Mafia ucraina e polizia distratta. L’Alligatore compie trent’anniGuardandosi intorno, tra criminali e sfruttatori “perbene”, l’Alligatore non ha
però troppi motivi per rallegrarsi. È longevo ma il suo lavoro ha poco cambiato
il mondo intorno a lui. Trent’anni di Alligatore. Trent’anni di macerie. Di
abusi, zone grigie, complicità. Trent’anni di rimosso.
Parlare di festeggiamento sarebbe patetico, cringe, direbbe qualcuno: «È una
società in cui i poveri difendono i ricchi, ti svegli una mattina e ti ritrovi i
fascisti al governo, cosa vuoi festeggiare?”, mi dice Massimo Carlotto. È dalla
sua penna e dalla sua accidentata biografia che nel 1995, con La verità
dell’Alligatore, faceva il suo ingresso sulla scena noir Marco Buratti, detto
l’Alligatore. Un personaggio atipico: arrestato ingiustamente, Buratti matura
una sfiducia profonda nei confronti di magistratura e polizia, che lo porta a
scegliere di porsi ai margini della legalità ufficiale. Nessun moralismo, eppure
una morale ferma, per questo investigatore irregolare e senza licenza,
innamorato delle donne, del Calvados, delle signore in blues. Tra i compagni di
viaggio di una vita, Beniamino Rossini, vecchio contrabbandiere dall’etica
incrollabile, e Max “la Memoria”, reduce degli anni Settanta che ha pagato con
persecuzioni e carcere un’idea radicale di libertà. Un terzetto di eredi di
tradizioni di dissidenti ed esuli politici, «uomini che hanno attraversato il
proprio tempo a testa alta e con la dignità integra». Chi in questi anni fosse
andato alla ricerca di letture consolatorie a base di lieto fine, giustizia e
ordine ristabiliti, si sarà di certo rivolto altrove: magari da un Carofiglio,
da un De Giovanni, e non si prenda questa indicazione come un affondo gratuito
contro due autori solidi, ma come constatazione, un modo per sottolineare
l’appartenenza a un’altra tradizione, a un diverso codice. A un’altra postura.
È uno che toglie il velo, Carlotto, come se di fronte a uno scenario di genere
fatto di pittori di maniera, affiorasse all’improvviso un Orazio Gentileschi, un
Bartolomeo Manfredi, un Battistello Caracciolo, e non si intenda con questo un
virtuoso, un funambolo del pennello, ma uno che squarcia il nascondimento, che
porta sulla tela i piedi sporchi del santo, le piaghe sulla pelle, le ferite, le
rughe. La scrittura come ritratto veritativo sulla società. Più di saggi,
articoli, pamphlet. Più delle tirate di tromboni interessati, di manovali e
opinionisti d’apparato. Una lente sul marcio.
Trent’anni, si diceva. Tre decenni di derive e direzioni inquietanti: malaffare
naturalizzato, gestione para-mafiosa dello Stato, territori saccheggiati da un
capitalismo sfrenato. La sicurezza usata come schermo, clava mistificatrice per
soffiare sul malcontento verso i piccoli reati, per difendere un’idea esasperata
di proprietà, per proteggere gli equilibri affinché le carte continuino a darle
i blocchi di potere che occupano e organizzano la vita dei territori.
Soprattutto, per sedare preventivamente la possibilità di conflitti sociali.
In tutti questi anni i libri di Carlotto hanno raccontato il territorio
attraverso le sue zone d’ombra e le sue doppiezze, mostrando il rimosso e la
compenetrazione non episodica tra criminalità ed economia legale. Non la
criminalità marginale, ma quella che si muove dentro i circuiti istituzionali e
finanziari, «quella che difficilmente finisce in galera». Innumerevoli gli
argomenti utilizzati di volta in volta per intessere la trama dei romanzi, come
un baco che, avvolgendo in spire concentriche la realtà, giunge a svelarne i
non-detti, i silenzi interessati. Mafie autoctone e reti criminali
transnazionali, crimini di Stato e intrecci tra apparati. Tratta di donne,
sfruttamento del lavoro, evasione fiscale, corruzione. Il carcere come discarica
sociale. Le “mele marce” usate come alibi di un albero infestato alle radici.
I romanzi dell’Alligatore tratteggiano l’ontologia di un sistema economico e
sociale che non si è mai posto problemi rispetto al saccheggio del territorio e,
con esso, delle esistenze di chi ci vive. Il crimine come pretesto per leggere
la mutazione antropologica in atto. La serie funziona allora come
contro-narrazione di ciò che l’Italia preferisce non guardare, nel riflesso
marcescente che lo specchio del presente le restituisce. La penisola come Dorian
Grey del malaffare, dello scambio costitutivamente ineguale, della
colonizzazione delle esistenze. Consenso e accettazione come prodotto di oblio
selettivo, come nella lezione indimenticabile di Nicole Loraux.
