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Africa, l’ubuntu ritrovato dei giovani
È stata raccontata come una generazione inerte, individualista. Concentrata sui propri interessi, chiusa nei social e incapace di battersi per grandi ideali. Ma ciò che abbiamo visto in questi mesi nelle piazze africane – e di mezzo mondo, attraversate dalle mobilitazioni giovanili contro le guerre e per Gaza – ci restituisce un’immagine diversa, potente, nobile. Da Nairobi ad Antananarivo, milioni di giovani sono scesi in piazza come una marea consapevole, determinata, unita da un’idea semplice e rivoluzionaria: non ci si salva da soli. I problemi sono comuni, le battaglie sono comuni, il destino è comune. In Madagascar, studenti e lavoratori hanno sfidato le autorità per denunciare disoccupazione e disuguaglianze crescenti. In Kenya, la Generazione Z ha costretto il governo a ritirare la legge finanziaria che avrebbe colpito i più poveri. In Tanzania e Mozambico i manifestanti hanno sfidano le pallottole per denunciare la corruzione dei governanti. Scene simili le abbiamo viste in Nigeria, Sudan, Congo, Uganda, Senegal, Sudafrica… Giovani che rivendicano dignità, diritti, giustizia. Che non accettano più di essere esclusi dalle decisioni che plasmano il loro futuro. Certo, non ci sono più i riferimenti ideologici dei loro padri. Sono lontani gli slogan del nazionalismo post-indipendenza, i miti dei partiti, i richiami all’etnia o al clan. Si è consumato uno strappo generazionale profondo, quella che l’africanista Mario Giro ha definito una «rottura antropologica e culturale». Ma non credo che sia l’individualismo il motore di queste battaglie. Al contrario, ciò che anima questa gioventù è una rinnovata coscienza collettiva. Le mobilitazioni non nascono più da partiti, sindacati od opposizioni organizzate, ma da blogger, artisti, attivisti, youtuber. È una rivoluzione orizzontale, priva di leader riconosciuti – e proprio per questo forte e fragile al tempo stesso. Le parole d’ordine, però, sono limpide: trasparenza, equità, partecipazione, libertà. Temi che riguardano tutti, non soltanto chi protesta. I social, spesso accusati di alimentare superficialità e narcisismo, sono diventati spazi di confronto politico, strumenti di mobilitazione, reti di mutuo soccorso. Servono a denunciare abusi e corruzione, a coordinare manifestazioni, a proteggersi a vicenda. È un uso autenticamente “sociale” della Rete, dove l’identità individuale si dissolve nel bene comune. In queste esperienze collettive si intravede un nuovo modo di fare politica, più fluido ma non meno radicale, capace di combinare l’urgenza del presente con una profonda domanda di futuro. Una politica che non si esprime nei palazzi, ma nelle strade, nelle università, nelle comunità digitali, nei piccoli gesti di solidarietà quotidiana. In questa logica solidale e circolare, l’io ritrova senso solo dentro un noi più grande. Mai come oggi i giovani africani hanno rimesso al centro un principio antico, che pensavamo smarrito sotto il peso della globalizzazione e del consumismo: ubuntu, termine bantu che significa, letteralmente, “io sono perché noi siamo”. È la filosofia dell’interdipendenza e della solidarietà, la convinzione che l’umanità di ciascuno esiste solo in relazione a quella degli altri. Questo spirito – un tempo fondamento delle società africane tradizionali – oggi rinasce nelle piazze, nei collettivi digitali, nei movimenti che chiedono libertà e giustizia sociale. Si manifesta nei ragazzi che si battono non solo per sé ma per la liberazione dei compagni arrestati, per la dignità dei lavoratori, per il diritto allo studio, per un futuro condiviso. L’Africa giovanile sta riscoprendo la forza di un noi che non è nostalgia, ma progetto. Non ideologia, ma pratica quotidiana. In un mondo sempre più frammentato, questi giovani ci ricordano che la libertà non è mai individuale: o è di tutti, o non è di nessuno. Africa Rivista
GenZ 212: dal Marocco la testimonianza di Adilah contro il silenzio del sistema. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere al seguente link. Come si sono svolte le manifestazioni e quale è stata la risposta delle autorità? All’inizio le proteste erano pacifiche al 100%. Fin dai primi giorni, l’intenzione dei partecipanti era quella di manifestare senza ricorrere alla violenza. A colpire, tuttavia, è stata la reazione delle forze di sicurezza, che hanno risposto con un uso della forza ritenuto sproporzionato dai manifestanti. Il 3 ottobre ci sono state alcune proteste che sono degenerate in scontri violenti tra la polizia e i partecipanti. Ci sono stati alcuni episodi di violenza, ma le proteste erano perlopiù pacifiche. Anche all’interno degli spazi digitali del movimento non si può escludere la presenza di singoli messaggi che incitavano alla violenza, ma la linea condivisa dalla maggioranza era chiaramente orientata alla protesta nonviolenta. Durante il secondo fine settimana di manifestazioni si sono registrate tensioni solo in alcune città, in particolare Lqliaa, Oujda e Salé, mentre altrove i cortei si sono svolti senza degenerare. Secondo i partecipanti, anche di fronte agli interventi violenti della polizia, la maggior parte dei manifestanti ha cercato di mantenere un atteggiamento non conflittuale.     A segnare in modo profondo la mobilitazione è stato quanto accaduto il primo ottobre, quando tre persone che si trovavano nei pressi di un corteo, ma che non partecipavano alle proteste né appartenevano alla Generazione Z, sono state uccise. I manifestanti affermano di essere in possesso di video che dimostrerebbero l’estraneità delle vittime agli scontri. In un primo momento, le famiglie sarebbero state sottoposte a pressioni affinché non rendessero pubblica la vicenda; successivamente, non avendo ottenuto l’apertura di un’inchiesta ufficiale, hanno deciso di esporsi pubblicamente, partecipando a interviste e iniziative online. I familiari hanno diffuso materiali video a sostegno della loro versione dei fatti, sostenendo che le vittime non avessero preso parte né alle proteste né ad atti di violenza. Ma anche se fossero stati coinvolti nella violenza, non meritavano di essere colpiti come è successo. Ci sono state conseguenze legali per chi ha partecipato alle proteste? Una cosa che la maggior parte delle persone non sa e che credo il governo stia cercando di nascondere, è il fatto che le persone che hanno protestato hanno ricevuto sentenze assurde. Alcuni sono stati condannati da cinque a quindici anni per motivi disparati: inviare messaggi su Discord, indossare certe magliette durante le manifestazioni o aver compiuto atti di violenza. Tra loro ci sono anche minorenni. Uno dei primi iscritti al server Discord del