Tag - difesa

La “Repubblica tecnologica” di Palantir: per una nuova società distopica, sempre in mano ai capitalisti
La “Repubblica Tecnologica” è il titolo di un documento strategico della Big Tech Palantir, pubblicato su X poche settimane orsono1, il cui fine è quello di sdoganare definitivamente l’idea che la società tecnologica sia edificabile soprattutto a partire dal settore militare. La narrazione, dal punto di vista economico, segue più o meno il copione canonico dei capitalisti contemporanei: la visione di una nuova era tecnologica che impone la padronanza e l’utilizzo massivo delle strumentazioni e tecnologie di ultima generazione, da cui dipenderà anche la crescita del paese. L’idea di fondo è semplice: dopo anni di processi innovativi che hanno rivoluzionato l’industria e la tecnologia, anche la Silicon Valley deve onorare un debito morale verso gli USA e da qui scaturisce quello che Palantir definisce «l’obbligo di partecipare alla difesa della nazione». Obbligo che l’azienda estenderebbe, esplicitamente, all’intera popolazione. «La Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta. Molti politici negli Stati Uniti hanno sostanzialmente scrollato le spalle di fronte alla criminalità violenta, abbandonando qualsiasi serio tentativo di affrontare il problema o assumendosi qualsiasi rischio con i propri elettori o finanziatori nel proporre soluzioni e sperimentare in quello che dovrebbe essere un disperato tentativo di salvare vite umane». Si tratta, dunque, dell’idea che i monopoli capitalistici debbano estendere il proprio controllo sulla popolazione al di là dei poteri dello Stato, e indipendentemente da questo. In quest’ottica vanno letti i molteplici accordi che Palantir sta stringendo con le grandi aziende del settore militare, non ultimo quello con Anduril2. Questo accordo consentirà di sfruttare le tecnologie di Palantir per strutturare, etichettare e preparare i dati della difesa per l’implementazione dei sistemi di sicurezza nazionale, che sono votati non solo al monitoraggio delle minacce estere ma anche alla sorveglianza della popolazione statunitense. Nel documento di Palantir, infatti, si descrive un paese (gli USA) perennemente sotto minaccia a cui compete l’obbligo del riarmo e la efficacia di ogni tempestiva e puntuale operazione militare. Tutto quel che vada a rafforzare la supremazia tecnologica e militare USA è benvenuto in nome della sicurezza nazionale e non sono ammesse critiche o titubanze di sorta.  L’idea della nazione, e quindi del sorgere di una ideologia nazionalista nuova, trova corpo nell’efficienza dell’apparato tecnologico e militare, ragion per cui ciascun cittadino dovrà fare la propria parte affinché la guerra non sia demandata solo ai militari professionisti: «il servizio nazionale sia un dovere universale». Viene perciò prefigurata una società distopica nella quale saranno centrali il settore militare e quello tecnologico, e in cui ogni richiesta delle forze armate dovrà essere esaudita, diventando immediatamente un obiettivo di rilevanza strategica attorno al quale lavorare con adeguate risorse e strumenti – sia economici che politici e legislativi. Nel documento ci sono poi altri aspetti interessanti. Ricorderemo, ad esempio, la richiesta della destra statunitense di accrescere lo stipendio dei militari accordando loro anche forme di sanità e di welfare agevolate e ampliate rispetto ai comuni mortali… ebbene, questi principi li ritroviamo pienamente in Palantir, che pensa a una nuova centralità del pubblico – dove per “pubblico” si intenda non solo la tradizionale macchina militare ma anche la subordinazione a questa dei servizi civili ad essa piegati. Non si tratta, dunque, di un segnale di rinnovato statalismo, quanto piuttosto di un composito processo di militarizzazione della società. Complessivamente il messaggio lanciato da Palantir è tanto semplicistico da apparire rozzo: basta con messaggi complicati e con il politically correct. E basta pure con la tolleranza e l’accoglienza. La società da costruire ricorda un fortino assalito da nemici e da difendere ad ogni costo, per andare a costruire una nuova società nella quale l’IA e gli apparati militari dovranno farla da padrona. La “vecchia America” del New Deal è morta e sepolta e