Ciao Massimo. All’inizio del romanzo introduci subito il cliente dell’Alligatore
e il meccanismo criminale di cui è parte: il sottobosco economico veneto che
«viola sistematicamente la legge, saccheggiando il territorio». Loris Pozza
gestisce un import/export di metalli, gonfia fatture, ricicla denaro tramite una
banca clandestina cinese. Dopo aver manifestato disprezzo verso questa umanità
“perbene” che sfrutta, evade e ruba, l’Alligatore osserva: «Vorrei continuare a
indagare per conto di clienti disperati, ma con un minimo di dignità. Invece
incontro solo persone che al posto del cuore hanno il deserto» (p. 80). Vorrei
chiederti: come hai scelto le dinamiche sociali e criminali intorno a cui
costruisci la trama?
Il romanzo ha tre piani di lettura: il primo riguarda le relazioni tra i
personaggi e le interazioni che intrattengono; il secondo è legato alla mafia
ucraina; il terzo è il sottofondo sociale e criminale del territorio. Di solito
inserisco più storie nei miei romanzi: le utilizzo per descrivere a fondo il
territorio. La storia di Loris Pozza nasce dall’esigenza di mettere a fuoco due
elementi fondamentali. Il primo è la modificazione antropologica che sta
attraversando la società, cioè la “nascita” di queste figure che, ancora venti,
trent’anni fa, quasi non esistevano. Personaggi perfettamente integrati nel
tessuto sociale: fedina penale immacolata, inseriti nelle comunità. Personaggi
che votano, e votano a destra. Rappresentano un blocco di destra, perché la
destra ha scelto di coccolarli con la politica dei condoni e con la
legittimazione del lavoro nero: soprattutto in questo territorio, il “nero” è
uno dei meccanismi fondanti dell’economia.
Sono quelli che al bar si riempiono la bocca di indignazione per il “declino del
Paese”. Quando costruisci un romanzo di questo tipo è strategico partire dalla
situazione economica, chiederti che cosa sta accadendo sul territorio dal punto
di vista economico, qual è la relazione tra economia e crimine. Oggi, il flusso
del denaro legale e illegale è praticamente indistinguibile, ma resta
fondamentale capire e descrivere le nuove articolazioni criminali connesse al
lavoro. La grande novità in questo territorio è la diffusione del caporalato
che, a questo livello, non è mai stato così presente. Non parlo solo del
caporalato agricolo, ma anche di quello diffuso nella miriade di piccole aziende
disseminate ovunque. Dunque, mi interessava raccontare da una parte i Loris
Pozza, e dall’altra dove finisce il “nero”, le banche clandestine cinesi e i
loro meccanismi. Presentando il romanzo in giro per l’Italia, mi sono reso conto
che né questi personaggi né le banche clandestine sono conosciuti:
semplicemente, non esiste una narrazione che li riguardi.
Ancora una volta il noir si conferma come il dispositivo narrativo che permette
di raccontare le storie negate. Ma la vera modificazione antropologica riguarda
lo sguardo che la società rivolge a queste figure. Molti comportamenti
riguardanti questo genere di illegalità sono tollerati e normalizzati. Il loro
agire è considerato quasi legittimo, una sorta di “marachella”. Del resto, di
che ti stupisci? Viviamo in una società in cui i poveri difendono i ricchi, così
questi personaggi vengono percepiti come una parte integrante, nemmeno troppo
fastidiosa, del paesaggio sociale, perché si pensa che, in fondo, non stiano
sottraendo denaro ai cittadini comuni. Se però si guarda alla quantità immensa
di milioni sottratti alle imposte, ci si rende conto di come i territori vengano
saccheggiati e impoveriti.
A proposito di territori saccheggiati e impoveriti, all’inizio del romanzo metti
in scena l’acredine di Max e dell’Alligatore verso la recente “beatificazione”
di un ex-appartenente alla mala del Brenta. In senso più ampio, inquadri la
riscrittura di quella stagione come funzionale a cancellare un dato di fatto: in
quel territorio ha operato una mafia autoctona, intrecciata a connivenze e
relazioni “inconfessabili” con politica ed economia. Ti chiedo solo di
aggiungere qualche elemento su questa interessata bonifica della biografia del
territorio: quale tipo di regia può orientare, a così tanti anni di distanza,
una rilettura addomesticata di quelle vicende?
