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Palantir e il manifesto della guerra infinita: chi controlla chi?
Intelligenza artificiale, potere tecnologico e il ruolo della Silicon Valley nella nuova strategia globale C’è un passaggio nelle 22 tesi di The Technological Republic — il libro-manifesto scritto da Alexander Karp, CEO di Palantir, e dal suo vice Nicholas Zamiska — che merita di essere riletto lentamente, senza l’alone di serietà intellettuale con cui i suoi autori lo hanno confezionato: «La domanda non è se le armi basate sull’intelligenza artificiale verranno costruite; è chi le costruirà e per quale scopo.» È una frase costruita per sembrare realismo. È invece una petizione di principio: assume come inevitabile ciò che dovrebbe essere discusso, e trasforma la rassegnazione in virtù civica. È anche, non per caso, la frase che meglio descrive il modello di business di Palantir. Il libro è diventato un bestseller istantaneo del New York Times. In aprile 2026 Palantir ne ha diffuso la sintesi in 22 punti su X, scatenando un dibattito globale. Alcuni critici lo hanno definito “technofascismo”. Altri lo hanno letto come un sincero grido d’allarme sulla debolezza dell’Occidente. Vale la pena andare oltre entrambe le etichette, perché il testo è più rivelatore di quanto non appaia: non nonostante le sue contraddizioni, ma attraverso di esse. UN’AZIENDA CHE VENDE SICUREZZA E CHIAMA IL PRODOTTO «DOVERE MORALE» Palantir Technologies è stata fondata nel 2003 con finanziamenti iniziali della CIA, attraverso il suo braccio d’investimento In-Q-Tel. Oggi ha contratti miliardari con il Dipartimento della Difesa americano, con l’esercito degli Stati Uniti, con l’ICE — l’agenzia che gestisce le deportazioni degli immigrati —, con la polizia di New York e con le forze armate israeliane. Non è un dettaglio biografico secondario. È il contesto entro il quale le 22 tesi vanno lette. La prima di esse stabilisce che la Silicon Valley ha un «debito morale» verso il Paese che ne ha reso possibile l’ascesa, e dunque ha un obbligo affermativo di partecipare alla difesa della nazione. Tradotto fuori dal registro etico in cui è formulato: le aziende tecnologiche dovrebbero collaborare con il complesso militare-industriale. Palantir, che questa collaborazione la pratica da vent’anni e ci ha costruito sopra una capitalizzazione di mercato superiore ai cento miliardi di dollari, si presenta come il modello virtuoso da imitare. Il debito morale altrui è, convenientemente, il mercato di Palantir. Questo non rende automaticamente false le tesi del libro. Ma rende necessario applicare alla loro lettura lo stesso standard epistemico che si applicherebbe a qualsiasi altro documento prodotto da un soggetto con un interesse diretto e dichiarato nell’esito del dibattito che promuove. IL REALISMO COME RESA L’argomento centrale del manifesto è strutturato come un sillogismo: i sistemi d’arma basati sull’IA verranno costruiti comunque; gli avversari degli Stati Uniti non si fermeranno a fare dibattiti etici; dunque l’Occidente deve costruirli per primo, e chi si oppone è ingenuo, irresponsabile o complice. È un argomento che ha una lunga storia. Venne usato per giustificare la bomba atomica, poi la corsa agli armamenti nucleari, poi i droni, poi i sistemi di sorveglianza di massa. L’idea che esista sempre una tecnologia militare «inevitabile» che è meglio sviluppare prima degli altri è la struttura logica permanente dell’industria della difesa. Non è realismo: è la narrazione con cui ogni generazione di produttori di armi ha convinto i governi a firmare i contratti. Karp e Zamiska scrivono che «l’era atomica sta finendo» e che una nuova era della deterrenza costruita sull’IA sta per cominciare. È una previsione che può essere fondata. Ma contiene un’omissione cruciale: non spiega perché la deterrenza basata sull’IA sia necessariamente più stabile di quella nucleare, né come si prevenga la sua degenerazione in conflitto aperto. La letteratura sulla stabilità strategica e sul rischio di escalation involontaria nei sistemi autonomi è vasta e preoccupante. Nel manifesto non esiste. LA DEMOCRAZIA COME ORNAMENTO Forse il passaggio più sintomatico dell’intero documento è il numero sedici, dedicato a Elon Musk: «La cultura quasi deride l’interesse di Musk per le grandi narrazioni, come se i miliardari dovessero semplicemente restare nel loro ruolo di arricchirsi.» È una difesa dell’attivismo politico dei miliardari formulata da un miliardario, in un libro scritto da chi lavora per un altro miliardario. Al di là dell’evidente circolarità, c’è qualcosa di più