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Strage di Cutro: rinviato il processo
Il comunicato di Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity, SOS Mediterranèe. A seguire altri materiali. Tribunale di crotone Ritardi soccorsi naufragio Cutro: processo subito rinviato Errore tecnico nell’assegnazione del collegio penale. Nuova udienza fissata il 30 gennaio CROTONE – E’ durata il tempo dell’appello degli imputati e delle parti civili la prima udienza del processo per i
Processo penale sul naufragio di Cutro. Il 14 gennaio prima udienza a Crotone
EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE sono parti civili nel processo penale sul naufragio di Cutro, che ha inizio a Crotone il prossimo 14 gennaio. Amnesty International Italia sarà presente al processo come osservatore. Le ONG  chiedono il rispetto del diritto internazionale nel Mediterraneo e che le autorità responsabili rispondano della deliberata negligenza nelle operazioni di soccorso in mare. Una coalizione di organizzazioni di ricerca e soccorso in mare (SAR) che lo scorso anno si era costituita parte civile, sarà formalmente parte nel processo penale sul naufragio di Cutro, la cui prima udienza è fissata per il 14 gennaio a Crotone.   Da tempo le ONG mirano ad ottenere verità e giustizia per la catena di eventi, decisioni ed omissioni che hanno portato a uno dei più tragici naufragi della storia italiana: quello avvenuto al largo di Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, quando un’imbarcazione è affondata provocando la morte di almeno 94 persone e un numero imprecisato di dispersi. Di tutte le persone che erano a bordo solo 80 sono sopravvissute.  Nel processo sono accusati di naufragio colposo e di omicidio colposo plurimo sei ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza. “Come la tempestività è fondamentale nei soccorsi, così i ritardi nell’attivare interventi di salvataggio non sono un semplice incidente, ma una negligenza da sanzionare” – commentano le ONG. In questo caso specifico, le autorità italiane hanno prima dato priorità all’operazione di polizia e poi ignorato il loro dovere di soccorso; come noto, quella gestione  ha avuto conseguenze drammatiche. Le organizzazioni SAR attive nel Mediterraneo hanno ampiamente documentato come i ritardi nell’avvio di operazioni di soccorso abbiano portato a tante evitabili stragi. Pertanto, il giudizio non può fermarsi ai funzionari di grado inferiore e ogni decisione, anche quelle delle autorità superiori, deve essere presa in considerazione risalendo la catena di comando. “Il diritto internazionale, la tutela della vita e il dovere di soccorrere chi è in difficoltà in mare devono essere la priorità e vanno rispettati sempre. È inaccettabile che le persone continuino ad annegare nel Mediterraneo e non si deve più consentire che i responsabili, a tutti i livelli, di questo come di altri naufragi restino impuniti” – dichiarano ancora le ONG. EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE si sono costituite parte civile per chiedere giustizia e supportare le famiglie delle vittime nella loro richiesta di giustizia. Alla prima udienza che si terrà il prossimo 14 gennaio presso il Tribunale di Crotone sarà presente Valeria Taurino, direttrice generale di SOS MEDITERRANEE Italia, insieme a rappresentanti di tutte le ONG, che nel corso del processo saranno ascoltati insieme ai consulenti tecnici individuati nelle liste testi delle Organizzazioni. Sarà presente anche Amnesty International Italia in qualità di osservatore.   Redazione Italia
Guerra dei Diritti, Guerra al Diritto