Il personaggio di cui parlo nel romanzo in queste settimane si è fatto
fotografare abbracciato a Salvini e Zaia, e questo ha un significato molto
preciso: è una riscrittura che lavora sul mito del figliol prodigo che torna a
casa: «Sì, sono stato cattivo, ma ora non lo sono più”. In realtà si persegue la
cancellazione di un periodo storico dalle caratteristiche ben definite: non solo
il controllo del territorio da parte di una mafia autoctona, ma l’esistenza di
un meccanismo criminale che ha derubato e saccheggiato il territorio e la
regione. Un sistema che ha inciso profondamente sulla possibilità di sviluppare
linee di sviluppo e modelli economici e sociali differenti, soffocati da un
meccanismo criminale che, non bisogna dimenticarlo, è stato a lungo vezzeggiato
da una parte della borghesia. Maniero, per esempio, veniva spesso invitato nelle
feste esclusive dei palazzi veneziani: per usare un eufemismo, lui e i suoi sono
sempre stati tollerati.
> L’idea stessa che sia esistita un’organizzazione criminale autoctona deve
> essere rimossa a tutti i costi, e ci sono giornalisti che di questa rimozione
> hanno fatto una vera e propria missione…
Portano in giro questi personaggi nelle scuole, organizzano conferenze in cui
questi dicono ai ragazzi: «Studiate e non drogatevi». Sono gli stessi che hanno
macellato un’intera generazione di tossicodipendenti con l’eroina tagliata male
importata con la mafia turca. È una pagina orribile e la riscrittura a cui oggi
assistiamo è molto pericolosa, sebbene sia coerente con quella che questo
governo e il nuovo ceto politico stanno tentando sugli anni Settanta e, più in
generale, sull’intera storia italiana, almeno dalla storia del fascismo in poi.
Ma questa è un’operazione che non si può lasciar passare e sul punto ci dovrà
essere una battaglia culturale all’ultimo sangue.
Anche per questo sento la necessità di tornare a scrivere sugli anni Settanta.
Non il prossimo romanzo, ma quello dopo ancora, sarà dedicato a quel periodo: è
un modo per rimettere un punto fermo sulla nostra storia. Quella che qualcuno
oggi tenta di riscrivere.
Nell’ambito della trentennale vicenda dell’Alligatore, questo romanzo mi sembra
decisivo come snodo tra l’etica dei personaggi e la trasformazione del contesto,
dunque del modo in cui quell’etica si incardina nella prassi. Il tempo che passa
e il presente che si impone costringono l’Alligatore a misurarsi duramente con
il proprio codice. Una scelta centrale riguarda il modo in cui l’Alligatore
chiude il caso: una decisione che può apparire come un tradimento del cliente,
ma che tenta di restituire un minimo di giustizia a una donna schiacciata dalle
dinamiche perverse di gente “perbene”. Vi ho colto anche una consapevolezza
maturata: quella di essere invecchiati, di avere meno energia e meno forza di
quando ci si era giocati tutto. Nel romanzo emerge infatti, a più riprese,
l’ipotesi del ritiro, del sottrarsi a dinamiche con cui i personaggi hanno
ancora meno punti di contatto di un tempo. «Abbiamo avuto il mondo in pugno per
un attimo e poi se lo sono ripreso», scrivevi anni fa.
Sai, questo è un romanzo sulla sconfitta. L’Alligatore festeggia trent’anni e,
guardandosi indietro, vede che, nei casi che ha seguito, a volte è riuscito a
mettere a posto le cose, altre volte no. Nelle singole vicende talvolta è
riuscito a ristabilire un minimo di giustizia; ma il punto è che,
complessivamente, il mondo è peggiorato. C’è una sconfitta generale con cui fare
i conti. Dall’altro lato, come dicevi tu, sono invecchiati. Ma sono invecchiati
sul serio! Io non ho mai creduto alla concezione – per esempio di certi autori
americani – di mantenere i personaggi immutabili in un mondo che cambia. Secondo
me i personaggi devono invecchiare, perché devono raccontare il tempo con la
forza della maturità, dell’esperienza, della memoria ed è importantissimo che lo
facciano. Nel primo libro della serie l’Alligatore aveva poco più di trent’anni,
Beniamino qualcuno in più: ora ne hanno tra i sessanta e i settanta. A me
interessa quel punto di vista sul mondo, perché arrivano da un certo periodo e
quello sguardo lì non lo perderanno mai. Insomma, dopo i sessant’anni vai da lì
alla fine della vita, non è che si abbia tutto questo futuro… E per i personaggi
di carta, in fondo, è lo stesso, anche se questa è una cosa che mette in ansia
[le lettrici e i, ndr] lettori, i quali si preoccupano quando i personaggi non
hanno molte altre stagioni da vivere… Ma per me è fondamentale trasmettere il
senso del tempo che trascorre, e mi permette di ragionare sulla realtà quasi a
livello di iper-realtà. E costringe chi legge a fare i conti con le
trasformazioni.