significativo: l’idea che la critica alle concentrazioni di potere economico e tecnologico sia in realtà un’espressione di grettezza culturale, di incapacità di riconoscere la grandezza. Questa operazione retorica — trasformare la critica del potere in invidia verso il potere — è uno dei tratti distintivi di una certa ideologia tecnocratica contemporanea. Il problema non è che Musk costruisca razzi o che Karp costruisca sistemi di analisi predittiva. Il problema è che entrambi lo facciano acquisendo simultaneamente un’influenza determinante sulle politiche pubbliche, senza alcun mandato democratico, senza alcun meccanismo di responsabilità, e proponendo poi questa condizione come il modello auspicabile per il futuro dell’Occidente. La democrazia liberale, nelle 22 tesi, appare come un valore da difendere militarmente, ma non come un vincolo da rispettare nella gestione del potere tecnologico. I diritti fondamentali, la protezione dei dati, il controllo parlamentare sui sistemi di sorveglianza: nulla di tutto ciò compare nel testo. Non è una dimenticanza. È una scelta. I SILENZI DEL MANIFESTO Palantir fornisce sistemi di analisi dei dati alle forze armate israeliane. Non è un’informazione controversa: è documentata. Nel momento in cui il libro viene pubblicato e poi rilanciato, Gaza è sotto bombardamento, e i sistemi di targeting basati sull’intelligenza artificiale sono al centro di un dibattito internazionale serissimo sul rispetto del diritto internazionale umanitario. Nulla di tutto ciò appare nelle 22 tesi. La settima dice: «Se un marine americano chiede un fucile migliore, dobbiamo costruirlo; e lo stesso vale per il software.» È una formulazione che neutralizza la questione morale attraverso l’analogia tecnica: un sistema di analisi predittiva per il targeting è presentato come equivalente funzionale di un fucile. È precisamente il tipo di ragionamento che il diritto internazionale umanitario, e prima ancora la filosofia morale, ci chiede di rifiutare. L’undicesima tesi afferma che «la nostra società si è fatta troppo desiderosa di affrettare, e spesso gioisce della rovina dei suoi nemici.» È una tesi sull’etica della vittoria formulata da chi produce gli strumenti tecnici con cui i nemici vengono individuati, inseguiti ed eliminati. La dissonanza cognitiva è assoluta. COSA RIMANE Sarebbe sbagliato liquidare il libro come privo di spunti. Alcune tesi toccano problemi reali: la distanza tra élite tecnologica e servizio pubblico è un fenomeno che esiste; la deriva degli algoritmi di piattaforma verso la trivialità commerciale è documentata; la retorica vuota della governance multilaterale ha prodotto risultati insufficienti di fronte alle sfide geopolitiche contemporanee. Ma un testo che identifica problemi reali per proporre soluzioni che rafforzano il proprio modello di business non è un’analisi: è pubblicità con ambizioni filosofiche. The Technological Republic è, in definitiva, il documento con cui una delle aziende più potenti e meno trasparenti del capitalismo della sorveglianza chiede all’opinione pubblica occidentale di legittimare il suo ruolo nello Stato. Lo fa con il linguaggio della crisi, dell’urgenza e del debito morale. Lo fa invocando la democrazia per costruire un’architettura del potere che alla democrazia risponde il meno possibile. La domanda che Karp e Zamiska non fanno mai — e che è, invece, l’unica che conta — è questa: chi controlla chi controlla? Francesco Russo
April 21, 2026
Pressenza
IL GOVERNO ITALIANO SOSPENDE L’ACCORDO SULLA DIFESA CON ISRAELE. “CAMBIAMENTO POSITIVO, MA NON BASTA. SERVONO ALTRI PASSI CONCRETI”
Martedì 14 aprile la premier italiana Giorgia Meloni ha annunciato la decisione del governo di sospendere il rinnovo automatico del memorandum con Tel Aviv per la collaborazione nella difesa attivo dal 2003. Per comprendere di cosa si tratta e in cosa consiste la sospensione annunciata da Meloni, Radio Onda d’Urto ha intervistato Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo. “L’accordo, che costituisce la cornice all’interno della quale può avvenire la compravendita di armamenti tra Italia e Israele, è stato siglato nel 2003 ed è entrato in vigore nel 2005. Prevedeva un rinnovo automatico ogni 5 anni”, spiega Francesco Vignarca ai nostri microfoni. “Il fatto che il ministro della Difesa Crosetto abbia mandato una lettera di disdetta all’omologo israeliano ferma l’accordo, che avrà così una coda di validità di sei mesi a partire dalla scadenza (cioè ieri, 14 aprile 2026, ndr) ma poi, se vorrà essere rinnovato, dovrà passare attraverso nuovi negoziati e una nuova discussione