A PALAZZO SERRA DI CASSANO UN INCONTRO CRUCIALE SULL’ATTUALE SCENARIO DEI DIRITTI UMANI Un evento di straordinaria rilevanza e partecipazione si è svolto domenica 4 dicembre presso l’Osservatorio dei Diritti Umani all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. “Guerra dei Diritti, Guerra al Diritto. Dal genocidio in Palestina all’assalto contro le istituzioni internazionali” è stato il tema del seminario. Gremita la bellissima Sala Conferenze di Palazzo Serra di Cassano, dove si respira cultura e memoria di antica resistenza dei rivoluzionari partenopei che credettero nel sogno della Repubblica. Il luogo ha una suggestione simbolica straordinaria per un evento che ha come obiettivo finale l’affermazione della forza della speranza, della resistenza e della resilienza collettiva, per credere che un mondo migliore sia ancora possibile costruire. Un messaggio forte e chiaro. E le centinaia di persone che hanno partecipato lo hanno testimoniato. La sala era così gremita che non è riuscita a contenerle tutte: è stato necessario allestire altre tre sale contigue munite di monitor. “Francesca verrà e ci sarà il sole. Noi che abbiamo un mondo da cambiare.” Così è stata accolta, sui social e con un lungo, fragoroso applauso al suo ingresso, Francesca Albanese, esperta di diritto internazionale, Relatrice Speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi Occupati, attivista che ogni giorno affronta temi cruciali sulla Palestina e sull’erosione delle istituzioni che tutelano i diritti umani a livello globale. L’evento, coordinato da Antonio Musella di Fanpage.it, è stato introdotto dal saluto di Salvatore Minolfi dell’Osservatorio Internazionale dei Diritti Umani, che ha sottolineato come l’incontro miri a squarciare il velo dell’indifferenza, far conoscere la verità sulla Palestina e riaffermare la centralità del Diritto. Sono intervenuti, tra gli altri: Souzan Fatayer, della Comunità Palestinese in Campania; Giulia Al-Omleh, del Centro Culturale Handala Ali; Antonio Del Castillo, docente di Letteratura italiana all’Università Federico II; Sara Borrillo, docente di Storia dei Paesi Islamici presso l’Università Orientale di Napoli; Laura Mamorale, di Mediterranea Saving Humans. Tutti gli interventi hanno contribuito a creare un’importante occasione di riflessione e dibattito, con un forte richiamo alla necessità di difendere i diritti umani non solo come valore universale, ma come obiettivo concreto e urgente. In un momento in cui il diritto barcolla, legalità e giustizia appaiono sempre più lontane; un tempo in cui le politiche internazionali e la strage in Palestina mettono a dura prova il sistema globale di protezione dei diritti umani; quando il crimine assume sempre più le sembianze della legge e dell’ordine costituito — allora la resistenza non è solo un diritto, ma diventa un dovere. La “guerra dei diritti” a cui stiamo assistendo è l’uso strumentale del diritto da parte di attori internazionali che ci obbligano a interrogarci sulle contraddizioni e le ambiguità del diritto internazionale, applicato in maniera disomogenea e selettiva secondo logiche geopolitiche e interessi delle nazioni più forti. “La costante e silente violazione del diritto internazionale, calpestato e umiliato, è diventata la normalità”, ha sottolineato Souzan Fatayer. Tutti i relatori hanno posto al centro del dibattito la resistenza del popolo palestinese che, come ha detto Giulia Al-Omleh, “continua con coraggio e resilienza nonostante tutto. Continuano a fare il loro lavoro i medici che lottano contro la morte, pur essendo essi stessi bersagli. Continuano le giovani giornaliste e i giornalisti che sfidano le atrocità per raccontare la verità. Resistono le famiglie che assistono alla morte di padri, madri, sorelle e figli; resistono i 9.800 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.” Nel lungo intervento di Francesca Albanese è emerso un messaggio forte di speranza, un pensiero resiliente e positivo che crede nella forza della resistenza, nella potenza delle azioni collettive, nel vigore delle voci che si alzano nelle strade del mondo per riaffermare che un mondo più giusto è ancora possibile. Il genocidio in