Sofia Liguori: una per tutti i, tanti, ‘geni’ dell’IA che vogliono “restare umani”
La giovane nerd laureata 110/110 cum laude alla ‘Bicocca’ di Milano nel 2018
che, dopo le esperienze come sviluppatrice di pioneristici sistemi di machine
learning e applicazioni di intelligenza artificiale, nel maggio 2023 è stata
assunta a Google DeepMind, il 20 ottobre si è licenziata dal centro R&D con sede
a Londra per cui lavorava a tempo pieno in modalità ‘ibrida’.
I motivi della sua irrevocabile decisione sono molti, principalmente uno: voler
vivere dignitosamente, onestamente e senza ‘in cuor proprio’ sapere di essere
ipocrita, perciò rifiutando di adeguarsi e, per “continuare a guardarci allo
specchio”, fingere che sia normale “accettare questa situazione come se nulla
fosse (nel SILENZIO COME AL SOLITO)”.
Subito la clamorosa notizia è ‘rimbalzata’ sui media italiani.
Da Il Fatto Quotidiano, in cui Stefania Maurizi ieri ha riferito che Sofia
Liguori ha lasciato Google citando una sua frase, “Mi disgusta l’IA in guerra”,
a Collettiva, che nello stesso giorno ha pubblicato l’articolo intitolato
Google, la protesta di Sofia Liguori: “Mi vergogno di lavorare per questa
azienda”,…
Prima, il 21 ottobre, a sua volta attingendo le informazioni dall’intervista a
Stefania Liguori e un suo collega, Andreas Kirsch, che la BBC News aveva
divulgato nella stessa data, Il Sole 24 Ore evidenziava: la tech worker italiana
“che si è dimessa dal suo ruolo di ingegnere ricercatore” non è la unica, e
sola, bensì una dei numerosi “Dipendenti Google [che] lasciano DeepMind per
protesta contro l’uso militare dell’IA“.
Intanto nello stesso giorno, Sofia Liguori spiegava le proprie ragioni in un
post pubblicato su LinkedIn:
> Ieri mi sono ufficialmente licenziata da Google DeepMind. Ero in congedo da
> quando è stato firmato il contratto con il Dipartimento della Guerra [degli
> USA – NdR].
>
> Ecco la mia lettera di dimissioni completa:
> https://stay-human.sofialiguori.com/
> Intervista della BBC: https://www.bbc.com/news/articles/cmreyvepnv0po
>
> — Alcune parti della mia lettera:
>
> Il modus operandi testato a Gaza con Nimbus è stato legittimizzato come
> standard con l’accordo classificato DoW di aprile: contratti che consentono
> l’integrazione dell’IA nei sistemi militari e di sorveglianza senza imporre
> restrizioni sugli usi consentiti e senza lasciare all’azienda alcun potere di
> monitoraggio.
> (…)
> Non credo più che la nostra tecnologia avrà un impatto netto positivo sulla
> società.
> (…)
> La tecnologia NON è uno strumento neutrale. Questa valutazione presuppone che
> possiamo separare la tecnologia dal contesto in cui viene implementata, ma non
> dovremmo: abbiamo la responsabilità di valutare lo strumento nel contesto in
> cui verrà utilizzato. Presuppone anche che possiamo separare la tecnologia da
> chi la possiede, la costruisce, la controlla e ne trae beneficio.
> (…)
> È proprio questo atteggiamento passivo e timoroso che permette al male di
> diffondersi su larga scala.
> Questo sta accadendo anche sul nostro posto di lavoro. Questo è il nostro
> mestiere. Rientra nel mio ambito di azione. È dentro di te.
> Per me, quest’anno avremmo dovuto smettere di lavorare. Magari senza far
> scioperare il cervello, forse proprio come ho fatto a febbraio, prendendomi
> dei giorni liberi e dimostrando davanti all’ufficio, e forse in qualche altro
> modo dobbiamo ancora capire insieme come trovare una soluzione. Ma avremmo
> dovuto dire un NO molto più forte all’uso della nostra tecnologia nella kill
> chain, un NO molto più forte alla normalizzazione di ciò che è stato testato a
> Gaza.
