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Il conto che il Nord non vuole pagare
Il Global Justice Report propone tasse sui ricchi, ore di lavoro dimezzate e un fondo globale per fermare il collasso climatico. Ma il piano è all’altezza del debito storico che pretende di saldare? Esiste un numero che rende tutto il resto secondario. È il 240% del PIL mondiale: la stima cumulata dei danni, economici, climatici e umani che l’Europa e il Nord America hanno inflitto al resto del pianeta tra il 1800 e il 2025. Dentro ci sono i salari mai pagati agli schiavi delle piantagioni americane, i tributi sistematicamente estorti dall’impero britannico all’India per finanziare le proprie guerre e la propria industrializzazione, la tassa di guerra che la Francia impose ad Haiti nel 1825 come prezzo del riconoscimento dell’indipendenza, un debito che l’isola finì di pagare solo nel 1947, e sessant’anni di emissioni di CO₂ che hanno riscaldato un pianeta le cui conseguenze peggiori ricadranno su chi non le ha prodotte. Lo dice il Global Justice Report, presentato il 4 giugno scorso dal World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinato tra gli altri da Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman. Il documento ha avuto una discreta eco mediatica, concentrata sulle misure più spettacolari: tasse fino al 90% sui redditi più alti, settimana lavorativa dimezzata, un fondo globale venticinque volte più grande degli aiuti internazionali attuali. Ma il punto più interessante non è la proposta in sé. È il quadro analitico in cui viene collocata: per la prima volta un documento di questa autorevolezza mette su carta, con metodologie verificabili, quanto il Nord deve al Sud. E poi misura quanto il proprio piano offre in cambio. La risposta è: meno di un quarto del necessario. Come funziona il piano Il cuore della proposta è il Global Justice Fund, un nuovo organismo internazionale finanziato ogni anno con risorse pari al 10,3% del PIL mondiale fino al 2060. I soldi vengono da una tassa patrimoniale globale progressiva, dall’1% per i milionari al 20% annuo per i miliardari, e da un’imposta globale sul reddito con aliquote fino al 90% in cima alla piramide. Un’aliquota che suona estrema, ma era quella applicata negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra, quando vennero costruiti i sistemi di welfare più solidi del Novecento. I dividendi vengono poi distribuiti a tutti i Paesi del mondo in quote uguali per abitante, da investire in energia pulita, istruzione e sanità. Il meccanismo produce redistribuzione Nord-Sud senza doverla dichiarare come tale. I ricchi del mondo sono concentrati nel Nord: pagano più tasse. I Paesi poveri hanno più abitanti in proporzione alla loro ricchezza: ricevono più dividendi rispetto al PIL. Il risultato è un trasferimento netto pari allo 0,8% del PIL mondiale ogni anno. Non attraverso accordi bilaterali o negoziati politicamente fragili, ma per effetto automatico delle stesse regole applicate a tutti. I numeri concreti: i Paesi dell’Africa subsahariana riceverebbero dividendi pari all’8,8% del loro PIL; quelli europei il 2,5%. Il Nord America contribuirebbe al Fondo col 4,2% del suo PIL; l’Africa subsahariana con l’1,1%. Entro il 2100, l’89% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. Meno del 2% della popolazione mondiale, i più ricchi, subirebbe una perdita. Il trasferimento invisibile: chi finanzia chi Accanto al debito storico c’è un trasferimento che avviene oggi, in silenzio, ogni anno. I Paesi ricchi ottengono sui loro investimenti all’estero rendimenti sistematicamente più alti dei tassi che pagano sul debito estero. Il saldo netto è un flusso finanziario che va dai Paesi poveri ai Paesi ricchi: tra lo 0,6 e lo 0,8% del PIL mondiale ogni anno nel periodo 2000-2025. Per capire la proporzione: circa il doppio degli aiuti internazionali totali nello stesso periodo. Il Sud del mondo finanzia il Nord ogni anno, non per scelta ma per come è costruita l’architettura monetaria internazionale nata a Bretton Woods nel 1944. La risposta proposta dal Report è una Camera di compensazione internazionale, l’idea che John Maynard Keynes portò alla conferenza di Bretton Woods nel 1943 e che le