Palestina non è solo una tragica realtà, ma la prova di come le istituzioni internazionali, create per prevenire atrocità e proteggere i diritti fondamentali, siano oggi strumentalizzate dalla politica. “La violazione continua non viene adeguatamente contrastata dalla comunità internazionale. Esiste ancora un pensiero eurocentrico, occidentecentrico, riflesso di una mentalità colonialistica: noi Paesi ‘civili’ e gli altri, infantilizzati, che devono essere guidati. Ma oggi quel mondo si è liberato dalle catene.” E ancora: “È troppo chiedere il rispetto del Diritto e della Costituzione? I diritti umani vanno invocati e difesi sempre, non con doppi standard, non solo quando conviene e ignorandoli quando i contesti non sono favorevoli agli interessi delle potenze dominanti.” “La giustizia per la Palestina comincia da ognuno di noi, dallo sradicamento dell’idea dell’Apartheid, concetto pericoloso anche per gli stessi ebrei. Chiedere che la Palestina sia libera dal fiume al mare non significa cancellare Israele, ma riconoscere l’uguale diritto alla libertà di entrambi i popoli. Significa superare l’idea che gli israeliani non possano vivere in quella terra se non da colonizzatori.” Francesca Albanese ha poi toccato il tema del razzismo: “È un’oscenità il razzismo contro il popolo palestinese, questo diffuso non riconoscerli come esseri umani. La morte avvolge continuamente la loro immagine: scene atroci che tutti vediamo. È più facile trovare la morte che un bicchiere d’acqua. Uccidere bambini è un’atrocità disumana.” Ha ricordato come già in passato – dal Ruanda alla Serbia – si sia negato l’evidente genocidio, e come oggi ancora si neghi il genocidio nei Balcani. “La vera unicità del razzismo contro i palestinesi è la sua transnazionalità, che va oltre Israele. Migliaia di cittadini arabi vengono incarcerati per aver manifestato solidarietà con la causa palestinese. Sta accadendo oggi ciò che accadde nel passato con gli ebrei: si negava la deportazione, ma tutti sapevano. Il vero vulnus è girarsi dall’altra parte.” Ha poi affrontato il tema delle risoluzioni delle Nazioni Unite, spesso bloccate da interessi contrapposti, che hanno portato a un crescente isolamento e a una perdita di credibilità delle organizzazioni internazionali. La Corte Penale Internazionale, ha affermato, mostra come alcune potenze si siano ridotte a politiche di rifiuto della giurisdizione internazionale per difendere i propri interessi. Sul tema delle sanzioni mancate a Israele, ha aggiunto: “Chi si mette di traverso agli Stati Uniti? Nessuno. Eppure, con un po’ di coerenza, si sarebbero potute isolare le forze che stanno portando allo sfaldamento della comunità internazionale. È questione di matematica di base: l’ONU conta 191 membri, che se usassero la coerenza dei principi fondanti potrebbero rigettare questo approccio utilitaristico ai diritti.” Il suo appello, rivolto in particolare alle nuove generazioni ma anche a tutti noi, è stato chiaro: “Lavoriamo — tutti insieme — per creare un sistema che metta al centro il rispetto dell’Umanità e della Legge. ‘Al lavoro!’ ha esortato la giurista. Bisogna credere nell’Utopia: dal greco u-topos, ‘in qualche luogo’, da qualche parte. L’utopia resta lontana solo se resta chiusa dentro di noi. Se la condividiamo, se troviamo un denominatore comune, noi ce la possiamo fare. Proviamo a fondare una nuova civiltà etica. Me lo auguro, e ve lo auguro.” Ha concluso così Francesca Albanese. Al termine dell’incontro, numerose domande dal pubblico hanno animato un dibattito intenso e appassionato. Ha concluso Marotta, fedele custode della memoria dell’Istituto fondato da Gerardo Marotta, lanciando un appello accorato: “Ci troviamo su un piano inclinato. L’umanità sta avanzando sull’orlo di un baratro spaventoso. Non diamoci per scontati. È necessario esserci, tutti.” Gina Esposito
Mediterranea bloccata dal Decreto Legge Piantedosi