parlamentare“. “Non si tratta della disdetta del nuovo rinnovo previsto per il 2031 – chiarisce Vignarca – Al contrario, la sospensione incide subito e impedisce che un eventuale rinnovo possa essere fatto di nuovo sotto silenzio, obbligando il governo a passaggi pubblici”. A Franesco Vignarca abbiamo chiesto anche un commento dal punto di vista della Rete Italiana Pace e Disarmo: “dobbiamo essere seri nell’accogliere positivamente un cambio di posizione, perché non si può far finta che non ci sia stato e perché un impatto ce l’ha. Tuttavia, è chiaro che non basta, servono ulteriori passi concreti per dimostrare che non si tratta di una mossa di facciata”. Per la Rete Italiana Pace e Disarmo, riporta Vignarca nell’intervista, le iniziative concrete che il governo italiano può intraprendere consistono nel “confermare la volontà di uscire da questo accordo e non ri-negoziarlo e lavorare, insieme ad altri governi, all’attivazione dell’articolo 2 dell’accordo tra Unione Europea e Israele che prevede, in caso di mancato rispetto dei diritti umani, di bloccare anche questa intesa”. “Se davvero il governo italiano ha deciso di cambiare idea perché si è reso conto – tardivamente – della problematicità delle politiche di Israele – suggerisce Vignarca – allora non basta il pezzettino nazionale, bisogna fare la voce grosa, insieme a paesi che l’hanno già chiesto, a livello di Ue”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo. Ascolta o scarica.
April 15, 2026
Radio Onda d`Urto
BASI MILITARI IN ITALIA, “DAL 1949 CIECA OBBEDIENZA AGLI ACCORDI SECRETATI CON GLI USA”. ANTONIO MAZZEO COMMENTA LE PAROLE DEL MINISTRO CROSETTO
Informativa del ministro della Difesa Crosetto oggi pomeriggio alla Camera sull’uso delle basi militari statunitensi in Italia, dopo il presunto stop a Sigonella per i caccia bombardieri statunitensi diretti in Iran. Crosetto rassicura: “rispettare accordi non vuol dire essere coinvolti in una guerra. Noi siamo parte della Nato, non siamo in guerra con l’Iran”, ha detto, senza menzionare i costi del riarmo italiano, in una fase di forte accelerazione. Il costo supera i 73 miliardi di euro, superando di circa quattro volte l’ultima legge di bilancio come ha sottolineato l’osservatorio Milex. Nel suo discorso alla Camera, Crosetto ha ribadito più volte che il suo governo sta agendo in perfetta continuità con i precedenti: “l’applicazione degli accordi sull’uso delle basi militari americane in Italia è sempre stata caratterizzata da un’assoluta, coerente continuità da oltre 75 anni. Nessun governo, di nessun colore politico ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare i trattati internazionali fra Italia e Stati Uniti. Nessun governo, giustamente, ha mai messo in discussione questi accordi. Ne ha preso atto e li ha applicati”. Sul fronte Politica di Palazzo, giovedì sarà il turno della premier Meloni, che – dopo settimane di assenze e silenzi assordanti – si presenterà in Parlamento a seguito della debacle del No al referendum e le dimissioni di Santanchè, Delmastro e Bartolozzi e ora il caso Piantedosi. Abbiamo commentato le parole del ministro Crosetto con Antonio Mazzeo, ricercatore per la pace e autore del blog omonimo. Ascolta o scarica Nell’intervista abbiamo chiesto a Mazzeo una riflessione sulla presenza di basi militari statunitensi in Italia, ma anche di basi italiane in diverse zone del mondo. Una presenza che alcuni paesi ritengono ingombrante. Siamo anche ritornati sulla notizia del Ministro che aveva negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella ad alcuni bombardieri provenienti dalla Gran Bretagna. Il governo aveva rivendicato la decisione, sempre rimandando ai trattati semi segreti siglati con gli Stati Uniti a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Secondo questi, l’attività bellica dovrebbe essere autorizzata dal Parlamento. Eppure in seguito all’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, il traffico aereo dalle parti della base di Sigonella è aumentato. A margine dell’intervista, Antonio Mazzeo ci anticipa gli argomenti che affronterà nei tre incontri di questo finesettimana dei quali sarà protagonista a Bolzano, Verona e Brescia. “Carne da Cannone. Riarmo, militarizzazione, guerre e genocidi” è il titolo del triplo appuntamento: a Bolzano giovedì 9 aprile presso lo spazio autogestito 77, via Dalmazia 77, alle ore 20. A Verona, venerdì 10 aprile presso la sala conferenze Erminio Lucchi, dietro lo stadio, in piazzale Olimpia 3, alle ore 20.30. A Brescia, sabato 11 aprile presso l’aula magna dell’istituto Mantegna, via Fura 96, alle ore 15.30.    
