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Fossili, clima e guerra: il 24 ottobre assemblea nazionale. Intervista a Renato Di Nicola
 Le fonti fossili non sono solo la causa principale del cambiamento climatico, ma sono anche il motivo per cui scoppiano la maggior parte delle guerre. Fossili, clima e guerra costituiscono, pertanto, la miscela esplosiva che sta portando il mondo verso l’autodistruzione. È su questi temi, e sulla necessità di riprendere la lotta contro un potere economico, politico e militare che sempre più determina il futuro dell’umanità, che sabato 24 ottobre si terrà a Roma (sede nazionale Cobas, viale Manzoni 55, ore 10) una assemblea nazionale aperta al contributo di tutte le realtà di movimento che lottano per la giustizia climatica e sociale, contro l’economia di guerra e per la difesa dei territori e dei beni comuni.   Chiediamo a Renato Di Nicola, coordinatore della Campagna nazionale “Per il clima, fuori dal fossile”, promotrice dell’iniziava, quali sono le ragioni che hanno spinto per la convocazione dell’assemblea. Quello che accade è sotto gli occhi di tutti, stiamo attraversando il periodo più buio e più pericoloso dalla fine della Seconda guerra mondiale. Mai come oggi abbiamo assistito ad una crisi climatica così grave e mai abbiamo avuto contemporaneamente più guerre così devastanti che rischiano di portarci verso una deflagrazione globale. Non a caso al centro delle due crisi ci sono i combustibili fossili, dei quali dobbiamo liberarci al più presto possibile. Il legame fossili-clima è certificato da tempo dalla comunità scientifica internazionale, ma quello tra fonti fossili e guerra?  E’ così da sempre, cioè da quando sono stati scoperti carbone, petrolio e gas – risponde Di Nicola -, senza combustibile non si muovono i carri armati e non volano gli aerei. L’ attuale crisi energetica, che sta avendo pesantissime ripercussioni soprattutto sulle economie dell’Occidente, è la diretta conseguenza della guerra in Iran, scatenata dagli Stati Uniti e da Israele. Dallo stretto di Hormuz passa il 25 per cento del petrolio mondiale e il 20 per cento del GNL (gas naturale liquefatto). Le guerre scoppiano non solo per conquistare le aree ricche di fonti fossili ma anche per avere il controllo delle loro rotte di transito. La situazione di oggi può essere paragonata alla prima grande crisi energetica del 1973, causata dalla guerra del Kippur. Da notare che il Medio Oriente è il più grande bacino di petrolio e di gas del mondo, e proprio in quest’area si è avuta una lunga serie di sanguinosi conflitti legati alle fossili, tra cui le due guerre del Golfo del 1990 e del 2003.  Anche molte guerre nel continente africano, oltre a ragioni di carattere etnico e territoriale, hanno avuto al centro le fonti fossili. Si pensi ai conflitti in Nigeria, Libia, Sud Sudan e Yemen. Neppure la guerra Russia-Ucraina sfugge alla trappola delle fossili. Infatti, le regioni contese, ovvero il Donbass e il Dnieper-Donetsk, hanno grandi riserve di carbone e di metano da carbone. Non solo, ma sono anche ricche di minerali strategici, come litio, titanio, uranio, grafite e manganese. È casuale tutto questo?.  Veniamo alla Palestina, dove è in atto il genocidio del popolo palestinese. Anche qui giocano un ruolo le fonti fossili. Nel 2000, al largo della costa di Gaza, sono stati scoperti due giacimenti di metano, con una capacità complessiva stimata in 30 miliardi di metri cubi, una quantità tale da poter soddisfare l’intero fabbisogno dei palestinesi, ma lo sfruttamento dei due campi di gas non è mai partito perché Israele ne rivendica illegalmente il controllo.  Ma le fonti fossili servono anche per la società civile, per le famiglie e per le industrie. Come se ne esce?   Le alternative esistono eccome, è una questione di scelte politiche; le fonti energetiche rinnovabili sono oggi più competitive rispetto alle fossili, e fanno risparmiare anche sulle bollette. Vedi il caso della Spagna dove il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica è in media inferiore del 50 per cento rispetto all’Italia. Ciò dipende dal fatto che in Spagna il fabbisogno dell’elettricità è coperto per il 56 per cento dalle rinnovabili, che sono la fonte prevalente. In Italia, invece, è il gas che fa il prezzo perché incide per quasi il 50 per cento sulla produzione di energia elettrica.  