Tag - fantascienza

Il Magister c’é
La ricorrente presenza di Valerio Evangelisti nelle attività e scritti di un consigliere comunale Dalla pagina FB di Dmitrij Palagi Valerio Evangelisti. «”Che cos’è il socialismo? – Non avere padroni. – Senza padroni chi paga il salario?“» (dal ciclo Il sole dell’avvenire) Un paio di sere fa, parlando a ForiMercato dell’ultimo numero di Jacobin, credo di aver citato il Magister
Jean-Marc Rochette: l’estetica del gelo
di Bruno Lai BUON COMPLEANNO al papà di Le Transperceneige. Jean-Marc Rochette è un artista straordinario, capace di unire una forza espressiva quasi brutale a una sensibilità profonda per la natura, la montagna e la condizione umana. Rochette non è solamente un fumettista; è un artista che vive in una tensione costante tra la pittura ed il fumetto. La sua
Solarpunk? Per esempio «Chimeriade», gran romanzo
Daniele Barbieri (aka: dibbì o db) dichiara qui il suo motivato amore per ognuna delle 344 pagine del libro di Francesco Verso. «Ste robe so come l’erba ner cemento e i funghi dopo la pioggia. Nessuno ce bada fino a quando nun hanno cambiato er paesaggio». Il romanesco è testuale (e d’obbligo) ma credo la traduzione non sia necessaria. E
Internet, Mon Amour
Internet, Mon Amour torna in libreria una nuova edizione edita da Altreconomia! In un mondo sconvolto dalla “Grande Peste di Internet”, un gruppo di hacker e artiste trova rifugio in una valle dimenticata dai droni. Come in un moderno “Decamerone”, queste “cronache antiche” attraversano le macerie di una società ormai piegata agli algoritmi del profitto. Internet, Mon Amour di Agnese Trocchi è un “Pentamerone hacker, sci-fi, femminista”: cinque giornate tra gruppi di chat infernali, truffe in criptovalute e relazioni sintetiche. Attraverso la pedagogia hacker di C.I.R.C.E., il testo smonta i dispositivi autoritari delle Big Tech e apre la possibilità di un rapporto più ecologico con le macchine. Non è un invito al rifiuto, ma alla consapevolezza: comprendere gli ingranaggi per non esserne catturati. Un manifesto di resistenza e di ricreazione, per abitare il presente con lucidità e cura. Per acquistare il libro visitare il sito di Altreconomia. Per leggere la versione intergrale del libro che raccoglie sia i racconti della vecchia edizione che il glossario + altri racconti bonus visitare il sito ima.circex.org. Il libro verrà presentato in anteprima presso il CSOA Ipò a Marino il 19 aprile 2026. Buona lettura!
April 14, 2026
Notizie da C.I.R.C.E.
Voto, sorteggio o dinamite?
La “sorte” della politica: da Atene e Marte a Roma. E ritorno. di Saverio Pipitone «Sono stato presidente di Atene per 24 ore, ma non di più» affermava nel V-IV secolo a.C. il cittadino che, a turno per un giorno, era sorteggiato a presiedere l’assemblea popolare e il consiglio del governo per la gestione degli affari pubblici. Nell’antica democrazia greca,
Philip K. Dick / 8000 fogli manoscritti
Le estrazioni dentarie sono una questione delicata. Già Lafayette Ron Hubbard aveva sperimentato – almeno così ci racconta – nel 1938, sotto anestesia, un’intensa allucinazione (credeva, probabilmente esagerando un po’, di essere morto e resuscitato) riportando una serie di pretese conoscenze superiori che gli avevano dettato il misterioso libro Excalibur, prima fonte di Dianetics, la dottrina da cui sarebbe derivato in seguito (per poter beneficiare delle agevolazioni fiscali concesse negli Usa alle associazioni religiose) il culto di Scientology. In circostanze abbastanza simili, anche Philip K. Dick, ebbe accesso alla sua personale rivelazione. Senza dubbi J.L. Borges aveva ragione quando scrisse che la teologia non è che un sottogenere della narrativa