movimento, che non aveva nemmeno partecipato fisicamente alle proteste, è stato arrestato il 26 settembre e condannato a cinque anni solo per “incitamento a protestare”. Non è un caso isolato: altre persone hanno ricevuto condanne fino a quindici anni. Altre sentenze hanno colpito in modi ancora più paradossali. Due giovani sono stati condannati a otto mesi di reclusione per le magliette che indossavano: una con la scritta “Gen Z”, l’altra con “Free Palestine”. Casi che rimangono quasi sconosciuti all’opinione pubblica. Pensi che i media internazionali abbiano frainteso qualcosa riguardo a queste mobilitazioni? Sì, in gran parte. I media si sono concentrati sulle nostre reazioni invece che su quelle del governo, che sono state molto più dure, violente e lesive dei diritti umani. I media nazionali ci hanno dipinto come violenti o manipolati, evidenziando episodi isolati per giustificare la brutalità della polizia, senza mostrare le marce pacifiche, gli arresti arbitrari e i maltrattamenti. Anche i media internazionali credo siano stati influenzati dalla narrativa ufficiale, trascurando le disuguaglianze sociali e la frustrazione dei giovani. La protesta, spesso etichettata come “ribellione della Generazione Z”, nasceva in realtà dall’impossibilità di ottenere permessi ufficiali per manifestare contro il governo: un paradosso in cui chi cerca di rispettare la legge viene punito.  Perché avete smesso di scendere in strada? È stato perché all’inizio di ottobre il governo ha approvato un aumento del 16% dei fondi destinati al settore sanitario e dell’istruzione? La maggior parte della Generazione Z non era contenta di questa misura, perché il problema non era in realtà l’aumento o la diminuzione della percentuale destinata alla sanità. Il problema principale è la corruzione: indipendentemente dall’aumento dei fondi stanziati, la corruzione continuerà a esistere. Quindi le proteste non sono state interrotte a causa dell’aumento dei fondi o qualcosa del genere. Non è affatto questo il motivo. Il motivo per cui abbiamo smesso di protestare è in realtà la violenza contro le persone che sono scese in strada pacificamente. Ancora ora se uscissi allo scoperto e dicessi: “Sì, ho partecipato alle proteste” o, soprattutto, “Faccio parte del server Discord”, finirei in prigione, come dicevo prima. Penso che le condanne di cui parlavo siano una delle cose che il governo ha usato per spaventarci e impedirci di protestare. Infatti, prima di uscire, la maggior parte di noi a volte cancella Discord, Telegram e Instagram; usiamo molto le VPN; evitiamo di condividere nomi o foto; alcuni di noi continuano a cambiare account. Spaventa che il solo fatto di partecipare a una riunione online potrebbe essere sufficiente per farti arrestare. Penso che questo la dica lunga sulla fragilità delle libertà civili in Marocco. Nonostante ciò, le discussioni tra noi sono ancora in corso. Cosa succederà ora al movimento? Pensi che ci saranno altre proteste? Sì, penso che ci saranno altre proteste, anche se per ora sono state sospese. La gente dice che dovremmo tornare nelle piazze ma allo stesso tempo ha paura di finire in prigione e ricevere le condanne di cui ho parlato prima. Ha paura di sprecare 10 anni della propria vita solo per questo. Soprattutto i ventenni, non possono permettersi di perdere dai 5 ai 10 o ai 15 anni della loro vita. Io ho già partecipato e penso che lo rifarei sicuramente, perché se tutti pensassimo di dover restare a casa per non metterci in pericolo, non cambieremo mai nulla in questo Paese. Per essere contenti con l’esito delle proteste, la maggior parte della gente desidera dei miglioramenti netti per l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la lotta alla corruzione. Ma per quanto mi riguarda, penso che il mio obiettivo, ripeto, sia la lotta alla corruzione. Perché, come dicevo, sono una studentessa di medicina, lavoro nel settore sanitario e non ho visto alcun cambiamento dall’inizio delle proteste. Non è cambiato letteralmente nulla. Quindi la radice del problema è la corruzione. Per ora però mi concentro sul risultato più positivo dei movimenti della Generazione Z in tutto il mondo: ricordare alla Generazione Z, che dovrebbe essere “la generazione poco seria”, quanto può essere forte e che non dovremmo mai stare zitti o essere messi a tacere di fronte alla repressione e l’oppressione.   Africa Rivista
GenZ 212: dal Marocco la testimonianza di Adilah contro il silenzio del sistema. Prima parte
Per comprendere parte della realtà dietro i numeri della repressione, abbiamo incontrato Adilah (nome di fantasia), studentessa di medicina e attivista del movimento GenZ212 in Marocco. Attraverso la sua testimonianza emerge un racconto di una mobilitazione nata su Discord per denunciare la corruzione e il declino dei servizi pubblici nel Paese. Adilah ci guida dall’entusiasmo delle prime marce pacifiche fino alla scelta di sospendere le proteste a causa della violenza e degli arresti di massa. Se da un lato il governo marocchino punta a proiettare un’immagine del Paese progressista e stabile, dall’altro la vita quotidiana mostra spesso servizi essenziali carenti e frequenti violazioni di libertà civili. Le proteste della GenZ212 nascono proprio in questo contesto di contrasti. Nella seconda metà del 2025, la generazione Z ha trovato nei canali digitali uno strumento centrale per esprimere dissenso contro crisi economica, corruzione percepita e disuguaglianze sociali. In una recente dichiarazione diffusa sui social emerge la loro richiesta di riformare i servizi pubblici e rispettare la Costituzione marocchina, citando in particolare gli articoli sulla democrazia, la libertà di riunione, il diritto alla salute e all’istruzione e la partecipazione dei giovani. Nei media nazionali, queste manifestazioni sono state spesso descritte come minaccia all’ordine pubblico, e la diffusione online di contenuti legati alle proteste è frequentemente trattata come “istigazione alla commissione di reati gravi e reati minori mediante mezzi elettronici”. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, le rivendicazioni si sono concentrate su sanità, istruzione e giustizia, in risposta a episodi di violenza, arresti arbitrari e condanne sproporzionate. La narrativa ufficiale privilegia invece il racconto di vandalismi e discorsi ritenuti istigatori, accompagnato dalla celebrazione dell’aumento del 16% dei fondi per sanità e istruzione deciso dal Consiglio dei ministri. Lo spazio per il confronto pubblico si riduce ulteriormente: gli incontri online restano l’unico canale di espressione, ma anche la semplice partecipazione è percepita come rischiosa. La fragilità delle libertà civili è confermata dai dati sulle detenzioni: secondo gli ultimi dati condivisi dalla Procura Generale a inizio dicembre, le persone arrestate in relazione alle proteste erano oltre 5.780, di cui 1.473 ancora in custodia e 162 minori, molti affidati a istituti di detenzione. Per restituire lo sguardo di chi ha vissuto queste proteste, ho incontrato Adilah, giovane studentessa di medicina, che racconta in prima persona la nascita e gli sviluppi del movimento. Cosa è successo nei giorni precedenti alle manifestazioni del 27 e 28 ottobre? Un paio di settimane prima, circolavano molti video online che mostravano la distopia del Marocco: da un lato c’è una vita di lusso, dall’altro infrastrutture orribili. Molti di questi video sono diventati virali e, poco a poco, si è creato un trend che ha alimentato la rabbia della popolazione locale, soprattutto la nostra, quella della generazione Z. L’organizzazione dei Mondiali è stata una delle ragioni principali. Non perché odiamo il calcio o qualcosa del genere. No, noi amiamo il calcio, ovviamente. Ma è un problema di priorità: non puoi dirmi che un governo abbia la possibilità di contrarre un debito di 100 miliardi di dollari solo per costruire uno stadio in pochi giorni o in poche settimane secondo gli standard internazionali, ma, al tempo stesso, non è in grado di costruire un buon ospedale o una buona scuola. E poi c’è anche la questione delle persone colpite dal terremoto di Al Haouz. Sono passati ormai due o tre anni e queste persone non hanno ancora una casa. Cosí è nato un gruppo Discord.  Qual è il ruolo del server GenZ212 su Discord? Il server Discord è stato creato il 15 settembre 2025. Ci ha fornito uno spazio per discutere di politica, dato che in Marocco la libertà di parola non è garantita al 100%. La cosa è proseguita con molti podcast e molte discussioni tra di noi giovani, principalmente sui temi della sanità, dell’istruzione e della corruzione. Nel server siamo arrivati quasi a 200.000 membri, che è davvero tanto per un gruppo Discord in Marocco, considerando che la maggior parte dei marocchini non usa nemmeno l’applicazione. Tra il 15 e il 27 settembre, questo spazio digitale è diventato il catalizzatore di un malcontento diffuso tra i giovani, vissuto da molti come un vero e proprio risveglio collettivo. La mobilitazione non è nata all’interno di partiti politici o strutture organizzate, ma da una frustrazione condivisa e dalla percezione di essere sistematicamente esclusi dai processi decisionali. Dopo la diffusione virale di alcuni video e il consolidarsi delle discussioni online, il gruppo ha deciso di tradurre il dibattito virtuale in azione concreta, convocando le prime manifestazioni per il fine settimana del 27 settembre. Le proteste si sono svolte il 27 e il 28 settembre in numerose città marocchine, tra cui Casablanca, Rabat e Tangeri. La scelta delle date è stata dettata da ragioni pratiche: il fine settimana rappresentava l’unico momento disponibile per una generazione composta in larga parte da studenti e giovani lavoratori.   Africa Rivista
In Bangladesh riesplode la rivolta della Generazione Z. Assaltate le sedi dei quotidiani
Migliaia di persone sono scese in piazza in Bangladesh, dopo l’annuncio della morte di Sharif Osman Hadi, trentaduenne leader giovanile della cosiddetta “Generazione Z“, ferito gravemente in un attentato a Dhaka e deceduto giovedì in un ospedale di Singapore, dove era stato trasferito per le cure. La notizia della sua morte ha riacceso le proteste e ha scatenato la violenza nella capitale e in altre città, con centinaia di manifestanti che hanno preso d’assalto le sedi dei principali quotidiani del Paese, Prothom Alo e The Daily Star, considerate espressione di interessi politici contrari alla causa rivendicata dai dimostranti. La polizia e le truppe paramilitari sono intervenute per cercare di ristabilire l’ordine. La morte di Hadi, noto come il “combattente di luglio”, ha agito da detonatore in un contesto politico già instabile. Hadi non era un attivista qualunque: portavoce della piattaforma Inquilab Moncho, o Piattaforma per la Rivoluzione, una realtà politica e culturale emersa dal movimento studentesco che l’anno scorso aveva contribuito alla caduta dell’ex primo ministro Sheikh Hasina, era divenuto la figura di riferimento per la mobilitazione giovanile e la richiesta di riforme democratiche. Il 4 agosto 2024, una violenta repressione lasciò circa 100 morti e scatenò una ondata di rabbia che costrinse Hasina a dimettersi e fuggire dal Paese il 5 agosto, ponendo fine alla sua lunga permanenza al potere e segnando una svolta nella politica del Bangladesh. Sotto l’Anti-Terrorism Act, la Commissione elettorale ha sospeso la registrazione del suo partito, la Awami League, impedendogli di partecipare alle elezioni del 2026. Il 12 dicembre, il giorno dopo l’annuncio del calendario delle elezioni nazionali che si terranno il 12 febbraio, Hadi è stato ferito con un colpo di pistola alla testa sulla Box Culvert Road a Purana Paltan, a Dhaka. Gli investigatori hanno identificato come autore dell’omicidio un membro della Chhatra League, Lega studentesca del Bangladesh Awami League, cioè l’organizzazione giovanile e universitaria del partito ora fuorilegge. Secondo alcune fonti, il sospettato sarebbe fuggito in India. Molti dei manifestanti interpretano l’uccisione di Hadi come un atto deliberato per fermare il suo crescente sostegno popolare, e la sua figura è stata rapidamente trasformata in un simbolo di resistenza. La mobilitazione, iniziata come espressione di lutto e richiesta di giustizia, si è rapidamente radicalizzata nella notte, assumendo caratteristiche di una vera e propria rivolta urbana con slogan, blocchi stradali e attacchi vandalici. A Dhaka e in città come Chittagong, gruppi di dimostranti hanno assaltato non solo le maggiori testate giornalistiche, ma anche uffici politici e istituzioni collegate all’ex regime. Le sedi degli influenti quotidiani Prothom Alo e Daily Star, storicamente centrali nell’informazione nazionale, sono finite nel mirino perché accusate dai manifestanti di essere vicini all’India – che ha offerto ospitalità all’ex premier Hasina – e ostili alla causa della rivoluzione studentesca. Le redazioni sono state vandalizzate e date alle fiamme, con i giornalisti chiusi nelle redazioni, costretti a chiedere aiuto mentre il fumo avvolgeva gli edifici. Il primo ministro ad interim, il Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, ha condannato le rivolte e sta cercando di contenere l’escalation. In un discorso alla nazione, il premier ha definito la morte di Hadi come «una perdita irreparabile per la nazione», ha dichiarato una giornata nazionale di lutto e ha invitato la popolazione a resistere alla violenza di massa