È possibile sostituire le fossili, climalteranti ed inquinanti, con energia pulita e più economica. Infatti, si potrebbero realizzare 90 GW di rinnovabili in più entro il 2030, riducendo in questo modo il consumo di gas di almeno 20 miliardi di metri cubi; ed entro il 2035 la copertura elettrica nazionale potrebbe essere ottenuta al 100 per cento con le rinnovabili. Se ciò non avviene è perché le potenti lobby del settore fossile non sono disposte a rinunciare ai loro enormi profitti e al loro potere, con cui impongono le loro decisioni ai governi. E il governo italiano non sfugge a questa regola. Va detto, però, che l’utilizzo delle fonti rinnovabili deve essere sempre contestualizzato per evitare che si riproduca il sistema energetico dominante, danneggiando i territori e l’ambiente con una violenza simile all’estrattivismo fossile. L’energia deve essere considerata un bene essenziale e pubblico e quella rinnovabile, se vogliamo che sia davvero democratica, deve essere prodotta soprattutto dal basso attraverso le comunità energetiche e le comunità solari. Come siamo messi, al riguardo, in Italia? Siamo in forte ritardo rispetto agli stessi obiettivi del Piano nazionale energia e clima (PNIEC), che già di per sé è poco ambizioso. Il governo Draghi prima e quello Meloni dopo, anziché puntare sulle rinnovabili, hanno favorito grandi investimenti nello sviluppo delle infrastrutture del gas. Nel 2022, approfittando della guerra in Ucraina, è stata riavviata la realizzazione del grande metanodotto Linea Adriatica di 425 chilometri da Sulmona a Minerbio, con una nuova centrale di compressione a Sulmona; inoltre, saltando tutte le procedure di legge, si è deciso di realizzare i due nuovi rigassificatori di Piombino e Ravenna. Si tratta di opere del tutto inutili, la cui presunta necessità è basata sulla falsa narrazione che L’Italia, in seguito alla chiusura delle importazioni dalla Russia, correva il rischio di restare a corto di gas. In realtà nel nostro Paese il gas non è mai mancato perché già aveva diverse fonti di ingresso sostitutive. Oggi il consumo di metano è intorno ai 63 miliardi di metri cubi, mentre – senza considerare il gas russo e i rigassificatori di Piombino e Ravenna, e naturalmente senza la Linea Adriatica, che non è ancora completata – l’Italia ha una disponibilità tecnica di almeno 100 miliardi di metri cubi. Abbiamo, quindi, un eccesso di infrastrutture metanifere, non una carenza; e, come se ciò non bastasse, il governo ha deciso di realizzare tre nuovi rigassificatori a Gioia Tauro, Porto Empedocle e Taranto. Inoltre, è stato già avviato il raddoppio del Tap ed è previsto un nuovo metanodotto, l’EastMed-Poseidon, da Israele ad Otranto. Con tutte queste nuove opere l’Italia arriverebbe ad avere assurdamente una disponibilità di metano di circa 160 miliardi di metri cubi, mentre i consumi non andranno oltre i 58 miliardi ad 2030, che è l’obiettivo del PNIEC. ENI e SNAM faranno profitti da capogiro mentre i costi di tutti questi impianti superflui saranno caricati per decenni sulle bollette dei cittadini italiani. A livello operativo qual’ è la finalità dell’assemblea del 24 ottobre? L’ultima grande mobilitazione nazionale per la difesa del clima e contro le grandi opere è stata quella di Roma del 2019; dopo di allora, non muovendosi più nulla in modo coordinato, abbiamo deciso di trasformare lo slogan del nostro striscione in una Campagna nazionale “Per il clima, fuori dal fossile”. Poi è arrivato il Covid che ha rallentato una risposta nazionale e di massa, ma noi non ci siamo mai fermati.  In sette anni abbiamo realizzato, insieme ad indagini e analisi, centinaia di manifestazioni sincroniche contro lo strapotere di multinazionali quali Eni, Snam, Socar, Leonardo ed altre; convegni come quelli di Ravenna contro la fiera OMC Med Energy; e cortei partecipati da migliaia di persone a Sulmona, Ravenna, Piombino, Ancona, Falconara, Brindisi. Abbiamo preso parte ad iniziative promosse da altre realtà di lotta stabilendo relazioni e connessioni durature, sempre in una prospettiva di convergenza e rifiutando schemi di tipo verticistico. Abbiamo dato il nostro contributo per la costruzione di intese nazionali come il Climate Pride. Abbiamo seguito gli incontri COP da Glasgow a Belem, e partecipato al primo incontro contro i fossili di Santa Marta in Colombia. Abbiamo organizzato comunità energetiche e lotte anche con altre realtà di movimento, come a Milano per lo Stop Data Center, o a Taranto per la chiusura delle fabbriche di morte. Il 24 ottobre a Roma, con una visione rivolta al futuro, discuteremo, insieme a chi vuole condividere questo percorso, di come superare i limiti e le difficoltà date dal divario tra le giuste e puntuali lotte che vengono portate avanti nei territori e il rafforzamento del potere di dominio delle grandi compagnie del fossile, del nucleare, dell’apparato militare-industriale-finanziario, che condizionano fortemente le decisioni politiche a livello nazionale e globale.  Per realizzare un reale cambiamento non basta quello che si è fatto da parte delle diverse realtà in Italia, spesso ciascuna per conto proprio. Su questi temi riteniamo indispensabile aprire una nuova fase di confronto e di coordinamento, soprattutto sul “che fare”, con l’obiettivo di arrivare ad una mobilitazione nazionale che leghi le lotte per il clima con le lotte sociali e con quelle contro il riarmo e la crescente militarizzazione in atto nei territori. Sappiamo che è una sfida molto dura e difficile, ma se vogliamo cambiare i rapporti di forza nella nostra società, questa è l’unica strada da percorrere.   Mario Pizzola