fantastica. Invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia: i narratori fantastici tendono per natura a farsi teologi e fondatori di sette e religioni. Se le rivelazioni del mondo antico richiedevano però ambienti e situazioni non ordinarie: digiuni, eremitaggi, deserti, grotte, montagne, tempeste e roveti ardenti, nel desacralizzato mondo moderno uno studio dentistico può essere più che sufficiente a produrre analoghi effetti. Nel febbraio del 1974 Philip K. Dick si fa estrarre un dente del giudizio e gli viene somministrato del pentotal. Quando torna a casa riceve la visita di una giovane inserviente di farmacia che gli consegna un antidolorifico: la ragazza indossa una collana con un ciondolo d’oro a forma di pesce. Dick resta estasiato, non si sa se dalla ragazza o dal ciondolo. – Che cos’è? – le chiede. – Un simbolo che usavano i primi cristiani. – Risponde lei. È fatta. Mentre la ragazza se ne va, lo scrittore sprofonda nell’ “anamnesi” (come lui stesso l’ha definita usando un termine platonico): un senso di vasta e totale conoscenza che passerà il resto della vita – altri otto anni – a interpretare, scrivendo l’Esegesi, libro che in versione ridotta è stato appena ripubblicato da Mondadori: il testo completo, mai stampato nella sua interezza, è lungo quasi novemila pagine manoscritte o dattiloscritte. Il ciondolo col pesce è solo l’innesco di una serie di esperienze quanto meno insolite: in marzo Dick passa varie notti insonni in preda a incubi – durante i quali sveglia la compagna Tessa sibilando come un rettile e poi scoppia a piangere ripetendo preghiere in latino; poco tempo dopo sperimenta due episodi di psichedelia visuale, il secondo dei quali viene da lui descritto come “tutti i quadri di arte moderna esistenti al mondo, centinaia di migliaia di immagini – Klee, Kandinsky, Picasso, ecc. – messe insieme” – un buon sistema per evitare visite a musei… Non finisce qui, perché un misterioso raggio di luce rosa accecante spara informazioni nel suo cervello inducendolo a praticare il battesimo, secondo i riti dei primi cristiani, sul suo figlioletto Cristopher: successivamente quella stessa luce rosa informerà Dick che la vita di Cristopher è in pericolo per un’ernia inguinale, lo scrittore convince Tessa a far sottoporre il piccolo a una visita e il medico conferma l’inaspettata diagnosi e fa operare d’urgenza il bambino. Dick definirà quella misteriosa fonte d’informazione Valis: Vast Active Living Intelligent System. L’angelo messaggero di Valis, “un’entità plasmatica rossa e dorata” che lui chiama in vari modi: Ubik, Logos, Zebra, “the Plasmate”, lo viene spesso a visitare. Dick riceve poi messaggi anche attraverso la radio, che funziona – la moglie Tessa sembra dare conferme in proposito – indipendentemente dal fatto che la spina sia inserita nella presa di corrente o no (magari era a pile). Un giorno riceve sette lettere e ne identifica una – la cosiddetta “lettera Xerox” – che provocherebbe la sua morte se fosse letta da lui: così la fa leggere a Tessa pregandola di non fargliela vedere. Si tratta della recensione da parte di un giornale di estrema sinistra di un libro che parla della decadenza e caduta del capitalismo americano: tutte le parole come declino, decomposizione, decadimento, sono sottolineate in rosso o in blu. “Messaggi di morte” – sentenzia Dick che inoltra la lettera all’FBI e chiama ripetutamente la polizia federale dichiarando ogni volta la sua lealtà verso il paese: riceverà risposte imbarazzate e un foglio prestampato che lo ringrazia per l’interessamento e il materiale fornito. Deluso dall’efficienza dell’FBI, Dick si dedica a dare forma narrativa a queste sue esperienze – rivelazione divina o parto di una mente già preda della schizofrenia – nei romanzi scritti negli anni immediatamente successivi: Radio Free Albemuth, Valis, The Divine Invasion. Il profeta fantascientifico è però ben consapevole che il messaggio precede la rivelazione: tutte le sue principali opere passate contengono già la chiave dell’esperienza che chiamerà 2-3-74 (febbraio-marzo 1974): The Three Stigmata of Palmer Eldritch; Ubik; Flow My Tears, The Policeman Said; A Maze of Death; A Scanner Darkly. L’immenso, frenetico lavoro di scrittura che occuperà i suoi ultimi anni, questa Esegesi, che oggi leggiamo con stupore e frequente inquietudine, non è soltanto il tentativo dello scrittore di interpretare l’esperienza 2-3-74: è anche, e forse soprattutto, il tentativo di interpretare tutta la propria opera alla luce di quell’esperienza. Nel caos dei due milioni di parole di cui è composta l’Esegesi, varie migliaia sono dedicate a cercare di trovare una spiegazione razionale – medica, psichiatrica, neurologica, farmacologica – alle esperienze che Dick stava vivendo. Lo scrittore ipotizza un disturbo bipolare; danni neurologici causati dall’abuso di anfetamine; una sequenza di piccoli infarti (anticipo sull’infarto maggiore che lo stroncherà in un garage di Sonoma, California, nel 1982). Se fosse vissuto solo qualche anno di più, avrebbe scoperto, nel corso delle sue letture in ambito psichiatrico e neurologico, una patologia definita TLE (epilessia del lobo temporale) – una forma meno pericolosa e più difficile a diagnosticarsi del grand mal – spesso associata con l’ipergrafia e l’iperreligiosità e diagnosticata, dai neurologi che l’hanno identificata, in Dostoevski, Santa Teresa d’Avila, Swedenborg e Van Gogh. Sull’altro versante però Dick è consapevole di scrivere come in estasi, di aver trovato – dopo le turbolente esperienze psichedeliche dei tossici anni ’60 e ’70 – un modo di alterare la propria coscienza esclusivamente attraverso il linguaggio, riformulando le vecchie tradizioni esoteriche – alchimia, sciamanismo, mistica, ecc. – nel calderone metafisico della fantascienza ed elaborando – come già aveva fatto Aldous Huxley – una sua personale Filosofia Perenne: quello che qualcuno ha definito una “scalinata verso Eleusi”. Il Dick dell’Esegesi si dissolve nel linguaggio: in quel flusso che chiama Logos, il termine greco che definisce sia il “discorso” che la “ragione”. Il valore dell’Esegesi non sta nelle idee che vi vengono espresse ma piuttosto nello sguardo che questo accumulo caotico di materiali diversi e contraddittori permette di gettare su una creatività visionaria e frammentata, nella testimonianza della lotta eroica che l’autore conduce per tenere insieme i pezzi della propria personalità e della propria vita vicina alla fine: infestato dal fantasma di una sorella gemella vissuta un solo mese (“Oh JHWH – My sister. I meant to write Savior” – scrive nell’ultima pagina dell’Esegesi: nel romanzo Dr. Bloodmoney il personaggio della bambina in contatto telepatico con il gemello congiunto non sviluppato e rimasto delle dimensioni di un coniglio dentro di lei, è l’espressione più inquietante e compiuta di questa ossessione); tormentato da turbe psicotiche; passato attraverso a un diorama di droghe, a cinque matrimoni, vari tentativi di suicidio, gravi problemi finanziari, vere o fittizie persecuzioni da parte dell’FBI, offensivi rifiuti letterari, ossessioni erotiche per la cantante Linda Ronstadt, Dick resta fedele a sé stesso fino all’ultimo giorno: un cuore e una mente prossimi a spezzarsi ma che testardamente protendono al massimo limite i poteri dell’immaginazione e dell’invenzione interrogandosi senza posa sul mistero cosmico.     L'articolo Philip K. Dick / 8000 fogli manoscritti proviene da Pulp Magazine.
