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Pena di morte: gli ultimi giorni di Jennings
di Federica Massoli (*) I MIEI ULTIMI GIORNI INSIEME A BRYAN FREDERICK JENNINGS di Federica Massoli Questa è la breve storia dei miei ultimi istanti accanto al mio amatissimo Bryan, prima che lo Stato della Florida ne eseguisse la condanna il 13 novembre 2025. Ho trascorso con lui gli ultimi quattro giorni della sua vita, quattro giorni sospesi nel tempo,
Israele, profilo di un paese suprematista. Pena di morte, censure e divieti a Ong e media
A una settimana dall’inizio del 2026, può essere utile fare il punto sul profilo delle forme di organizzazione politica che ha assunto Israele negli ultimi due anni, in concomitanza con l’aver messo allo scoperto il suo intento genocidiario. Prima la pulizia etnica avveniva più “silenziosamente”, ma ora il sionismo è […] L'articolo Israele, profilo di un paese suprematista. Pena di morte, censure e divieti a Ong e media su Contropiano.
Perché la pena di morte consoliderebbe l’ascesa della destra radicale israeliana
Il disegno di legge per legalizzare l’esecuzione dei palestinesi rappresenta uno sforzo per istituzionalizzare la vendetta e cancellare tutti i limiti residui alla violenza di Stato. Il 10 novembre, un disegno di legge che consente la pena di morte per i palestinesi ha superato il suo primo grande ostacolo legislativo nel parlamento israeliano. Il disegno di legge è estremo anche per gli attuali standard israeliani. Crea un nuovo reato capitale, rende obbligatoria la pena di morte in condizioni vagamente definite ed elimina del tutto la discrezionalità giudiziaria. Fondamentalmente, il suo linguaggio è esplicitamente discriminatorio: si applica ai palestinesi che uccidono gli ebrei ma non agli ebrei che uccidono i palestinesi. Come ha affermato senza mezzi termini uno dei promotori del disegno di legge, il parlamentare Limor Son Har-Melech, “Non esiste un terrorista ebreo”. Israele ha formalmente abolito la pena di morte per omicidio nel 1954 – una mossa relativamente precoce, in un’epoca in cui paesi come il Regno Unito e la Francia effettuavano ancora esecuzioni Israele ha formalmente abolito la pena di morte per omicidio nel 1954, una mossa relativamente precoce, in un’epoca in cui paesi come il Regno Unito e la Francia eseguivano ancora esecuzioni. La pena capitale è tuttavia rimasta in vigore per una ristretta serie di reati eccezionali, tra cui crimini legati all’Olocausto e al genocidio, tradimento e alcuni atti coperti da norme di emergenza ereditate dal Mandato britannico. In pratica, tuttavia, Israele ha eseguito una sola esecuzione nella sua storia: quella di Adolf Eichmann, uno dei principali artefici dell’Olocausto, nel 1962 *. Come dimostra chiaramente il recente voto, la politica della destra radicale israeliana non si limita più all’ambito dei gesti rituali. Sarà allettante attribuire il cambiamento esclusivamente agli orrori degli attacchi del 7 ottobre – e questo è certamente parte della storia – ma la legge riflette una trasformazione più ampia legata all’ascesa della destra radicale e al programma di riforma giudiziaria del governo Netanyahu. Per i suoi sostenitori, il disegno di legge intendeva anche segnare una rottura con la comunità internazionale e le sue norme. È un’eredità diretta del kahanismo, che ha abbracciato a lungo l’isolamento internazionale come distintivo d’onore. Con l’unica eccezione della Bielorussia, nessun paese europeo esegue esecuzioni – non la Turchia, e nemmeno la Russia di Putin. L’Europa si definisce esplicitamente come una “zona libera dalla pena di morte”. L’opposizione, sia nella Knesset che nella società civile, può ancora resistere: ostacolando i lavori parlamentari, protestando, e, se necessario, impegnandosi ad abrogarlo una volta al potere. Se le esecuzioni e la cultura che li circonda prendono piede, Israele diventerà una società ancora peggiore, praticamente senza linee rosse. Invece se la pena di morte potesse ancora essere fermata, ciò suggerirebbe l’esistenza di confini morali che non sono ancora stati cancellati: il riconoscimento che ci sono atti che una società si rifiuta di immaginare di compiere e che certe forme di vendetta intrisa di sangue sono semplicemente eccessive. Rifiutare la pena di morte potrebbe diventare un catalizzatore per un più ampio ritorno alla sanità mentale politica e morale. Ron Dudai (docente presso il Dipartimento di Sociologia e Antropologia dell’Università Ben-Gurion del Negev) Why the death penalty would cement the Israeli radical right’s ascendancy / + 972 MAGAZINE, 26.11.2025 estratto da Terra e Verità a cura di Giada Caracristi   * Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil (La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme) – Hannah Arendt, 1963 Redazione Italia
La “democrazia in Israele”. Pena di morte su base razziale e chiusura di testate giornalistiche straniere
La Knesset ha approvato in prima lettura la proposta di legge sulla pena di morte per i “terroristi” che uccidono cittadini israeliani. Si tratta del primo di tre voti necessari all’approvazione definitiva.  Il disegno di legge stabilisce che i tribunali israeliani debbano imporre la pena di morte a coloro che […] L'articolo La “democrazia in Israele”. Pena di morte su base razziale e chiusura di testate giornalistiche straniere su Contropiano.
