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Quel rap nel quartiere in cui viviamo
UN BRANO RAP IL 31 GENNAIO, NEL GIORNO DELLA PROTESTA DI TORINO, HA PROVOCATO A JESI L’AZIONE DI POLIZIA PIÙ IMPONENTE CHE LA CITTADINA ABBIA MAI CONOSCIUTO, CON 60 AGENTI E NUMEROSI MEZZI COINVOLTI. GRAN PARTE DEGLI ABITANTI DELLO STORICO QUARTIERE POPOLARE SAN GIUSEPPE, DOVE È STATO GIRATO IL VIDEOCLIP DEL BRANO, SONO STATI SVEGLIATI DAL RUMORE DELLE PALE DI UN ELICOTTERO MILITARE, DECOLLATO A PESCARA. AUTORI E PROTAGONISTI DEL VIDEO UNA DECINA DI GIOVANI TRA I 17 E I 25 DELLA CITTÀ, PERLOPIÙ TUNISINI DI SECONDA GENERAZIONE, CHE VIVONO IN QUEL QUARTIERE. UNO DEI GIOVANI RAPPER DEL VIDEO, SI È RESO DISPONIBILE A PARLARE DEL CONTENUTO DEL VIDEOCLIP. C’È ANCORA SPAZIO PER CITTÀ NON MILITARIZZATE? “Nascondi i soldi nel cuscino di casa. E tu dov’eri quando il freddo qua passava. Questa è una street, una street puttana…”. È un passaggio del testo del videoclip rap BOARIO#1, pubblicato dal 15 gennaio su Youtube, e ricondiviso su canali official Instagram e Spotyfy, e i cui primi fotogrammi circolavano già sui social del 4 gennaio. Un brano rap che sabato 31 gennaio, poco dopo l’alba, ha provocato a Jesi probabilmente l’azione di polizia più imponente che la città abbia a memoria (coinvolti 60 agenti e diversi mezzi). Gran parte degli abitanti dello storico quartiere popolare San Giuseppe sono stati svegliati dal rumore delle pale di un elicottero militare, decollato a Pescara, che sorvolava a bassa quota la zona. Jesi è una città marchigiana di poco meno di 40.000 abitanti. Nota per aver dato i natali a Federico II di Svevia, al musicista Giovanni Battista Pergolesi, ad attrici del calibro di Valeria Moriconi e Virna Lisi, all’ex ct della nazionale di calcio Roberto Mancini, e a diversi campioni olimpici della scherma. Una realtà in cui si vive bene, con problemi comuni a tante città di provincia. Il videoclip dal titolo BOARIO#1 è stato girato proprio in una zona del quartiere, il Campo Boario. Autori e protagonisti del video una decina di giovani tra i 17 e i 25 della città, perlopiù tunisini di seconda generazione, che vivono in quel quartiere. Da anni i generi rap e trap, sono diventati espressione di un sentire e di raccontare la vita di una gran parte del mondo giovanile. È un linguaggio artistico con il quale si può diventare famosi, uscire dal ghetto e finire a Sanremo, oppure rimanere nell’oblio dello stigma sociale. BOARIO#1 è a forte impatto, come lo sono quasi sempre le narrazioni e i linguaggi della musica rap e trap. Impressiona sicuramente l’uso di repliche di armi, che in un qualsiasi set cinematografico vengono utilizzate come “materiali di scena”. Anche la presenza di un cane (vivo) come comparsa. Indubbiamente BOARIO#1 evidenzia l’utilizzo di tecniche di ripresa professionali, e ha avuto come set di posa, proprio il quartiere di vita, se non di nascita per alcuni, di queste persone. In particolare il Campo Boario, originariamente destinato a funzioni agricole o di mercato, è stato da tempo riconvertito a zona polifunzionale, caratterizzata da aree verdi, strutture per lo sport (calcio, basket, pattinaggio) e spazi di socializzazione. Uno dei giovani rapper del video, si è reso disponibile a parlare del contenuto del videoclip. Come sei arrivato a utilizzare il linguaggio rap? Penso che l’unico modo per esprimerti è far sentire la tua voce, e il rap è la chiave per dar sfogo a tutta la tua creatività senza nessun danno, cosa che invece non è successa. Qual è il messaggio che vuoi dare a chi vede il video Boario #1? Perché è stato girato proprio in quel luogo della città? Non voglio dare nessun messaggio, voglio che nessuno segua il mio esempio. Il messaggio è proprio questo: l’esempio da non seguire. È stato girato lì perché è il quartiere in cui viviamo. Spesso la musica rap viene criticata perché usa riferimenti