April 7, 2026
Radio Onda d`Urto
SIGONELLA (CT): AUMENTATO IL TRAFFICO AEREO NELLA BASE USA, MA “L’ATTIVITÀ BELLICA DOVREBBE ESSERE AUTORIZZATA DAL PARLAMENTO”
Il ministero della Difesa Guido Crosetto ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella, in provincia di Catania, ad alcuni bombardieri provenienti dalla Gran Bretagna. Il governo ha rivendicato la decisione, rimandando ai trattati semi segreti siglati con gli Stati Uniti a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Tuttavia la questione è più ampia e lo dimostrano numerosi siti internet specializzati che riportano un aumento consistente del traffico aereo militare sull’area nell’ultimo mese. Proprio in concomitanza con l’inizio dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, la Naval Air Station di Sigonella. Il caso dell’aereo bloccato da Crosetto potrebbbe dunque essere soltanto la punta di un iceberg. Sigonella è denominata anche “The hub of the Med, uno snodo fondamentale per le operazioni USA” verso il Medio Oriente. “Droni, aerei di pattugliamento e di rifornimenti diretti verso il Golfo” e mostrati dai siti che mappano le rotte dei mezzi militari, sono al centro delle attenzioni dei movimenti anti militaristi siciliani, che chiedono alle istituzioni la legittimità di tali operazioni. Qual’è il quadro giuridico nel quale si iscrive la base alla quale il Ministero della Difesa ha recentemente negato il passaggio di alcuni bombardieri? E cosa sta succedendo nelle basi militari statunitensi in Sicilia da quando Israele e Stati Uniti hanno iniziato a bombardare l’Iran? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Sebastiano Papandrea legale del movimento No Muos e a Alfonso Di Stefano del comitato No Muos – No Sigonella di Catania. Ascolta o scarica
April 1, 2026
Radio Onda d`Urto
Il nuovo piano della Difesa del ministro Crosetto
Riceviamo e pubblichiamo dalla ex-parlamentare Giancarla Codrignani La follia si diffonde in paure di invasioni e richieste di misure di difesa armata per spendere gli 800 mld che Draghi avrebbe preferito investire per costruire gli Stati Uniti d’Europa. Data la frammentazione di cui sono attualmente vittime i governi europei, sarà necessario che anche l’Italia pensi a ristrutturare le sue Forze Armate FFAA. Se lo dice un’antimilitarista, bisogna rendersi conto del senso delle situazioni. Tutti i paesi democratici hanno tra le istituzioni costituzionali anche “la Difesa”, tranne gli Usa dove Trump ha aggredito il suo popolo imponendogli la sua giusta denominazione “della Guerra”. Comunque un conto è riconoscere ai militari il ruolo di impiegati dello Stato, un altro è costruire il proprio sistema su una difesa iperarmata. Va ricordato che Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene prevedeva per l’Europa una struttura difensiva comune. Il ritorno sciagurato dei nazionalismi purtroppo impedisce questa che è la sola scelta conveniente, quella dello strumento difensivo unico: il caso Groenlandia, potenzialmente non scomparso, ha dimostrato che la minaccia trumpiana di invadere il territorio danese, non ha trovato eserciti pronti a fronteggiare l’attacco a un paese dell’Ue, con o senza l’art.5 della Nato. Non possiamo permetterci altre Ucraine. Né continuare a inventarci paure da Est, quando si sa che Putin – alla guida del paese più esteso del mondo – ha i mezzi per tenere aperti tutti i conflitti, meno quelli per mantenere gli equilibri economico-sociali nel suo paese e non solo. Per queste ragioni si conferma un crimine investire miliardi in armamenti per guerre che non possiamo permetterci se non vogliamo sfidare il rischio nucleare. Ma ci sono anche ragioni tecniche che impediscono a governanti sani di mente di spendere in armamenti capitali – di cui avrebbero bisogno per far vivere meglio la loro gente a casa sua. Tuttavia i ventisette paesi dell’Ue hanno eserciti diversi tra loro, non perché le bandiere e le divise li rendono distinguibili su un ipotetico fronte, ma perché, se il mio carro armato si rompe e non ho i giusti ricambi, lo posso buttare: i droni vanno da soli, ma le armi che vediamo sul (sanguinoso) fronte ucraino fare la guerra sul campo come ai tempi della prima mondiale, funzionano solo se sono americane (e lo sono perché tutti i paesi europei li comperano dall’America). Infatti negli Usa l’Unione, non gli Stati progetta la difesa e produce i suoi strumenti. Per queste ragioni meraviglia che non si sia fatto rumore sulla presentazione del “piano Crosetto”: aumento di 100mila effettivi, 15mila riservisti, leva volontaria (12 mesi prorogabili) per 7mila (diventerà permanente per consentire la chiamata veloce per emergenze. L’Italia disporrà di un esercito di 275mila unità. Spese da 8 a 15 mld.annui. Da votare a marzo (mah!). Cari amici giovani e giovanissimi, – ragazzi e ragazze, questa volta tocca a tutti per “parità” – non lasciatevi sedurre da posti di lavoro insperati. So che in realtà la difesa della patria la sentite in un altro modo. Con le armi e con la difesa stateci attenti e dite “no”. Avrei un bel po’ di obiezioni da suggerirvi! Redazione Italia