attribuendo gli atti più estremi a «pochi elementi marginali» che cercano di sabotare il processo democratico. L’esecutivo ha promesso un’indagine trasparente sull’omicidio e ha fatto appello alla calma, mentre accusa forze esterne e interne di tentare di sfruttare il momento di debolezza per destabilizzare ulteriormente il Paese alla vigilia delle elezioni. Intanto, la salma di Hadi è tornata in Bangladesh per i funerali che si terranno sabato pomeriggio. Il clima resta teso: nelle strade si alternano cortei pacifici e scontri con la polizia, mentre la retorica anti-India fra i manifestanti rischia di complicare i già fragili rapporti diplomatici nella regione. Con le elezioni di febbraio all’orizzonte, il Bangladesh si trova a un bivio: la capacità delle autorità di mediare e garantire un clima di partecipazione pacifica potrebbe definire non solo l’esito elettorale, ma la direzione futura di una nazione dove il desiderio di cambiamento democratico convive con il rischio di nuovi cicli di violenza.   L'Indipendente
Madagascar: la Generazione Z ha vinto, ma non è lei a riscrivere le regole
Abbiamo assistito di recente a una svolta storica in Madagascar, che ha visto protagonisti i giovani della Generazione Zeta. A distanza di poco tempo rimangono molti interrogativi e sfide. Tra il 25 settembre e il 14 ottobre scorsi, il Madagascar ha vissuto una svolta storica. La Generazione Z, nata e organizzata sui social network, è riuscita a far cadere il regime di Andry Rajoelina. Ora però i ragazzi della Gen Z tra i 15 e i 25 anni, arrabbiati, connessi e determinati, si trovano di fronte a un interrogativo cruciale: come evitare che il loro sogno di cambiamento venga neutralizzato? Il rischio principale per la Generazione Z malgascia è che il “momento rivoluzionario” venga normalizzato dentro logiche militari, clientelari e internazionali che non controlla, trasformando una vittoria di piazza in una riconfigurazione del vecchio sistema con volti nuovi. La specificità della Generazione Z malgascia è il suo nucleo motore: una galassia di gruppi urbani connessi che ha usato piattaforme cifrate per coordinare scioperi, sit-in, occupazioni, manifestazioni e presidi in spazi simbolici come la Place de la Démocratie, aggirando partiti e notabili. Questa “rivoluzione digitale” ha prodotto due effetti ambivalenti: ha mostrato che una generazione con poco da perdere può rovesciare rapidamente un presidente, ma ha anche aperto spazio a un arbitraggio di potere da parte dei militari, delle élite economiche e degli attori esterni che ora cercano di incanalare l’energia giovanile in una transizione controllata. Un governo senza consultazione La scelta del primo ministro e la formazione del nuovo governo sono avvenute senza il diretto coinvolgimento dei giovani protagonisti della rivolta. I 29 membri dell’esecutivo odierno includono qualche nuovo volto e alcuni esperti, ma l’insieme resta un sapiente dosaggio di vecchi politici, oppositori storici e persino rappresentanti del regime appena cacciato come Christine Razanamahasoa già presidente dell’Assemblea Nazionale ed ex ministro con Andry Rajoelina, che oggi nel nuovo governo ha ottenuto lo strategico Ministero degli Esteri. Sariaka Senecal, giovane attivista malgascia (poco più che ventenne) descrive così al settimanale francese Le Point il rapporto ambivalente con le nuove autorità: “E’ vero, siamo stati ricevuti dalla presidenza e al Ministero della Gioventù. Da questo punto di vista c’è stato ascolto. Ma sulle nomine politiche non siamo stati minimamente consultati. Dalla scelta del premier a quella dei ministri, non siamo mai stati coinvolti. Stiamo assistendo a una rifondazione di facciata. Non è prevista alcuna revisione costituzionale, nessuna riforma strutturale. Cambiano le facce, non le logiche. Ci ascoltano, fingono di prenderci sul serio. Ma hanno già i loro piani”. Dal movimento orizzontale alla struttura organizzata La difficoltà di questa “rivoluzione della Generazione Z” era prevedibile. Nata in modo spontaneo e orizzontale, la mobilitazione giovanile manca, come in altri contesti simili, di rappresentatività formale. Per acquisire maggior peso, il movimento starebbe valutando di modificare la pura orizzontalità e organizzarsi in una struttura più tradizionale, con portavoce, comitati e leader riconoscibili. La Generazione Z dispone oggi di reti e strumenti che le danno un’influenza senza precedenti, ma oscilla ancora tra la forma organizzata di un movimento e quella assembleare e fluida di un organo consultivo. L’obiettivo comunque resta invariato: influenzare le decisioni del potere. Per ora una delle sfide principali per il nuovo governo è mantenere il sostegno finanziario della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, da cui dipendono numerosi progetti in corso per migliorare l’accesso all’acqua e all’energia: solo il 36% della popolazione malgascia ha accesso all’elettricità, quando c’è. Un brief “Poverty and Equity” su Madagascar dell’ottobre 2025 stima che nel 2024 circa l’80% dei malgasci viva sotto la soglia internazionale di povertà di 2,15 dollari al giorno Intanto la Russia in queste settimane ha manifestato ufficialmente la volontà di rafforzare la cooperazione con il Madagascar in questa fase di transizione. Una mossa sostenuta dal nuovo Presidente dell’Assemblea Nazionale malgascia, Siteny Randrianasoloniaiko, noto per la sua vicinanza a Mosca. “I russi sono specialisti nella risoluzione di problemi urgenti. possono fornirci carburante. La scelta è nelle nostre mani se vogliamo davvero trovare soluzioni ai nostri problemi” ha dichiarato lunedì 24 novembre, durante la discussione sulla legge finanziaria per il 2026. Il giorno seguente ha convocato i fornitori della Jirama, la società pubblica di distribuzione di acqua ed elettricità sostenendo che il supporto tecnico russo sarebbe il benvenuto dato che nella capitale sono già ripresi i tagli di corrente. Non è la prima volta che Mosca prova a esercitare la sua influenza sul Madagascar. Nel 2018, pochi mesi prima delle presidenziali, un’indagine di BBC Africa Eye aveva rivelato come una squadra di consulenti politici russi (entrati nel Paese come “turisti” o “osservatori”) avesse offerto denaro e supporto tecnico ad almeno sei candidati. L’obiettivo era influenzare l’esito del voto sostenendo più candidati in parallelo. Da allora gli attori esterni non hanno smesso di cercare spazio a Antananarivo, tra contratti minerari e offerte di ‘cooperazione strategica’. Ma sette anni dopo, quel copione non funziona più: per i ragazzi della Generazione Z la vera battaglia comincia adesso.   Africa Rivista
Messico. Proteste della “Generazione Z” o rivoluzione colorata alimentata dalla destra?