gli USA sarebbero addirittura in credito con il mondo per avere promosso una lunga era di pace – o, come è stata definita, «una pace straordinariamente lunga». Lo stesso riarmo di Germania e Giappone sarebbe stato ostacolato dal disarmo imposto all’indomani della Seconda guerra mondiale, durato troppo a lungo, che avrebbe leso gli interessi statunitensi e della stessa Europa. Non manca, infine, la mera esaltazione di Musk, visto come una sorta di cavaliere della nuova era nato per «contrastare la diffusa intolleranza verso la fede religiosa in certi ambienti. L’intolleranza dell’élite verso la fede religiosa è forse uno dei segnali più eloquenti del fatto che il suo progetto politico costituisca un movimento intellettuale meno aperto di quanto molti al suo interno vorrebbero far credere». Il manifesto di Palantir dichiara inoltre la necessità di un cambiamento radicale della stessa cultura sociale, con la democrazia e il pluralismo visti come un lusso del tutto inutile: «Dobbiamo resistere alla superficiale tentazione di un pluralismo vuoto e privo di sostanza. Noi, in America e più in generale in Occidente, negli ultimi cinquant’anni abbiamo resistito alla definizione di culture nazionali in nome dell’inclusività. Ma inclusione in cosa?». Sarà… ma è in nome dell’inclusività che Palantir, da ben tre anni, non versa un dollaro al fisco?3 Questa prefigurata tecnocrazia industrial-militare, dunque, rappresenta un’autentica minaccia alla libertà individuale e alla democrazia rappresentativa. Il fatto che una multinazionale possa esprimerla con un post sui social adatto al grande pubblico è un preoccupante indice delle capacità egemoniche di questa ideologia. Per ulteriori approfondimenti: https://grad-news.blogspot.com/2026/05/caffe-e-cornetto-il-manifesto-di.html Federico Giusti, Emiliano Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università 1 Cfr. R. Agrawi, «Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra, 1 maggio 2026, https://contropiano.org/interventi/2026/05/01/palantir-e-lalleanza-tra-capitale-monopolistico-ed-estrema-destra-0194557. 2 Cfr. Reuters, Palantir, Anduril sign partnership for AI training in defense, 6th December 2024, https://www.reuters.com/technology/artificial-intelligence/palantir-anduril-sign-partnership-ai-training-defense-2024-12-06/. 3 Cfr. A. Cesana, Sono le tasse il vero “Anticristo” di Palantir, che non versa un dollaro al fisco da tre anni, 18 marzo 2026, https://altreconomia.it/sono-le-tasse-il-vero-anticristo-di-palantir-che-non-versa-un-dollaro-al-fisco-da-tre-anni/?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NL18326ANS. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Alla “race for the cure” contro il tumore al seno si inserisce anche l’Esercito
“Una Acies” dal latino “un’unica schiera”: è il motto dell’Accademia Militare di Modena ma anche il nome che si è dato una squadra di atletica dell’Esercito Italiano per partecipare… Alla “Race for Cure“, corsa di raccolta fondi per la lotta al tumore al seno. Stemmi e magliette che chiaramente sottolineano l’afferenza alla squadra dell’Esercito sono arrivati a contaminare questa iniziativa, in linea con i “Programmi della Comunicazione” del Ministero della Difesa. “Una Acies” è nata nel 2022, su iniziativa di una colonnella che vinse la propria battaglia contro il tumore al seno, Giulia Cornacchione. “Race for The cure” ci interessa perché le scuole sono ampiamente coinvolte nella partecipazione, in alcuni casi sono anche protagoniste di alcune iniziative parallele in calendario. Anche quest’anno, però, riparte di gran carriera anche la sponsorizzazione o meglio la vampirizzazione militaresca, di una pur lodevole iniziativa come questa, per la raccolta fondi a favore della ricerca per la lotta contro il tumore al seno. C’è quindi un altro male che attacca, nel nostro caso lo sport finendo per parassitarlo: si chiama Difesa SpA il “main-sponsor” ufficiale. Così come l’EOS di Parma, rassegna delle armi camuffatasi da fiera degli sport outdoor, fatti di avventura in tenuta mimetica e cacciatori, con la doppietta sotto il braccio, difensori della biodiversità, veicola cultura “armata”, anche la “Race For the Cure” ha il proprio lato B con le stellette! Questo presenzialismo delle divise e