Per cui, nel romanzo c’è lo specchio della sconfitta…
Come fai a scrivere diversamente in un Paese in cui ti svegli la mattina e ci
sono i fascisti al governo? Però, vedi, si tratta sempre, comunque, di fare dei
ragionamenti complessivi. Se indaghi, come l’Alligatore fa, nelle dinamiche che
riguardano il mondo del lavoro, ti confronti con un capitalismo estremo,
sfrenato, che punta solo allo sfruttamento, un modello di produzione che genera
mostri di questo tipo. Nel mondo del lavoro lo sfruttamento è aumentato. La
famiglia descritta nel romanzo è perfettamente integrata, ma è una famiglia di
mostri. Mostri veri e propri. E anche questo andava raccontato.
La tua esperienza personale ti ha insegnato che la verità processuale e la
verità reale possono, a volte, essere cose molto diverse. Anche in questo
romanzo l’elemento cardine è l’idea di giustizia dell’Alligatore. La finta
confessione del cliente, fornita per salvare “magheggi”, affari e buon nome
della famiglia, per la polizia andrebbe bene: l’Alligatore obietta che mettere
in galera una persona innocente non renderebbe giustizia alla vittima. Ancora
una volta emerge l’alterità irriducibile del tuo personaggio rispetto alle forze
dell’ordine e alle organizzazioni criminali, ma anche rispetto a persone
reputate corrette, come l’avvocato. Anche l’impossibilità di rendere davvero
giustizia alla vittima deriva da una scelta precisa: non procedere con una
punizione “esemplare” dei giovani coinvolti. Una scelta che rimanda alla tua
avversione nei confronti di forme di giustizialismo esasperato che chiedono,
come risposta automatica ai reati, sangue e condanne. Ho pensato anche a certe
tue recenti riflessioni pubbliche su vicende di cronaca, come il caso
Cecchettin-Turetta, in cui hai criticato quella deriva punitiva che non si
accontenta nemmeno quando al responsabile di un delitto viene comminato il
massimo della pena identificando la giustizia con la vendetta. In che misura
queste tue posizioni hanno orientato la scelta dell’Alligatore di non
oltrepassare certi limiti, anche quando una punizione esemplare sarebbe, in
fondo, comprensibile?
C’entrano eccome. Nel romanzo, l’unica vittoria possibile sarebbe stata
riportare a casa Aliona [la donna che nel romanzo è descritta come vittima,
ndr]. Una volta che questo si rivela impossibile, quanto è descritto attiene ad
articolazioni dell’idea di giustizia che i personaggi hanno, ma sempre a partire
dal fatto che la sconfitta principale è avvenuta. Quindi nel libro c’è il
problema dei ragazzi, i quali da un lato meriterebbero un colpo in testa,
dall’altro invece hanno diritto a una seconda possibilità. Noi viviamo in una
società in cui la seconda possibilità è un lusso, e invece dovrebbe essere la
norma, per permettere a tutte quelle dimensioni di marginalità, o – se non di
marginalità – relative a persone precipitate in situazioni difficili, di potersi
ricostruire un percorso di vita differente. Bisogna che ogni atto criminale,
anche se di sangue, abbia una soluzione positiva, e questa non può essere solo
la condanna. “Soluzione positiva” significa che il reo possa intraprendere un
percorso di reinserimento. Se questo non accade la società perde, viene
sconfitta. Se oggi guardi con attenzione a quello che è il messaggio trasmesso
dai media sul punto, l’idea stessa che si conceda una seconda possibilità è
davvero eversiva. Sì, in un mondo che vuole solo punire, l’idea di seconda
possibilità è eversiva.
Un altro tema che affronti nel romanzo, e a cui facevi prima riferimento, è
quello della mafia ucraina: un’organizzazione che, complice il contesto bellico,
ha acquisito importanza e utilità, fino a diventare di fatto intoccabile. Nel
romanzo mostri come le venga lasciata mano libera: la polizia italiana finge che
non esista, tollerando attività che in un contesto diverso verrebbero represse.
Colpisce constatare come di tutto questo, sulla stampa nazionale, non si legga
praticamente nulla.
È una notizia semplicemente scomparsa dai radar del giornalismo. Sparita. Non se
ne parla. Pensa che di recente si è tenuto un convegno del volontariato sulla
prostituzione indotta dalla mafia ucraina e nessun giornale ne ha dato notizia.
Anche questo è un argomento fantasma. Me l’ha raccontato un volontario che si
occupa di prostituzione e ha letto il romanzo: «Stiamo organizzando un convegno
proprio su questo tema». Tollerare la prostituzione, in una società moderna,
significa tollerare l’intollerabile. Prostituzione significa quasi sempre
schiavitù. Eppure non se ne parla.