alla violenza. Non pensi che possa accadere anche a chi vede Boario #1? Boario #1 è una canzone che non mostra violenza. C’è un artista rap noto a cui ti ispiri? Ti piacerebbe diventare un rapper professionista? Ascolto Samara, Lacrim e un po’ di rapper italiani, ma non mi inspiro a nessuno. Diventare un artista professionista? Sì, mi piacerebbe, ma con i piedi per terra. So che non basta un video o un momento virale, servono studio, costanza e anche responsabilità. So che nel video non sembriamo responsabili, ma una persona dovrebbe conoscerci dal vivo prima di giudicarci. Lo strascico che lascia in città questa vicenda, un sedime che sarà difficile da rimuovere, da una parte è quello del riacutizzarsi di una ferita non trattata, e dall’altra l’odio social, scatenato non tanto dal fatto in sé, ma dalla narrazione che l’informazione mainstream marchigiana ha reso immediatamente sulla vicenda. Alla magistratura spetterà di giudicare i reati contestati nell’azione delle forze dell’ordine di sabato 31 gennaio. Compito però delle istituzioni civili sarà tentare una ricomposizione nel tessuto cittadino, tra gli abitanti del quartiere San Giuseppe, compresi i protagonisti del video rap che lì vivono, e il resto della città. Spetta alla città, se vuole pensarsi ancora come comunità, scegliere se vuole lavorare in un percorso di riconnessione civile e sociale, oppure cedere definitivamente alle conseguenze di un avvelenamento culturale dei pozzi che è in corso anni, e che potrebbe però fargli scoprire che il vento di Minneapolis è arrivato a soffiare fino alle nostre latitudini. Alla fine BOARIO#1 è solamente un prodotto musicale. Nel suo genere, sicuramente, di buona fattura. -------------------------------------------------------------------------------- A PROPOSITO DI PERIFERIE E MUSICA RAP: > I ponti rap di Librino -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quel rap nel quartiere in cui viviamo proviene da Comune-info.
February 3, 2026
Comune-info
Torino e Minneapolis
IL GOVERNO, DOPO TORINO, SI È RIUNITO PER METTERE A PUNTO UN NUOVO DECRETO SICUREZZA. LA VIOLENZA ESERCITATA ATTRAVERSO IL MONOPOLIO DELL’USO DELLA FORZA, È E SARÀ IL TRATTO DISTINTIVO DI UNA OCCUPAZIONE MILITARE DELLA SFERA CIVILE, OPERATA IN NOME DELLA “SICUREZZA”. IL PROPOSITO DI ATTACCARE MILITARMENTE LE ESPERIENZE DI COMUNITÀ A PARTIRE DAI CENTRI SOCIALI, RISCHIA DI ESSERE SOLO L’INIZIO. DEL RESTO È QUELLO CHE ACCADE NEGLI USA, DOVE TRUMP HA INVIATO L’ICE COME FORZA DI OCCUPAZIONE MILITARE NELLE CITTÀ STATUNITENSI “NEMICHE”, LÌ DOVE HA PREVALSO NELLE ELEZIONI IL VOTO DEMOCRATICO MA SOPRATTUTTO DOVE LE FORME DI COMUNITÀ, BASATE SU RETI DI SOLIDARIETÀ E MUTUALISMO, HANNO SAPUTO COSTRUIRE IN PARTICOLARE DA DOPO LA PANDEMIA, UN VERO SISTEMA DI PROTEZIONE SOCIALE AUTORGANIZZATO, RISPONDENDO COSÌ AL PROGRESSIVO VUOTO CREATO DAI GOVERNI. SCRIVE LUCA CASARINI: «LA GUERRA CIVILE È IL PIANO DEL POTERE COSTITUITO PER POTERSI RIPRODURRE NELLE FORME DELLA DEMOCRAZIA MINIMA E DELL’AUTORITARISMO. A MINNEAPOLIS I CITTADINI LO HANNO CAPITO BENE E HANNO DISERTATO. CHE NON VUOL DIRE “CHIAMARSI FUORI” IN UNA PASSIVITÀ CHE IN QUESTI TORNANTI DELLA STORIA SIGNIFICHEREBBE COMPLICITÀ. DAL LORO ESEMPIO DI LOTTA E DI CONTRASTO SOCIALE AI PIANI DI TRUMP, SI RICAVANO INVECE LEZIONI PREZIOSE SU COME SI PUÒ AGIRE CON FORZA E DETERMINAZIONE IL CONFLITTO SOCIALE E RIFIUTARE ALLO STESSO TEMPO IL PIANO DELLA GUERRA CIVILE…» Roma ottobre 2025, Spin time (uno degli spazi sociali, dove vivono 150 famiglie e dove sono nate reti di solidarietà e mutualismo, minacciati di sgombero): un momento di Tierra, techo y trabajo, incontro mondiale dei Movimenti Popolari -------------------------------------------------------------------------------- Possiamo guardare Torino e Minneapolis da un prospettiva importante: quello che i poteri costituiti stanno compiendo sulle nostre