delle mimetiche ad ogni occasione pubblica di rilievo così come quelle di “quartiere”, come ad esempio “Legalmente marciando” (Scuole-Comine di Fiumicino), vede nello sport un’occasione unica per avvicinare le giovani e le giovanissime generazioni: movimento, avventura, elementi empatici come ad esempio il cane anti-valanga o antidroga o ancore il Jack Russell, insospettabile poliziotto, sono tutti elementi attrattori appunto dei più giovani. In alcuni settori della pedagogia si dice che “giocando si impara”: in questa ed altre rassegne si gioca, si compete gioiosamente e allo stesso tempo si impara a introiettare la divisa che corre accanto a te e come te alle volte soffre e si ammala e magari lotta contro il tumore. Si cerca quindi di creare sempre empatia e introiezione di una visione manichea del mondo sociale: da una parte i buoni, la divisa, dall’altra i cattivi, i disertori, ecc… Stefano Bertoldi – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly
Locatelli/Macario (PRC-SE): No all’economia di guerra di Giorgio Gori
Riproponiamo il comunicato stampa di Rifondazione Comunista Bergamo, sezioni cittadina e provinciale, sulla partecipazione di Giorgio Gori al Programma Agile (Accelerating Groundbreaking Innovation for Defense in Europe), programma che mira a strutturare gran parte del comparto industriale intorno al riarmo e alla guerra e, in tal senso, a diventare punto di riferimento per le aziende che intendono avere accesso ai contratti europei e occidentali. Apprendiamo dalla stampa che Giorgio Gori, vicepresidente della commissione industria al parlamento europeo, sarà “relatore ombra” per il programma Agile (Accelerating Groundbreaking Innovation for Defense in Europe)  che è stato presentato ufficialmente a marzo di quest’anno con la consueta retorica della “sicurezza strategica” e dell’”autonomia europea” nel settore della difesa. Va precisato che non esiste in ambito istituzionale la figura del “relatore ombra”. Molto semplicemente l’ex sindaco di Bergamo, nella sua veste di parlamentare europeo del Pd, si candida a diventare lo sponsor numero uno di un programma che mira a strutturare gran parte del comparto industriale intorno al riarmo e alla guerra e, in tal senso, a diventare punto di riferimento per le aziende che intendono avere accesso ai contratti europei e occidentali. Un’operazione che in filigrana era già stata anticipata in occasione del convegno “innovare per crescere” tenuto nel febbraio scorso dal Pd e da Gori stesso al Kilometro Rosso di Bergamo. Il programma Agile prevede un primo stanziamento di 155 milioni di euro al fine di “testare, validare e integrare rapidamente a livello industriale” tutta una serie di tecnologie – intelligenza artificiale, droni autonomi, robotica, tecnologie quantistiche, cybersicurezza –  da impiegare nei sistemi d’arma operativi.  Praticamente ciò che viene proposto è che il riarmo diventi il principale motore di innovazione, di profitto, di orientamento strategico per migliaia di aziende europee e italiane chiamate a operare come produttori strategici o in via subordinata come fornitori di componenti, subappaltatori di secondo livello. Questa idea dell’innovazione al servizio del potenziale bellico è in rotta di collisione con una politica del benessere sociale volta ad affermate i diritti alla salute, all’istruzione, alla vivibilità ambientale, al giusto reddito e alla dignità sociale. Tutto ciò avviene nel silenzio o nell’aperto sostegno di una intera classe politica e di governo. Una cosa vergognosa tanto più in un Paese come il nostro in cui vige una Costituzione che ancora formalmente ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Quando si struttura un intero comparto industriale intorno al riarmo è illusorio pensare che la guerra non arrivi. Per questo chi fa una scelta di militarizzazione della economia fa una scelta di guerra e di taglio di fondamentali diritti sociali e come tale va contrastato sul piano dell’opposizione sociale e politica.   Ezio Locatelli, segretario provinciale Rifondazione Comunista di Bergamo Francesco Macario, segretario cittadino Rifondazione Comunista di Bergamo   Bergamo, 7 maggio 2026 Redazione Sebino Franciacorta
May 9, 2026
Pressenza
Fuori dal patto di stabilità: se non ora, quando?