> Da un lato c’è la questione della prostituzione; dall’altro – come racconto
> nel romanzo – il vero business sono le armi. Gli ucraini si ritrovano con
> interi stock da smistare, gestiscono le prostitute che la guerra ha prodotto e
> hanno in mano grandi quantità di cocaina, ricevuta come forma di pagamento da
> altre organizzazioni criminali per l’acquisto delle stesse armi. “Chi di
> dovere” non li degna neppure di uno sguardo e aspetta la fine del conflitto
> per mandarli via, perché prima non può fare nulla. E intanto, proprio in
> questi giorni, è arrivata l’ambra: esiste un traffico gestito da
> organizzazioni paramilitari in Ucraina, che controllano l’estrazione e la
> vendita clandestina dell’ambra. L’ambra è già arrivata: parliamo di una
> montagna di soldi e queste organizzazioni si stanno muovendo anche su questo
> fronte. Traffici di questo tipo si possono gestire solo godendo di coperture
> straordinarie.
Secondo te siamo di fronte a dinamiche che si collocano su un piano di equilibri
e alleanze legate al conflitto tra Russia e Ucraina? Si tratta di scelte che
maturano dentro un quadro più ampio – penso agli assetti NATO – e non di
decisioni assunte a livello politico nazionale?
Dove comandano i servizi… lì siamo. Si tratta di equilibri e di scambi tra
servizi segreti. Il servizio segreto ucraino, e di conseguenza la mafia ucraina,
in questa fase ha bisogno di margini d’azione molto ampi in Europa e li ottiene
anche in funzione di contrasto alla mafia russa, che, non a caso, è praticamente
sparita dai radar, anche perché è in corso una partita interna a
quell’organizzazione. Io sono convinto che, prima o poi, emergerà qualche
cadavere che in questo periodo non è stato scoperto e che rimanderà proprio in
quella direzione.
A un certo punto introduci un altro tema estremamente delicato: nel romanzo,
parlando con l’Alligatore, il commissario Campagna fa riferimento allo
«strapotere di certi livelli ministeriali» e alla disinvoltura con cui «ce ne
fottiamo delle regole. Facciamo il cazzo che vogliamo ed è una deriva
pericolosa». Come va letta questa trasformazione in peggio, a cui Campagna
allude? Ritieni sia l’effetto di un mutamento dell’attuale quadro politico in
senso destrorso, oppure rimanda a una dinamica più lunga, che attraversa fasi
diverse, magari quelle in cui il rispetto delle regole dello Stato di diritto
appariva, almeno formalmente, più saldo?
Sai, una volta in questo Paese il concetto di giustizia aveva un senso; oggi è
diventato un termine quasi puramente formale. La cronaca ci insegna ogni giorno
che la giustizia è una forma di amministrazione, ma è un’amministrazione che
funziona in direzioni ben precise. Di recente, in Italia, ci sono state due
scelte fondamentali dal punto di vista dell’agire poliziesco. La prima è
politica, deriva direttamente dal mondo politico ed è consistita nel dire: non
combattiamo più le culture mafiose, a meno che non ci capitino proprio tra i
piedi. Questa scelta nasce dall’assunzione del dato che l’economia legale e
quella illegale sono ormai completamente intrecciate, che “la mafia non ammazza
più nessuno”, o quasi, e che si sia al cospetto di un sistema in cui, da un
lato, operano le organizzazioni mafiose e, dall’altro, ambienti corrotti
dell’economia e della finanza. “Questo è il sistema, funziona così e non lo
tocchiamo”: è una scelta precisa, e secondo me va detto pubblicamente.
La seconda scelta è stata quella di usare “l’altra” criminalità, quella minore,
legata alla marginalità, come spauracchio. «Le nostre città sono insicure»,
ripetono da anni. L’incremento di queste narrazioni e delle politiche
securitarie che le accompagnano produce uno sviluppo occulto, a livello
ministeriale e nei corpi delle forze dell’ordine, di gruppi che lavorano nella
direzione del controllo sociale. Oggi l’unica cosa che conta è il controllo
sociale: controllo delle piazze, inasprimento delle pene per chi le attraversa e
le occupa. Perché hanno paura. Paura, politicamente, del futuro. Nessun Paese
con una struttura economica come la nostra può permettersi un conflitto sociale
interno: altrimenti crollerebbe tutto. E quindi si comportano di conseguenza,
costruendo un percorso in quella direzione.