February 24, 2026
Pressenza
I Re fanno la guerra coi nostri soldi
Il 26 gennaio scorso, la Commissione Europea ha proposto per l’approvazione del Consiglio Europeo (che ratificherà entro fine febbraio) la seconda parte dei piani di assistenza finanziaria per la difesa presentati da diversi Paesi. Salgono così a 16 i Paesi che potranno accedere ai prestiti relativi al SAFE (Security Action For Europe), un fondo di 150 miliardi, prima tappa dei complessivi 800 miliardi che l’Unione Europea ha deciso di mobilizzare per dare vita al piano “Readiness 2030”, che dovrebbe portarci ad essere pronti a combattere fra quattro anni. Fra questi Paesi c’è l’Italia, che entro marzo riceverà i 14,9 miliardi di euro richiesti. Sempre a marzo è attesa dal governo italiano l’uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, passaggio che permetterà al nostro Paese di aumentare le spese per armamenti nella misura del 1,5% del Pil all’anno per quattro anni in deroga al patto di stabilità. Si tratta di due passi concreti per la transizione verso quell’economia di guerra, vista dall’Unione Europea come unico destino del continente. Sono tuttavia due passi che, paradossalmente, fanno franare il castello di carte della narrazione liberista: nessuno potrà più raccontare la favola che “non ci sono i soldi”, né potrà più giustificare le politiche di austerità con l’inamovibilità del patto di stabilità. Se si trovano centinaia di miliardi per le armi e se questi finanziamenti possono essere erogati fuori dal patto di stabilità, il terreno delle risorse e della loro destinazione diviene contendibile e parte essenziale del conflitto politico e sociale. Il prossimo passo, cui l’Ue sta lavorando da tempo, ha l’obiettivo di convogliare i risparmi delle persone nel finanziamento alla guerra. Secondo la Commissione Europea, il 31% dei i risparmi individuali dei cittadini del vecchio continente è oggi depositato in contanti o in depositi a basso rendimento. Si tratta di 11.630 miliardi di euro (1.580 dei quali in Italia) che devono essere indirizzati al finanziamento della difesa e della produzione di armi. Nasce da qui la serie di misure per “semplificare” e unificare il mercato dei capitali all’interno dell’Unione, così come il sostegno a fondi finanziari privati che gestiscono il risparmio e finanziano l’industria della difesa (il primo, Sienna hephaistos private investments, con sede a Lussemburgo, già finanziato nel settembre 2025), la previsione di appositi prodotti finanziari, semplici e a basso costo, che stimolino le persone a diventare investitori, l’estensione abnorme della definizione di sostenibilità degli investimenti, che include ovviamente il finanziamento dell’industria bellica. La stessa stretta sui fondi pensione, verso cui si vuole convogliare il Tfr di lavoratrici e lavoratori col meccanismo truffaldino del silenzio-assenso, va nella medesima direzione. Un attacco a tutto campo, con l’obiettivo, grazie al riarmo e alla guerra, di completare la finanziarizzazione dell’economia, della società e della vita delle persone. Le quali persone continuano a non arruolarsi, come in una recente audizione ricordava, con un certo disappunto, Rob Murray, ex-capo dell’innovazione Nato: “Nonostante l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e le crescenti tensioni geopolitiche con la Cina, l’opinione pubblica, in molte nazioni europee, continua a dare priorità alla spesa per sanità, istruzione e infrastrutture pubbliche rispetto alla difesa. Ed è improbabile aspettarsi cambiamenti”. C’è una grande occasione per aumentare il disappunto di generali, finanzieri, mercanti d’armi e politici autoritari: il 28 marzo a Roma (e contemporaneamente a Londra e in tutte le città degli Usa) una grande manifestazione “Together No Kings” porterà in piazza la società che non solo non si arrende a un destino di guerra e fascismo, ma batte il tempo della libertà e del futuro collettivo. L'articolo I Re fanno la guerra coi nostri soldi proviene da Comune-info.