(perché siamo di fronte a una lotta urgente e non rinviabile) di Marco Bersani Il patto di stabilità e crescita (PSC) è lo strumento, introdotto nel 1997, dall’Unione Europea per imporre vincoli alle finanze pubbliche dei Paesi membri allo scopo Continua a leggere L'articolo Fuori dal patto di stabilità: se non ora, quando? proviene da ATTAC Italia.
May 5, 2026
ATTAC Italia
Palantir e il manifesto della guerra infinita: chi controlla chi?
Intelligenza artificiale, potere tecnologico e il ruolo della Silicon Valley nella nuova strategia globale C’è un passaggio nelle 22 tesi di The Technological Republic — il libro-manifesto scritto da Alexander Karp, CEO di Palantir, e dal suo vice Nicholas Zamiska — che merita di essere riletto lentamente, senza l’alone di serietà intellettuale con cui i suoi autori lo hanno confezionato: «La domanda non è se le armi basate sull’intelligenza artificiale verranno costruite; è chi le costruirà e per quale scopo.» È una frase costruita per sembrare realismo. È invece una petizione di principio: assume come inevitabile ciò che dovrebbe essere discusso, e trasforma la rassegnazione in virtù civica. È anche, non per caso, la frase che meglio descrive il modello di business di Palantir. Il libro è diventato un bestseller istantaneo del New York Times. In aprile 2026 Palantir ne ha diffuso la sintesi in 22 punti su X, scatenando un dibattito globale. Alcuni critici lo hanno definito “technofascismo”. Altri lo hanno letto come un sincero grido d’allarme sulla debolezza dell’Occidente. Vale la pena andare oltre entrambe le etichette, perché il testo è più rivelatore di quanto non appaia: non nonostante le sue contraddizioni, ma attraverso di esse. UN’AZIENDA CHE VENDE SICUREZZA E CHIAMA IL PRODOTTO «DOVERE MORALE» Palantir Technologies è stata fondata nel 2003 con finanziamenti iniziali della CIA, attraverso il suo braccio d’investimento In-Q-Tel. Oggi ha contratti miliardari con il Dipartimento della Difesa americano, con l’esercito degli Stati Uniti, con l’ICE — l’agenzia che gestisce le deportazioni degli immigrati —, con la polizia di New York e con le forze armate israeliane. Non è un dettaglio biografico secondario. È il contesto entro il quale le 22 tesi vanno lette. La prima di esse stabilisce che la Silicon Valley ha un «debito morale» verso il Paese che ne ha reso possibile l’ascesa, e dunque ha un obbligo affermativo di partecipare alla difesa della nazione. Tradotto fuori dal registro etico in cui è formulato: le aziende tecnologiche dovrebbero collaborare con il complesso militare-industriale. Palantir, che questa collaborazione la pratica da vent’anni e ci ha costruito sopra una capitalizzazione di mercato superiore ai cento miliardi di dollari, si presenta come il modello virtuoso da imitare. Il debito morale altrui è, convenientemente, il mercato di Palantir. Questo non rende automaticamente false le tesi del libro. Ma rende necessario applicare alla loro lettura lo stesso standard epistemico che si applicherebbe a qualsiasi altro documento prodotto da un soggetto con un interesse diretto e dichiarato nell’esito del dibattito che promuove. IL REALISMO COME RESA L’argomento centrale del manifesto è strutturato come un sillogismo: i sistemi d’arma basati sull’IA verranno costruiti comunque; gli avversari degli Stati Uniti non si fermeranno a fare dibattiti etici; dunque l’Occidente deve costruirli per primo, e chi si oppone è ingenuo, irresponsabile o complice. È un argomento che ha una lunga storia. Venne usato per giustificare la bomba atomica, poi la corsa agli armamenti nucleari, poi i droni, poi i sistemi di sorveglianza di massa. L’idea che esista sempre una