delegazioni americane bloccarono per preservare il privilegio del dollaro. Il meccanismo penalizzerebbe i surplus e i deficit commerciali persistenti, incentivando il riequilibrio degli scambi globali. Non è una proposta nuova: la Bridgetown Initiative di Barbados nel 2022, le presidenze brasiliana e sudafricana del G20 e decenni di letteratura critica sul sistema monetario internazionale hanno battuto questa strada. Il Report la integra per la prima volta in un modello quantitativo con proiezioni fino al 2100. Il problema del clima non è tecnologico Il Report costruisce tre scenari climatici al 2100. Con la piattaforma di giustizia globale pienamente attuata: 1,8°C di riscaldamento. Con crescita globale senza redistribuzione: 3,3°C. Con le politiche attuali invariate: oltre 4,8°C. La differenza tra 1,8 e 4,8 gradi non si misura in termini lineari: è la distanza tra catastrofi frequenti ma gestibili e processi di retroazione che sfuggono al controllo. La geometria del danno è quella già nota: i Paesi che hanno contribuito meno alle emissioni storiche sono quelli che subiranno le conseguenze peggiori in tutti gli scenari. La tesi del Report è che non basteranno le rinnovabili e le auto elettriche: senza ridurre il peso economico e politico dell’ultra-ricchezza globale, senza redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi, la stabilità climatica rimane fuori portata. È su questo punto che il documento si distacca dal mainstream della letteratura sul clima: non nega l’importanza della transizione tecnologica, ma la dichiara insufficiente senza una parallela transizione distributiva. Il piano è all’altezza del debito? Qui il documento mostra la sua crepa più onesta. I trasferimenti netti generati dalla piattaforma, 0,8% del PIL mondiale annuo, sono «significativamente inferiori», scrivono gli stessi autori, a quanto servirebbe per compensare i danni storici quantificati. Per coprire il debito coloniale e climatico nel periodo 2026-2100 sarebbero necessari trasferimenti pari al 3,2% annuo: quattro volte di più. Il Report lo dichiara e ne trae la conseguenza che la piattaforma andrebbe scalata verso l’alto. Non è un’ammissione di sconfitta; è una misura dell’enormità del debito. C’è poi la questione della governance. Oggi l’Europa e il Nord America hanno al FMI una quota di voto quattro volte superiore alla loro quota di popolazione. Il Report propone un sistema di doppia maggioranza, 55% dei Paesi che rappresentino il 60% della popolazione, che spezzerebbe questo legame. Ma avverte che lasciare ai Paesi ricchi il controllo del Fondo nei suoi anni iniziali è un rischio concreto: storicamente, le riforme politiche vengono istituzionalizzate prima della redistribuzione economica, non dopo. Chi controlla le regole decide quanto redistribuire. Una proposta del Nord sul futuro del Sud Il Global Justice Report cita la Bridgetown Initiative di Barbados, le proposte del G20 brasiliano e sudafricano, i movimenti per la giustizia climatica in Africa e in India come cornice entro cui la proposta si inscrive. L’adesione intellettuale sembra genuina. Ma rimane una distanza tra il riconoscimento formale e la co-costruzione effettiva. Il documento è elaborato prevalentemente da ricercatori europei e americani. E c’è una tensione che il Report affronta senza scioglierla del tutto: il piano chiede ai Paesi del Sud di crescere, ma anche di adottare la «sufficienza», ridurre l’impronta materiale, trasformare i modelli di consumo, lavorare meno. Per i Paesi del Nord, che hanno già consumato molto più di quanto il pianeta possa sopportare, la sufficienza è una restrizione necessaria. Per i Paesi del Sud, che non hanno ancora raggiunto livelli adeguati di prosperità, rischia di suonare come un limite imposto dall’esterno: voi non potete fare quello che abbiamo fatto noi. Gli autori concludono che «ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica». È la frase più onesta del documento. Significa che le risorse ci sono, i meccanismi sono stati progettati, i numeri tornano. Quello che manca non è la soluzione: è la volontà di chi dovrebbe rinunciare a qualcosa per renderla possibile. Non è una conclusione rassicurante. Ma almeno è precisa. Fonti Global Justice Report 2026 World Inequality Lab Paris School of Economics Bridgetown Initiative Callahan e Mankin, Nature Climate Change, 2022 Fanning e Hickel, 2023 World Historical Balance of Payment Database Francesco Russo