February 15, 2026
Comune-info
In attesa della finanziaria, il Documento Programmatico della Difesa fa già preoccupare
Mentre oggi ci si aspetta che il Consiglio dei Ministri licenzi il primo testo della prossima legge di bilancio, che dovrebbe arrivare alle Aule del Parlamento il 20 ottobre, si può fare un punto della spese militare, che come abbiamo già scritto rappresenta la cifra caratteristica della spesa pubblica, da […] L'articolo In attesa della finanziaria, il Documento Programmatico della Difesa fa già preoccupare su Contropiano.
October 14, 2025
Contropiano
Che cos’è il Golden Dome, lo scudo spaziale di Donald Trump
Immagine in evidenza da White House.gov, licenza Creative Commons Raggi laser sparati dai satelliti. E altri satelliti “sentinella” a sorvegliare il cielo statunitense, oltre a batterie antimissile in allerta 24 ore su 24. Il Golden Dome Shield – la “Cupola d’oro” di Donald Trump — sarà una rivoluzione per la Difesa a stelle e strisce. E potrebbe anche sancire l’avvio di una nuova Guerra Fredda, questa volta combattuta in orbita. Il faraonico scudo spaziale del presidente degli Stati Uniti sta però dividendo il Paese, con una battaglia su un budget da 175 miliardi di dollari e con una raffica di critiche sull’efficacia militare di questo arsenale che “proteggerà la nostra patria”, come ha detto Trump a metà maggio dagli hangar della Al Udeid Air Base, nel deserto del Qatar. Per poi aggiungere, prima dallo Studio Ovale e poi al vertice Nato dell’Aja, che “avremo il miglior sistema mai costruito”. La Cupola d’oro intercetterà i missili “anche se vengono sparati dall’altra parte del mondo” e persino dallo spazio. Trump mira a realizzare oggi il sogno delle Star Wars di Ronald Reagan negli anni ’80: un “ombrello spaziale” che protegga gli Stati Uniti dalla grande paura di un attacco missilistico sferrato dai suoi nemici: Iran, Corea del Nord, Cina o Russia. Oltre al programma del suo predecessore, la Cupola d’oro ha un’altra fonte di ispirazione: l’Iron Dome, lo scudo di Israele che – nonostante i dubbi sollevati sulla sua reale efficacia – ha intercettato razzi e missili dall’Iran e dalle milizie proxy filo-iraniane. Secondo Jeffrey Lewis, esperto di Difesa del californiano Middlebury Institute, la differenza tra quest’ultimo e la proposta di Trump sarebbe pari a quella tra “un kayak (l’Iron Dome) e una corazzata (Il Golden Dome)”. L’ALLARME DEL PENTAGONO Da anni, il Pentagono sostiene che gli Stati Uniti non abbiano tenuto il passo con gli ultimi missili sviluppati da Cina e Russia, che tradotto vuol dire: sono necessarie nuove contromisure. I generali statunitensi hanno rivelato che Mosca e Pechino possiedono centinaia di missili balistici intercontinentali, oltre a migliaia di missili da crociera in grado di colpire la terraferma da New York a Los Angeles. I sistemi di difesa missilistica a terra statunitensi, in Alaska e in California, hanno fallito quasi la metà dei test. All’inizio dell’anno, un alto ufficiale ha avvertito che – in caso di conflitto, magari legato a un’invasione di Taiwan – i missili cinesi potrebbero colpire la base aerea di Edwards, in California. In un’analisi dettagliata sulla rivista Defense News, gli esperti Chuck de Caro e John Warden hanno spiegato perché la Cupola d’oro non è sufficiente per fermare un attacco cinese contro gli Stati Uniti: “Oggi gli Stati Uniti potrebbero trovarsi in una situazione simile a quella della Corea nell’ottobre 1950: sebbene il presidente Donald Trump stia compiendo sforzi intensi per rafforzare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con iniziative che vanno dall’F-47 e dal B-21 Raider alla promessa di un sistema di difesa aerospaziale denominato Golden Dome, questi sistemi non sono ancora operativi”. Comunque, proseguono gli analisti, “la Cina ha costantemente aumentato il proprio potere offensivo sotto la guida del presidente Xi Jinping”. GOLDEN DOME: COME FUNZIONA Il Golden Dome Shield, sfruttando una costellazione di centinaia di satelliti e grazie a sensori e