Basta guardare il contenuto del recente ddl “Sicurezza”, a cui i personaggi
fanno riferimento nel romanzo. Dentro questa idea di “amministrazione” va
inserita anche una riflessione sul carcere, che è un’articolazione centrale di
questa strategia. La volontà di costruire nuove carceri prefabbricate in
cemento, con livelli miserabili di qualità della vita, va esattamente in questa
direzione. Di queste strutture più o meno occulte, che esistono, si sviluppano,
operano, parlo nei miei romanzi. Nel penultimo, Trudy, ho provato a mettere a
fuoco un nodo preciso: il legame tra pubblico e privato.
> Il fatto che il Paese abbia scelto di affidare la cybersicurezza a governo e
> aziende israeliane ha un significato molto chiaro. Siamo dentro una deriva
> ultra-securitaria: con questa dobbiamo fare i conti nella realtà e nei
> romanzi. Non capisco perché il noir italiano si rifiuti di affrontare questi
> temi. Bisogna raccontarli. Sono centrali. Non si può stare zitti, non
> approfondire mai l’agire poliziesco, non dare mai il senso di ciò che accade.
> Per me, invece, è fondamentale farlo.
Circa la tratta, l’Alligatore lascia intendere che alla polizia il destino delle
ragazze importi poco. Quali logiche renderebbero possibile questa indifferenza?
Oggi combattere la prostituzione, dal punto di vista sociale, non interessa più.
La società italiana ha deciso che è un mondo parallelo e fingiamo di non vederlo
anche quando sappiamo che nove o dieci milioni di maschi italiani vanno a
prostitute. Ciò significa un giro d’affari enorme, una montagna di soldi, e una
parte finisce anche nelle tasche “giuste”: da questo punto di vista, c’è un
discorso ovvio di corruzione. Però, rispetto alle indagini, si è creato anche un
problema tecnico: è diventato spesso impossibile raccogliere le denunce, perché
le organizzazioni dedite alla prostituzione utilizzano ragazze che provengono da
situazioni familiari e sociali ricattabili, le minacciano e arrivano a
minacciare le loro famiglie. Il risultato è un crollo verticale delle denunce, e
anche questo ha fatto arretrare l’intervento delle forze dell’ordine nei
confronti del fenomeno.
Una domanda sul carcere. Nel romanzo sono frequenti, diretti e crudi i
riferimenti dei personaggi all’eventualità di finirci. Viene detto
esplicitamente che solo chi non c’è passato può pensare che la vita sia sempre e
comunque il valore superiore e che a una certa età forse non vale più la pena
affrontare le umiliazioni che quel tipo di privazione comporta. In questo quadro
è significativa anche la reazione dell’Alligatore al suicidio di uno dei
personaggi: esprime rispetto per quella scelta, mentre chi non conosce quelle
dinamiche la liquiderebbe come “cieca disperazione”. Lui, invece, la riconosce
come una decisione lucida.
Sì, è anche un modo per tornare a parlare di suicidio in carcere. Perché
sinceramente sono stanco di leggere che il commento sull’ennesimo suicidio in
carcere – un numero enorme, in aumento – è sempre quello della “disperazione”.
Non è affatto vero. Sono scelte, sono modi per fuggire, sono articolazioni della
fuga. La peggiore, si dirà, quella da cui non si torna indietro, ma è
esattamente così. Uno come Delmastro [sottosegretario alla Giustizia, ndr]
teorizza di “togliere ossigeno ai detenuti”. È un carcere sempre più invivibile.
Nelle carceri c’è una situazione invivibile, è un carcere iper-blindato che non
recupera e che continua a reprimere sotto tutti i punti di vista. Il carcere è
una dittatura dentro una democrazia, un’istituzione totale che toglie la
speranza, la cancella. E quando ti cancellano la speranza, di fronte al vuoto, a
volte devi fare delle scelte. Scelte molto precise. Le forme di autolesionismo
stanno aumentando. Un’altra forma di oppressione in carcere è l’uso di
psicofarmaci, che oggi vengono dati a litri a chi ne vuole, perché l’importante
è tenerti sedato e pure questa è, di per sé, un’idea distruttiva. Una
forma-carcere simile secondo me, va denunciata. Anche nel prossimo romanzo
dell’Alligatore tratterò il tema del carcere, questa è una denuncia necessaria,
che poi fa parte del mondo dell’Alligatore: lui e i suoi amici, infatti, sono
ex-galeotti.
Molte cose di cui parli di certo non ce le ritroviamo su “Repubblica“ o sul
“Corsera“, se non per sbaglio. Vorrei sapere da te qualcosa sul lavoro che fai
sulle fonti, che per il tuo lavoro mi sembrano tanto importanti quanto
differenti dalle sorgenti di informazione mainstream…
Vedi, negli anni costruisci una serie di reti che poi ti sono utili. Se non hai
fonti, nello scrivere romanzi rischi di restare solo a livello di trama, senza
dare notizie fondamentali. Devi stare molto sulla strada, devi stare attento a
quello che succede e che hai intorno: io, per esempio, sono molto attento
rispetto alle articolazioni universitarie della ricerca sul mondo del lavoro, è
un ambito si producono dei lavori straordinari, che per me sono fondamentali.
