato uno di particolare rilevante per le aziende: la possibilità di demandare alla macchina il compito di comporre il numero telefonico degli utenti di interesse, gestire la conversazione, eseguire le mansioni assegnate e compilare un report con trascrizione e riassunto dell’intera chiamata. Peccato che, stando a messaggi pubblicati sul social interno di Meta e intercettati da Jason Koebler di 404 Media, l’intera faccenda sia afflitta da un alone di ai-washing, attribuendo esclusivamente alla macchina delle mansioni che, in verità, sono almeno in parte gestite da uno staff umano. Il servizio, presentato in fase di test alle aziende, rivelano i messaggi, è dotato di “un livello aggiuntivo di agenti umani perché le chiamate siano completate”. Un dettaglio che non viene presentato ai dipendenti di Meta come un difetto, ma come un valore aggiunto: lo strumento “non lavora più da solo. Muse è ora in grado di passare le richieste a un agente umano formato, il quale si occupa della chiamata e del suo svolgimento”. L’accoglienza da parte del personale dell’azienda è stata pessima, con diversi che hanno sottolineato l’ovvio, ovvero che l’idea di usare call center umani rappresenti una criticità enorme, sia a livello di gestione dei dati che di immagine pubblica del brand. Non essendo informati del fatto che le comunicazioni potrebbero essere seguite da esseri umani, gli utenti sono ignari di come vengano realmente gestite le informazioni da loro fornite. Una mancanza evidenziata dai tecnici, ma che Meta cerca di sorvolare sostenendo che le persone a cui ha subappaltato il lavoro siano state sottoposte a “un sacco di formazione per assicurarsi che le informazioni siano al sicuro”. A livello promozionale, il danno è ancora più esplicito: “per favore pensate ai titoli di giornale che urleranno ‘Dietro le quinte, Meta usa gli umani per fare le chiamate’ o ‘Muse AI non è altro che un gruppo di collaboratori precari’, e a tutta la pessima pubblicità che ne deriverebbe sul modo in cui gestiamo la privacy e la sicurezza dei dati”, ha fatto notare un dipendente. Che l’IA possa essere utilizzata per permettere a un piccolo gruppo di dipendenti di gestire carichi di lavoro che fino a poco tempo fa sarebbero stati assegnati a interi team è un’applicazione della tecnica più che comprensibile – anche se richiederebbe un profondo confronto sociale e politico sulla gestione del futuro e sulle tutele del lavoro. Il problema, però, è che Meta, come altre aziende prima di lei, dimostra scarsa trasparenza sul ruolo che gli umani rivestono nella gestione della sua IA, preferendo trasmettere il pensiero magico secondo cui le macchine sarebbero ormai capaci di autogestire le mansioni affidate. Meta, Amazon, Alphabet, Tesla e molti altri sfruttano quella stessa strategia impiegata dal Mago di Oz per ingannare i cittadini della Città di Smeraldo: usano una metaforica cortina di fumo per nascondere il reale funzionamento dei loro strumenti, così da millantare risultati più legati agli ipotetici obiettivi futuri che alla concreta applicazione delle IA oggi in circolazione. Non a caso, nel momento in cui queste notizie emergono per vie traverse, le imprese si difendono sostenendo di essere ancora in fase di test, rassicurando che in un futuro indefinito gli operatori non saranno più indispensabili. “Si tratta di un prodotto pre-lancio”, fa notare Meta nel discutere del call center via IA, “per favore non condividete lo strumento o nulla da lui prodotto con nessuno al di fuori dell’azienda”. The post Gli esseri umani che fanno il lavoro dell’IA di Meta appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 23, 2026
L'INDIPENDENTE
Meta monetizza i video di abusi su bambini generati dall’intelligenza artificiale
Mentre i governi di tutto il mondo fanno leva sulla necessità di proteggere i minori per introdurre su internet sistemi di verifica dell’età estremamente invasivi per la privacy, un’indagine rivela che Meta ospita impunemente sulle proprie piattaforme contenuti generati dall’IA in cui la violenza sui minori viene trattata come uno spettacolo mesmerizzante. E non si tratta di una svista: l’azienda si è spinta, in alcune occasioni, a difendere questo genere di contenuti, sostenendo tacitamente che possano essere interpretati in chiave positiva. Spesso si fa notare che la tecnica non può rappresentare un male in sé, ma che è la sua applicazione a definirne l’effettiva bontà. Nel caso dei social media, lo scopo della tecnologia è sostenere un modello finanziario basato sulle inserzioni pubblicitarie, le quali prosperano in un ecosistema digitale fatto di interazioni costanti. Ebbene, Meta ha scoperto già da molti anni che il tasso di partecipazione di un ecosistema digitale centralizzato su amici e parenti è ben poca cosa, se paragonata a quello esercitato da contenuti polarizzanti e in grado di generare sdegno. Si tratta di un fatto già riconosciuto nel 2025 dallo stesso CEO dell’azienda, Mark Zuckerberg, il quale, testimoniando davanti al governo statunitense in un caso di