Ancora una volta il Governo italiano ostacola il soccorso in mare. Dopo lo sbarco avvenuto martedì sera di 92 persone (tra cui 31 minori non accompagnati), nella notte appena trascorsa – su mandato del Ministero dell’Interno – la Polizia di Stato e la Capitaneria di Porto Empedocle hanno notificato al comandante e all’armatore di nave MEDITERRANEA il verbale che contesta la presunta violazione del Decreto Legge Piantedosi per “non aver raggiunto senza ritardo il porto di sbarco assegnato”, che negli ordini del Viminale avrebbe dovuto essere il lontano porto di Livorno, a 630 miglia nautiche, quasi 1.200 kilometri e oltre quattro giorni di navigazione dal soccorso. Questo ci viene contestato nonostante il Medico di bordo e lo stesso CIRM Telemedicina, incaricato dalle Autorità marittime, abbiano certificato che tutte le persone soccorse non erano in grado di affrontare altri tre giorni di navigazione. E nonostante sia stata la Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni di Palermo a chiedere ai competenti Ministeri dell’Interno e dei Trasporti di far sbarcare i minori a Porto Empedocle. Ma non è evidentemente il diritto alla vita e alla salute delle persone salvate in mare a interessare al nostro Governo. E tantomeno il rispetto del diritto internazionale e nazionale e delle decisioni della Magistratura. Per loro l’inumana ossessione che guida l’imposizione di provvedimenti ingiusti e illegittimi è sempre una sola: ostacolare il soccorso civile in mare. Ed è questa la prima pesante conseguenza del verbale notificato stanotte: la nostra nave MEDITERRANEA, che dopo lo sbarco era pronta a ripartire in missione di ricerca e soccorso in mare, è adesso bloccata in catene a Porto Empedocle. Dovremo attendere giorni per sapere dal Prefetto di Agrigento per quante settimane o mesi sarà sottoposta a detenzione amministrativa, e quindi poter presentare ricorso. Intanto ci stanno ingiustamente impedendo di soccorrere altre vite in mare. Non permetteremo che queste illegittime politiche di morte prevalgano. Redazione Italia
Naufragio di Cutro, le Ong del soccorso in mare parte civile al processo
EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE, parte civile nel processo sul naufragio di Cutro, soddisfatte per il rinvio a giudizio. Le Ong chiedono che le autorità responsabili, a tutti i livelli, siano chiamate a rispondere della deliberata negligenza nelle operazioni di soccorso. Sollecitano infine il pieno rispetto del diritto internazionale nel Mediterraneo. Una tappa importante nel lungo percorso per ottenere verità e giustizia sui mancati soccorsi al caicco Summer Love, naufragato a Steccato di Cutro il 26 febbraio 2023 causando almeno 94 morti e un numero imprecisato di dispersi. Così EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE, che si sono costituite parte civile nel processo sul naufragio di Cutro, salutano il rinvio a giudizio dei sei imputati deciso dal giudice ieri sera a conclusione dell’udienza preliminare. Considerata la grave serie di negligenze e sottovalutazioni con cui sono state attivate e portate avanti, ma di fatto mai realizzate, le operazioni di soccorso, ai quattro militari della Guardia di Finanza e ai due della Guardia Costiera che andranno a processo la Procura della Repubblica di Crotone contesta i reati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. Le Ong costituitesi parte civile chiedono che sia chiarita la sequenza di eventi e omissioni che hanno portato a uno dei più tragici naufragi della storia italiana. Proprio il processo potrebbe essere l’occasione giusta per fare luce su tutti i passaggi critici, sulle responsabilità dei sei imputati e, auspicabilmente, anche su quelle dei funzionari e delle autorità di livello più alto. “I tempi sono fondamentali per la buona riuscita delle operazioni di soccorso; per questo i ritardi nell’attivare interventi di salvataggio