Salvare la vita di Bryan Jennings
l’esecuzione di Bryan Jennings (fissata per il 13 novembre) si sta avvicinando al galoppo e purtroppo non ci sono novità positive finora. Abbiamo perciò deciso di tentare ancora tutto il possibile. Federica Massoli ci ha fatto avere una nuova iniziativa della FADP. Si tratta di sottoscrivere on line una lettera pre-compilata che arriverà direttamente al Governatore. Invitiamo tutti a farlo, anche se avete già firmato l’appello precedente, e a divulgare la richiesta. Si può inviare il messaggio cliccando sul link https://actionnetwork.org/ letters/tell-governor-desantis-to-stop-the-execution-of-bryan-jennings. Basta compilare il form con i vostri dati, poi cliccare su “start writing” e comparirà il testo già completo, per cui poi sarà sufficiente cliccare su “send letter”. Contestualmente è possibile scrivere tramite posta (formula veloce al costo di 4,85 euro per il francobollo x 20 gr) , sperando che la lettera  possa giungere a destinazione entro 5 gg come indicato dagli uffici postali. Per chi volesse fare anche questo tentativo mandiamo in allegato una possibile bozza di lettera da stampare, firmare e inviare al seguente indirizzo: Executive Office of Governor Ron Desantis, 400 S. Monroe Street, Tallahassee, FL 32399, USA Facciamo ancora questo tentativo per salvare Bryan. Comitato Paul Rougeau
Arte contro le pene capitali – Nel giorno dei morti, l’arte per la vita.
Quando la creatività diventa impegno sociale.   Torna a Napoli Arte contro le pene capitali . Giunta alla sua quarta edizione, la manifestazione è in programma sabato 2 novembre negli spazi dell’ex OPG “Je so’ pazzo” di Materdei, dalle 15:30 fino a notte inoltrata. L’iniziativa, promossa e portata avanti dall’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario insieme alla cooperativa editoriale e di ricerca sociale Sensibili alle Foglie , curata da Nicola Valentino e attiva nelle indagini sul mondo delle istituzioni totali come carceri e ospedali psichiatrici giudiziari, è organizzata in collaborazione con Napoli Monitor , testata web che si occupa di giustizia, partecipazione e povertà. L’evento intreccia arte, memoria, giustizia e diritti umani, trasformando un luogo simbolico della reclusione in un laboratorio di riflessione collettiva. È un appuntamento artistico, ma anche politico e partecipazione, per ripensare la giustizia e immaginare alternative alla logica del castigo. C’è il desiderio di riflettere, attraverso l’arte e la cultura, sul significato della pena di morte e dell’ergastolo come strumenti di punizione sociale. In Italia la pena di morte è formalmente abolita, ma l’ergastolo non rappresenta un’alternativa: esso stesso costituisce una pena “fino alla morte”. Il luogo che ospita l’evento, l’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario, si trasforma da spazio di sofferenza a centro pulsante di vita, solidarietà e cultura, riconosciuto come simbolo cittadino di resistenza civile e di costruzione dal basso di politiche alternative. Ambulatori popolari, doposcuola, scuola di italiano, attività artistiche e sportive formano qui una rete di solidarietà concreta, un argine di resistenza e di speranza. È l’esempio di come la società civile possa generare soluzioni alternative. In questo luogo carico di storia e di significati, attraverso l’arte, si apre uno spazio per riflettere, agire e sentire. Non è solo un momento culturale, ma un richiamo concreto all’impegno civile per la giustizia, la dignità e l’umanità. L’arte, in tutte le sue espressioni, diventa veicolo per dare voce a chi è escluso e per stimolare una riflessione collettiva su carcere e diritti civili. UN’ARTE CHE DENUNCIA LA “MORTE SOCIALE” Il filo conduttore di questa edizione è la condanna e l’abolizione della pena di morte e dell’ergastolo, considerato come pena “fino alla morte”. L’approccio multidisciplinare dell’evento pone l’accento sulla sofferenza individuale, sul silenzio collettivo e sulla “morte sociale” a cui l’ergastolo condanna: una morte lenta e silenziosa che priva l’individuo della propria