democrazie, o su quel che ne resta. Un articolo molto interessante su Avvenire, firmato da Diego Motta, sul dibattito statunitense dopo Minneapolis, fornisce molte suggestioni. Il governo si è riunito per mettere a punto un nuovo decreto sicurezza – non sappiamo a che numero siamo arrivati ormai – dal contenuto autoritario e pericoloso come mai prima. Dico “anche a prescindere da Torino” perché, come ci spiega il politologo Marco Valbruzzi, siamo “al bivio, tra uno scenario di ‘democrazia minima’ e i rischi di un neo-autoritarismo”. Il processo in corso, come spesso è accaduto nella storia, prende una forma più chiara a partire dagli Stati Uniti. Ma quello che Trump ha messo in atto, a Minneapolis come in tutto il paese, arriva anche qui, correndo attraverso i legami di una Internazionale Nera che ormai è sotto gli occhi di tutti. Oggi, al Consiglio dei ministri, ci sarà un salto di qualità nell’imboccare, anche in Italia, questa strada di oltrepassamento dello stato di diritto verso lo stato di polizia. Democrazia minima, guerra civile, contropoteri La “legge del più forte” non vale solo in politica estera, prima di tutto si mette in pratica sulle vie di casa. L’intimidazione di Stato, la violenza come sistema di potere, le milizie private che agiscono al di sopra delle regole, costituiscono il tratto distintivo di una restrizione senza precedenti, nemmeno nel secolo scorso durante il decennio della grande rivolta, dello spazio democratico. L’ICE, una delle agenzie statunitensi per l’Homeland Security, dedicata al controllo delle frontiere e della migrazione “illegale”, è stata trasformata in milizia privata della Casa Bianca, portata a circa 30.000 soldati effettivi, ed elevata a prima in classifica per finanziamenti. A differenza delle altre amministrazioni Usa, Trump l’ha inviata come forza di occupazione militare nelle città statunitensi “nemiche”, le cosiddette “città santuario”, lì dove non solo ha prevalso nelle elezioni il voto democratico, ma anche dove le forme di comunità, basate su reti di solidarietà e mutualismo, hanno saputo costruire in particolare da dopo la pandemia, un vero e proprio sistema di protezione sociale autorganizzato, rispondendo così al progressivo vuoto creato dai governi attraverso tagli ai sussidi, eliminazione dei programmi di assistenza agli espulsi dal mercato del lavoro, assenza di sostegno all’affitto, difficoltà di accesso a sanità ed istruzione. Il senso dell’attacco militare a queste città, è frutto di una lettura sull’egemonia: Trump, ma più di lui i suoi consiglieri come Miller e Vance, leggono questa forma comunitaria di creazione di istituzioni dal basso, come una minaccia culturale e politica ai dispositivi di controllo sociale propedeutici all’affermazione elettorale, che passano anche dalla riduzione in solitudine e precarietà dei soggetti sociali, sempre utili a essere indicati o come capri espiatori della “guerra tra poveri”, o paradossalmente trasformati in bacino di voti dei disperati. L’ICE diventa di fatto “milizia privata” quando il presidente gli conferisce, per decreto, la possibilità di agire al di sopra delle regole. Lo “scudo penale” per la milizia, è il presupposto fondamentale per privatizzarne l’azione e disporne fuori e oltre lo stato di diritto. Lo scudo penale per le forze dell’ordine è il centro anche del nuovo decreto sicurezza in Italia, e non è un caso. L’idea è una sorta di “immunità” legale per gli apparati militari che gestiscono l’ordine pubblico. Superando in qualche modo la carta costituzionale e introducendo un doppio standard per il rispetto delle leggi. Così facendo gli apparati dello Stato, diventano “milizia della nazione” con i poteri dello Stato. È uno dei tratti distintivi della “democrazia minima”. Poteri dello Stato e nazione Interessante appare anche il processo di traslazione da “governo nello Stato” a “governo della nazione”. Lo