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Anno Unico, un servizio per adolescenti a Saronno (Varese). Intervista a Davide Fant
“Anno Unico è il nostro territorio di sperimentazione e r-esistenza, uno spazio-tempo che le/gli adolescenti che hanno lasciato la scuola possono frequentare per ri-generarsi e riattivarsi in un momento di stallo e di crisi. Si tratta di un servizio un po’ inedito: non è scuola come la conosciamo, non è un centro di aggregazione giovanile, non è un servizio di counselling: è un mix di tutto questo e molto di più, un ambiente educativo e scolastico insieme, un luogo di cura di sé, di apprendimento, di sperimentazione nel mondo”. A parlarci di questa particolare esperienza è Davide Fant, educatore, formatore, instancabile ricercatore nel campo pedagogico. Dov’è e cos’è Anno Unico? Anno Unico si trova a Saronno, è promosso da Fondazione Daimon, opera nell’underground (nel vero senso della parola: le aule si trovano nel seminterrato) di un contesto scolastico in cui sono presenti un centro di formazione professionale e un istituto tecnico, entrambi nel settore grafico. In più di vent’anni di vita è cresciuto: da piccolo servizio di ‘scuola bottega’ per adolescenti che non ne volevano più sapere della scuola a percorso sperimentale di contrasto alla dispersione scolastica, di cura delle nuove sofferenze degli adolescenti e vitale luogo di ricerca pedagogica. In pratica com’è organizzato? La frequenza è di 4 giorni a settimana, ogni incontro è di 3-4 ore, prevalentemente la mattina: un giorno è dedicato all’attività psico-educativa di riflessione personale, uno all’area linguistica e scientifico- matematica, gli altri a esperienze di laboratorio e sperimentazione; la struttura dell’orario è in ogni caso molto flessibile a seconda delle esigenze formative. Nella sua conformazione attuale il ‘sistema Anno Unico’ accoglie ogni anno circa 50 allieve/i tra i 15 e i 19 anni, divise/i nei contesti della crew e della gilda, a loro volta scomposti in ulteriori sottogruppi. La ‘crew’ è lo spazio dedicato a chi è più in difficoltà a reggere il contesto d’aula: sono i ragazzi più street, in molti casi provenienti da situazioni di povertà educativa, afferibili al fenomeno della dispersione scolastica come lo conosciamo storicamente. La ‘gilda’ invece è il luogo sereno dove può riprendere il proprio cammino chi ha vissuti di ansia e/o ritiro sociale; in alcuni casi sono ragazze e ragazzi che hanno alle spalle anche anni di liceo superati con successo, fino a quando non è arrivato il crash. Il contesto gilda, attivo ormai da quasi una decina di anni, è forse uno dei primi dispositivi educativi dedicati al lavoro educativo e scolastico con adolescenti con queste problematiche (emergenza quanto mai in crescita). Sono inoltre alcuni anni che Anno Unico comprende nel proprio dispositivo un gruppo di allieve/i più giovani che, in regime di homeschooling, preparano l’esame di terza media. Un’ultima novità, la più recente, è invece la possibilità di raggiungere una qualifica professionale attraverso un anno aggiuntivo, successivo all’Anno Unico, ma sempre gestito dalla nostra équipe e nel nostro stile formativo ed educativo. Al termine dell’Anno Unico o del nostro anno di qualifica i ragazzi e le ragazze si inseriscono nel mondo del lavoro o, in molti casi, in altri contesti scolastici. È sempre più frequente che allieve/i che sono passati dalla nostra esperienza proseguano fino al diploma, e ci sono anche alcuni casi di iscrizioni all’università. Qual è l’idea alla base di Anno Unico? L’idea alla base della proposta è di lasciare in secondo piano – quanto meno inizialmente – tutto ciò che classicamente viene proposto nei servizi di contrasto alla dispersione scolastica: attività di orientamento, recupero delle materie, apprendimento di specifiche competenze professionalizzanti, individuazione del progetto futuro. L’attenzione invece è concentrata sulla cura di quei corpi affannati, la riscoperta del desiderio, la costruzione di senso, la sperimentazione di esperienze vitali e generative. Ci siamo resi conto che quando iniziano a disintossicarsi dalla società della prestazione, quando costruiscono inedite alleanze di senso, i corpi delle/degli adolescenti si distendono e