October 21, 2026
Pressenza
L’estate più calda di sempre e il futuro che verrà
Anche se appena conclusa, possiamo già affermare con un certo grado di sicurezza che l’estate del 2026 è stata la più calda da quando si registrano le temperature, di sicuro in Italia, molto probabilmente in Europa e forse nel mondo. Aldilà di quanto ci diranno i dati definitivi, che questa sia stata una stagione insopportabile è stato palpabile ed evidente. La percezione soggettiva che si è avuta è unanime, anche solo banalmente considerando quanto il tema è stato al centro della discussione, sia tra chi rimaneva in città che tra chi si rifugiava in luoghi dove teoricamente il clima avrebbe dovuto essere più sostenibile ma poi non lo era affatto – come i litorali o la montagna al di sotto dei 1000 metri. Vediamo però di capire da vicino quali sono i fenomeni più preoccupanti a cui abbiamo assistito. MEDITERRANEO E ALPI Anzitutto la temperatura delle acque del mare.  Il Mediterraneo quest’estate si è trasformato già ai primi di luglio in un brodo caldo fino a oltre 30 gradi, in cui era difficile trovare ristoro dalla temperatura insopportabile che era percepita a riva. Un mare così caldo è un problema grave a ogni livello, la fauna ne soffre e vive delle mutazioni, la flora ne è duramente impattata, la poseidonia rischia di morire, l’ecosistema è stravolto. Si parla già di tropicalizzazione del bacino. Il record di temperatura implicherà possibili episodi estremi durante l’autunno e la tempesta che ha travolto Cremona il 28 agosto è stata una loro anticipazione.  Questo accade perché i mari hanno tempi di raffreddamento più lenti dell’aria e, quando le masse di aria fredda autunnale scenderanno da nord, incontreranno masse di aria umida proveniente da un Mediterraneo ancora caldo. Proprio in questo modo si generò il disastro a Valencia nel 2024, anno in cui la temperatura delle acque aveva battuto i record precedenti.  Nel 2026, ça va sans dire, la temperatura del mare ha battuto il record del 2024.  Il Mediterraneo a luglio 2026, elaborazione satellitare, Copernicus Un altro ecosistema estremamente impattato è quello delle montagne. I ghiacciai più imponenti delle Alpi sono tutti in grave sofferenza e la loro riduzione rispetto anche a solo qualche anno fa è visibile ad occhio nudo nelle foto a confronto. L’impatto della loro estinzione sulle falde acquifere sarà grave negli anni a venire. Durante l’estate si è assistito pure a costanti crolli di roccia  in diverse zone dell’intero arco alpino. Questo fenomeno, secondo gli studi, è dovuto alla fusione del permafrost, ossia di quella parte di roccia e terreno, spesso sottostante ai ghiacciai in via di estinzione, che era tenuta insieme dalle temperature rigide presenti durante quasi tutto l’anno.  Il permafrost sulle rocce montane agisce come una sorta di silicone naturale sulle fratture della roccia. Venendo meno, la montagna diventa più friabile e soggetta a crolli È possibile che sia stato lo stesso processo di fusione di permafrost nella roccia sottostante un ghiacciaio una delle cause principali che ha generato il disastro in Nepal del 26 agosto 2026. Durante l’estate abbiamo anche assistito alla chiusura anticipata del rifugio più alto della Lombardia, sul gruppo del Bernina a oltre 3600 metri, per i continui crolli e voragini della montagna, così come abbiamo assistito attonite alle cascate di acqua in discesa dai 4500 metri della parete nord del Cervino, un tempo famosa per essere gelida. Anche le abitudini umane hanno dovuto adattarsi: per la prima volta nella storia, ad agosto non vi era più nessun ghiacciaio dove si potesse sciare in tutta la catena alpina. Chissà se servirà da monito contro il turismo predatorio e vorace che negli ultimi anni si riversa in montagna a causa dell’aumento delle temperature. Ghiacciaio Ciarforon 1981 e 2026 a confronto, Foto di Enzo Rettori dalla pagina FB Storie Minerali UN’EUROPA ROVENTE L’estate trascorsa è stata da incubo anche nel resto d’Europa. Il peso del radicale cambiamento