umanità. Attraverso performance, teatro, musica, poesia e arti visive si vuole dare voce a ciò che spesso resta nell’ombra del sistema penale: sofferenza, isolamento e marginalità. L’obiettivo è rendere visibile ciò che il carcere tende a nascondere, restituendo dignità e parola a chi vive la condanna. ERGASTOLO BIANCO E GIUSTIZIA COME CURA L’edizione 2025 apre inoltre una riflessione sul cosiddetto “ergastolo bianco”, espressione che indica la trasformazione della diagnosi psichiatrica in una pena senza fine, una condanna mascherata da cura. È un tema delicato che interroga il rapporto tra malattia mentale, istituzioni e libertà individuale, e che l’arte affronta come strumento di consapevolezza e critica sociale. LA SCELTA SIMBOLICA DEL 2 NOVEMBRE La data del 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti, non è casuale: assume un valore fortemente simbolico. Nel giorno dedicato alla memoria dei morti, l’iniziativa denuncia la pena perpetua come una forma di lutto sociale, riaffermando il diritto alla vita, alla dignità e alla possibilità di rinascita. PROGRAMMA E PARTECIPAZIONI Oltre cinquanta artisti saranno coinvolti tra performance dal vivo e opere in esposizione: letture, mostre, momenti di musica e danza, performance teatrali, tutti incentrati sul tema della pena, della detenzione e della vita condannata. L’apertura è prevista alle ore 15:30, quando si aprirà il cancello dell’ex OPG di Materdei, oggi centro di cultura, promozione sociale e accoglienza. Comincerà così un cammino fisico e simbolico che si snoderà tra le stanze dell’ex manicomio, le celle ei cortili. Dalle 16 alle 19:30 il pubblico potrà partecipare a un percorso guidato all’interno dell’ex area detentiva, attraversando spazi angusti che evocano in modo potente la condizione di reclusione e la “morte sociale” cui si ispira la manifestazione. Nelle vendite saranno esposte opere pittoriche e sculture realizzate da persone detenute all’ergastolo, insieme a lavori di altri artisti sul tema della pena di morte e della detenzione. Nel chiostro si terranno performance artistiche, musicali, reading, proiezioni e installazioni. Numerosi contributi resteranno visitabili per tutta la serata. Alle 17:00 due momenti di performance teatrale sui temi della pena e della detenzione: Gli Arrevuot’ — Chi Rom e chi no , gruppo misto di artisti di strada, con Muort che parla , e il Teatro dell’Oppresso con lo spettacolo Le voci di fuori . Alle 18:30 Portateci nel cuore , letture di lettere di condannate a morte nella Resistenza europea, a cura della Kalamos APS. Alle 19:00, con un pensiero al genocidio e alle sofferenze della Palestina, il Teatro Popolare dell’ex OPG rappresenterà Stanotte morirò a Gaza di Andrea Carnovale, un potente urlo contro la morte. Dalle 19:30 fino a mezzanotte si animerà l’area del secondo chiostro con Parole capitali : spazi di lettura, musica e poesie, con la testimonianza di Giovanni Farina, interno dell’OPG quando era attivo, e di Michele Fragna. Alle 20:00 è previsto un momento gastronomico con la cena sociale organizzata dalla Casa dei Popoli di Marano. Il ricavato sarà destinato a sostenere le attività sociali quotidianamente svolte nel centro. Dopo la cena, musica struggente con la fisarmonica di Dolores Melodia — canzoni e musiche dal carcere — e l’esibizione del gruppo popolare Terra e Lavoro . A chiudere il programma, Nicola Valentino proporrà Lament di MacPherson , melodia composta da un condannato a morte alla fine del XVIII secolo. Per tutta la durata dell’evento saranno presenti i banchetti informativi di Amnesty International, Antigone Campania, Associazione Yairaiha Onlus, Centro Culturale Handala Ali, Sanabel, Sensibili alle Foglie, U Buntu e A Capo. MEMORIA E RESISTENZA Arte contro le pene capitali vuole essere memoria e resistenza: contribuisce a mantenere vivo il dibattito pubblico su temi spesso rimossi come la pena, la morte legale e la dignità umana. È un modello virtuoso di come cultura, memoria e impegno sociale possono intrecciarsi, offrendo al pubblico uno spazio di riflessione sul