ricominciano a pulsare, aprendosi a nuove strade e possibilità. Qual è l’origine dell’abbandono scolastico? Uno dei motivi per cui oggi diversi adolescenti lasciano la scuola è il disagio nei confronti dei pari. Convivere con i pari nelle aule scolastiche è oggi diffusamente una questione problematica; in molti si sentono soli e in costante competizione con gli altri, la classe è percepita come un ring dove ognuno è chiamato a performare, nell’attività scolastica, ma non solo: ‘È popolare chi è più brillante, chi ha sempre la battuta pronta, chi ha interessi che sono ritenuti cool’, mi ha detto Nicole. Per molti la classe è lo spazio dove si amplifica il sentimento della vergogna, dove più forte è il percepirsi non all’altezza. Alla base dell’approccio di Anno Unico c’è il fatto che non proponiamo ai ragazzi e alle ragazze di diventare forti, ci sottraiamo all’abuso della parola ‘resilienza’, che in molti casi significa semplicemente spingere ad ‘armarsi’ per essere all’altezza del mondo estenuante là fuori. Vogliamo essere guardiani di uno spazio che si possa abitare con la propria componente di fragilità, confusione, vulnerabilità, saliscendi e stordimenti. Tutto questo a una condizione: che questi vissuti li si possa condividere, esplorare insieme e che la sensibilità non sia solo rivolta verso se stessi, ma anche verso gli altri. Si tratta, nell’epoca del narcisismo, di passare ‘dall’io al noi della sensibilità’. Quali sono gli strumenti per raggiungere questi obiettivi? Partiamo dall’aspetto ‘didattico’. I contenuti delle materie scolastiche, in particolare della sempre più bistrattata area umanistica, possono fornire stimoli molto preziosi; il problema è che la rigidità e la cornice nozionistica con cui vengono proposti i programmi li rende spesso sterili informazioni da ingurgitare e di cui liberarsi al più presto per fare spazio a nuove iniezioni di nozioni. All’Anno Unico, ovunque sia possibile, vogliamo ribaltare il paradigma: partire dalle questioni che pulsano maggiormente in loro e da lì cercare i contenuti culturali che più possono essere utili al loro percorso di indagine. Raccogliamo e condividiamo in équipe le parole che tra i ragazzi e le ragazze sono più ricorrenti, quelle emotivamente più cariche, al fine di restituirgliele per avviare insieme una riflessione problematizzante. Una possibilità che spesso sfruttiamo è quella di fare emergere le parole generatrici dal materiale culturale proprio degli adolescenti: canzoni, serie tv, anime, a volte anche videogiochi. È affascinante così assistere a un prezioso dialogo inter-generazionale: la cultura del passato interagisce con quella giovanile, quella ufficiale con la contro-cultura, l’esperienza del formatore con quella dei ragazzi. All’interno di questo processo può sorgere la necessità di produrre nuovi testi; allora ci si può ingaggiare nel produrre opere multimediali, rappresentazioni teatrali, scrivere racconti di fantascienza o rap. Una parte importante della nostra proposta formativa è dedicata a esperienze che possano aprire a nuove sperimentazioni di sé: laboratori artistici, ma anche attività nel contesto sociale e produttivo, avventure residenziali fuori città, esplorazioni in natura, incontri con persone dal vissuto significativo. Il primo passo per ri-aprire la strada e l’immaginazione verso il futuro è non pensare al futuro, ma vivere con pienezza il presente. Ci chiedono di ri-motivare i ragazzi e le ragazze alla scuola, ma quello di cui hanno bisogno è rimotivarsi alla vita e questo accade solo se si comincia a esplorare con desiderio e non con un pensiero programmatico. Il resto, col tempo, arriva di conseguenza. Anno Unico prevede anche la possibilità di un’esperienza di stage non obbligatoria Sì, sempre in un’ottica di esplorazione: negli anni li abbiamo visti sperimentarsi come panettieri, meccanici, parrucchieri, falegnami, impegnati in negozi di videogiochi, tatuaggi, asili nido, maneggi, fattorie o in esperienze di volontariato. Ad Anno Unico vogliamo porre in forte discussione il concetto di lavoro come unica realizzazione nella vita, motivo di sofferenza per molti adolescenti nel loro sguardo verso il futuro. Ci troviamo in sintonia con le rivendicazioni delle nuove generazioni che non chiedono solo