Stato e i suoi apparati istituzionali e militari, per gli attuali governanti, sono strumenti per il governo della nazione. È la “nazione” l’obiettivo finale. Vincere le elezioni dunque, seguendo questa traiettoria di pensiero dell’Internazionale Nera in azione oltre Atlantico e nella vecchia Europa, non equivale a governare pro tempore la “res publica”, ma a prendere i poteri dello Stato per usarli per creare la “nazione”. I salti rapidi verso lo stato di polizia avvengono all’interno di quelle che sono le teorie del “nativismo”, secondo cui gli interessi dei “nativi”, gli abitanti originari di un territorio, vengono prima dei diritti degli altri. Questa progressiva e insistente affermazione del concetto di “nazione” si avverte nella narrazione fin dal primo giorno di governo di Giorgia Meloni. Ma come si coniuga l’imperialismo trumpiano con la teoria nativista delle destre europee? Per Mattia Zulianello, professore associato di Scienza politica all’Università di Trieste, lo scontro tra l’internazionale imperialista di Trump e la destra nativista europea alla lunga può diventare inevitabile, eppure oggi c’è un tema ricorrente su cui tutti si ritrovano: la remigrazione». Lo spostamento, meglio sarebbe dire la deportazione, di migranti dallo Stato in cui si trovano adesso al proprio Paese può rappresentare, secondo Zulianello, «il collante tra questi radicalismi, che paiono essere solo all’inizio della loro traiettoria storica. Va ricordato peraltro che questi venti soffiano da tempo nel Vecchio continente, ben prima dell’avvento del movimento “Maga” negli Usa». Guerra civile, autoritarismo elettorale e “verità efficace” L’autoritarismo elettorale può concretizzarsi solo con l’immaginario della guerra civile come contesto. La guerra interna, il “noi contro voi” ha nei migranti e nelle esperienze di comunità solidali il suo target ideale. Ma va detto: la guerra civile è il piano del potere costituito per potersi riprodurre nelle forme della democrazia minima e dell’autoritarismo. A Minneapolis i cittadini lo hanno capito bene e hanno disertato. Che non vuol dire “chiamarsi fuori” in una passività che in questi tornanti della storia significherebbe complicità. Dal loro esempio di lotta e di contrasto sociale ai piani di Trump, si ricavano invece lezioni preziose su come si può agire con forza e determinazione il conflitto sociale e rifiutare allo stesso tempo il piano della guerra civile. Lo stato di polizia è sospinto dall’immaginario della guerra civile. Il lavoro per l’arruolamento delle opinioni pubbliche, per creare il “noi contro voi” è plasticamente rappresentato dall’uso selettivo di video, a Torino come a Minneapolis, scelti ad arte, modificati selezionando i frame utili e occultando il prima e il dopo, per in/formare e cioè creare la “verità efficace” come la chiama Umberto Galimberti in un suo recente saggio. Questa gestione degli accadimenti fatta direttamente dal governo, selettiva e manipolata, è identica in Italia come negli states. Renee Good “ voleva investire con l’auto i militari” e Alex Pretty “aveva intenzione di compiere una strage”. La figura del “terrorista urbano” è funzionale alla restrizione del diritto a protestare e opporsi al governo. Per tutti ovviamente, e in ogni forma anche pacifica. E di “terrorismo urbano” parla oggi Piantedosi come il suo collega Gregory Bovino. Le leggi speciali hanno sempre bisogno di un motivo eccezionale, di una “minaccia alla sicurezza nazionale”. La stessa motivazione utilizzata per spiare me e tanti altri con il software militare Paragon, utilizzato anche da ICE. Serve un argine democratico Se come sembra passerà questo ennesimo decreto sicurezza, saranno introdotti gli arresti preventivi di oppositori politici, e la polizia godrà di immunità (scudo penale). Spero che tutti si rendano conto di cosa questo possa significare. Non abbiamo mai conquistato in