antitrust, ha ammesso che ormai le piattaforme da lui gestite non sono più orientate a mettere in connessione le persone, non hanno più quella funzione di piazza pubblica che è stata millantata per anni, ma agiscono piuttosto “come un ampio spazio di scoperta e intrattenimento”. Il fatto è che questo intrattenimento non deve necessariamente essere di qualità: basta che sia in grado di catturare gli occhi delle persone, spingendole poi a commentare. In questo senso, la moda degli ultimi anni è tutta orientata sui cosiddetti “AI slop”, contenuti generati e distribuiti massivamente nella speranza di intercettare nicchie di mercato poco visibili, ma estremamente attive. Secondo quanto rivelato da Futurism, una di queste frange è costituita da gruppi che condividono e commentano video in cui infanti e bambini vengono “schiaffeggiati, presi a calci, colpiti con oggetti pesanti, trascinati per i capelli, bruciati su stufe o con ferri roventi, incatenati o chiusi in gabbie e congelatori, lanciati giù dalle scale, minacciati con coltelli o pistole, affamati, o forzati a mangiare cibo per cani o scarti raccolti da terra” e molto altro ancora. In molti dei casi riscontrati, questi video non finiscono nelle mani di persone compiaciute della violenza mostrata, ma, al contrario, popolano i feed di utenti che, non rendendosi conto che si tratti di contenuti generati con l’intelligenza artificiale, commentano mossi da sdegno e orrore. Migliaia di osservazioni di denuncia che fluiscono senza sosta: interazioni preziosissime per gli algoritmi di Meta, azienda che sarebbe tecnicamente in grado di prevenire la diffusione di questi video applicando semplici filtri di verifica. Anche quando le clip vengono segnalate, però, la Big Tech si dimostra restia a rimuoverle: Futurism ha testato la solerzia della piattaforma segnalando otto di questi contenuti e solo due delle clip incriminate sono state rimosse. E, in ogni caso, quei video sono rimasti online per più di una settimana prima di essere cancellati: un lasso di tempo talmente lungo da rendere l’intervento praticamente inutile, dato che il grosso delle interazioni si concentra nelle ore immediatamente successive alla pubblicazione. Un ritardo che potrebbe indicare che il contrasto di simili contenuti sia giudicato di bassa prioritá o, a voler essere negativi, un calcolo misurato pensato per simulare interesse senza però intaccare gli effetti del fenomeno. Non è nemmeno chiaro con quale pretesto alcuni video restino online, con l’azienda che si è limitata a far notare che molti di essi non violano le proprie policy e che si concludono con l’intervento di un adulto in difesa dei minori maltrattati, attribuendo così un valore positivo a una narrazione che rientra a pieno titolo nel torture porn. La proliferazione di questo genere di “abuso” algoritmico è ormai un fenomeno di lunga data, che si ripresenta a fasi alterne, e i social media sembrano molto più ansiosi di nasconderne l’esistenza all’opinione pubblica piuttosto che intervenire per arginarlo. La situazione, d’altronde, poggia le sue fondamenta su un modello economico che premia i portali e i creatori di contenuti capaci di “drogare” i propri post, alimentando un sistema doppiamente malsano. Se da un lato le Big Tech sono economicamente incentivate a chiudere un occhio, causando danni alla società intera, dall’altro ci sono masse di autori concentrati spesso in nazioni come Pakistan, India, Vietnam, Tailandia e Indonesia – aree del mondo in cui i pochi soldi ricavati dalle interazioni massive sui social sono sufficienti a garantire uno stipendio con cui tirare avanti la giornata. The post Meta monetizza i video di abusi su bambini generati dall’intelligenza artificiale appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
L'INDIPENDENTE
La dipendenza dai social esiste davvero?
Se i social “danno dipendenza” bisogna farsi alcune domande profonde soprattutto su che esperienza relazionale sia, oggi, quella dell’adolescenza. Proibire e basta non… L'articolo La dipendenza dai social esiste davvero? sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 11, 2026
L'INDISCRETO
Think tank, influencer e IA: così Israele prova a riscrivere la propria immagine
Non passa giorno senza che emergano nuove informazioni su come l'apparato della comunicazione pubblica israeliana elabori nuove strategie e nuovi stratagemmi per orientare l'opinione pubblica e le politiche di nazioni che, sulla carta, dovrebbero essere alleate, ma che, spinte dal malcontento popolare, prendono sempre più le distanze dalle posizioni militariste di Tel Aviv. Israele cerca dunque di correre ai ripari, premendo sull'acceleratore per mettere in ombra tanto le posizioni di simpatia verso le sofferenze del popolo palestinese, quanto le proteste legate alla guerra con l'Iran, ricorre... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. The post Think tank, influencer e IA: così Israele prova a riscrivere la propria immagine appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 3, 2026
L'INDIPENDENTE