L‘ultradestra messicana sabato scorso ha organizzato una manifestazione intitolata “Marcia della Generazione Z”, che è stata puntualmente registrata, commentata, celebrata e moltiplicata dalle principali piattaforme conservatrici del paese come El Financiero, la rivista Merca2.0, Uno TV, El Sol de México, W Radio, N+, ADN40, Tv Azteca, CNN, El Universal, Reporte Índigo, Telediario, Record, SDP noticias, Ovaciones, Generación […] L'articolo Messico. Proteste della “Generazione Z” o rivoluzione colorata alimentata dalla destra? su Contropiano.
Madagascar, anatomia di un (non) colpo di stato
Un nuovo presidente e un primo ministro tecnico guidano il Madagascar dopo le proteste giovanili. Tra speranze e dubbi, la Generazione Z teme che le promesse di cambiamento restino vuote.  Le prime reazioni della Generazione Z malgascia sono state tutt’altro che entusiaste. Dopo soli 20 giorni di proteste in piazza, il Madagascar ha un nuovo volto: alla presidenza c’è il colonnello Michael Randrianirina, figura descritta dai suoi pari come un militare rigoroso; al suo fianco, nel ruolo di primo ministro, è stato nominato Herintsalama Rajaonarivelo, economista e manager di lungo corso, collaboratore della Banca Mondiale e presidente del consiglio di amministrazione della Banca Nazionale dell’Industria. Per i ragazzi non è esattamente uno fuori dal coro. A distanza di poco più di quindici anni, il Madagascar ha vissuto un déjà vu politico. Già nel 2009, durante la rivolta contro Marc Ravalomanana, l’unità d’élite CAPSAT si rifiutò di reprimere i manifestanti e contribuì alla salita al potere di Andry Rajoelina. Oggi, la stessa unità ha nuovamente scelto di non sparare sulla folla, schierandosi con i giovani della Generazione Z: un gesto che ha preceduto la destituzione e la fuga all’estero dello stesso ex presidente Rajoelina. La scelta di un primo ministro stimato dalla comunità economica internazionale è volutamente una mossa volta a rassicurare, anche se è già scattata la condanna dell’ONU e dell’Unione Africana che ha sospeso il Madagascar dalle sue istituzioni. Nel frattempo il presidente ex colonnello ha dichiarato che il suo non è affatto un colpo di Stato e che “un colpo di Stato è quando si entra armati nel palazzo presidenziale e si versa sangue”, mentre in questo caso i militari avrebbero “deposto le armi per unirsi alle richieste popolari” e ha insistito sul fatto che la sua nomina è stata approvata dalla Corte Suprema e quindi “segue la procedura legale”. L’esercito malgascio storicamente ha sempre agito più come un catalizzatore sociale piuttosto che come un conquistatore del potere. Nel 1972, le proteste studentesche e contadine (le Rotaka) portarono alla fine del regime filo‑francese di Philibert Tsiranana. L’esercito, guidato dal generale Gabriel Ramanantsoa, si rifiutò di reprimere i manifestanti e convinse il presidente a farsi da parte, creando un governo di transizione militare‑civile che aveva la missione di ristabilire ordine e sovranità, senza instaurare una dittatura. Nel 2002, la crisi elettorale tra Didier Ratsiraka e Marc Ravalomanana paralizzò lo Stato. Solo dopo mesi di tensioni e morti, l’esercito intervenne per “ristabilire la legalità”, favorendo il passaggio dei poteri a Ravalomanana, riconosciuto come vincitore dal popolo. Nel 2009, la rivolta contro Ravalomanana vide un ruolo centrale dell’unità d’élite CAPSAT, che si rifiutò di sparare sui manifestanti pro‑Rajoelina. Dopo il massacro del 7 febbraio, il suo ammutinamento provocò la caduta del presidente. L’esercito, come nelle crisi precedenti, si presentò come salvatore della nazione e non come usurpatore, consegnando poi il potere a un civile, Rajoelina. Molti membri del movimento Generazione Z riconoscono al nuovo primo ministro competenza e profilo tecnico, ma lo percepiscono come parte dell’élite economica distaccata dai problemi dei giovani malgasci, che riguardano disoccupazione, precarietà e povertà diffusa. In molti chiedono che le promesse di trasparenza e partecipazione non restino solo promesse del momento. A due passi dal palazzo presidenziale, riferisce il mensile francese Jeune Afrique, una parte della Generazione Z avrebbe montato la propria sede al primo piano di una pizzeria. Una ventina di giovani cercano di trovare un portavoce del collettivo per poter parlare con una sola voce. Non sarà facile. “Siamo un’organizzazione giovane e orizzontale, di fronte a un’organizzazione militare verticale. Dobbiamo andare veloci” è uno dei commenti più seguiti nella chat di Discord. Ketakandriana Rafitoson, vicepresidente di Transparency International, che ha avuto un ruolo nell’organizzazione di alcune delle proteste iniziali, e lei stessa malgascia, ha detto all’agenzia Reuters che i colpi di Stato sono sempre indesiderabili per la democrazia, ma in questo caso c’era “un’apparente riluttanza dei leader politici ad affrontare le rimostranze, un’unità armata organizzata era in pratica l’unica istituzione in grado, rapidamente, di fermare lo spargimento di sangue e riaprire lo spazio civico”. Elliot Randriamandrato, attivista e intellettuale malgascio di 30 anni, è uno dei volti della Generazione Z in Madagascar: “Le ultime settimane sono una mezza vittoria, la vera lotta inizia ora: la nostra principale richiesta è un cambiamento all’attuale sistema politico” ha detto all’AFP. Diverse reti della Generazione Z hanno espresso frustrazione, accusando l’esercito di essersi “appropriato” dei risultati delle proteste popolari che hanno rovesciato l’ex presidente Andry Rajoelina. Molti attivisti parlano di un “tradimento della rivoluzione giovanile”, poiché la promessa