tecnologia militare «inevitabile» che è meglio sviluppare prima degli altri è la struttura logica permanente dell’industria della difesa. Non è realismo: è la narrazione con cui ogni generazione di produttori di armi ha convinto i governi a firmare i contratti. Karp e Zamiska scrivono che «l’era atomica sta finendo» e che una nuova era della deterrenza costruita sull’IA sta per cominciare. È una previsione che può essere fondata. Ma contiene un’omissione cruciale: non spiega perché la deterrenza basata sull’IA sia necessariamente più stabile di quella nucleare, né come si prevenga la sua degenerazione in conflitto aperto. La letteratura sulla stabilità strategica e sul rischio di escalation involontaria nei sistemi autonomi è vasta e preoccupante. Nel manifesto non esiste. LA DEMOCRAZIA COME ORNAMENTO Forse il passaggio più sintomatico dell’intero documento è il numero sedici, dedicato a Elon Musk: «La cultura quasi deride l’interesse di Musk per le grandi narrazioni, come se i miliardari dovessero semplicemente restare nel loro ruolo di arricchirsi.» È una difesa dell’attivismo politico dei miliardari formulata da un miliardario, in un libro scritto da chi lavora per un altro miliardario. Al di là dell’evidente circolarità, c’è qualcosa di più significativo: l’idea che la critica alle concentrazioni di potere economico e tecnologico sia in realtà un’espressione di grettezza culturale, di incapacità di riconoscere la grandezza. Questa operazione retorica — trasformare la critica del potere in invidia verso il potere — è uno dei tratti distintivi di una certa ideologia tecnocratica contemporanea. Il problema non è che Musk costruisca razzi o che Karp costruisca sistemi di analisi predittiva. Il problema è che entrambi lo facciano acquisendo simultaneamente un’influenza determinante sulle politiche pubbliche, senza alcun mandato democratico, senza alcun meccanismo di responsabilità, e proponendo poi questa condizione come il modello auspicabile per il futuro dell’Occidente. La democrazia liberale, nelle 22 tesi, appare come un valore da difendere militarmente, ma non come un vincolo da rispettare nella gestione del potere tecnologico. I diritti fondamentali, la protezione dei dati, il controllo parlamentare sui sistemi di sorveglianza: nulla di tutto ciò compare nel testo. Non è una dimenticanza. È una scelta. I SILENZI DEL MANIFESTO Palantir fornisce sistemi di analisi dei dati alle forze armate israeliane. Non è un’informazione controversa: è documentata. Nel momento in cui il libro viene pubblicato e poi rilanciato, Gaza è sotto bombardamento, e i sistemi di targeting basati sull’intelligenza artificiale sono al centro di un dibattito internazionale serissimo sul rispetto del diritto internazionale umanitario. Nulla di tutto ciò appare nelle 22 tesi. La settima dice: «Se un marine americano chiede un fucile migliore, dobbiamo costruirlo; e lo stesso vale per il software.» È una formulazione che neutralizza la questione morale attraverso l’analogia tecnica: un sistema di analisi predittiva per il targeting è presentato come equivalente funzionale di un fucile. È precisamente il tipo di ragionamento che il diritto internazionale umanitario, e prima ancora la filosofia morale, ci chiede di rifiutare. L’undicesima tesi afferma che «la nostra società si è fatta troppo desiderosa di affrettare, e spesso gioisce della rovina dei suoi nemici.» È una tesi sull’etica della vittoria formulata da chi produce gli strumenti tecnici con cui i nemici vengono individuati, inseguiti ed eliminati. La dissonanza cognitiva è assoluta. COSA RIMANE Sarebbe sbagliato liquidare il libro come privo di spunti. Alcune tesi toccano