Per me è indispensabile capire come cambia il mondo del lavoro sul mio
territorio, e da solo non riuscirei ad arrivare nemmeno lontanamente a quei
risultati, così quel tipo di ricerca mi aiuta moltissimo… E poi comunque devi
stare molto sulla strada, nel senso che devi stare attento a “intercettare” le
fonti giuste.
Prima, parlando di “certe” strutture interne agli apparati dello Stato, avevi
fatto riferimento a un noir italiano che tende a non occuparsi granché di “certe
questioni”. Ti vorrei chiedere qual è, secondo te, lo stato del genere oggi, in
Italia e non solo. E, contestualmente, a quali autori ti senti più vicino.
Secondo me è sempre più importante distinguere all’interno del genere. È
evidente che il romanzo poliziesco, in Italia e in Europa, ha imboccato una
strada molto precisa: la struttura è sempre la stessa – crimine, indagini,
risoluzione – e la risoluzione coincide quasi sempre con il trionfo dei “buoni”.
Il bene vince sul male ed è questo il messaggio che passa. Ma questo, per me,
non è più un romanzo politico. Come romanzo politico, capace di sovvertire
quella struttura, è rimasto invece il noir. È uno sguardo sul negativo, una vera
e propria “caduta agli inferi” dei personaggi. Ma, a differenza del poliziesco,
nel noir il crimine e la trama criminale sono una scusa per raccontare tutto ciò
che sta intorno. È la fotografia di un tempo, di un luogo, di ambienti che vuoi
restituire [a chi legge, ndr], usando il crimine come lente di ingrandimento per
osservare le trasformazioni sociali.
Oggi la differenza, dal punto di vista sostanziale, è netta: da una parte il
poliziesco procede dritto per la sua strada, è un genere completamente
“recuperato” sul piano sociale, molto letto, ma portatore di un messaggio
attenuato. Il noir resta una minoranza, una forma minoritaria all’interno
dell’intera struttura di genere, e così continuerà a essere. Detto questo, sia
il romanzo poliziesco sia il noir avrebbero bisogno di una trasformazione
profonda rispetto a ciò che raccontano. Perché la maggioranza [delle autrici e,
ndr] degli autori, a mio avviso, non ha la minima idea delle trasformazioni
criminali in questo Paese. Manca proprio l’analisi. E quando manca l’analisi
puoi anche scrivere un romanzo formalmente riuscito, ben costruito, ma spesso si
tratta di romanzi consolatori, che non raccontano nulla.
Io credo invece che si debba lavorare in una direzione completamente diversa.
Oggi, per esempio, uno che sta facendo un lavoro estremamente interessante è
Valerio Varesi: un’operazione che tiene insieme il classico e il contemporaneo,
con un punto di vista davvero illuminato. È tra gli autori che più mi
interessano. Sto anche aspettando il prossimo romanzo di Patrick Fogli, perché
so che sarà un libro capace di dire qualcosa. C’è poi Sandrone Dazieri, che
viene dal Leoncavallo, e questo non sorprende: in Uccidi il ricco offre
un’analisi molto lucida di Milano, anche dal punto di vista della trasformazione
urbanistica e della deriva negativa che la città sta attraversando. Io credo che
si debba avere il coraggio di affermare, con tranquillità, che il noir oggi deve
tornare a essere uno strumento eversivo rispetto allo stato di cose. È su questo
che bisogna giocare. Il romanzo deve dire alcune cose precise, tali da fermare
il lettore, da costringerlo a confrontarsi con un’analisi chiara, con una
direzione riconoscibile. In questo senso il romanzo può e deve diventare anche
uno strumento. Naturalmente senza mai trasformarsi in un saggio travestito:
restando romanzo, rispettandone le regole.
Torno a quello che dicevi prima sul noir e sul lavoro che tu fai sul genere. Mi
sembra che questo abbia a che fare prima di tutto con lo sguardo che si ha sulla
società. Uno sguardo come il tuo oggi è minoritario e allora mi chiedo se non
sia così anche per il noir: non troppi sguardi non conciliati, in un quadro
generale tendente a rassicurazioni e occultamenti “interessati”. Secondo te
questa è una lettura adeguata?
