Arina Santini e Riccardo Maria Bruno: gli influencer italiani reclutati da Israele
Due giovani influencer vicini alla galassia sovranista italiana – Arina Santini
e Riccardo Maria Bruno – stanno raccontando da alcuni giorni su Instagram un
viaggio in Israele organizzato, almeno stando a quanto dichiara lei, dal
ministero degli Esteri di Netanyahu: «Invited by Ministero degli Esteri
israeliano», si legge nel post con cui Santini ha aperto il suo diario di bordo.
Da Gerusalemme non è arrivata alcuna conferma, né si sa chi abbia pagato voli e
alberghi, ma il tono della trasferta si capisce dalle immagini: una foto davanti
a un carro armato il secondo giorno, una davanti a un McDonald’s il quarto, nel
mezzo panorami e room tour degli hotel.
Santini ha ventiquattro anni, è italo-russa, conta circa 47mila follower su
Instagram e a luglio si è fatta conoscere dal pubblico radiofonico come ospite
della trasmissione radiofonica La Zanzara, dove, con indosso una maglietta con
la scritta “White Lives Matter”, ha proposto una remigrazione «su base etnica».
Sul suo profilo si alternano scatti con Matteo Salvini e Roberto Vannacci e, a
settembre, una posa davanti al pannello di CPAC Italy, la conferenza dei
conservatori americani che ha scelto Roma come nuova tappa europea. Bruno, per i
follower “Rick”, si descrive invece come autore satirico: ha un canale YouTube
da circa milleduecento iscritti, un libro autopubblicato dal titolo Deficienza
Artigianale e vanta anche un intervento sul palco di Atreju, la festa di
Fratelli d’Italia, nel 2025.
Il viaggio si è aperto con una storia Instagram dal tono goliardico: «Ciao
ragazzi, siamo in Palestina e come potete vedere non siamo esplosi. Quindi
niente, forse state solo esagerando». Bruno ha poi mostrato i rifugi, il confine
fortificato con la Striscia e il memoriale delle vittime del 7 ottobre,
scrivendo in un post che Hamas non è la resistenza ma un gruppo di «sanguinari
terroristi e tagliagole», e ha pubblicato un video accompagnato dalla scritta
«Direttamente dalla striscia di Gaza». Il luogo esatto delle riprese non è
verificabile, ma se fosse davvero entrato nella Striscia lo avrebbe fatto grazie
a un privilegio negato alla stampa: dal 7 ottobre 2023 Israele vieta ai
giornalisti stranieri l’accesso indipendente a Gaza e consente soltanto ingressi
scortati dall’esercito, mentre il ricorso presentato nel 2024 dalla Foreign
Press Association attende ancora una decisione della Corte suprema.
Il copione ricalca un modello già collaudato da Israele: nell’agosto 2025,
attraverso il ministero per gli Affari della Diaspora, una decina di influencer
americani e israeliani erano stati accompagnati al valico di Kerem Shalom per
smentire le denunce sulla carestia in corso nella Striscia di Gaza. I documenti
depositati al dipartimento di Giustizia statunitense hanno poi svelato
l’esistenza del cosiddetto “Esther Project”, una rete di creator retribuiti
tramite l’agenzia Bridges Partners con un budget fino a 900mila dollari che
punta a influenzare l’opinione pubblica americana in merito al genocidio in
corso a Gaza. Quest’anno la Knesset ha portato la spesa per la hasbara, la
cosiddetta “diplomazia pubblica” (ovvero la comunicazione di massa), a circa 730
milioni di dollari, oltre quattro volte quella del 2025.
A incrinare il racconto, però, sono state soprattutto le reazioni dei seguaci di
Santini, che l’hanno accusata di essersi venduta ai «poteri forti». La risposta
è arrivata in un lungo post in cui la giovane dà ai suoi follower dei «branchi
di cani», deride chi crede che «gli ebrei controllino i media», minaccia di
depositare «100 denunce» e liquida le accuse di genocidio con una battuta: «Ma
pensa te essere di destra e preoccuparsi di 70 levantini». Sulla teoria che
vuole Soros dietro la distruzione dell’Occidente, invece, si dice d’accordo
(«tutto vero»), ma sfida i suoi follower a trovare un legame tra il miliardario
e Netanyahu. Il testo prosegue tra un «a me va benissimo essere una colonia, mi
piace la comodità» e la profezia finale: «La destra sionista è la naturale
evoluzione della destra».
Una tesi che nel suo stesso campo non convince tutti, a giudicare da Il Primato
Nazionale, testata vicina a CasaPound, che ha dedicato alla vicenda un articolo
durissimo, ricordando che camminare lungo un reticolato non basta a smentire la
commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite che nel settembre 2025 ha concluso
che Israele ha commesso genocidio a Gaza, e descrivendo i due creator come
megafoni messi a disposizione di un apparato di propaganda già rodato, che li
usa per arrivare a un pubblico difficile da raggiungere direttamente.
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