non sono un incidente, ma una negligenza, che non può restare impunita” commentano le Ong. In questo caso specifico le autorità italiane hanno ignorato il loro dovere di soccorso e l’omissione ha avuto conseguenze drammatiche. “Non è accettabile e non si deve più consentire che i responsabili di questo come di altri naufragi restino impuniti mentre le persone continuano ad annegare” dicono ancora le Ong. “Il diritto internazionale, la tutela della vita e il dovere di soccorrere chi è in difficoltà in mare devono essere rispettati sempre, anche nel Mediterraneo”. EMERGENCY, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS MEDITERRANEE chiedono inoltre di porre immediatamente fine alla criminalizzazione delle persone in movimento e di ripristinare efficaci operazioni di ricerca e soccorso in mare, auspicabilmente anche con una missione europea dedicata.       Redazione Italia
Cinque agenti sotto copertura infiltrati in Potere al Popolo: “Operazione illegittima, il governo risponda”
Un’inchiesta di Fanpage rivela il piano di infiltrazione della polizia in quattro città. Gli agenti partecipavano a manifestazioni e campagne elettorali. Oggi il partito denuncia: “Violata la democrazia”. Screenshot preso dall’inchiesta video di Fanpage Si spacciavano per studenti universitari preoccupati dal carovita, dal tema della casa e dalla questione palestinese; in realtà erano cinque agenti della Polizia di Stato, tutti giovani reclute del 223° corso allievi, trasferiti poi all’Antiterrorismo, che per mesi hanno infiltrato il partito Potere al Popolo e le organizzazioni giovanili che frequentano il partito: Collettivi Autorganizzati Universitari e Cambiare Rotta. L’operazione, ricostruita da Fanpage attraverso documenti e testimonianze, sarebbe avvenuta tra l’autunno 2024 e la primavera 2025 in quattro città – Milano, Bologna, Roma e Napoli – con modalità quasi identiche: gli agenti si inserivano nei collettivi studenteschi presentandosi come studenti fuorisede arrivati in città e partecipavano a cortei e assemblee, in molti casi sostenendo attivamente le campagne elettorali del movimento. “Siamo tutti antifascisti”: gli agenti in prima linea Le immagini raccolte dall’inchiesta mostrano i poliziotti in azione: a Milano, due agenti hanno preso parte a manifestazioni, tra cui una contestazione a Carlo Calenda e una protesta all’Università Bicocca contro Tommaso Foti (FdI). Uno di loro, immortalato in video, si copre il volto con uno striscione dopo pochi secondi. A Bologna, un agente ha partecipato al corteo del 27 maggio contro Giorgia Meloni, lo stesso giorno in cui esplodeva il caso dell’infiltrato di Napoli. “Urlava slogan antifascisti, poi è sparito il giorno dopo”, racconta Giuliano Granato, portavoce nazionale di Potere al Popolo a Fanpage. A Roma, l’infiltrazione è fallita grazie alla diffidenza degli attivisti: “Faceva troppe domande, non l’aveva mai visto nessuno”, spiega Anita Palermo di Cambiare Rotta. Il silenzio del governo La scoperta dei primi infiltrati, a Napoli lo scorso maggio, aveva portato a tre interrogazioni parlamentari (Pd, AVS, M5S), ancora senza risposta. Fonti di polizia avevano inizialmente liquidato l’episodio come “iniziativa personale”, ma l’inchiesta dimostrerebbe un piano coordinato: tutti e cinque gli agenti sono stati trasferiti. La vicenda si intreccia, inoltre, con lo scandalo Paragon, lo spyware trovato sui telefoni di giornalisti e attivisti. “Siamo di fronte a metodi da regime”, accusano le vittime. Oggi alle 16, a Roma, Potere al Popolo ha tenuto una conferenza stampa per chiedere verità. Queste sono le reazioni: Giuliano Granato (Potere al Popolo) Perché infiltrare un partito politico? Le infiltrazioni di agenti in movimenti studenteschi e politici non sono casuali, ma un’operazione pianificata. Chiediamo alla Presidente Meloni di chiarire chi ha ordinato questa attività degna di uno Stato