salari dignitosi, ma anche maggiore tempo libero, ambienti meno competitivi e relazioni più serene. Non si tratta di essere collusivi con «gli sdraiati», ma di de-costruire insieme a loro il ‘mito del lavoro’ per ritrovare il senso del fare e del contribuire alla comunità con responsabilità. Al laboratorio di animazione bambini, per esempio, i ragazzi e le ragazze dell’Anno Unico si occupano di prendersi cura dei bambini mentre le mamme, migranti, partecipano a un corso di italiano organizzato da un’associazione di volontariato locale. Si tratta di un’attività che, con María Nieves Tapia potremmo definire di ‘service learning’, lavoro di utilità sociale attraverso il quale si generano apprendimenti. Ma ha anche un altro valore: durante il tempo in cui la si svolge non si pensa a sé, ai propri problemi. Adolescenti infantilizzati dal contesto sociale (e spesso anche in famiglia) vengono così investiti di responsabilità reali, hanno modo di vivere un’esperienza differente, stupendo e stupendosi per le risorse che sono in grado di mettere in campo. Anno Unico è aperto al mondo anche in altri modi… Tra gli elementi più significativi ci sono le cosiddette contro-esperienze residenziali. Si tratta di proposte in cui si vive, per qualche giorno, uno stile di vita completamente diverso dal quotidiano. Quando durante le formazioni mi viene chiesto come si faccia ad aiutare le/gli adolescenti a riconoscere che i cosiddetti ‘valori della trap’, come il denaro e il successo individuale, non possono rendere felici, a me viene da pensare alla potenza che hanno avuto per i nostri ragazzi e le nostre ragazze esperienze immersive di più giorni in case scout, in cooperative dedite alla permacultura, o giornate di cammino. Situazioni in cui il primo giorno sono tutti molto preoccupati del telefono che non prende e si fa fatica a ricaricare, ma poi con il passare del tempo se lo dimenticano, fino a venirci a dire: «Ma sai che si sta bene anche senza?» Un elemento fondamentale delle contro-esperienze è inoltre l’incontro con persone che hanno fatto scelte di vita fuori dal comune, che hanno dato priorità al senso, agli altri, alla diffusione di una nuova cultura sull’ambiente anziché al proprio rendiconto economico. Si tratta di momenti in cui si riparametrano le priorità”. Definirebbe Anno Unico un modello? Anno Unico non è un’avanguardia, né un franchising da replicare così com’è. Siamo un servizio di emergenza, che nasce per rispondere a una domanda impellente; è dedicato a chi non ce la fa, a chi, in modalità differenti, si ritrova un perdente nella società di tutti-contro-tutti. Rispondiamo con i mezzi che abbiamo a disposizione a una sete di vita in un momento storico di particolare sofferenza e annichilimento.   Claudia Cangemi
October 7, 2026
Pressenza
La baby gang non esistono
di Vincenzo Scalia* Anche l’aggressione all’insegnante di Roma dimostra che la correlazione lineare tra criminalità minorile e maranza che anima la narrazione dominante si regge su uno stereotipo falso L’accoltellamento …
September 22, 2026
Osservatorio Repressione
La dipendenza dai social esiste davvero?
Se i social “danno dipendenza” bisogna farsi alcune domande profonde soprattutto su che esperienza relazionale sia, oggi, quella dell’adolescenza. Proibire e basta non… L'articolo La dipendenza dai social esiste davvero? sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 11, 2026
L'INDISCRETO
[Normale Follia] I miserabili
Dalla prefazione di Victor Hugo a "I miserabili" e le descrizioni del  protagonista che esce dal carcere ancora con un odio non placato, alle proteste contro il disegno di legge recante "modifiche in materia di imputabilità del minore" delle associazioni, psichiatr, psicoanalist, operator sociali e di chi per le persone adolescenti vuole ascolto, relazione, spazi che possano essere vissuti per potersi narrare, per condividere e affrontare dubbi e paure. Tornando poi alle righe di Miller sull'errore del reprimere senza modificare le cause del disagio.  A fianco di Margherita del San Raffaele di Milano e alla sua/nostra lotta contro la mercificazione della salute. A fianco dei palestinesi per la fine dell'appoggio dell'Italia al genocidio, martedì 28 e giovedì 30 luglio in presidio a piazza Capranica.