questo paese nemmeno la possibilità di avere i codici identificativi sui caschi, nemmeno dopo Genova. Immaginatevi il messaggio che arriva a chi ha in dotazione “il monopolio dell’uso della forza” con la rassicurazione dell’immunità legale. Ma è la strada imboccata da questo governo e in piena sintonia con una tendenza generale della sua parte politica globale. Non mi soffermo su ciò che accadrà alle navi del soccorso civile in mare, anch’esse nel mirino per chi trasportano dopo un soccorso, che secondo il decreto potrà essere prelevato da bordo e deportato in un centro di detenzione, anche in Albania. Ma se si mettono insieme queste cose con il referendum sulla giustizia che altro non può essere, al di là del merito e in queste circostanze, che un tentativo di dare un colpo ai giudici che osano contraddire il governo, e con il premierato, ne esce un quadro chiaro: la “democrazia minima”, il progressivo scivolamento verso lo stato di polizia, la guerra interna permanente come condizione per giustificare leggi speciali che conferiscono pieni poteri a chi governa. Io credo che oggi dobbiamo tutti concentrarci su questo: serve un argine democratico consapevole della posta in gioco, e solido nelle sue convinzioni. Che si prepari a reggere una situazione senza precedenti in materia di violazione dei diritti civili e umani. La violenza esercitata attraverso il monopolio dell’uso della forza, è e sarà il tratto distintivo di una occupazione militare della sfera civile, operata in nome della “sicurezza”. Il proposito di attaccare militarmente le esperienze di comunità a partire dai centri sociali, non è che l’inizio. La rete di associazioni solidali, di mutuo soccorso, e anche di riprogettazione urbana incentrata sull’accoglienza e sulla creazione di servizi sociali dal basso, è la ragione più ampia di questo tentativo disciplinare violento. Le città amministrate da giunte disponibili a dialogare con queste esperienze, sono un target anche perché inquadrate dal governo centrale come competitor elettorali. La “re-migrazione”, che già abbiamo definito come l’anello di saldatura europeo e transatlantico dell’Internazionale nera del suprematismo bianco, avrà la sua costituzione formale e materiale. Formale come una campagna per l’approvazione di una legge di iniziativa popolare dalla componente xenofoba e razzista della maggioranza, “costituzione materiale” nell’azione governativa concreta, retate sulla base del colore della pelle (racial profiling come già denunciato dal Consiglio d’Europa), deportazioni, internamenti in campi di detenzione sparsi sul territorio nazionale e in enclave costituite all’estero. In migranti sono un paradigma. Quello che è fatto a loro, sarà fatto a noi. La diserzione dalla guerra civile, la costruzione creativa e generativa della disobbedienza sociale al deserto militarizzato che persegue il governo, sono temi in discussione. Il “come fare” non può prescindere dal “come si legge” ciò che abbiamo difronte. Ma l’argine democratico ci vuole a prescindere. Sempre è sbagliato dare l’immunità ai corpi di polizia. Sempre sono sbagliati i processi sommari. Sempre sono da contrastare le derive autoritarie che impongono lo stato di polizia. Sempre bisogna battersi perché anche i “colpevoli” in uno stato di diritto, abbiano dei diritti e delle garanzie. Perché gli arrestati non siano riempiti di botte nelle caserme. Perché i manifestanti non siano massacrati nelle piazze. Sempre bisogna rifiutare l’idea che gli esseri umani possano essere trattati come rifiuti, come scarti. L’argine democratico, sia dalle istituzioni che dalla società civile o dalla Chiesa, questo dovrebbe soprattutto fare. A prescindere. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GUIDO VIALE: > Bisogna partire dalle proprie forze -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Torino e Minneapolis proviene da Comune-info.