significato della libertà e della giustizia. Rappresenta un’occasione per vivere l’arte non come semplice espressione estetica, ma come strumento di partecipazione civile. Restano interrogativi aperti che alimentano il confronto: In che misura l’arte può davvero modificare le percezioni sociali sulla pena di morte, sull’ergastolo e sul carcere? Quali risultati concreti si possono auspicare? Qual è l’impatto che rimarrà dopo l’evento? Come affrontare la continuità tra pena di morte ed ergastolo? Il dibattito è spesso trascurato. L’Italia ha formalmente abolito la pena di morte, ma mantenendo l’ergastolo lo trasforma di fatto in una “morte a vita”. Sono domande che restano aperte, ma l’evento ha già dimostrato in passato come l’arte possa diventare strumento di denuncia, empatia e riflessione collettiva. Attraverso linguaggi come pittura, fotografia, teatro, poesia e musica, artisti e cittadini possono avviare un dialogo profondo sul valore della vita e sulla necessità di difendere i diritti in ogni contesto. Se nel mondo, purtroppo, continua a esistere la pena di morte, iniziative come Arte contro le pene capitali ricordano che la cultura è un potente veicolo di cambiamento, capace di trasformare la sensibilità individuale in coscienza civile e collettiva. Un appello a non restare indifferenti. Gina Esposito
Appello urgente per detenuto USA nel braccio della morte
L’appello, realizzato dall’organizzazione Floridians for Alternatives to the Death Penalty, riguarda il detenuto nel braccio della morte, Bryan Frederick Jennings. Bryan è un ex veterano dei Marines, che ha trascorso più di 46 anni nel braccio della morte per un omicidio per il quale fu condannato quando ne aveva 20 e non provato oltre ogni ragionevole dubbio. Jennings fu condannato a morte per omicidio di primo grado in relazione alla morte di una bambina di sei anni nel 1979, ma le prove a suo carico sono solo circostanziali e sono state contestate in tribunale fino al 2024 proprio per questo motivo. Bryan aveva già ricevuto una data di esecuzione nel 1989, ma poi ottenne una sospensione. La testimonianza di un informatore del carcere è stata cruciale nella decisione dei giudici, sebbene i dettagli della sua testimonianza non corrispondano appieno alle prove addotte. In effetti, Bryan Jennings non ha mai parlato con quell’informatore del crimine per cui è stato condannato. Nessun testimone oculare ha collocato il signor Jennings sul luogo della morte della vittima, perciò lo Stato ha rafforzato il suo caso circostanziale utilizzando testimonianze di informatori inaffidabili e non corroborate. Bryan Jennings attualmente non ha un avvocato statale per la difesa post-condanna, il che viola il principio fondamentale della giustizia: lasciare qualcuno senza un accesso completo ed equo alla difesa è incostituzionale. Nonostante ciò, il Governatore della Florida ha firmato la sua data di esecuzione per il 13 novembre 2025. Bryan Jennings è un uomo ora di 67 anni, gentile, generoso, premuroso e buono, che non ha nulla a che fare con il ragazzo condannato nel 1979. In questo periodo la Florida sta attuando un’autentica strage di condannati a morte. Invitiamo tutti a firmare l’appello e inoltrarlo a quante più persone possibile. Questa richiesta ci è pervenuta dalla nostra amica Federica Massoli che corrisponde con Bryan da moltissimi anni ed è andata a trovarlo numerose volte. Aiutiamola a tentare di salvargli la vita! Per il Comitato Paul Rougeau, Margherita Lodoli Comitato Paul Rougeau
Giornata mondiale contro la pena di morte in Iran
Come ogni anno, il 10 ottobre si celebra la giornata mondiale contro la pena di morte. Si tratta di una ricorrenza particolarmente sentita in Iran, uno dei paesi al mondo dove il boia è più impegnato e dove nelle ultime settimane si sono potute contare centinaia di vittime. Donne, oppositori politici, membri di gruppi etnici minoritari, chiunque sia considerato un pericolo per la periclitante repubblica islamica rischia la pena capitale. Ne parliamo con Samira, dell'associazione dei giovani iraniani in Italia.