March 14, 2026
Pulp Magazine
Brian Evenson / Fantascienza, horror, e affini
C’è Brian Evenson il professore universitario che ha insegnato in diversi college degli Stati Uniti e ha pubblicato saggi su Robert Coover, Raymond Carver, e sul fumettista underground canadese Chester Brown; ha anche scritto la prefazione all’edizione americana del romanzo breve Camminare di Thomas Bernhard. C’è anche Brian Evenson il traduttore che ha reso in inglese romanzi di autori francesi contemporanei e non, nonché un romanzo grafico dell’artista David B., anche lui francese. E poi c’è Brian Evenson l’autore di romanzi e racconti tra horror, fantascienza, fantastico, che in Italia si sta facendo conoscere grazie a Nottetempo, prima con i due romanzi Gli ultimi giorni (2023) e Il padre della menzogna (2024), entrambi tradotti da Orso Tosco, e adesso con questa raccolta di racconti – senza dimenticare la sua prima e ormai lontana comparsa nelle librerie italiane, risalente al 2007, quando Isbn fece uscire La colpa, tradotto da Enrico Monti. Per descrivere la narrativa del professor Evenson, che attualmente si divide tra il California Institute of the Arts e l’American Academy a Berlino, ho dovuto elencare alcuni generi, e non è un caso se l’horror viene per primo. Per quanto alcuni racconti in questa raccolta siano decisamente fantascientifici, come “Il buco”, ambientato su un pianeta extrasolare, oppure “Il signore delle vasche” e “Macchia”, che si svolgono entrambi su un’astronave in viaggio nello spazio (col primo oltretutto basato sul videogame Dead Space), la nota orrorifica risuona sempre in tutte queste storie, e si ritrova anche ne Il padre della menzogna. Per quanto nel paratesto di questa edizione italiana si evitino accuratamente i riferimenti ai generi – specialmente la fantascienza che, come si sa, scatena una violenta allergia di cui soffre da decenni l’editoria italiana per bene – essi sono evidentemente i materiali di partenza per Evenson, che vengono poi riletti, reinterpretati, ricombinati, decostruiti in base a un principio che l’autore inserisce disinvoltamente in “Fuoriuscire”, uno dei pezzi più spiazzanti della raccolta: «In verità questa non è quel genere di storia, di quelle in cui le cose hanno una spiegazione. È una di quelle storie in cui le cose vengono raccontate per come sono e, dal momento che è chiaro che non esiste una spiegazione per cui le cose sono quello che sono, niente può cambiare e fare in modo che siano qualcos’altro». Descrizione questa che si applica perfettamente a tutti gli scritti in Canzone per il disfarsi del mondo. Nell’omonimo racconto, che non a caso ha prestato il suo titolo all’intera raccolta, potremmo essere dalle parti del giallo, varietà psicologica: assistiamo al disfacimento di una persona in origine normale, padre di famiglia con moglie e figlia, che è ormai un vagabondo in fuga dalla ex-consorte, avendo rapito sua figlia, forse avendola uccisa – non ci viene spiegato se lo ha fatto o no, né il motivo per cui i suoi ricordi sono frammentari, né le ragioni che hanno portato alla separazione. Come già s’è detto, non è quel genere di storia in cui gli avvenimenti vengono spiegati. Per questo mi è venuto da pensare, leggendo i racconti di Evenson, a quelli più fantastici di Julio Cortázar, che fatico a credere non abbia fatto parte delle letture dell’autore statunitense. Ma di echi letterari ne abbiamo anche altri. In “Fuoriuscire”, “Sorelle a Halloween” e “Pelli e camicie” ritorna l’immagine di pelli che avvolgono uomini o donne per poi assimilarli, involucri dotati di una loro volontà, per lo più predatoria – siamo nel campo dell’horror soprannaturale, e nelle pelli di Evenson ci vedo qualcosa di quelle che nascondono gli dèi decaduti in Malpertuis, il classico romanzo soprannaturale di Jean Ray. Non manca nemmeno l’omaggio a H.P. Lovecraft, evidente in “Il signore delle vasche”. Insomma, abbiamo un gioco letterario decisamente sofisticato, come ci si può attendere da uno scrittore che alterna la ricerca e l’insegnamento accademici, e la cosiddetta scrittura creativa (che vede anch’essa Evenson impegnato come docente, come hanno fatto tanti altri autori statunitensi). Ultima notazione, a carattere biografico: la famiglia dello scrittore apparteneva alla Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni. Se non aveste capito, erano mormoni. Non a caso Il padre della menzogna è ambientato nell’immaginaria chiesa della Corporazione del Sangue dell’Agnello, che riproduce piuttosto bene l’atmosfera delle comunità di confessioni che somigliano decisamente troppo a sette religiose. Non a caso Evenson ebbe il primo incarico di insegnamento alla Brigham Young University, che si trova nello stato dell’Utah – la patria dei mormoni; e proprio i suoi correligionari attaccarono la sua opera prima, il romanzo Altmann’s Tongue (1994), al punto che l’anno dopo lo scrittore lasciò la Brigham Young per poi uscire dalla chiesa mormone. Questo mi spinge a farmi una domanda alla quale non so rispondere, ma che vale la pena di porsi: com’è che sono gli artisti con un forte retroterra religioso (come ad esempio H.P. Lovecraft, o da noi Pupi Avati) a raccontare le storie più spaventevoli? E sia lode a Luciano Funetta per l’impeccabile traduzione.     L'articolo Brian Evenson / Fantascienza, horror, e affini proviene da Pulp Magazine.
