Veglia per Renee Nicole Good a New York
È l’imbrunire di domenica 11 gennaio, una giornata densa di emozioni. Esco da
una stazione della metropolitana che sta a due passi dal luogo dell’appuntamento
per ricordare Renee Nicole Good, uccisa a sangue freddo da Jonathan Ross, agente
dell’ICE. L’aria è cambiata, è pungente e non riesco più a stare senza guanti,
li recupero nello zainetto e mi infagotto nella kefiah. Devo raggiungere il
grande arco di pietra che sta sul lato corto di Grand Army Plaza, progettato da
John H. Duncan per dare a Prospect Park un ingresso scenografico. Mentre
cammino, lasciandomi alle spalle le luci della strada, mi pare di entrare in un
bosco; mi chiedo dove saranno gli altri e scruto ansiosa nel buio; ormai è sera.
Intravedo fioche lucine che vanno e vengono. Mi avvicino e appaiono sagome di
esseri umani. Si sono raccolti in un angolo della struttura di pietra, dove
hanno deposto fiori e candele attorno alle fotografie di Renee e della sua
famiglia. Su un pezzo di cartone qualcuno ha scritto “Ricordando Renee Good e
tutte le mamme”.
Da ogni direzione della piazza, che per buona parte è costituita da un prato e
da alberi non illuminati, vedo figure sbucare dal buio e camminare in direzione
della luce. Poco dopo le 18 un buon numero di persone si è radunato in
silenzio, formando un semicerchio per rendere omaggio a Renee, una donna
coraggiosa, una mamma e una libera cittadina che ha saputo onorare il senso del
vivere, amare e proteggere la comunità.
Renee amava scrivere, soprattutto poesie. Una giovane donna nera, con grande
compostezza, ne legge alcune. È emozionata, le trema il megafono tra le mani
gelate, ma va avanti accorata. L’aria si riempie dello spirito ribelle di Renee
e quasi mi sembra faccia meno freddo. Renee parla di libertà. Non sopporta la
stupidità, la meschinità e l’ipocrisia; dice No all’arroganza del potere e al
suo strumento, la polizia. A che serve? Solo a schiacciarci e impaurirci. Scrive
che anela al divino, ma lo cerca nelle stelle, non più nei libri religiosi, che
l’hanno delusa. A volte le sue parole sono dure e suonano come incontrovertibili
sentenze, ma poi sfumano in elegie quando vuole parlare di un fiore, del mare o
di un bambino. Renee rappresenta tutti i sognatori del pianeta, anime belle che
troppo spesso finiscono vittime della banalità del male.
Solo nel 2025 l’ICE ha ucciso trentadue persone. Ne vengono letti i nomi, il
Paese di origine e l’età. La strage ha interessato l’Asia e l’Europa, dalle
Filippine all’Ucraina, ha colpito il Centro-Sud America e l’Africa e non
risparmia nemmeno il suolo natio, con vari errori e sviste. La vittima più
giovane è un ragazzo di ventidue anni, la più anziana una donna di ottanta.
Queste persone, che il governo Trump liquida come immigrati clandestini, hanno
famiglie che li piangono. Con la voce rotta un ragazzo legge messaggi arrivati
dai parenti. Una donna statunitense ricorda l’amato: era una persona gentile.
Visto che non erano sposati, le sono state negate le informazioni durante la
detenzione di lui e persino un ultimo saluto alla salma (rimpatriata in un
sacco). Una zia ricorda il nipote che lavorava tanto per farli vivere un po’
meglio. Dei bambini che, nella semplicità di chi forse non ha ancora capito
tutto, ringraziano il loro papà per le caramelle e i doni che spediva loro.
Per ogni vittima rispondiamo in coro “Riposi in pace”. Al termine della lettura
un pensiero comune viene declamato: “Cari fratelli e sorelle e cara Renee, non
siete morti invano. Renee, hai agito come una cittadina modello; sappi che ci
ispireremo a te”. È la nostra preghiera, di uomini e donne qualunque che oggi,
unendoci, cerchiamo di resistere alla barbarie, a qualcosa di cui avevamo letto
nei libri di storia e che pensavamo non sarebbe mai più tornato.
Marina Serina