> (…)
> La compartimentazione, oltre un certo punto, è frammentazione e, in quanto
> tale, si oppone all’integrità. Una certa separazione dei contesti è salutare,
> ma quando diventa un modo per evitare di vedere contraddizioni, inizia a
> somigliare al doppio pensiero di Orwell. L’ambito in cui i nostri valori, la
> nostra empatia e persino il nostro pensiero razionale (che riusciamo ad
> applicare così magistralmente alle questioni scientifiche) possono operare
> inizia a restringersi. Smettiamo di criticare; non ci indigniamo per le bugie
> e l’incoerenza. La parte migliore di noi ha sempre meno spazio per esistere.
> Dobbiamo anche respingere fermamente questa cultura aziendale di censura e
> intimidazione.
> (…)
> Finiamo per evitare di affrontare alcuni argomenti preventivamente, Dio non
> voglia che farlo possa compromettere le nostre carriere. In effetti [i
> dirigenti aziendali – NdR] fanno affidamento su questa autocensura indotta;
> ecco perché le loro intimidazioni sono così subdole.
> Se si mette in discussione qualche ‘cosa’, c’è più libertà di quanto ti
> aspetteresti. Questa però è una minaccia per chi vuole che lavoriamo
> accettando le ‘regole’.
> (…)
> Ci ho messo un po’ a capire quale fosse il condizionamento che subivo
> lavorando a queste ‘regole’: venivo indotta a negare chi sono, o a
> compartimentarlo nella mia sfera privata. Se questo è il prezzo per restare,
> non voglio questo lavoro.
> Nessun lavoro vale quel prezzo.
> “Resta umano”, disse Vittorio Arrigoni. Ripeto oggi il suo appello ai
> lavoratori tecnologici, mentre la tecnologia che costruiamo alimenta guerre
> brutali.
Nella notizia con l’intervista a Sofia Liguori, un articolo divulgato il 21
ottobre nella rubrica “Inchieste di BBC Eye“, Christopher Giles riferisce che,
replicando alla richiesta di commentare la ‘diserzione’ della research
engineer e altri geni dell’IA da DeepMind, un portavoce di Google ha affermato:
“Collaboriamo con organizzazioni del settore pubblico in tutto il mondo e
seguiamo una procedura coerente per la revisione e la stipula di questi
contratti, che include il rispetto delle nostre politiche di utilizzo
accettabile e dei principi sull’intelligenza artificiale. Abbiamo inoltre canali
dedicati che consentono ai dipendenti di segnalare in tutta sicurezza qualsiasi
problema, dall’etica aziendale alle condotte scorrette, e abbiamo implementato
rigide politiche aziendali per prevenire qualsiasi tipo di ritorsione”.
Eppure, precisa e conclude il giornalista della BBC News,
> Google è una delle numerose aziende tecnologiche che all’inizio di quest’anno
> hanno firmato contratti con l’esercito statunitense per implementare
> l’intelligenza artificiale in ambienti militari classificati.
>
> Il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha fatto dell’integrazione
> dell’IA nelle forze armate una priorità fondamentale, affermando che
> l’amministrazione Trump diventerà una “forza combattente incentrata sull’IA”.
>
> Secondo i Principi sull’IA di Google, questi valori includono
> l’implementazione dell’IA con “supervisione umana” e l’allineamento della
> tecnologia al “diritto internazionale e ai diritti umani”.
>
> Tuttavia ex e attuali dipendenti dell’azienda, nonché esperti interpellati
> dalla BBC, si sono detti preoccupati per il livello di supervisione umana nei
> momenti critici.
https://stay-human.sofialiguori.com/
Maddalena Brunasti