di un dialogo inclusivo starebbe cedendo a una gestione verticale del potere. Nel frattempo Rajaonarivelo ha annunciato l’avvio di un piano nazionale per promuovere l’occupazione giovanile, articolato in incentivi alle microimprese, programmi di apprendistato e partenariati strategici con il settore privato. Il suo esecutivo sarà chiamato a coabitare con l’esercito per un periodo di circa due anni, durante il quale dovranno essere organizzate nuove elezioni generali. Durante il suo discorso inaugurale di questa settimana il presidente non ha mancato di rendere omaggio “alla gioventù malgascia vittima dell’ingiustizia”, ma – secondo il racconto dei presenti – i dieci posti riservati ad alcuni dei ragazzi protagonisti della rivolta erano tutti in piccionaia, nel bancone sul retro, in fondo alla sala. Un dettaglio che non è sfuggito alla Generazione Z. Africa Rivista
Generazione liquida: la rivoluzione senza leader
Da Nairobi al Nepal, dal Perù al Botswana, fino al Madagascar e al Marocco: i giovani scendono in piazza in tutto il mondo. Nonostante le grandi differenze culturali e le motivazioni diverse che animano le proteste, alcuni codici e linguaggi comuni si diffondono e connettono le piazze globali, superando persino il muro degli algoritmi. Ma interpretare le proteste della Generazione Z solo come un’urgenza generazionale sarebbe riduttivo. “…vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni.” Sono passati 50 anni da quando Pier Paolo Pasolini rifletteva sui giovani con lucidità e passione. Eppure sembrano parole scritte ieri mattina, tra le grida della Gen Z ad Antananarivo. Per un certo periodo, il 2019 è stato definito “l’anno della protesta”, con disordini civili che invasero le strade da Hong Kong all’Egitto. Prima ancora, il titolo spettava al 2011, segnato da Occupy Wall Street e dalle rivolte pro-democrazia della primavera araba in Medio Oriente. Oggi siamo nel pieno di una nuova ondata globale: le proteste della Generazione Z si diffondono ovunque, ridefinendo linguaggi, strumenti e spazi della mobilitazione. Ma non erano sdraiati? L’età media in Africa è di appena 19 anni: la più bassa al mondo. Per confronto, in Europa l’età media è di 42 anni. Quasi il 60% della popolazione africana ha meno di 25 anni, la più alta concentrazione giovanile al mondo, mentre il 70% è sotto i 35. Su un totale di 1,47 miliardi di abitanti, quasi 900 milioni sono giovani. I dieci Paesi più giovani del mondo? Tutti africani. Sarebbe dunque quantomeno riduttivo interpretare le proteste della Generazione Z esclusivamente come un’urgenza generazionale: in Africa, la Gen Z non è una minoranza ribelle. È la maggioranza assoluta. Le mobilitazioni giovanili nel sud del mondo assumono quindi un peso e un valore del tutto diversi, perché esprimono la voce prevalente. A differenza delle primavere arabe, dove mancava una chiara identificazione generazionale, le proteste attuali si distinguono per un preciso riferimento ai protagonisti: è evidente chi sono, da dove parlano e quale generazione rappresentano. Questo elemento identitario è centrale per capire la cifra di questa generazione. La Gen Z si propone come possibile futuro movimento di liberazione dai sistemi post-coloniali, che, pur formalmente democratici, hanno perpetuato meccanismi di esclusione. Le elezioni, in questi contesti, hanno spesso garantito diritti e privilegi solo alle élite, lasciando ai margini la maggior parte della popolazione. Giovani in primis. Un altro tratto distintivo è il rifiuto della violenza. La rivendicazione della natura pacifica delle rivolte è costante: “Siamo un movimento pacifico, rinneghiamo qualsiasi forma di violenza”. Questa dichiarazione non è episodica, ma viene ripetuta sistematicamente, a sottolineare l’impegno etico e strategico verso la nonviolenza. Parallelamente, questi ragazzi si caratterizzano per l’assenza di una leadership tradizionale: non esiste un leader riconosciuto, né un portavoce ufficiale e pur non avendo alcuna affiliazione partitica, sono gli attivisti stessi a cercare il dialogo con esperti politici e figure di rilievo. Infine non vi è alcun riferimento religioso nelle loro rivendicazioni. I millennial occidentali, tra un aperitivo l’altro, sentenziavano che “i giovani non credono nel futuro”, o che erano troppo superficiali, troppo egocentrici. Oggi iniziano a capire che quando la maggioranza ha vent’anni, la percezione del tempo, della storia, del potere e del cambiamento si ribalta. What’s behind Africa’s youth-led protests?” (Cosa c’è dietro le proteste guidate dai giovani in Africa?) titolava il New York Times la scorsa settimana, “In pochi mesi, la Gen Z ha abbattuto diversi governi. Chi sarà il prossimo?” riassume il settimanale francese Jeune Afrique, mentre il quotidiano di Nairobi Daily Nation titola: “In tutta l’Africa e oltre, le rivolte giovanili stanno costringendo i leader a fare marcia indietro”. Nonostante le grandi differenze culturali e le diverse motivazioni che muovono le proteste, alcuni codici e linguaggi si diffondono e connettono le piazze di tutto il mondo, sfondando il muro dell’algoritmo. I social media hanno un modo tutto loro molto specifico e velocissimo di unificare e collegare le voci e le esperienze più disparate, questo permette alle singole persone di vedere le loro personali – talvolta intime – esperienze di disuguaglianza, come un’unica ingiustizia collettiva. Non è poco. Nel 2025, Discord – piattaforma lanciata nel 2015 come spazio di chat per videogiocatori – si è affermata come uno degli strumenti più potenti di mobilitazione politica e sociale della Generazione Z. Con una presenza