March 12, 2026
Pulp Magazine
Joe Mungo Reed / Quel che nel nostro tempo connette il futuro al passato
Dal mare della scozia emerge una strana figura. La sagoma è umanoide e sembra essere giunto camminando sul fondale. Si tratta di un ragazzo proveniente dal futuro con informazioni capitali per imprimere una svolta decisiva a un mondo in cui la crisi climatica si fa più minacciosa col passare del tempo e un’idea precisa della persona a cui darla. Si tratta di Hannah, una scienziata che insieme a Red – questo è il nome del viaggiatore del tempo – inizia un percorso che condizionerà il futuro. Il suo, quello del suo pianeta e quello della sua famiglia. Il figlio Andrew si candiderà in politica per portare avanti a modo suo la lotta della madre, mentre la nipote Kenzie riprenderà il lavoro della nonna portandolo avanti non senza compromessi mentre Roban, suo figlio, parte di una generazione che non ha mai visto il pianeta terra, partirà per la missione di una vita che in qualche modo tenterà di chiudere il cerchio aperto da Hannah. Futuri terrestri è un romanzo di fantascienza costruito sul concetto intorno a cui il genere nella sua totalità si sviluppa: il futuro. E se l’elemento principale che lo radica nel presente è certamente l’argomento della crisi climatica, la riflessione filosofica che conferisce all’opera carattere di attualità e di urgenza è la visione del futuro come elemento che inevitabilmente condiziona il presente. Questo ragionamento è alla base di ogni opera che voglia trattare l’antropocene da una prospettiva significativa. L’impatto ambientale della tecnologia sul pianeta e sulla sua idoneità a ospitare la vita e la civiltà umana pone la questione di ciò che sarà di noi negli anni a venire al centro di un dibattito che sembra non riuscire a cancellare l’ipoteca che il capitalismo, con le conseguenze dei processi produttivi che lo sostentano, ha messo sull’esistenza delle prossime generazioni. Il tempo è limitato e, se non per fermare una biglia sul piano inclinato quantomeno per attutirne l’impatto che l’attende in fondo alla discesa, già nel presente è urgente e necessario che la civiltà umana ripensi quanto prima la propria organizzazione in vista di ciò che l’attende. L’ora deve più che mai lavorare in continuità col domani. Ed è proprio questa continuità che Joe Mungo Reed racconta. Futuri terrestri è una saga familiare che vede il perpetuarsi di una famiglia nel tempo non solo attraverso la riproduzione e il passaggio dei geni ma proprio tramite la partecipazione, ognuno secondo la propria personale e talvolta conflittuale prospettiva, al lavoro di modellamento del presente in vista di un possibile futuro. La discendenza di Hannah è fatta di esseri umani collocati nel tempo e nello spazio, individui connessi dal filo rosso di un ideale, prima che dalla genetica, si passano il testimone portando ognuno un contributo diverso. Hannah riceve un dono che è una corsa contro il tempo e il suo lavoro è per lo più teorico, di sviluppo. Andrew è un politico che vive di conflitto, sia nel suo lavoro che in famiglia, il rapporto con Kenzie sarà infatti messo alla prova da scelte che lui non approva ma che sono nella natura estremamente pragmatica della figlia, che farà un grande salto e darà la vita a uno dei prodotti integrali del futuro di una terra lasciata alle spalle, nato e cresciuto in un ambiente alieno che lo condizionerà in ogni aspetto della sua vita, primo fra tutti il fisico. La prosa di Joe Mungo Reed è delicata al punto di essere sfuggente e vive di ritmi lenti e dilatati, che mantengono la tensione a un livello molto sottile senza mai farla esplodere in maniera violenta. Futuri terrestri non ha un passo sostenuto e non vive di strappi, procede lento ma costante in un racconto corale che rappresenta efficacemente l’illusione di un tempo per risolvere le cose che sembra infinito ma termina troppo presto e comunque ben prima di quanto potessimo immaginare, e un rapporto tra presente, passato e futuro come qualcosa di impalpabile ma al tempo stesso persistente.   L'articolo Joe Mungo Reed / Quel che nel nostro tempo connette il futuro al passato proviene da Pulp Magazine.