intercettori sofisticati, potrebbe neutralizzare i missili nemici in arrivo anche subito dopo il loro decollo e prima che raggiungano gli States. Un esempio? Proviamo a immaginare che un giorno la Cina decida di lanciare un missile contro gli Stati Uniti. Grazie al Golden Dome, i satelliti americani rileverebbero le sue scie luminose. E, mentre il missile sarebbe ancora nella sua fase di “spinta”, uno degli intercettori spaziali sparerebbe un laser, o una munizione alternativa, per far esplodere il missile ed eliminare la minaccia. Il nuovo sistema di difesa si estenderà su terra, mare e spazio. Servirà per neutralizzare un’ampia gamma di minacce aeree “di nuova generazione”, tra cui missili da crociera, balistici e ipersonici. Questi ultimi, in particolare, sono i più difficili da abbattere per la loro manovrabilità ad alta velocità.  Il Golden Dome dovrebbe fermare i missili in tutte e quattro le fasi di un potenziale attacco: rilevamento e distruzione prima di un’offensiva, intercettazione precoce, arresto a metà volo e arresto durante la discesa verso un obiettivo. E lo farà grazie a una flotta di satelliti di sorveglianza e a una rete separata di satelliti d’attacco. La “Cupola d’oro” fermerà anche i sistemi di fractional orbital bombardment (Fob, Sistema di Bombardamento Orbitale Frazionale) in grado sparare testate dallo spazio. IN CAMPO I GIGANTI DELLE ARMI Fiutando un’opportunità di business senza precedenti, i giganti dell’industria militare americana – L3Harris Technologies, Lockheed Martin e RTX Corp – si sono già schierati in prima fila. L3Harris ha investito 150 milioni di dollari nella costruzione di un nuovo stabilimento a Fort Wayne, nell’Indiana, dove produce satelliti per sensori spaziali che fanno parte degli sforzi del Pentagono per rilevare e tracciare le armi ipersoniche. Al 40esimo Space Symposium di Colorado Springs, Lockheed Martin ha invece diffuso un video promozionale che mostra una Cupola d’oro che scherma le strade deserte e notturne delle città americane. Per 25 miliardi di dollari, la Booz Allen Hamilton, società di consulenza tecnologica della Virginia, sostiene di poter lanciare in orbita duemila satelliti per rilevare ed eliminare i missili nemici. Mentre dall’US Space Force, in qualità di vicecapo delle operazioni, il generale Michael A. Guetlein, a cui Trump ha affidato la regia del mega progetto, ha assicurato che il Golden Dome sarà operativo entro la fine del suo mandato nel 2030. Il finanziamento di quest’opera, però, è una sfida enorme. Per ora sul piatto ci sono 25 miliardi di dollari: un settimo della spesa totale ipotizzata. Il governo stima infatti che la Cupola d’oro possa costare fino a 175 miliardi di dollari, una cifra che il Congressional Budget Office punta a far rientrare nel più corposo bilancio da 542 miliardi che gli Stati Uniti intendono spendere in progetti spaziali nei prossimi vent’anni. Un’iniziativa cara come l’oro, dunque. Anche perché Trump, sembra ossessionato dal prezioso metallo (il suo ufficio alla Casa Bianca è stato del resto letteralmente dorato: dalle tende al telecomando della Tv). UOMINI D’ORO E CONFLITTO DI INTERESSE Mentre i colossi della difesa e dello spazio fiutano l’affare, nel resto degli Stati Uniti divampano gli scontri su costi e appalti. Perché a costruire la Cupola d’oro si sono candidati uomini d’oro: in pole position c’è il miliardario Elon Musk, proprietario di SpaceX e della costellazione Starlink, ex braccio destro di Trump prima che la loro liaison finisse, con il magnate che ha lasciato la Casa Bianca sbattendo la porta.  