June 5, 2026
Pressenza
Ecorà al Festival dello Sviluppo Sostenibile con Santa Marta, Climate Justice Flotilla e Global Sumud Flotilla
Il 16 e 17 maggio Milano ospiterà l’agorà ambientalista Ecorà: “due giornate di confronto, partecipazione e costruzione collettiva dedicate alle grandi sfide ecologiche, sociali e democratiche del nostro tempo”. «Ecorà nasce per creare connessioni tra società civile, movimenti climatici, scienza, sindacato, arte e istituzioni, trasformando il dialogo in attivazione concreta – spiegano gli organizzatori – In un tempo segnato da crisi e frammentazioni, vogliamo costruire uno spazio capace di generare convergenze, ecosperanza e nuove possibilità di azione condivisa. Quest’anno Ecorà assume un significato ancora più importante  siamo felici di annunciare che Ecorà Atto IV è ufficialmente parte del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026, il principale appuntamento nazionale dedicato alla sostenibilità e alla transizione ecologica, sociale ed economica». Durante l’evento saranno affrontati gli argomenti: • scienza e comunicazione • transizione ecologica e comunità energetiche • consumo di suolo e territorio • salute e giustizia climatica • arte e immaginari del cambiamento • climate litigation e diritti ambientali Ci sarà inoltre uno sguardo internazionale con restituzioni dalla conferenza di Santa Marta sulla Transitioning Away from Fossil Fuels, dalla Climate Justice Flotilla e dalla Global Sumud Flotilla. PROGRAMMA: Programma Ecorà Atto IV ISCRIZIONI: Registrati a Ecorà Atto IV Pagina ufficiale nel Festival dello Sviluppo Sostenibile: Ecorà IV nel Festival dello Sviluppo Sostenibile   Redazione Italia
May 12, 2026
Pressenza
La Carovana – Iniziativa regionale delle associazioni ambientaliste e sociali dell’Emilia-Romagna
La Carovana è un’importantissima iniziativa delle associazioni ambientaliste e sociali dell’Emilia-Romagna RECA e AMAS-ER. Esse formano una vasta rete di connessioni e relazioni capillari sul territorio dell’Emilia-Romagna, un’esperienza unica in Italia che raccoglie, complessivamente, un centinaio tra associazioni, sindacati e partiti. La Carovana dei DIRITTI E ROVESCI percorrerà tappa per tappa, tutti i capoluoghi di provincia facendo parlare territori e soggetti impegnati nella loro tutela al fine di superare silenzi e resistenze di chi avrebbe il compito primario dell’ascolto, la politica. Le associazioni hanno raccolto le firme per le 4 leggi di iniziativa popolare su Acqua, Energia, Rifiuti e Consumo di suolo oltre che sul No all’autonomia differenziata ma non sono state prese in considerazione dalla Regione e le proposte giacciono, dimenticate, nel tradimento di quello che dovrebbe essere un diritto e un dovere per la partecipazione sociale e le garanzie democratiche. I territori sono in difficoltà a comunicare al di fuori delle persone già sensibilizzate, le storture di tutti i problemi sociali e ambientali di cui si occupano con impegno e che diventano ogni giorni più pressanti. In ogni tappa il territorio si racconterà mettendo in luce le criticità, le vertenze e le lotte per un ambiente più sano, per la salute, la giustizia climatica e sociale e si concluderà con un Convegno, a Bologna il 13 e 14 giugno alla presenza di esperti e con le testimonianze sulle attività delle nostre realtà che hanno a cuore i propri territori, l’ambiente, la giustizia sociale e il futuro delle prossime generazioni per far conoscere a tutti non solo il nostro impegno ma anche le sue ragioni.   Per aderire al finanziamento del DOCUFILM sulla Carovana dei DIRITTI E ROVESCI dell’Emilia-Romagna, trovate informazioni su  recaemiliaromagna.it  e amaser.it, ma anche qui: https://sostieni.link/40361.   Il progetto della Carovana: https://www.recaemiliaromagna.it/   La prossima tappa-Modena https://www.recaemiliaromagna.it/event-item/carovana-3-tappa-modena/   Comitato organizzativo Carovana RECA_AMAS ER Per ulteriori informazione rivolgersi a: Viviana Manganaro viviana.manganaro@gmail.com cell. 3317838197 o a: Corrado Oddi corrado.oddi131157@gmail.com cell. 3429218650   Seguici sul sito  amaser.it e sull’evento Facebook  Redazione Romagna