autoritario, che viola libertà costituzionali come associazione e dissenso. Se oggi si spiattella e si reprime chi critica il governo, domani sarà troppo tardi: la democrazia non è la possibilità di fare un post su Facebook o Instagram, ma il diritto di organizzarsi per cambiare le cose. È questo che fa paura a chi governa. Don Mattia Ferrari (Mediterranea Saving Humans) Perché spiare organizzazioni che salvano persone in mare e che esercitano liberamente il diritto di associazione? Spiare attivisti umanitari e un telefono usato per raccogliere le grida dai lager libici è un attacco alla democrazia. Chiediamo verità: perché Mediterranea Saving Humans e chi difende i diritti dei migranti sono considerati ‘minacce’? La democrazia non è un fatto compiuto, ma un cammino che oggi rischia di fermarsi se lo Stato invece di proteggere i vulnerabili, perseguita chi li aiuta. Le istituzioni rispondano: chi ha ordinato questo sbarramento dei diritti costituzionali? Gianluca Bruni (CAU) e Alice Natale (Cambiare Rotta) Perché spiare le articolazioni giovanili di Potere al Popolo? Un agente sotto copertura infiltrato in un collettivo studentesco non è ‘sicurezza’, è Stato di polizia. Il governo Meloni usa l’antiterrorismo contro studenti che si mobilitano per la casa, la Palestina e i diritti. Se essere eversivi significa difendere il diritto all’abitare, denunciare le morti sul lavoro e stare con la Palestina, allora sì: siamo tutti colpevoli. A loro la repressione, a noi la piazza e la verità. L’agente ha partecipato anche attivamente alle elezioni universitarie del CNSU e alla contestazione di Bologna il 27 maggio, quando noi eravamo in piazza a denunciare appunto il caso di Napoli che era appena uscito. Noi non nascondiamo nulla: lunedì saremo davanti ai rettorati per chiedere che l’università, luogo di sapere critico, non accetti questa repressione. Il governo risponda alle tre interrogazioni parlamentari: il silenzio su questi fatti è già una risposta inaccettabile. Sulla vicenda sono intervenuti anche i parlamentari che hanno presentato le interrogazioni, accomunati dalla richiesta di verità nonostante le differenze politiche. Ecco le loro dichiarazioni: Giuseppe De Cristofaro (AVS) Siamo dinanzi a un comportamento che va al di là della normale dialettica politica. Qualcuno sta mettendo la Costituzione italiana sotto ai piedi, immaginando una torsione antidemocratica e autoritaria che cambia i connotati stessi della nostra democrazia. Lo spionaggio contro Potere al Popolo e Mediterranea non è un problema solo di chi è stato spiato, ma un’emergenza che riguarda tutti i democratici e chiunque abbia a cuore i valori costituzionali – l’unica bussola per la politica in Italia. Esprimo piena solidarietà, mia e della mia forza politica, a chi ha subito queste operazioni. Il governo deve venire in Parlamento non per spiegare a noi, ma al Paese intero: deve dire se ancora crede nei principi fondanti della Repubblica. Perché oggi tocca a Potere al Popolo, domani potrebbe toccare a un sindacato o a un’altra forza politica. Questa vicenda non è isolata: si lega al premierato, all’autonomia differenziata, al pacchetto sicurezza. Sono troppi i puntini che disegnano un allarme democratico gravissimo. Su questo non ci fermeremo: continueremo a lottare perché la verità venga a galla. Gilda Sportiello (M5S) Il governo è tenuto – è un suo preciso dovere – a dare risposte precise alle domande poste attraverso gli atti parlamentari. Non deve neanche scomodarsi a venire in aula (visto che il rispetto per le istituzioni non è affare di questa maggioranza), ma pretendiamo una risposta formale. I fatti sono gravi: la vicenda Paragon, le infiltrazioni denunciate da Potere al Popolo a Napoli e in altre città, si collegano a un disegno politico allarmante, confermato anche dalle durissime parole della Cassazione sul decreto sicurezza. Un disegno che, sotto falsa