del clima è stato maggiormente percepito soprattutto in paesi del centro-nord, come Gran Bretagna, Francia e Germania, dove non vi sono misure di adattamento quali quelle del centro-sud del continente – aria condizionata, soffitti alti, sistemi di irrigazione, ma a volte anche semplici abitudini quotidiane per gestire il caldo. > I danni all’agricoltura sono stati gravi mentre sono state significative le > stime di morti correlate all’aumento della temperatura. Le foto degli incendi > straordinari in Francia e delle campagne inglesi completamente ingiallite > rimarranno nella memoria collettiva. Il clima non solo sta cambiando, ma sta cambiando più velocemente di quanto fosse previsto. In un recente articolo di “The Economist”, ripreso da “Internazionale”, si fa notare che sempre più ci troviamo di fronte a fenomeni complessi in cui la dinamica dei fattori che determinano un clima (circolazione atmosferica, correnti, umidità) è stravolta al pari della termodinamica, ossia dell’aumento delle temperature. Il problema è che ︽è difficile ottenere dai modelli dei dati che confermino queste osservazioni: a differenza dell’aspetto termodinamico, la dinamica del cambiamento climatico è estremamente complessa e non lineare, e può essere affrontata quantitativamente solo usando modelli climatici più avanzati. Per questo, continua l’articolo, che la temperatura sarebbe aumentata nell’estate 2026 si sapeva, mentre invece che un anticiclone si piazzasse al centro dell’Europa per quasi tutta l’estate alzando ulteriormente le temperature e riducendo in modo preoccupante le precipitazioni non era stato previsto. Se questo non sarà stato un evento eccezionale ma invece reiterato, avremo un problema serio. A queste considerazioni va infine aggiunto che possono avvenire ulteriori fenomeni che non siamo in grado di controllare e prevedere che pure accelerano il processo, come la diminuzione della capacità della Terra di rifrangere la luce solare (albedo) anche a causa dello scioglimento delle calotte polari e di nuove leggi sui combustibili marittimi, di cui già avevamo parlato su Dinamo. Elaborazione Copernicus, EL NIÑO, OVVERO IL PEGGIO DEVE ANCORA VENIRE. A partire da settembre 2026 inizieranno a farsi sentire le conseguenze del fenomeno meteorologico di El Niño. Questo fenomeno consiste in un surriscaldamento ciclico (ogni 10/15 anni) delle acque superficiali del Pacifico centro-meridionale, nel periodo ottobre-dicembre. Si tratta di un fenomeno naturale che ha sempre implicato eventi estremi a suo corollario non solo nel Pacifico ma in tutto il pianeta, oltre che un aumento della temperatura media globale. Il legame tra El Niño e il cambiamento climatico non è stato ancora compreso a fondo ma per quello che si è inteso finora la crisi climatica aumenta la durata ma soprattutto l’intensità e la frequenza dell’evento in sé. L’intensità del Niño dipende da quanto si innalza la temperatura delle acque del Pacifico, perché tutto il resto accade come una sorta di effetto domino. Quest’anno si parla di un El Niño eccezionale, un super Niño in termini di potenza, perché l’innalzamento della temperatura delle acque è stato finora straordinario, di quasi 3 gradi. Nel 2015, l’ultima volta che ci fu un super Niño, l’aumento fu di 2 gradi. El Niño potrebbe già aver determinato le prime conseguenze in termini di incendi in Indonesia e indebolimento delle piogge monsoniche in India. Vedremo però gli effetti veri da fine settembre fino a febbraio inoltrato. C’è chi stima che l’impatto del Niño sarà così forte da far “assaggiare” alla Terra quello che sarà la situazione globale tra una decade, nel 2037 – una sorta di anticipazione del futuro che ci attende – visto che la temperatura media del pianeta sta aumentando di quasi mezzo grado ogni dieci anni e che El Niño determinerà un aumento simile della temperatura nel corso del 2027. Anomalie termiche nel Pacifico che determinano il fenomeno de El Nino LA POLITICA ITALIANA In questo scenario che è difficile non definire apocalittico, l’IPCC ha dichiarato che l’obiettivo di contenere il riscaldamento climatico entro gli 1,5 C – obiettivo definito a Parigi nel 2015 – è stato mancato, perché nei prossimi anni la temperatura sta già consolidandosi oltre quella soglia, mentre gli obiettivi di riduzione drastica della emissione di gas climalteranti nell’atmosfera rimangono sulla carta. Nonostante l’energia rinnovabile sia in aumento ovunque nel mondo, continuano infatti ad aumentare anche le emissioni di CO2 e di metano, poiché i bisogni energetici mondiali aumentano, soprattutto in considerazione della crescita esponenziale di energia dovuta ai data center per l’intelligenza artificiale che aumentano ovunque, anche in Italia. Inadeguatezza, colpa e dolo, queste le parole per fare sintesi del ruolo della politica in questa situazione di disastro climatico.  