capillare che si estende dall’Asia all’Africa, la piattaforma conta oggi 200 milioni di utenti mensili attivi che quotidianamente scrivono su questa piattaforma, votano, creano dei sondaggi dove fanno delle domande ai partecipanti e sulla base di quello, decidono le proprie istanze. Un esempio emblematico è il server che ospita la “GenZ 212” che in meno di un mese ha superato i 250.000 iscritti, con una partecipazione media di 40.000 utenti giornalieri e oltre 6.000 persone collegate contemporaneamente durante le assemblee vocali serali. “Ci stiamo convalidando a vicenda. Ci stiamo ispirando a vicenda e prendiamo coraggio l’uno dall’altro” commenta in chat su Discord una ragazza marocchina. In “Se noi bruciamo” del 2023 il giornalista e scrittore americano Vincent Bevins analizzava dieci anni di rivolte globali, dal 2010 al 2020, mostrando – a suo dire – come quelle proteste, pur generando immense speranze, non fossero riuscite a tradursi in cambiamenti strutturali duraturi. Quasi ovunque – scriveva – dopo una fiammata iniziale, si è vista la restaurazione di regimi autoritari o la cooptazione da parte di nuove élite politiche. Ma è davvero così? Il Movimento degli Ombrelli di Hong Kong, nato nel 2014 e riemerso nel 2019, è stato una di quelle maree che promettevano un futuro diverso. Ma quelle richieste democratiche furono rigettate e la dirigenza di Pechino consolidò la propria presa. Anche in Egitto e Tunisia, tra il 2010 e il 2013, erano state annunciate le famose Primavere arabe: giovani blogger, attivisti e cittadini comuni si ribellarono alla lunga notte dei regimi autoritari. Le Primavere, nate come canto di libertà, finirono tuttavia per lasciare dietro di sé un panorama di disillusione: le rivoluzioni che promettevano libertà e giustizia si infransero contro vecchie élite e istituzioni fragili. Più lontano però, in Nepal, la Gen Z ha trasformato i social network in uno strumento di potere politico inedito. La mobilitazione giovanile, attiva online contro la corruzione e la stagnazione dei partiti tradizionali, ha spinto fino all’elezione – avvenuta simbolicamente su Discord e confermata poi in parlamento – della prima premier donna della nazione himalayana. Anche nelle Filippine le proteste sono state motivate dalla rabbia popolare contro la corruzione della classe dirigente. La manifestazione più imponente si è tenuta il 21 settembre 2025 a Manila e in altre grandi città, richiamando decine di migliaia di persone. I partecipanti hanno denunciato lo scandalo dei “progetti fantasma” per il controllo delle inondazioni, chiedendo trasparenza, responsabilità e la fine dell’impunità politica. In Perù, dopo la grande ondata di proteste del 27 settembre è emersa una nuova ondata di mobilitazioni giovanili. A Lima, nelle ultime ore è in corso una crisi politica e sociale molto grave, con tensioni tra manifestanti e forze dell’ordine, stato d’emergenza attivo, più di cento feriti, tra cui decine di agenti e diversi giornalisti  e forti richieste di riforma e sicurezza da parte della popolazione giovanile e civile. Il presidente Jerí ha escluso dimissioni e ha chiesto al Parlamento poteri speciali per contrastare l’insicurezza e la criminalità, dichiarando tolleranza zero verso le “infiltrazioni criminali nei cortei”. Nel frattempo si teme un’ulteriore escalation nelle prossime ore. Nel 2024, la Generazione Z del Kenya è scesa in piazza – contro la proposta di legge finanziaria del governo Ruto. La mobilitazione, nonostante la repressione, segnò un punto di svolta politico. Di fronte alla pressione della società civile e all’indignazione internazionale, Ruto ritirò la legge finanziaria e, poche settimane dopo, sostituì diversi ministri del gabinetto. Nel settembre scorso dopo nuovi episodi di violenza e arresti, le proteste si sono riaccese, confermando che la generazione digitale keniota non arretra. In Botswana un elettorato giovane e desideroso di cambiamento ha avuto un ruolo decisivo nel porre fine a quasi sessant’anni di dominio del Partito Democratico del Botswana, che governava sin dall’indipendenza del 1966. Allo stesso modo, in Sudafrica, anche la crescente disillusione tra i giovani ha contribuito al crollo del sostegno per l’African National Congress, sceso per la prima volta dal 1994 sotto la soglia del 50 per cento dei voti. In Senegal, i giovani che avevano difeso Ousmane Sonko nei tribunali e nelle strade sono diventati base elettorale che ha portato Diomaye Faye alla presidenza nel marzo 2024. Dopo mesi di crisi istituzionale, arresti e sospensione del voto, fu proprio la pressione dei giovani e delle reti civiche – eredi di “Y’en a Marre” – a pretendere elezioni regolari. Marocco e Madagascar sono storia in corso. Nel 2011 i giovani marocchini avevano ottenuto la revisione costituzionale, ed oggi dopo mesi di malcontento, la voce del movimento “Gen Z 212” ha spinto il re Mohammed VI a non ignorarli. Nel suo discorso del 10 ottobre, pur evitando ogni riferimento diretto alle manifestazioni della “Gen Z 212”, Mohammed VI ha invitato il governo a «rafforzare il patto sociale» e ad accelerare gli investimenti in sanità, istruzione e coesione territoriale, riconoscendo implicitamente le priorità indicate dal movimento Il Madagascar è tornato al centro dell’attenzione internazionale grazie alla straordinaria mobilitazione giovanile. Le proteste, le più imponenti degli ultimi anni, hanno costretto il presidente Andry Rajoelina a lasciare il paese; in seguito, il Parlamento ha approvato la rimozione formale del capo dello Stato. Il potere è passato a un Consiglio Militare di transizione, che ha sospeso la Costituzione e sciolto la maggior parte delle istituzioni, lasciando in funzione soltanto l’Assemblea nazionale, incaricata di guidare il Paese verso elezioni da indire “entro 24 mesi”. Il filo rosso che unisce queste storie – e non solo – è la speranza di trasformare l’indignazione in progetto, è il tentativo della Gen Z di rigenerare una politica nuova, spinta dal basso, e di forzarla a muoversi. Perché non accada più che un ventenne scriva “Me ne vado, mamma, perdonami… i rimproveri sono inutili in quest’epoca crudele… io non ne posso più di piangere senza lacrime.” come fece Mohamed Bouazizi prima di darsi fuoco la mattina del 17 dicembre 2010, davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid in Tunisia. Perché nessuno possa più dire: “Non spingete”! Africa Rivista
