Oltre 25.000 tarantini in corteo dicono No alla produzione inquinante di acciaio
Abbiamo pianto. Abbiamo pianto tutti, probabilmente in momenti diversi, durante
i tre chilometri di corteo che separano Piazzale Democrate da Piazza Maria
Immacolata. Lacrime di commozione, talune di gioia, altre di dolore. Sabato 17
ottobre Taranto era in strada, dietro uno striscione che dice tanto della nostra
lotta: “Ci avete tolto tanto, ci riprenderemo tutto!”
Tra le altre cose tolte, la visibilità: nel silenzio dei media nazionali (tranne
due eccezioni), abbiamo gridato, una volta ancora, il nostro desiderio di
voltare pagina rispetto a quel catorcio inquinante che continuano a chiamare
fabbrica, con una spropositata dose di spudoratezza.
Non sappiamo cosa ci sia dietro l’accanimento terapeutico a tenere in vita un
siderurgico cerebralmente morto già alcuni anni fa, che ha generato dolore,
malattie e morti: dati sconvolgenti se messi a confronto con l’incidenza di
tutte le patologie da fonti inquinanti della regione.
Quello che sappiamo è che a Genova non andò così nel 2005 e le “mamme di
Cornigliano” trovarono il sostegno dei sindacati e delle istituzioni locali per
far chiudere l’area a caldo che fu spostata a Taranto, raddoppiando inquinamento
e capacità produttiva del polo siderurgico jonico.
Sui sindacati confederali (+Usb) tarantini ci sarà modo e tempo di commissionare
uno studio socio-antropologico approfondito che aiuterà a comprenderne obiettivi
e valori di base, se la vita dei propri iscritti non vale il lavoro che
difendono, ma la manifestazione di sabato è stata un momento di luce. Abbiamo
l’obbligo di portare la lente sulla pacifica, coreografica, gioiosa onda del
futuro che ha sommerso e continuerà a sommergere il buio che pure ha provato ad
avvolgerci, per qualche periodo.
La pressione della società civile, che prima d’ora aveva raggiunto punte
altissime nel 2012, qui in Puglia non era riuscita a far chiudere i cancelli del
“mostro”, come usiamo chiamare uno dei più grandi sterminatori di esseri viventi
costruito da mano umana.
Tra le 25 e le 30mila persone hanno camminato lente ed è stato bello rivedere
volti cari con accanto figlie e figli adolescenti che il 15 dicembre del 2012
avevamo nei passeggini o tenuti stretti per mano; ragazze e ragazzi con il volto
colorato con le tinte dell’arcobaleno o d’azzurro, com’è il nostro cielo anche
ora che il catorcio è semispento.
Alcune ragazze hanno scritto con il rossetto su una guancia ‘Ilva is’ e
sull’altra ‘a KILLER’: uno dei due slogan più urlati dalla fiumana umana, che
prima ancora che partisse il corteo aveva dovuto riversarsi sul “ponte di
pietra”, uno dei due passaggi per la città vecchia di Taranto, che vive su
un’isola.
La città continuava a scendere in strada e Piazzale Democrate non bastava più:
occorreva occupare la prima parte del percorso della manifestazione. Decine di
croci bianche erano visibili da lontano, perché erano sul punto più alto del
ponte: avevano nomi al posto di INRI e foto di bambini al posto del
Cristo. Tutti bambine e bambini morti: i morti nostri!
I loro nomi, quelli di coloro che avrebbero potuto fare e non hanno fatto – come
recita un’iscrizione su marmo sotto la finestra di Peppino Corisi, morto di
cancro ai Tamburi – sono stati abbondantemente ricordati durante il corteo.
Il furgoncino apripista, su cui erano posizionate due grosse casse acustiche,
era appena sceso dal ponte di pietra sulle note di “Live is life” svoltando a
destra per il litorale alto dell’isola – che a Taranto chiamiamo “la ringhiera”
– quando ha dovuto silenziare la musica: dal corteo si è alzato impetuoso l’inno
di lotta di questi quattordici anni, “Taranto libera.” Braccia al cielo e cuori
palpitanti: ognuno ha trovato vicino un compagno di lotta da abbracciare,
sussurrando nell’orecchio “Ci siamo! È arrivato il nostro momento”.
I ragazzi hanno pianto di gioia, perché a loro tocca salire sull’altare senza i
tormenti e le ferite delle battaglie perse; le mamme con le croci in mano hanno
pianto il destino infame, perché a loro hanno squartato il cuore in due; tutti
gli altri hanno pianto di commozione per tutte le pietre su cui abbiamo
inciampato, perché la strada è stata lunga e vigliacca.
Tanti anziani erano alle finestre, agitavano fazzoletti bianchi, salutavano o
mandavano baci ai nipoti in corteo. Un uomo sugli ottanta ha urlato: “Siamo
vecchi, ma camminiamo sulle vostre gambe: portateci lontano!”
Dalla marea di umanità si è staccata una ragazza che gli ha fatto un inchino e
poi con un megafono in miniatura, tirato fuori chissà da dove, gli ha risposto:
“Se siamo qui è perché ci avete insegnato come si combatte per il bene di tutti:
grazie, nonno di tutti noi!”
La città vecchia era oramai alle spalle e con lei il ponte girevole, buono per
farci gonfiare il petto: i droni dei cineoperatori hanno ripreso per più di
venti minuti il serpentone umano che entrava nel Borgo di Taranto.
Il furgoncino capofila sparava con tutti i decibel concessi dalle casse “La mia
terra” di Antonio Diodato, che era tra i manifestanti e si destreggiava tra
un’intervista e l’altra. Si è cantato con una sola voce:
“Per questa terra faremo la guerra e questa terra non avrà più pace se non nella
guerra
(…) Non si è mai spezzato questo sogno fatato
che ci tiene legati con tutto l’amore alla terra
che non abbiamo difeso e ora è un campo minato
su cui crescono fiori bellissimi”.
A poche ore dal pronunciamento finale della Corte di Cassazione sulla chiusura
definitiva dell’area a caldo dell’ex-Ilva, quello che un’intera città ha voluto
raccontare è che il futuro, dopo essere stata zona di sacrificio – come la
definì David Boyd, relatore delle Nazioni Unite – non può essere deciso sui
tavoli della politica, che già farnetica di navi rigassificatrici, dri, aree a
caldo 2.0, ma va deciso dal basso, nelle strade della città, nei comitati, nelle
piazze partecipate.
E quindi stavolta il futuro lo decidiamo noi!
Mimmo Laghezza