Su questo bisogna fare attenzione: minoritario non vuol dire debole. Esiste uno
zoccolo duro di [lettrici e, ndr] lettori che cerca esattamente questo tipo di
letteratura, una letteratura perturbante, e la sostiene attivamente. È un dato
di fatto, ed è l’unico che permette di restare dentro il circuito editoriale.
Gli editori non sono benefattori né custodi delle minoranze letterarie: se vendi
resti dentro, se non vendi sei fuori. È questa la logica. La costruzione e la
promozione di un romanzo passano quindi da quello zoccolo duro di [lettrici e,
ndr] lettori, che rende possibile continuare a lavorare in questa direzione e
restare appetibili anche dal punto di vista del mercato. Perché, piaccia o no,
se non sei sul mercato non sei nessuno.
Puoi pubblicare con realtà piccolissime e scrivere quello che vuoi, ma
difficilmente arrivi da qualche parte. Per questo la costruzione del romanzo è
una sfida complessa: tenere insieme radicalità dello sguardo e tenuta
editoriale. È una sfida che ho accettato da molto tempo e dentro la quale
continuo a muovermi consapevolmente. Devi fare grande attenzione ai contenuti,
ma la regola del romanzo è romanzo bello/romanzo brutto. Perché se stai attento
a quello che pretende oggi il mercato, magari scrivi un romanzo, voglio dire,
che piace tanto e di successo, però tradisce completamente le aspettative.
A questo punto ti faccio una domanda forse brutale: esiste, secondo te, un noir
di destra?
Di certo esistono autori di destra. Ne ho conosciuti alcuni e altri lo sono
diventati col tempo. Però il punto, per come la vedo io, è un altro. Il noir è
una letteratura politica, ma è anche una letteratura morale. E in questo senso,
se ci pensi fino in fondo, l’idea di un noir di destra fa fatica a reggere.
Teoricamente, se mi chiedi se possa esistere, sono costretto a risponderti di
sì. Ma, sinceramente, non ci credo fino in fondo. Il noir, almeno per come io lo
intendo, è difficilmente compatibile con una visione di destra.
A me, per esempio, vengono in mente alcuni romanzi, o certi sguardi specifici,
soprattutto statunitensi, che definirei noir nel modo in cui indagano gli
aspetti più oscuri della società. Ma lo fanno senza associare a questo lavoro
narrativo una reale intenzione critica. Mi vengono in mente Chandler ed Ellroy.
Sono sguardi iperrealisti: restituiscono in modo anche molto crudo realtà di
corruzione, violenza, degrado. Però si fermano lì. La realtà viene mostrata, ma
è come se dicessero: «è sporca, ma va bene così».
Chandler, per esempio, è stato fondamentale perché ha raccontato con grande
lucidità il passaggio del crimine nella sua relazione con il mondo politico: la
corruzione, i legami opachi, il momento in cui il crimine si agganciava al
potere. In questo senso è uno scrittore enorme, perché quello che racconta vale
più di molti saggi. Leggere oggi Chandler significa capire cosa stava succedendo
negli Stati Uniti in quel periodo. Detto questo, secondo me la narrativa
americana ha fatto molta fatica, nel tempo, a spingersi fino in fondo nel
racconto di ciò che di peggio esisteva dentro le istituzioni. Ci sono voluti
anni prima che si arrivasse a dire apertamente che l’FBI, per esempio, non era
affatto quel paradiso raccontato in tanti romanzi, ma un’istituzione con enormi
zone d’ombra e pesanti compromissioni.
Dal punto di vista politico, negli Stati Uniti abbiamo poi assistito a una
produzione enorme di romanzi, film e serie televisive costruite attorno all’idea
del “nemico interno”. Un’idea che oggi vediamo tornare con forza: il nemico
interno come traditore, come avversario politico, come migrante da espellere a
centinaia di migliaia. Questa ossessione per il nemico interno è stata centrale
nell’immaginario americano ed è interessante osservarne la continuità. In tutto
questo, però, io ho sempre avuto l’impressione di una certa arretratezza
rispetto al romanzo europeo. Il romanzo europeo ha avuto una maggiore capacità
di leggere il mondo del lavoro, di entrare direttamente nelle dinamiche del
capitalismo, di raccontarne i meccanismi in modo più preciso e meno ideologico.
Questo non significa che io non legga gli autori americani, anzi: li leggo con
grande piacere. Penso, per esempio, a Michael Connelly. Il personaggio di Bosch
è un grande personaggio, costruito benissimo. Ma se guardiamo a ciò che quei
romanzi raccontano dal punto di vista sociale, siamo quasi a zero. Non ti
mostrano nulla. Anche quando la scrittura è di altissimo livello, rimaniamo
dentro una dimensione fortemente consolatoria. Non è la mia idea di noir.
La copertina è di Pixel-mixer (Pixabay)
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