July 27, 2026
Radio Onda Rossa
Oltre 120 adolescenti israeliani annunciano il loro rifiuto di arruolarsi nell’esercito
L’ultimo giorno dell’anno scolastico in Israele, il 19 giugno, una lettera dal titolo “Ci rifiutiamo!” redatta da alcuni adolescenti in cui annunciavano la decisione di non arruolarsi nell’esercito israeliano è stata distribuita in migliaia di copie in diverse scuole di tutto il Paese. La lettera, intitolata “Ci rifiutiamo!”, conta ormai più di 120 firme di studenti delle scuole superiori che dovrebbero prestare servizio militare. Testo completo della lettera “Ci rifiutiamo!” Noi, adolescenti destinati alla coscrizione nell’esercito israeliano, con la presente ci rifiutiamo di prendere parte ai suoi crimini e di servire gli interessi del governo dittatoriale. Siamo stati tutti cresciuti nel mito secondo cui Israele agisce solo per legittima difesa. Il sistema educativo ci terrorizza fin da piccoli, facendoci credere che «non ci sia scelta» e che dobbiamo vivere per sempre con la spada in mano. Le nostre scuole ci preparano all’esercito instillandoci una visione del mondo militarista. Al liceo la preparazione ai test militari e i colloqui con i soldati sono parte integrante della nostra quotidianità, ma la verità è che arruolarsi nell’esercito non è inevitabile. Nessuno nasce soldato. E come ogni altra scelta, arruolarsi nell’esercito ha le sue ripercussioni. Negli ultimi due anni e mezzo, attraverso i social media e i notiziari, siamo stati esposti a contenuti difficili e violenti relativi al 7 ottobre. Ma ciò che era iniziato come una risposta a quel terribile massacro si è trasformato in una crudele campagna di sterminio della popolazione di Gaza, di proporzioni incomprensibili. E quali sono i risultati delle azioni dell’esercito? Secondo i dati ammessi dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), dall’inizio della guerra a Gaza sono state uccise più di 72.000 persone, molte delle quali donne, bambini e persino neonati. E nonostante il cosiddetto «cessate il fuoco», il genocidio, la pulizia etnica e i crimini di guerra continuano. Recentemente, abbiamo assistito a un forte aumento della violenza sia da parte dei coloni che dell’esercito in tutta la Cisgiordania. Non si tratta di un fenomeno nuovo. Da decenni Israele utilizza l’esercito per opprimere il popolo palestinese, annettere territori e perpetrare violenze contro i palestinesi che vivono in Cisgiordania – il tutto nell’ambito del progetto di pulizia etnica del Paese. L’esercito attacca, uccide e arresta persone senza processo, compresi ragazzi della nostra età. L’unica cosa che ci differenzia è che loro sono nati dalla parte sbagliata della linea di confine. Riflettete: sono queste le azioni di una “forza di difesa”? Le guerre infinite hanno un pesante impatto su tutti noi: infliggono ferite fisiche e mentali che dureranno per il resto delle nostre vite. Viviamo tra una corsa ai rifugi antiaerei e l’altra e gli annunci dei soldati caduti. Siete disposti a diventare parte delle statistiche? Siete pronti a compiere un simile sacrificio in nome di un governo cinico e dittatoriale che baratta vite umane per rafforzare il proprio dominio? E voi cosa farete? Mesarvot. Rete di obiettori di coscienza israeliani da www.pressenza.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
[Normale Follia] Le fragilità dell'adolescenza
Con i nostri corpi, la nostra rabbia, la nostra voglia di trasformazione, contro la violenza sistemica e contro tutte le guerre.  Con D.Miller 'Adolescenza e terapia' continuiamo a scoprire e condividere con chi ci ascolta la ricchezza, le contraddizioni, le fragilità dell'adolescenza. 