problemi reali: la distanza tra élite tecnologica e servizio pubblico è un fenomeno che esiste; la deriva degli algoritmi di piattaforma verso la trivialità commerciale è documentata; la retorica vuota della governance multilaterale ha prodotto risultati insufficienti di fronte alle sfide geopolitiche contemporanee. Ma un testo che identifica problemi reali per proporre soluzioni che rafforzano il proprio modello di business non è un’analisi: è pubblicità con ambizioni filosofiche. The Technological Republic è, in definitiva, il documento con cui una delle aziende più potenti e meno trasparenti del capitalismo della sorveglianza chiede all’opinione pubblica occidentale di legittimare il suo ruolo nello Stato. Lo fa con il linguaggio della crisi, dell’urgenza e del debito morale. Lo fa invocando la democrazia per costruire un’architettura del potere che alla democrazia risponde il meno possibile. La domanda che Karp e Zamiska non fanno mai — e che è, invece, l’unica che conta — è questa: chi controlla chi controlla? Francesco Russo
April 21, 2026
Pressenza
IL GOVERNO ITALIANO SOSPENDE L’ACCORDO SULLA DIFESA CON ISRAELE. “CAMBIAMENTO POSITIVO, MA NON BASTA. SERVONO ALTRI PASSI CONCRETI”
Martedì 14 aprile la premier italiana Giorgia Meloni ha annunciato la decisione del governo di sospendere il rinnovo automatico del memorandum con Tel Aviv per la collaborazione nella difesa attivo dal 2003. Per comprendere di cosa si tratta e in cosa consiste la sospensione annunciata da Meloni, Radio Onda d’Urto ha intervistato Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo. “L’accordo, che costituisce la cornice all’interno della quale può avvenire la compravendita di armamenti tra Italia e Israele, è stato siglato nel 2003 ed è entrato in vigore nel 2005. Prevedeva un rinnovo automatico ogni 5 anni”, spiega Francesco Vignarca ai nostri microfoni. “Il fatto che il ministro della Difesa Crosetto abbia mandato una lettera di disdetta all’omologo israeliano ferma l’accordo, che avrà così una coda di validità di sei mesi a partire dalla scadenza (cioè ieri, 14 aprile 2026, ndr) ma poi, se vorrà essere rinnovato, dovrà passare attraverso nuovi negoziati e una nuova discussione parlamentare“. “Non si tratta della disdetta del nuovo rinnovo previsto per il 2031 – chiarisce Vignarca – Al contrario, la sospensione incide subito e impedisce che un eventuale rinnovo possa essere fatto di nuovo sotto silenzio, obbligando il governo a passaggi pubblici”. A Franesco Vignarca abbiamo chiesto anche un commento dal punto di vista della Rete Italiana Pace e Disarmo: “dobbiamo essere seri nell’accogliere positivamente un cambio di posizione, perché non si può far finta che non ci sia stato e perché un impatto ce l’ha. Tuttavia, è chiaro che non basta, servono ulteriori passi concreti per dimostrare che non si tratta di una mossa di facciata”. Per la Rete Italiana Pace e Disarmo, riporta Vignarca nell’intervista, le iniziative concrete che il governo italiano può intraprendere consistono nel “confermare la volontà di uscire da questo accordo e non ri-negoziarlo e lavorare, insieme ad altri governi, all’attivazione dell’articolo 2 dell’accordo tra Unione Europea e Israele che prevede, in caso di mancato rispetto dei diritti umani, di bloccare anche questa intesa”. “Se davvero il governo italiano ha deciso di cambiare idea perché si è reso conto – tardivamente – della problematicità delle politiche di Israele – suggerisce Vignarca – allora non basta il pezzettino nazionale, bisogna fare la voce grosa, insieme a paesi che l’hanno già chiesto, a livello di Ue”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo. Ascolta o scarica.