La Knesset è pronta a introdurre la pena di morte per i cosiddetti ‘terroristi’
Nella giornata di domenica 28 settembre la Commissione per la Sicurezza Nazionale della Knesset, il parlamento israeliano, ha dato il via libera alla discussione di un disegno di legge che introdurrà la pena di morte per coloro che sono accusati di terrorismo. Il che, considerata la concezione di ‘terrorismo’ che […] L'articolo La Knesset è pronta a introdurre la pena di morte per i cosiddetti ‘terroristi’ su Contropiano.
Afghanistan: rimpatri forzati di rifugiati afghani dal Tagikistan
Il governo tagiko ha ufficialmente confermato di aver rimpatriato forzatamente dei rifugiati in Afghanistan, secondo il Times of Central Asia. Questa comunicazione fa seguito alle notizie secondo cui 150 rifugiati afghani, molti dei quali con lo status di rifugiato confermato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sono stati arrestati e rimpatriati con la forza dalle autorità. All’inizio di questo mese, tutti i rifugiati afghani in Tagikistan avevano ricevuto un ultimatum di 15 giorni che intimava loro di lasciare immediatamente il Paese. Si teme che molti si trovino ad affrontare situazioni di estremo pericolo al loro ritorno. Si pensa che tra coloro che rischiano il rimpatrio forzato ci siano diversi cristiani, che in Afghanistan andrebbero incontro al carcere o alla pena di morte. I talebani hanno infatti affermato che uccideranno tutti i cristiani che vivono nel Paese. Nel recente passato hanno organizzato vere e proprie cacce all’uomo, casa per casa, nei confronti di cristiani. In particolare, hanno preso di mira i responsabili di chiesa afghani: molti di loro sono scomparsi, mentre altri sono stati picchiati, torturati e uccisi. Dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021, l’Afghanistan è arrivato a occupare per un anno il primo posto nella World Watch List di Porte Aperte/Open Doors, che classifica i paesi in cui i cristiani affrontano le persecuzioni e le discriminazioni più estreme. Secondo una dichiarazione ufficiale del Comitato di Stato per la Sicurezza Nazionale della Repubblica del Tagikistan: “Un certo numero di cittadini stranieri ha violato gravemente i requisiti stabiliti per il loro soggiorno. Inoltre, durante l’ispezione, sono emerse le seguenti prove di violazioni (…) della legislazione della Repubblica del Tagikistan: traffico illegale di droga, incitamento e propaganda di movimenti estremisti, presentazione di informazioni e documenti falsi per ottenere lo status di rifugiato. In particolare, a questo si deve anche l’espulsione di un certo numero di cittadini afghani dal Paese. A questo proposito, sono attualmente in esame delle misure per espellerli dal territorio del Tagikistan, in conformità con la legislazione della Repubblica“. Secondo l’agenzia di stampa Khamaa Press, questi rimpatri forzati hanno separato le famiglie. Ci sarebbero anche casi di bambini rimpatriati mentre i genitori si trovano ancora in Tagikistan. Alcuni dei rifugiati che si trovavano nel paese avevano domande di asilo attive e alcuni dovevano essere reinsediati in Canada. Il Tagikistan è solo una delle nazioni che ha rimpatriato i rifugiati afghani. Secondo l’UNHCR, più di un milione di afgani sono stati rimpatriati dal Pakistan a seguito del suo “Piano di rimpatrio degli stranieri illegali”. Allo stesso modo, nel 2024 circa un milione di persone sono state forzatamente rimpatriate dall’Iran. Jan de Vries, ricercatore di Porte Aperte/Open Doors per l’Asia Centrale, ha commentato: “Sono molto preoccupato per le donne che sono state deportate: che futuro avranno? E penso anche ai cristiani deportati che dovranno nascondersi ancora più di prima. Il rimpatrio potrebbe mettere a serio rischio la vita dei cristiani, poiché i talebani si oppongono violentemente all’esistenza di cristiani in Afghanistan“. L’Afghanistan si trova alla posizione numero 10 della World Watch List. In questo Paese, abbandonare l’islam è considerato un’onta dalla famiglia e dalla comunità, e la conversione è punibile con la morte secondo la legge islamica, la Sharia, applicata in modo sempre più rigoroso da quando i talebani hanno preso il controllo del paese nel 2021. Fonte CS di Fondazione Porte Aperte ETS Redazione Italia