April 13, 2026
Radio Onda Rossa
Vietare i social è un'illusione
A proposito dell'annosa questione di vietare i social ai minori... Ecco un nostro intervento su Editoriale Domani dal titolo "Società violenta e adulti incoscienti, perché vietare i social è un’illusione." Gli ultimi fatti di cronaca rilanciano anche in Italia l’idea di vietare i social ai minori, altri paesi si sono già mossi in questo senso. La tossicità dei social è certificata dagli studi e recentemente anche dai tribunali. Ma il proibizionismo è la soluzione? Non possono esistere relazioni virtuose con i mezzi digitali in una società che esalta la violenza e l’oppressione sistemica... Leggi tutto l'articolo su EditorialeDomani.
Società violenta e adulti incoscienti, perché vietare i social è un’illusione
Gli ultimi fatti di cronaca rilanciano anche in Italia l’idea di vietare i social ai minori, altri paesi si sono già mossi in questo senso. La tossicità dei social è certificata dagli studi e recentemente anche dai tribunali. Ma il proibizionismo è la soluzione? Non possono esistere relazioni virtuose con i mezzi digitali in una società che esalta la violenza e l’oppressione sistemica. Un tempo, i social venivano incensati per l’impatto positivo sulla cultura e le società nel loro complesso. Oggi invece “vietare (i social) ai minori” è diventato un ritornello da recitare a ogni episodio di cronaca. L’ultima occasione: mercoledì 25 marzo 2026. Ore 7.45, scuola media Da Vinci, Trescore Balneario, pochi chilometri da Bergamo. L’insegnante Chiara Mocchi viene gravemente accoltellata da un alunno 13enne, che diffonde su un canale Telegram il video dell’aggressione, ripresa con il cellulare. è stata salvata con un intervento chirurgico. Le sue dichiarazioni richiamano alla centralità dell’educazione rispetto alla punizione e alla proibizione. Il mondo va però in tutt’altra direzione. Forse i social media tossici potranno essere smantellati a suon di cause penali. Certo non sono “strumenti neutri” che si possono “usare bene”: sono prodotti di design, di marketing, di gamificazione (introduzione di elementi di pseudo-gioco competitivo in sistemi che non si presentano come giochi); il tutto orchestrato da algoritmi che spingono l’utente a rimanere incollato al proprio schermo. Articolo completo qui
Zuckerberg, al primo storico processo sulla dipendenza dai social ha provato in ogni modo a fare il finto tonto
Chiamato a testimoniare nell'ambito di una causa sui danni delle piattaforme a una giovane utente, l'ad di Meta ha fatto di tutto per schivare le sue responsabilità. Nello specifico, la presenza di Zuckerberg doveva chiarire se le piattaforme del colosso, come Facebook e Instagram, fossero state intenzionalmente progettate per creare dipendenza, e per rispondere alle accuse secondo cui l'azienda avrebbe deliberatamente adottato strategie per aumentare l'engagement di adolescenti e pre-adolescenti, innescando negli utenti gravi problemi di salute mentale. L'udienza rappresenta uno dei passaggi chiave della causa intentata contro Meta, YouTube, Snap e TikTok da una ventenne californiana, identificata in aula come K.G.M. (anche se il suo avvocato si è spesso riferito a lei con il suo nome di battesimo, Kaley), e da sua madre nel 2023. La tesi è che l'uso compulsivo delle piattaforme social da parte della ragazza in età estremamente precoce le abbia causato seri danni psicologici. Mentre a novembre Meta e Google avevano provato senza successo a far archiviare il caso, Snap e TikTok hanno poi raggiunto un accordo in via extragiudiziale, lasciando alle altre società il compito di affrontare il primo di una nutrita serie di processi sulla dipendenza da social media attualmente in corso a Los Angeles. Queste cause – che nel gergo giuridico statunitense vengono definite bellwether – sono state selezionate in quanto rappresentative di un gruppo molto più ampio di azioni legali simili contro le stesse aziende. I querelanti, che in totale sono circa 1.600, sostengono che i loro figli siano stati vittime di casi di depressione, dismorfismo e suicidio. Articolo completo qui
February 20, 2026
Pillole di info digitale