Un voltafaccia che il presidente non ha digerito: sebbene SpaceX rimanga il frontrunner del settore, l’amministrazione USA è a caccia di nuovi partner spaziali da imbarcare nel progetto, a cominciare dal Project Kuiper di Amazon di Jeff Bezos, insieme alle startup Stoke Space e Rocket Lab, mentre la Northrop Grumman sta alla finestra consapevole di poter essere il vincitore nel lungo periodo. Siccome il Golden Dome sarà un concentrato tecnologico, in campo ci sono anche Palantir, società di analisi dei big data del tycoon conservatore Peter Thiel, e Anduril di Palmer Luckey, azienda specializzata in sistemi autonomi avanzati, dall’intelligenza artificiale alla robotica. Intanto un gruppo di 42 membri del partito Democratico ha scritto all’ispettore generale del Pentagono per aprire un’indagine, dopo che si è saputo che SpaceX potrebbe aggiudicarsi un maxi contratto per la costruzione del Golden Dome. Con in testa la senatrice Elizabeth Warren, i democratici chiedono trasparenza ed esprimono timori per possibili “conflitti di interesse” tra l’amministrazione Trump, Musk e le altre aziende americane. LO SCETTICISMO DEI MILITARI Passando dal fronte economico a quello militare, più di un esperto è scettico sull’efficacia del Golden Dome Shield: malgrado Trump continui a dire che frenerà le minacce al 97%, sul progetto aleggia più di un interrogativo. Anzitutto, come saranno gli intercettori? È ancora da decidere. Un dirigente della stessa Lockheed non ha nascosto, parlando con il sito Defense One, che intercettare un missile nella sua fase di spinta è “terribilmente difficile” e che si potrebbe metterlo fuori combattimento solo “nelle fasi relativamente lente dopo il suo lancio”.  Per Thomas Withington, esperto di electronic e cyber warfare del Royal United Services Institute, i raggi laser sono preferibili ai missili, pesano meno e riducono il costo di lancio dell’intercettore. Ma ammette che questa tecnologia non è mai stata testata nello spazio. Un gruppo indipendente dell’American Physical Society ha calcolato che servirebbero 16mila intercettori per mettere fuori uso 10 missili intercontinentali simili all’ipersonico Hwasong-18 nordcoreano. Per questo motivo, su The Spectator, Fabian Hoffmann, ricercatore di tecnologia missilistica del Centre for European Policy Analysis, ha definito il Golden Dome un “progetto mangiasoldi”. UNA NUOVA GUERRA FREDDA Negli Stati Uniti non mancano i perplessi. L’ufficio indipendente del bilancio del Congresso ha avvertito che il progetto potrebbe costare fino a 524 miliardi di dollari e richiedere 20 anni per essere realizzato. Ma i dubbi riguardano anche la validità e utilità dello scudo spaziale. Scienziati come Laura Grego, intervistata dal MIT Technology Review, definiscono il progetto, da sempre,  “tecnicamente irraggiungibile, economicamente insostenibile e strategicamente poco saggio”. E poi ci sono le conseguenze geopolitiche, che potrebbero minare gli equilibri delle superpotenze. La Cina ha già espresso la sua preoccupazione su questo progetto. Il Cremlino è pronto a parlare con Washington di armi tattiche e nucleari. Nel prossimo decennio, il pericolo è che si inneschi una spirale incontrollata, con una corsa agli armamenti anti-satellite per bucare il Golden Dome. Come all’inizio di una nuova Guerra Fredda, è possibile che Trump stia cercando di costringere i suoi nemici a investire in tecnologie costose al fine di indebolirne l’economia, così come le “guerre stellari” di Reagan avevano contribuito a mandare in bancarotta l’Unione Sovietica. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: se la prossima amministrazione statunitense decidesse di cancellare il Golden Dome, a quel punto a finire in un buco nero sarebbero decine di miliardi di dollari statunitensi. L'articolo Che cos’è il Golden Dome, lo scudo spaziale di Donald Trump proviene da Guerre di Rete.
September 17, 2025
Guerre di Rete
L’impatto delle spese militari su occupazione e produttività del lavoro
Stando all’ultima rilevazione ISTAT, la produzione industriale italiana nel gennaio 2025 continua a ridursi. A fronte, infatti, di un miglioramento mensile del 3,2%, il dato tendenziale rimane negativo, con un calo dello 0,6% rispetto all’anno precedente. I settori più colpiti solo quelli del lusso, della produzione di automobili e del […] L'articolo L’impatto delle spese militari su occupazione e produttività del lavoro su Contropiano.
September 17, 2025
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