Ci sono casi estremi come l’Italia dove non viene mai menzionata la crisi dell’ecosistema in cui viviamo o viene sbeffeggiata in modo indegno dalla seconda carica dello Stato. > Recentemente Meloni e Pichetto Fratin hanno persino deciso di aumentare > l’estrazione di combustibili fossili. L’opposizione che avrebbe materiale > sterminato per attaccare il governo su questo fronte è per lo più silente o > borbotta qualcosa senza troppa convinzione, forse per non infastidire Renzi, > da sempre sostenitore dell’economia fossile. Rispetto poi agli enti locali, nessuna delle grandi città italiane – tutte a guida centrosinistra – sta facendo quello che è il provvedimento più importante per sopravvivere al clima, ossia depavimentare, fermare l’espansione del cemento e tutelare ogni area verde. Rispetto all’inadeguatezza della capitale abbiamo già scritto, ma anche in altre città non si va oltre l’aria condizionata – come se fosse la soluzione – cinema aperti, alberelli per le strade e poco più. LA POLITICA INTERNAZIONALE In altri paesi invece il tema è al centro della discussione, anche se in modo parziale e spesso distorto. Il Regno Unito è un esempio in tal senso visto che a gennaio è stato distribuito un rapporto condotto dall’Intelligence che menziona tutti i rischi a cui saremo sottoposte nel breve periodo. Questo rapporto però è stato editato in modo da non generare eccessiva preoccupazione tra la popolazione, come hanno denunciato gruppi ecologisti che ne chiedono la pubblicazione integrale. Sempre nel Regno Unito il governo ha preallertato rispetto all’imminente arrivo di El Niño consigliando addirittura di fare provviste in casa.   Anche in Francia e Germania si è parlato a lungo di clima, ma non si intravedono provvedimenti significativi. Sui due paesi – le maggiori economie del continente – incombono i piani di riarmo e l’abbandono del Green Deal europeo voluto da Bruxelles, che sono incompatibili con seri (e costosi) investimenti dal punto di vista della tutela del clima.  Rispetto alle altre nazioni più inquinanti è inutile menzionare gli Stati Uniti, ma – ad esempio – anche il governo liberale di Carney in Canada è salito al potere promettendo di annullare la carbon tax che aveva fatto approvare il premier precedente, Trudeau, per disincentivare il consumo da fossile, ed è stata abolita come primo provvedimento del suo esecutivo. Il Sud globale vorrebbe invece farsi sentire.  Quanto accaduto in Nepal è l’ennesima conferma del fatto che sono proprio le nazioni del Global South le prime a subire danni catastrofici per i processi di cambiamento climatico, pur contribuendo in minima parte alle cause della crisi,  ma sono voci non ascoltate. Il Nepal ha di recente chiesto a Cina, India e Stati Uniti un risarcimento per quanto accaduto il 26 agosto.  Anche El Niño – per ragioni geografiche – avrà un impatto molto più drammatico nel Sud Globale, soprattutto in America Latina e nel Sud Est Asiatico. Anomalie termiche globali dell’agosto 2026, elaborazione Copernicus IL FUTURO CHE CI ATTENDE Come ha detto Greta Thunberg in un reel di commento ai dati dell’IPCC, la situazione è così grave ed estrema che dovremmo stare in strada a protestare per fare il possibile per uscire da questa situazione che rende il film Don’t Look Up sempre più realistico e sempre meno parodia. Non è facile capire cosa renda così difficile una ondata di reazione collettiva. Forse siamo ancora immerse in quella spirale di silenzio che veniva rivelata in un sondaggio di qualche anno fa, per cui la preoccupazione aumenta, ma non diventa connettore di lotte condivise e soprattutto lotte che siano di massa. Il 15 ottobre Fridays For Future ha convocato un Global Strike for Climate nel tentativo di riattivare il movimento. Anche se anno dopo anno tutto appare sempre più in salita, agire dal basso per imporre un cambiamento rapido rimane in ogni caso l’unica prospettiva cercando di puntare sulle molteplici connessioni tra la crisi ecologica e quella sociale e costruendo convergenza. Le alternative, sempre più diffuse e pericolose, sono ignorare la realtà o lasciarsi andare a quello che è stato definito il climate doomerism, cioè accettare con fatalismo il fatto che non c’è più speranza per il futuro della vita della specie umana sul pianeta. Foto di copertina, ghiacciai in fusione nella zona di Zermatt (Svizzera), foto Ilia Bronskiy, foto da Unplash.com L'articolo L’estate più calda di sempre e il futuro che verrà proviene da DINAMOpress.