May 8, 2026
Pressenza
Perché è importante parlare di spese militari nella Giornata della Terra
Il militarismo è profondamente connesso alla crisi climatica. Privilegiando la dominazione e l’estrazione di combustibili fossili, alimenta i conflitti e provoca danni ambientali. Le operazioni militari richiedono enormi quantità di energia, e le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili e tra i principali emettitori di gas serra a livello mondiale. Con il continuo aumento delle spese militari, non solo si alimentano le guerre e si incrementano le emissioni, ma si sottraggono anche risorse vitali alle soluzioni climatiche di cui abbiamo urgente bisogno. In questa Giornata della Terra (Earth Day) è importante rilanciare questi concetti nell’ambito delle Giornate Globali di Azione sulle Spese Militari, per chiedere ai Governi un cambiamento concreto e urgente. Questa giornata, coordinata dal Gruppo di Lavoro su Armi, Militarismo e Giustizia Climatica, riflette una crescente consapevolezza che pace e giustizia climatica sono strettamente interconnesse. Battiamoci per la riduzione delle spese militari e per il reindirizzamento delle risorse verso l’azione climatica, la cura e una transizione giusta.  Unisciti a noi durante la Giornata della Terra 2026 a sostegno della Campagna Globale contro le Spese militari e le sue giornate internazionali GDAMS: Smilitarizzare per la Giustizia Climatica! Militarismo e crisi climatica: i punti chiave Il militarismo e la crisi climatica sono profondamente interconnessi, in modi che spesso rimangono invisibili nel dibattito pubblico. Le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili al mondo, alimentando jet, navi da guerra, basi militari e catene di approvvigionamento globali che producono enormi emissioni di gas serra, in gran parte non rendicontate. Si stima che il settore militare globale sia responsabile di circa il 5,5% delle emissioni annue di gas serra: se fosse uno Stato, avrebbe il quarto impatto climatico più grande al mondo, dopo Cina, USA e India. Solo l’esercito statunitense è già il maggiore emettitore istituzionale di gas serra del pianeta. I numeri sono impressionanti. Ogni 100 miliardi di dollari aggiuntivi di spesa militare generano circa 32 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente — pari alle emissioni annue di circa 23 milioni di automobili. La spesa militare globale ha raggiunto almeno 2.700 miliardi di dollari nel 2024 e continua a crescere, con proiezioni che la portano a 6.600 miliardi entro il 2035. I primi venti Paesi per spesa militare hanno accumulato, solo nel primo quarto del XXI secolo, almeno 10 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente di emissioni legate alle attività militari, a fronte di 40.000 miliardi di dollari spesi per i propri arsenali dal 2001 ad oggi. Il legame tra militarismo e combustibili fossili non riguarda solo le emissioni dirette. Il controllo sulle riserve di petrolio e gas ha storicamente alimentato conflitti geopolitici: si stima che tra il 25 e il 50% dei conflitti interestatali dal 1973 sia stato collegato alle risorse petrolifere. L’estrazione di combustibili fossili è inoltre spesso militarizzata, con forze armate e contractor privati schierati a protezione dei siti estrattivi e per reprimere le resistenze locali. Tra il 2012 e il 2023, oltre 1.900 difensori dell’ambiente e del territorio sono stati uccisi a livello globale, con un impatto sproporzionato su popolazioni indigene e donne. I conflitti armati aggravano ulteriormente la crisi ambientale. La guerra di Israele a Gaza nei suoi primi 15 mesi ha generato emissioni stimate in 33,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, equivalenti alle emissioni annue della Giordania. La guerra della Russia in Ucraina ha causato danni climatici stimati in 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Tra il 1950 e il 2000, nove conflitti armati su dieci si sono svolti in aree ad altissima biodiversità, causando deforestazione e danni ambientali duraturi ben oltre la fine dei combattimenti. L’idea di “rendere