April 15, 2026
Radio Onda d`Urto
BASI MILITARI IN ITALIA, “DAL 1949 CIECA OBBEDIENZA AGLI ACCORDI SECRETATI CON GLI USA”. ANTONIO MAZZEO COMMENTA LE PAROLE DEL MINISTRO CROSETTO
Informativa del ministro della Difesa Crosetto oggi pomeriggio alla Camera sull’uso delle basi militari statunitensi in Italia, dopo il presunto stop a Sigonella per i caccia bombardieri statunitensi diretti in Iran. Crosetto rassicura: “rispettare accordi non vuol dire essere coinvolti in una guerra. Noi siamo parte della Nato, non siamo in guerra con l’Iran”, ha detto, senza menzionare i costi del riarmo italiano, in una fase di forte accelerazione. Il costo supera i 73 miliardi di euro, superando di circa quattro volte l’ultima legge di bilancio come ha sottolineato l’osservatorio Milex. Nel suo discorso alla Camera, Crosetto ha ribadito più volte che il suo governo sta agendo in perfetta continuità con i precedenti: “l’applicazione degli accordi sull’uso delle basi militari americane in Italia è sempre stata caratterizzata da un’assoluta, coerente continuità da oltre 75 anni. Nessun governo, di nessun colore politico ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare i trattati internazionali fra Italia e Stati Uniti. Nessun governo, giustamente, ha mai messo in discussione questi accordi. Ne ha preso atto e li ha applicati”. Sul fronte Politica di Palazzo, giovedì sarà il turno della premier Meloni, che – dopo settimane di assenze e silenzi assordanti – si presenterà in Parlamento a seguito della debacle del No al referendum e le dimissioni di Santanchè, Delmastro e Bartolozzi e ora il caso Piantedosi. Abbiamo commentato le parole del ministro Crosetto con Antonio Mazzeo, ricercatore per la pace e autore del blog omonimo. Ascolta o scarica Nell’intervista abbiamo chiesto a Mazzeo una riflessione sulla presenza di basi militari statunitensi in Italia, ma anche di basi italiane in diverse zone del mondo. Una presenza che alcuni paesi ritengono ingombrante. Siamo anche ritornati sulla notizia del Ministro che aveva negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella ad alcuni bombardieri provenienti dalla Gran Bretagna. Il governo aveva rivendicato la decisione, sempre rimandando ai trattati semi segreti siglati con gli Stati Uniti a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Secondo questi, l’attività bellica dovrebbe essere autorizzata dal Parlamento. Eppure in seguito all’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, il traffico aereo dalle parti della base di Sigonella è aumentato. A margine dell’intervista, Antonio Mazzeo ci anticipa gli argomenti che affronterà nei tre incontri di questo finesettimana dei quali sarà protagonista a Bolzano, Verona e Brescia. “Carne da Cannone. Riarmo, militarizzazione, guerre e genocidi” è il titolo del triplo appuntamento: a Bolzano giovedì 9 aprile presso lo spazio autogestito 77, via Dalmazia 77, alle ore 20. A Verona, venerdì 10 aprile presso la sala conferenze Erminio Lucchi, dietro lo stadio, in piazzale Olimpia 3, alle ore 20.30. A Brescia, sabato 11 aprile presso l’aula magna dell’istituto Mantegna, via Fura 96, alle ore 15.30.    
April 7, 2026
Radio Onda d`Urto
SIGONELLA (CT): AUMENTATO IL TRAFFICO AEREO NELLA BASE USA, MA “L’ATTIVITÀ BELLICA DOVREBBE ESSERE AUTORIZZATA DAL PARLAMENTO”
Il ministero della Difesa Guido Crosetto ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella, in provincia di Catania, ad alcuni bombardieri provenienti dalla Gran Bretagna. Il governo ha rivendicato la decisione, rimandando ai trattati semi segreti siglati con gli Stati Uniti a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale. Tuttavia la questione è più ampia e lo dimostrano numerosi siti internet specializzati che riportano un aumento consistente del traffico aereo militare sull’area nell’ultimo mese. Proprio in concomitanza con l’inizio dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran, la Naval Air Station di Sigonella. Il caso dell’aereo bloccato da Crosetto potrebbbe dunque essere soltanto la punta di un iceberg. Sigonella è denominata anche “The hub of the Med, uno snodo fondamentale per le operazioni USA” verso il Medio Oriente. “Droni, aerei di pattugliamento e di rifornimenti diretti verso il Golfo” e mostrati dai siti che mappano le rotte dei mezzi militari, sono al centro delle attenzioni dei movimenti anti militaristi siciliani, che chiedono alle istituzioni la legittimità di tali operazioni. Qual’è il quadro giuridico nel quale si iscrive la base alla quale il Ministero della Difesa ha recentemente negato il passaggio di alcuni bombardieri? E cosa sta succedendo nelle basi militari statunitensi in Sicilia da quando Israele e Stati Uniti hanno iniziato a bombardare l’Iran? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Sebastiano Papandrea legale del movimento No Muos e a Alfonso Di Stefano del comitato No Muos – No Sigonella di Catania. Ascolta o scarica
April 1, 2026
Radio Onda d`Urto
Il nuovo piano della Difesa del ministro Crosetto
Riceviamo e pubblichiamo dalla ex-parlamentare Giancarla Codrignani La follia si diffonde in paure di invasioni e richieste di misure di difesa armata per spendere gli 800 mld che Draghi avrebbe preferito investire per costruire gli Stati Uniti d’Europa. Data la frammentazione di cui sono attualmente vittime i governi europei, sarà necessario che anche l’Italia pensi a ristrutturare le sue Forze Armate FFAA. Se lo dice un’antimilitarista, bisogna rendersi conto del senso delle situazioni. Tutti i paesi democratici hanno tra le istituzioni costituzionali anche “la Difesa”, tranne gli Usa dove Trump ha aggredito il suo popolo imponendogli la sua giusta denominazione “della Guerra”. Comunque un conto è riconoscere ai militari il ruolo di impiegati dello Stato, un altro è costruire il proprio sistema su una difesa iperarmata. Va ricordato che Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene prevedeva per l’Europa una struttura difensiva comune. Il ritorno sciagurato dei nazionalismi purtroppo impedisce questa che è la sola scelta conveniente, quella dello strumento difensivo unico: il caso Groenlandia, potenzialmente non scomparso, ha dimostrato che la minaccia trumpiana di invadere il territorio danese, non ha trovato eserciti pronti a fronteggiare l’attacco a un paese dell’Ue, con o senza l’art.5 della Nato. Non possiamo permetterci altre Ucraine. Né continuare a inventarci paure da Est, quando si sa che Putin – alla guida del paese più esteso del mondo – ha i mezzi per tenere aperti tutti i conflitti, meno quelli per mantenere gli equilibri economico-sociali nel suo paese e non solo. Per queste ragioni si conferma un crimine investire miliardi in armamenti per guerre che non possiamo permetterci se non vogliamo sfidare il rischio nucleare. Ma ci sono anche ragioni tecniche che impediscono a governanti sani di mente di spendere in armamenti capitali – di cui avrebbero bisogno per far vivere meglio la loro gente a casa sua. Tuttavia i ventisette paesi dell’Ue hanno eserciti diversi tra loro, non perché le bandiere e le divise li rendono distinguibili su un ipotetico fronte, ma perché, se il mio carro armato si rompe e non ho i giusti ricambi, lo posso buttare: i droni vanno da soli, ma le armi che vediamo sul (sanguinoso) fronte ucraino fare la guerra sul campo come ai tempi della prima mondiale, funzionano solo se sono americane (e lo sono perché tutti i paesi europei li comperano dall’America). Infatti negli Usa l’Unione, non gli Stati progetta la difesa e produce i suoi strumenti. Per queste ragioni meraviglia che non si sia fatto rumore sulla presentazione del “piano Crosetto”: aumento di 100mila effettivi, 15mila riservisti, leva volontaria (12 mesi prorogabili) per 7mila (diventerà permanente per consentire la chiamata veloce per emergenze. L’Italia disporrà di un esercito di 275mila unità. Spese da 8 a 15 mld.annui. Da votare a marzo (mah!). Cari amici giovani e giovanissimi, – ragazzi e ragazze, questa volta tocca a tutti per “parità” – non lasciatevi sedurre da posti di lavoro insperati. So che in realtà la difesa della patria la sentite in un altro modo. Con le armi e con la difesa stateci attenti e dite “no”. Avrei un bel po’ di obiezioni da suggerirvi! Redazione Italia
February 24, 2026
Pressenza