September 16, 2026
DINAMOpress
La vera faccia dell’intelligenza artificiale: il motore del riarmo. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere al seguente link. Direttrice politica: lo scarso margine d’azione dell’attivismo Le lotte contro la violenza ambientale hanno dimostrato che i grandi investitori agiscono consapevolmente su comunità già fragili: se le comunità colpite devono impiegare le loro energie nella sopravvivenza quotidiana, avranno poco margine d’azione da dedicare alla mobilitazione politica. Il risultato è un circolo vizioso: risorse primarie ridotte si traducono in bassa capacità di resistenza; la resistenza indebolita permette agli attori responsabili della scarsità di ridurre ulteriormente le risorse disponibili per le comunità. È la privatizzazione della crisi. In questo meccanismo, la dipendenza dalle risorse controllate da terzi diventa ricatto politico, e l’autonomia politica svanisce insieme all’indipendenza materiale, privando le comunità colpite di leve di negoziazione concrete. Queste tendenze non vengono meno nel contesto dell’espansione dell’IA: secondo un rapporto di Bloomberg (2025), quasi due terzi dei nuovi data center di IA degli Stati Uniti, costruiti o in fase di sviluppo dal 2022, si trovano in aree con elevati livelli di stress idrico. Lo stesso rapporto mette in luce la stessa tendenza anche in altre regioni aride come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Un’analisi su circa 700 data center statunitensi conferma che quasi la metà si trova in aree con un carico ambientale sopra la media, molte delle quali sono localizzate in zone con indicatori di vulnerabilità sociale, come povertà e bassi livelli di istruzione (World Resources Institute, 2026). Le proiezioni prevedono che questa dinamica interesserà porzioni sempre più ampie del pianeta,  e quando la competizione per le risorse essenziali diventerà strutturale su scala globale assisteremo a una ristrutturazione planetaria del potere: l’erosione sistematica della nostra capacità collettiva di resistere materialmente e politicamente. Smantellare l’intreccio del riarmo: una piattaforma comune di azione collettiva. La finestra di tempo per cambiare traiettoria si sta restringendo e la differenza che possiamo fare dipende da quanto rapidamente riusciremo a organizzare la pressione necessaria prima che l’intreccio sinergico delle quattro direttrici diventi irreversibile. Movimenti antisistemici, per la giustizia climatica o per la democrazia digitale esistono già, ma non operano in sinergia pur condividendo lo stesso avversario: la concentrazione patrimoniale senza limiti, ovvero il comune denominatore di tutte e quattro le direttrici del riarmo. La via più rapida per indebolire questo circuito è ridurre l’accumulazione estrema di ricchezza, ad esempio attraverso l’istituzione di un tetto patrimoniale progressivo che, riducendo uno dei canali di finanziamento di capitale privato disponibile per startup defence-tech, rallenterebbe l’innovazione bellica fuori dal controllo parlamentare, limiterebbe il possesso da parte di singoli individui di infrastrutture critiche con rilevanza strategica internazionale e indebolirebbe la pressione a destinare risorse pubbliche al riarmo anziché alla transizione ecologica. Una misura di questo tipo, da sola, non risolve i limiti strutturali del problema — le corporazioni possono sostituire i miliardari come centri di capitale concentrato e il rischio di fuga di capitali verso giurisdizioni più permissive è reale. Ha senso solo se accompagnata da riforme complementari: trasparenza sui beneficiari effettivi, limiti al lobbying, armonizzazione fiscale a livello europeo, trasparenza sui finanziamenti politici e democratizzazione dei media. Si tratta di misure già dibattute nelle opportune sedi: gli strumenti teoricamente esistono, così come la loro fattibilità tecnica, ma manca la forza politica necessaria a implementarli. Un movimento omogeneo e coerente capace di connettere le quattro direttrici del riarmo in un’unica cornice di rivendicazione democratica potrebbe generare quella forza. Ed è proprio questo lo scopo del presente articolo: cominciare a fare luce su questo collegamento e contribuire a tessere quella rete di consapevolezza che può trasformare rivendicazioni isolate in una piattaforma comune di azione collettiva. Fonti AI Investment Will Hit 2% Of US GDP This Year, Analyst Says—Nearing Defense Spending Levels Unicorn Startups: AI and Robotics Post Record-Breaking Valuations in 2026 – BestBrokers.com Piano di riarmo europeo: industria bellica, finanza, università e intelligenza artificiale | La Riscossa The rise of the military-technology complex – Bulletin of the Atomic Scientists War Data Platform integration plans under scrutiny as DOD hustles to weaponize AI | DefenseScoop https://collections.unu.edu/eserv/UNU:10647/UNU-INWEH-Report-The_Env_Cost_of_AI-20 26.pdf AI Is Draining Water From Areas That Need It Most From Energy Use to Air Quality, the Many Ways Data Centers Affect US Communities Letture di