verde” l’esercito è una falsa soluzione: non esistono prove concrete che le forze armate possano decarbonizzarsi in modo reale e su scala adeguata. I sistemi d’arma acquistati oggi (come ad ese,pio i cacciabombardieri F-35, previsti in servizio ben oltre il 2050) vincolano la dipendenza dai combustibili fossili per decenni. Le emissioni militari sono quasi sempre escluse dagli obiettivi nazionali di neutralità climatica, e gli impegni esistenti sono vaghi e privi di obiettivi concreti. Nel frattempo, i Paesi più ricchi spendono per i propri eserciti trenta volte di più di quanto destinano ai finanziamenti climatici per i Paesi più vulnerabili. Eppure, riallocare anche solo il 15% della spesa militare globale del 2024 (circa 387 miliardi di dollari) sarebbe sufficiente a coprire i costi annuali di adattamento climatico nei Paesi in via di sviluppo. Ridurre le spese militari e riorientarle verso la transizione ecologica non è solo possibile: è una delle leve più potenti a nostra disposizione per affrontare insieme la crisi climatica e costruire un mondo più giusto e pacifico.   Rete Italiana Pace e Disarmo
April 22, 2026
Pressenza
Quando il neoliberismo dà vita al neofascismo
alle origini di una rivoluzione ideologica di Haud Guéguen da Terrestres, 3 Gennaio 2026 Quando il neoliberismo dà vita al neofascismo: alle origini di una rivoluzione ideologica Riguardo al libro di Quinn Slobodian, Hayek’s Bastards. Race, Gold, IQ, and the Capitalism of the Far Right, pubblicato nel 2025 da Zone Books nella collana “Near futures”. da Diario per la Prevenzione
January 22, 2026
La Bottega del Barbieri
Europa-clima: 10 anni dopo Parigi, il passo indietro che…
… ci allontana dal futuro.  di Luca Graziano (*) (un’automobile Porsche elettrica del 1898: l’Europa era più avanti nel XIX secolo)   L’Europa ingrana la retromarcia sotto la spinta della ”brown economy”. Manca una visione sistemica che integri la giustizia climatica, la partecipazione democratica e la riduzione delle disuguaglianze. La transizione resta centralizzata, affidata a grandi attori industriali, mentre le
January 10, 2026
La Bottega del Barbieri
Rome for Climate Justice – podcast #2: Il cibo nelle grandi città, tra produzione e consumo
Dove e come viene prodotto il cibo che mangiamo nelle grandi città? Come funziona la grande distribuzione organizzata? Chi stabilisce i prezzi nei supermercati? Queste sono solo alcune delle domande a cui abbiamo risposto durante la seconda puntata della serie videopodcast “Rome for Climate Justice”, curata da DINAMOpress e dedicata alla giustizia climatica. Vanessa Bilancetti, della redazione di DINAMOpress, ne ha parlato con Francesco Paniè, del centro internazionale Crocevia. Venerdì 17 ottobre alle ore 20:00, presso Centro Sociale La Strada, si terrà il secondo dibattito del progetto “Rome for Climate Justice”. L’iniziativa, che vedrà la partecipazione di due importanti percorsi di lotta ecologista europei, les Soulèvements de la Terre e Code Rouge/Réseau Ades, sarà un’occasione di confronto e scambio tra movimenti attivi nella difesa dell’accesso alla terra e all’acqua, nell’opposizione al modello di produzione agro-industriale, nella mobilitazione contro le grandi opere dannose e di scarsa utilità sociale, e nella lotta contro i combustibili fossili e le infrastrutture a essi connesse. Gli e le ospiti dell’iniziativa saranno: – Claudia Terra: curatrice di “Abecederaio dei Soulèvements de la Terre” – Soulèvements de la Terre: movimento ecologista francese – Code Rouge e Réseau Ades: movimenti ecologisti dal Belgio – Emanuele Amadio: portavoce comitato No Snam L’Aquila – Renato De Nicola: Per il clima Fuori dal fossile L’evento si inserisce all’interno della due giorni “Comporre la resistenza per un mondo comune. Organizzarsi, ribellarsi, disarmare”, organizzata dal Centro Sociale La Strada. Scopri tutto il programma su questo link. Continua a seguire su DINAMOpress le prossime iniziative del progetto “Rome for Climate Justice” Tutte le immagini sono a cura di DINAMOpress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Rome for Climate Justice – podcast #2: Il cibo nelle grandi città, tra produzione e consumo proviene da DINAMOpress.
October 16, 2025
DINAMOpress