retorica securitaria, opprime il dissenso e stravolge il nostro sistema legislativo con aggravanti propagandistiche. Siamo preoccupati perché la Presidente Meloni, che si era scandalizzata per un’inchiesta giornalistica legittima, tace di fronte a operazioni illegittime e violente, che hanno violato la vita privata e associativa di Potere al Popolo. A oggi, non una parola di spiegazione. Esprimiamo solidarietà a Potere al Popolo, Mediterranea Saving Humans e a tutte le realtà colpite da questa deriva autoritaria. Arturo Scotto (PD) Ci troviamo di fronte a un clima profondamente claustrofobico. Questa destra ha un rapporto malato con i corpi dello Stato: pensa di poterli controllare, utilizzarli per infiltrarsi in organizzazioni politiche e sindacali, per spiare giornalisti, attivisti e persino parroci. Questo ci dice che l’Italia sta trasformando la propria Costituzione materiale. Non è la prima volta che assistiamo a tentativi di sovversivismo delle classi dirigenti contro le organizzazioni democratiche e i contropoteri – come la stampa e i corpi intermedi – che sono essenziali in qualsiasi democrazia. Di fronte a questo, non possiamo né abbassare la testa né stare in silenzio. Occorre fare rumore e difendere anche chi è distante da noi. Personalmente sono molto distante dall’esperienza politica di Potere al Popolo, ma la mia cultura politica mi dice che occorre difenderli quando vengono attaccati con questi mezzi tipici del sovversivismo delle classi dirigenti. Esprimo piena solidarietà a Potere al Popolo e a tutte le realtà colpite da queste pratiche illiberali. Mi domando: dove sono finiti i liberali? Dove sono quelli che negli ultimi anni ci hanno dato lezioni di democrazia?   Emiliano Palpacelli
Il mare affondato: Mediterranea Saving Humans tra CPR, indagini e rifugi
Sabato 14 giugno 2025, presso il Magazzino sul Po di Torino, ha avuto luogo il prefestival Contre Chants di Mediterranea Saving Humans; al suo interno è stata organizzata la conferenza “Reato di migrazione. La criminalizzazione delle persone migranti dalla Valsusa ai CPR”. Tre i protagonisti della discussione: in apertura Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Rescue, ha parlato delle difficoltà e delle ingiustizie che i migranti affrontano una volta giunti in Italia; a seguire Maurizio Veglio, avvocato specializzato nel campo del diritto dell’immigrazione e membro dell’Associazione Studi Giuridici Immigrazione, ha raccontato della complessa e problematica realtà dei CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio); infine Silvia Chicco, operatrice socio-legale presso il Rifugio Fraternità Massi di Oulx, dipinge l’articolato sistema migratorio alla frontiera italo-francese. Laura Marmorale costruisce l’importante cornice dell’evento: il 28 maggio 2025, sette figure orbitanti attorno alla Mare Jonio (nave rimorchiatore di proprietà della Mediterranea Saving Humans dedita al monitoraggio ed al soccorso di migranti nel Mediterraneo) sono state rinviate a giudizio dal GUP del Tribunale di Ragusa per favoreggiamento aggravato dell’immigrazione clandestina. È la prima volta in cui il processo ad una ONG arriva alla fase del dibattimento. Il caso in breve: il 4 agosto 2020 la nave portacontainer Maersk Etienne trae in salvo nel Mediterraneo (a circa 20 miglia nautiche dalla Libia) un gruppo di 27 naufraghi. Per il salvataggio la Etienne segue le istruzioni date dagli ufficiali del coordinamento dei soccorsi maltesi, ma Malta successivamente non dà il permesso di sbarco sul proprio territorio (Malta ha una lunga storia di negligenza nei confronti dei naufraghi provenienti dall’Africa). Dopo aver ricevuto rifiuti da diversi altri Paesi per effettuare lo sbarco, l’11 settembre la Etienne trasferisce i migranti, sempre più in condizioni sanitarie precarie (tre di loro tentano il suicidio durante la permanenza a bordo della nave danese), sulla