approfondimento [Elenco di materiale consultato ma non citato direttamente, da cui sono nate alcune idee del pezzo] How Data Centers Are Deepening the Water Crisis – Business Insider Intelligenza artificiale militare: applicazioni operative, architetture data-centriche e nuovi attori della defence-tech | Ce.S.I. Centro Studi Internazionali Defence tech e spacetech: il venture capital accelera sugli unicorni della sicurezza Artificial Intelligence in Defense and Security Global Research Report 2025: Market to Reach $22.75 Billion by 2029 – Long-term Forecast to 2034 https://www.researchandmarkets.com/reports/6215084/artificial-intelligence-in-defense-security Data Center Boom Risks Health of Already Vulnerable Communities | TechPolicy.Press https://www.corriere.it/buone-notizie/civil-week/26_febbraio_22/data-center-costi-e-consumise-con-20-domande-a-chatcpt-si-prosciuga-un-acquedotto-1593f8bd-663a-41c5-bc92-e5e5a 0583xlk.shtml?refresh_ce The Intersection of Data Center Development, Water Availability, and Environmental Justice in California       Redazione Italia
August 12, 2026
Pressenza
Climatizzazione e giustizia climatica
L’ondata di calore di giugno ha messo in primo piano la questione del raffrescamento che, nei picchi di caldo sempre più frequenti, specie in zone urbanizzate e cementificate, non è più un optional ma una necessità vitale, e quindi il … Leggi tutto L'articolo Climatizzazione e giustizia climatica sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il conto che il Nord non vuole pagare
Il Global Justice Report propone tasse sui ricchi, ore di lavoro dimezzate e un fondo globale per fermare il collasso climatico. Ma il piano è all’altezza del debito storico che pretende di saldare? Esiste un numero che rende tutto il resto secondario. È il 240% del PIL mondiale: la stima cumulata dei danni, economici, climatici e umani che l’Europa e il Nord America hanno inflitto al resto del pianeta tra il 1800 e il 2025. Dentro ci sono i salari mai pagati agli schiavi delle piantagioni americane, i tributi sistematicamente estorti dall’impero britannico all’India per finanziare le proprie guerre e la propria industrializzazione, la tassa di guerra che la Francia impose ad Haiti nel 1825 come prezzo del riconoscimento dell’indipendenza, un debito che l’isola finì di pagare solo nel 1947, e sessant’anni di emissioni di CO₂ che hanno riscaldato un pianeta le cui conseguenze peggiori ricadranno su chi non le ha prodotte. Lo dice il Global Justice Report, presentato il 4 giugno scorso dal World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinato tra gli altri da Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman. Il documento ha avuto una discreta eco mediatica, concentrata sulle misure più spettacolari: tasse fino al 90% sui redditi più alti, settimana lavorativa dimezzata, un fondo globale venticinque volte più grande degli aiuti internazionali attuali. Ma il punto più interessante non è la proposta in sé. È il quadro analitico in cui viene collocata: per la prima volta un documento di questa autorevolezza mette su carta, con metodologie verificabili, quanto il Nord deve al Sud. E poi misura quanto il proprio piano offre in cambio. La risposta è: meno di un quarto del necessario. Come funziona il piano Il cuore della proposta è il Global Justice Fund, un nuovo organismo internazionale finanziato ogni anno con risorse pari al 10,3% del PIL mondiale fino al 2060. I soldi vengono da una tassa patrimoniale globale progressiva, dall’1% per i milionari al 20% annuo per i miliardari, e da un’imposta globale sul reddito con aliquote fino al 90% in cima alla piramide. Un’aliquota che suona estrema, ma era quella applicata negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra, quando vennero costruiti i sistemi di welfare più solidi del Novecento. I dividendi vengono poi distribuiti a tutti i Paesi del mondo in quote uguali per abitante, da investire in energia pulita, istruzione e sanità. Il meccanismo produce redistribuzione Nord-Sud senza doverla dichiarare come tale. I ricchi del mondo sono concentrati nel Nord: pagano più tasse. I Paesi poveri hanno più abitanti in proporzione alla loro ricchezza: ricevono più dividendi rispetto al PIL. Il risultato è un trasferimento netto pari allo 0,8% del PIL mondiale ogni anno. Non attraverso accordi bilaterali o negoziati politicamente fragili, ma per effetto automatico delle stesse regole applicate a tutti. I numeri concreti: i Paesi dell’Africa subsahariana riceverebbero dividendi pari all’8,8% del loro PIL; quelli europei il 2,5%. Il Nord America contribuirebbe al Fondo col 4,2% del suo PIL; l’Africa subsahariana con l’1,1%. Entro il 2100, l’89% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. Meno del 2% della popolazione mondiale, i più ricchi, subirebbe una perdita. Il trasferimento invisibile: chi finanzia chi Accanto al debito storico c’è un trasferimento che avviene oggi, in silenzio, ogni anno. I Paesi ricchi ottengono sui loro investimenti all’estero rendimenti sistematicamente più alti dei tassi che