Forum internazionale: “I movimenti generazionali possono porre fine alla corruzione sistemica? Lezioni da Nepal, Indonesia e Filippine”
> Le proteste guidate dai giovani della Generazione Z (nati tra il 1997 e il > 2012, Ndt.) si stanno diffondendo in tutto il mondo, provocando la caduta di > governi e causando grandi sconvolgimenti politici. Al centro di questa ondata psico-sociale c’è il risveglio di una generazione stanca delle pratiche corrotte della classe politica radicata al potere, insieme ai disordini socio-economici e alla percezione di discriminazione e mancanza di opportunità future per i giovani. Al di là dell’esigenza di un rinnovamento politico, c’è una forte richiesta di coerenza e di comportamento integro, una richiesta di detronizzare l’ipocrisia sistemica di coloro che abusano del loro potere e spendono i fondi pubblici come se fossero propri. Sono i “walang hiya” in filippino, i ‘malu’ in bahasa indonesiano e i “लाज नलाग्नु” (laj nalagnu) in nepalese, che ostentano spudoratamente i loro eccessi a spese della gente comune che riesce a malapena a sopravvivere in una democrazia. Di fronte a questi eventi, sorge la domanda se si tratti solo di una serie di esplosioni catartiche o della possibilità di cambiamenti profondi e duraturi. Per affrontare in tempo reale questa questione di profondo significato storico, il 28 ottobre si terrà un Forum Internazionale dal titolo “I movimenti generazionali possono porre fine alla corruzione sistemica? Lezioni dal Nepal, dall’Indonesia e dalle Filippine”. L’obiettivo principale del forum è quello di ottenere informazioni accurate e stimolare il dibattito su questi significativi movimenti generazionali, contribuendo alla trasformazione della storia contemporanea con proposte realizzabili per un cambiamento sistemico duraturo. L’evento è un’iniziativa collaborativa del World Humanist Forum (WHF), del World University Network for Innovation for Leaders (WUNI-L), degli uffici relazioni internazionali e collegamenti esterni di università partner quali la Baguio City Central University, la Urdaneta City University, la Negeri Malang University (UM), la Bandung Islamic University e la Tarlac Agricultural University, dell’agenzia stampa internazionale Pressenza e di Humanists Nepal. Questa convergenza riunirà giornalisti, attivisti, educatori, studenti, sostenitori della pace, ricercatori, responsabili politici, leader giovanili e parti interessate della società civile per esaminare un momento critico nelle società e nella governance. Più di 500 studenti, docenti e amministratori di varie istituzioni educative hanno confermato la loro partecipazione. A loro si uniranno membri partner del Movimento Umanista provenienti da diversi continenti. Questi contributi forniranno la prospettiva delle nuove generazioni come protagoniste principali degli eventi attuali. Il programma vedrà la partecipazione di relatori quali la professoressa Tasya Aspiranti e il professor Surya Desismansyah Eka, entrambi indonesiani, gli attivisti umanisti Tulsi Maya Sigdel e Raghu Ghimire dal Nepal, mentre per analizzare il fenomeno dalle Filippine interverranno il sindaco di Baguio City, l’onorevole Benjamin Magalong, il dottor Sonny Soriano (WUNI-L) e il coordinatore generale dell’evento, decano della Scuola di specializzazione e responsabile delle relazioni internazionali della Central University di Baguio City, la dottoressa Genevieve B. Kupang. Ci saranno anche contributi da varie parti del mondo. Antonio Carvallo, Dorothy Adenga, Remigio Chilaule e Javier Tolcachier, membri del Segretariato del Forum Umanista Mondiale, parteciperanno alle sessioni dal Regno Unito, dal Kenya, dall’Argentina e dal Mozambico. Il dottor Godfrey G. Mendoza, supervisore educativo II del CHED-CAR e responsabile del Servizio Affari Internazionali, parteciperà dalle Filippine. La signora Sheena Pearl L. Pangda sarà responsabile delle presentazioni, mentre il messaggio di chiusura sarà pronunciato dal presidente della Rete Mondiale delle Università per l’Innovazione (WUNI-I), il dottor Robert Frederick Hayden, e da Remegio Van Eys Chilaule (WHF, Mozambico). Il Forum avrà inizio alle 19:00 (ora delle Filippine) del 28 ottobre, che corrisponde alle ore 13:00 in Italia (CET). Le conclusioni del forum saranno presentate alla prossima 4a Assemblea del Forum Umanista Mondiale che si terrà il 6 e 7 dicembre di quest’anno. Lo spirito è che esse serviranno come fonte di riflessione e ispirazione per le azioni di cambiamento in corso e allo stesso tempo come base per future ricerche accademiche. È possibile accedere alle sessioni del Forum internazionale a questo link (password 571546). Oppure potete accedere a questo link: https://heyzine.com/flip-book/4d4d67a6b9.html. Il codice QR è riportato di seguito.             -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico. Pressenza IPA