March 11, 2026
Pulp Magazine
Cento anni di FS per invadere il reale – 6 (e fine)
di Giuliano Spagnul (*). Abbiamo di nuovo rubato immagini al nostro amato Jacek Yerka VI° La fantascienza dopo la morte della fantascienza “Voglio dire che bisogna per forza essere molto giovani per giocare a tutti quei giochi finanziari senza pensare nemmeno per un secondo agli interessi e alle conseguenze. Il capitalismo funziona proprio così – afferrare un’occasione e reagire il
Zoha Kazemi / Fantascienza dall’Iran
Mentre mi accingo a scrivere di questa raccolta di racconti, mi chiedo cosa sta accadendo nello stesso momento alla libreria Rama di Zoha Kazemi, dedicata a libri di fantascienza, fantasy e manga, di cui la scrittrice vive, mentre sono iniziati da poche ore i bombardamenti israeliani e americani su Teheran. Nel definire gli scenari postapocalittici che ricorrono nelle sue narrazioni, Kazemi, classe 1982, una laurea in letteratura e una breve in ingegneria, non manca di sottolineare nelle interviste come le atmosfere della Catastrofe – atomica, climatica… – nascono dall’esperienza stessa di nascere e vivere in Medio Oriente, dove tutto è instabile per definizione e anche la normalità danza da sempre sull’orlo della guerra. Oltre ad Arthur C. Clarke, un autore seminale nella sua iniziazione letteraria, insieme a Isaac Asimov, Zoha Kazemi cita oggi Philippe K. Dick e Jorge Luis Borges come suoi autentici spiriti guida. A oggi, ha già pubblicato in Iran una dozzina di romanzi, metà dei quali di letteratura speculativa, un paio tradotti anche in inglese benché scarsamente pubblicizzati essendo usciti durante il lockdown. Grazie all’editrice romana Future Fiction, specializzata nel presentare autori della letteratura fantastica dal Sud Globale, vede ora la luce questa traduzione italiana (con testo originale in parsi). Superstar, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è una riflessione ironica sulle gerarchie che controllano l’industria culturale oggi, del classismo che distingue gli artisti Vip dagli autori condannati all’anonimato come i due protagonisti della storia. L’andamento della fama – da cui dipende anche quello economico delle vendite – è alla base della disuguaglianza sempre più marcata in una società dove si è “famosi per essere famosi”.  Una distopia editoriale che anticipa tra le altre cose anche il disagio di una generazione di artisti che oggi si misura con la cannibalizzazione delle competenze, alle quali aveva creduto, nella nuova realtà dell’intelligenza artificiale. Sempre appartenente al genere distopico alla Black Mirror, anche il noir fantascientifico 0% sensi di colpa, ambientato in un futuro dove il tracciamento biologico e l’elaborazione “scientifica” delle emozioni umane, ora pubblicamente visibili alla stregua dei commenti sui social, sono l’unica procedura investigativa riconosciuta dalla polizia, a prescindere da prove più o meno schiaccianti emerse dalla scena del debito. Qualsiasi killer, in pratica, potrà infatti farla franca a patto di non provare nessun senso di colpa. Intonati a una coloritura sentimentale più drammatica, i restanti tre racconti dell’antologia, sono contestualizzati in altrettanti scenari apocalittici dove anche la morte emerge come ritualizzazione del sociale.  Si può scegliere tra  un futuro ipercapitalista  dove l’aria da respirare va acquistata al pari di qualsiasi altra commodity, obbligando a scegliere tra una nuova bombola o un nuovo paio di scarpe; un futuro post atomico dove, nelle aree ancora abitabili la sovrappopolazione è tornata ad essere un problema, imponendo il sacrificio cerimoniale degli anziani; o, infine, un futuro post pandemico dove tutti i sapiens sono diventati mortalmente allergici al DNA della propria specie, obbligando  gli umani a vivere in celle isolate condividendo tra loro una realtà esclusivamente virtuale. Nel complesso, cinque ottimi racconti di fantascienza, molto lontani da caratterizzazioni cyberpunk più o meno contemporanee, improntati anzi a un certo amore per la classicità che si rivela forse anche nello stile succinto e nello sviluppo conciso e lineare della trama. Un gioco di equilibri il cui bilanciamento nei momenti migliori può ricordare la lucidità geometrica di un Ted Chiang, senza per questo scartare a priori la carta dell’immedesimazione e dell’empatia. Speriamo di poter leggere presto altro di Zoha Kazemi.     L'articolo Zoha Kazemi / Fantascienza dall’Iran proviene da Pulp Magazine.
March 3, 2026
Pulp Magazine