Mare Jonio (qui salgono 25 dei 27 naufraghi, una donna incinta ed il marito sono stati precedentemente condotti in porto per cause sanitarie). Il 12 settembre, previa autorizzazione dell’Italia, la Mare Jonio sbarca a Pozzallo. Un mese dopo, ad ottobre, la Maersk Tankers (società armatrice della Etienne) versa una somma di 125mila euro alla Idra Social Shipping (società armatrice della Jonio) per aiutarla nelle spese riferite al soccorso avvenuto. L’operazione viene regolarmente rendicontata e si inserisce nell’ambito delle possibilità previste dalle Convenzioni internazionali. Da qui nasce la contestazione della procura di Ragusa; secondo l’accusa l’intera operazione di salvataggio ha avuto luogo per poter incassare quel denaro. Mediterranea Saving Humans è convinta di aver operato nell’ambito della legalità ed il giorno dopo la decisione del GUP viene annunciato l’acquisto, programmato da tempo, di una nuova nave da aggiungere alla loro flotta. Marmorale, con voce grintosa ma anche amareggiata, sottolinea la barbarie della criminalizzazione dell’immigrazione (ironicamente uno dei pochi temi bipartisan, condivisi tanto dai governi di sinistra, tanto da quelli di destra) e del trattamento della materia dell’accoglienza solo in termini securitari. Conseguentemente, in questo modo, denuncia la presidente di Mediterranea Rescue, il centro gravitazionale smette di essere il migrante e si trasferisce al cittadino. Maurizio Veglio interviene: un migrante irregolare che arriva in Italia e a cui non viene rilasciato il permesso di soggiorno viene prontamente spedito nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Nonostante questi soggetti siano sottoposti unicamente a sanzioni amministrative, vengono trattati come se avessero compiuto reati penali o fossero indagati. Quello che avviene nei CPR è un trattenimento amministrativo del tutto sposato con scelte politiche che puntano verso una torsione repressiva nei confronti dei migranti. L’isolamento, la segregazione e le condizioni disumane sono gli assoluti protagonisti di questi luoghi. Uno degli eventi più gravi è stato il suicidio di Moussa Balde (23 anni, originario della Guinea) avvenuto nel maggio 2021 presso il CPR di Torino, chiuso nel 2023 per manutenzioni e riaperto il 24 marzo 2025. L’avvocato Veglio ci tiene a concludere il proprio contributo presso Contre Chants con un tocco di ottimismo: La Corte di Cassazione di Roma, la Corte di giustizia dell’Unione europea e la Corte europea dei diritti dell’uomo concordano tutte sulla tutela della vita privata e la sua natura di diritto inviolabile. Grazie a questo riconoscimento può essere socialmente protetta la vita privata delle persone (e, dunque, anche quella dei migranti irregolari e non). In altre parole, continua Veglia, chi è migrante in Italia da svariato tempo ed ha coltivato una vita privata non può venire espulso come se nulla fosse. Conclude la conferenza Silvia Chicco, operatrice socio-legale presso il Rifugio Fraternità Massi di Oulx destinato ai migranti di passaggio in Valle di Susa. Chicco racconta delle difficoltà affrontate dai migranti nel superare il confine francese per poter continuare il loro viaggio in Francia o in altri Paesi europei. Lo scopo del rifugio è quello di accogliere i migranti rigettati dalla frontiera offrendo loro un letto dove dormire, cibo e consulenza legale. Per fortuna, racconta l’invitata, tutti coloro che passano dal rifugio riescono a passare la frontiera, nonostante vengano trattati come criminali dagli organi di sicurezza statali. La chiusura dell’evento porta con sé una riflessione: è necessario affrontare a livello politico la questione migratoria; ma per farlo è di vitale importanza considerare le persone come tali; ovvero degne di attenzioni, rispetto e cura. Un Paese virtuoso lo si riconosce per le benevole premure rivolte nei confronti dei più deboli. Michael Giargia