pagano sul debito estero. Il saldo netto è un flusso finanziario che va dai Paesi poveri ai Paesi ricchi: tra lo 0,6 e lo 0,8% del PIL mondiale ogni anno nel periodo 2000-2025. Per capire la proporzione: circa il doppio degli aiuti internazionali totali nello stesso periodo. Il Sud del mondo finanzia il Nord ogni anno, non per scelta ma per come è costruita l’architettura monetaria internazionale nata a Bretton Woods nel 1944. La risposta proposta dal Report è una Camera di compensazione internazionale, l’idea che John Maynard Keynes portò alla conferenza di Bretton Woods nel 1943 e che le delegazioni americane bloccarono per preservare il privilegio del dollaro. Il meccanismo penalizzerebbe i surplus e i deficit commerciali persistenti, incentivando il riequilibrio degli scambi globali. Non è una proposta nuova: la Bridgetown Initiative di Barbados nel 2022, le presidenze brasiliana e sudafricana del G20 e decenni di letteratura critica sul sistema monetario internazionale hanno battuto questa strada. Il Report la integra per la prima volta in un modello quantitativo con proiezioni fino al 2100. Il problema del clima non è tecnologico Il Report costruisce tre scenari climatici al 2100. Con la piattaforma di giustizia globale pienamente attuata: 1,8°C di riscaldamento. Con crescita globale senza redistribuzione: 3,3°C. Con le politiche attuali invariate: oltre 4,8°C. La differenza tra 1,8 e 4,8 gradi non si misura in termini lineari: è la distanza tra catastrofi frequenti ma gestibili e processi di retroazione che sfuggono al controllo. La geometria del danno è quella già nota: i Paesi che hanno contribuito meno alle emissioni storiche sono quelli che subiranno le conseguenze peggiori in tutti gli scenari. La tesi del Report è che non basteranno le rinnovabili e le auto elettriche: senza ridurre il peso economico e politico dell’ultra-ricchezza globale, senza redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi, la stabilità climatica rimane fuori portata. È su questo punto che il documento si distacca dal mainstream della letteratura sul clima: non nega l’importanza della transizione tecnologica, ma la dichiara insufficiente senza una parallela transizione distributiva. Il piano è all’altezza del debito? Qui il documento mostra la sua crepa più onesta. I trasferimenti netti generati dalla piattaforma, 0,8% del PIL mondiale annuo, sono «significativamente inferiori», scrivono gli stessi autori, a quanto servirebbe per compensare i danni storici quantificati. Per coprire il debito coloniale e climatico nel periodo 2026-2100 sarebbero necessari trasferimenti pari al 3,2% annuo: quattro volte di più. Il Report lo dichiara e ne trae la conseguenza che la piattaforma andrebbe scalata verso l’alto. Non è un’ammissione di sconfitta; è una misura dell’enormità del debito. C’è poi la questione della governance. Oggi l’Europa e il Nord America hanno al FMI una quota di voto quattro volte superiore alla loro quota di popolazione. Il Report propone un sistema di doppia maggioranza, 55% dei Paesi che rappresentino il 60% della popolazione, che spezzerebbe questo legame. Ma avverte che lasciare ai Paesi ricchi il controllo del Fondo nei suoi anni iniziali è un rischio concreto: storicamente, le riforme politiche vengono istituzionalizzate prima della redistribuzione economica, non dopo. Chi controlla le regole decide quanto redistribuire. Una proposta del Nord sul futuro del Sud Il Global Justice Report cita la Bridgetown Initiative di Barbados, le proposte del G20 brasiliano e sudafricano, i movimenti per la giustizia climatica in Africa e in India come cornice entro cui la proposta si inscrive. L’adesione intellettuale sembra genuina. Ma rimane una distanza tra il riconoscimento formale e la co-costruzione effettiva. Il documento è elaborato prevalentemente da ricercatori europei e americani. E c’è una tensione che il Report affronta senza scioglierla del tutto: il piano chiede ai Paesi del Sud di crescere, ma anche di adottare la «sufficienza», ridurre l’impronta materiale, trasformare i modelli di consumo, lavorare meno. Per i Paesi del Nord, che hanno già consumato molto più di quanto il pianeta possa sopportare, la sufficienza è una restrizione necessaria. Per i Paesi del Sud, che non hanno ancora raggiunto livelli adeguati di prosperità, rischia di suonare come un limite imposto dall’esterno: voi non potete fare quello che abbiamo fatto noi. Gli autori concludono che «ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica». È la frase più onesta del documento. Significa che le risorse ci sono, i meccanismi sono stati progettati, i numeri tornano. Quello che manca non è la soluzione: è la volontà di chi dovrebbe rinunciare a qualcosa per renderla possibile. Non è una conclusione rassicurante. Ma almeno è precisa. Fonti Global Justice Report 2026 World Inequality Lab Paris School of Economics Bridgetown Initiative Callahan e Mankin, Nature Climate Change, 2022 Fanning e Hickel, 2023 World Historical Balance of Payment Database Francesco Russo
June 5, 2026
Pressenza