February 3, 2026
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Tra le macerie del neoliberismo urbano
-------------------------------------------------------------------------------- Atene. Foto Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Per Natale, un amico mi ha regalato un libro che invito tutti a leggere: Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano, di Antonio Di Siena. Parla di quello che sta succedendo nella dimenticatissima Grecia, per poi parlare di tutto il Sud Europa – Portogallo, Spagna e Italia compresi. Tutti ricordano la grande crisi greca attorno al 2010, con un referendum che respinge le condizioni capestro imposte dall’Unione europea per un prestito, referendum poi respinto a sua volta dal governo: si è passati poi a permettere i licenziamenti senza motivazioni, a tagliare le pensioni e a sospendere le contrattazioni collettive. In particolare, si è imposto di far pagare la crisi delle banche ai debitori, i milioni di greci che prima della crisi avevano fatto un mutuo per la casa o per far studiare i figli: da qui centinaia di migliaia di case private messe all’asta online. Con le banche che facevano di tutto quindi per impedire la restituzione dei debiti. Case poi riciclate nell’industria internazionale degli affitti brevi. Ad Atene oggi “gli host mono annuncio, il piccolo proprietario che affitta la casa della nonna, generano appena il 15-20 per cento del mercato short term rental. Tutto il resto è appannaggio di società immobiliari, gestori multipli e property manager”. Per inciso, a Firenze il 69,7 per cento degli annunci è attualmente gestito da host imprenditoriali con tante proprietà. Il libro racconta tante storie di questi giorni ad Atene. Che sono le storie di tutta l’Europa meridionale, in cui tutti noi ci riconosciamo (Antonio Di Siena presenta anche una tesi fondamentale, quello del welfare surrogato, che però merita un approfondimento a parte.). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tra le macerie del neoliberismo urbano proviene da Comune-info.
December 26, 2025
Comune-info
Una città diversa
C’È LO SGOMBERO AVVENUTO IN UNA SITUAZIONE TUTT’ALTRO CHE LIMPIDA. C’È POI LA MANIFESTAZIONE DI SABATO, CON I LACRIMOGENI DELLE FORZE DELL’ORDINE SPARATI AD ALTEZZA UOMO. MA PRIMA DI TUTTO QUANTO ACCADE A TORINO È UN ATTACCO ALLA POSSIBILITÀ DI IMMAGINARE UNA CITTÀ DIVERSA: PERCHÉ SI PUÒ ESSERE D’ACCORDO O MENO CON ALCUNE SCELTE E PRATICHE POLITICHE, MA ASKATASUNA, COME MOLTI ALTRI SPAZI DI TANTE CITTÀ, RESTA UNO DEI POCHI LUOGHI DI TORINO CAPACI DI COSTRUIRE RELAZIONI SOCIALI, TRA DOPOSCUOLA, INIZIATIVE CULTURALI, SPORT POPOLARE, MUTUALISMO. IL CUORE DELLA QUESTIONE È CHIARO: A QUELLI CHE SONO IN ALTO NON PIACE CHI METTE IN DISCUSSIONE L’IDEA DI CITTÀ COME SPAZIO REGOLATO DAL MERCATO (GRAZIE AL QUALE, AD ESEMPIO, TORINO HA OLTRE 6.000 SFRATTI IN CORSO E 75MILA ABITAZIONI INUTILIZZATE), E DALL’AMMINISTRAZIONE -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì mattina a Torino è stato sgomberato Askatasuna, uno dei più noti centri sociali in Italia. Il nome, in basco, significa “libertà” e non è una scelta casuale. Lo sgombero, come ormai noto, è avvenuto in una situazione tutt’altro che limpida, al termine di perquisizioni disposte nell’ambito di indagini su disordini e atti vandalici che hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di diverse persone legate ai centri sociali torinesi. Askatasuna, però, non è solo un luogo politico: è stato per anni uno spazio vivo, attraversato da attività sociali, culturali e solidali, un punto di riferimento per il quartiere e per molte persone che lì hanno trovato supporto, relazioni, iniziative aperte alla città. Ridurre tutto a una questione di ordine pubblico significa cancellare questa storia e non interrogarsi sul vuoto che uno sgombero così produce. Ma uno sgombero non è mai un atto neutro. È un gesto politico, anche quando viene presentato come semplice applicazione della legge o ripristino dell’ordine. Chiudere uno spazio come Askatasuna significa affermare una certa idea di città: una città in cui il conflitto viene espulso invece che attraversato, in cui le forme di aggregazione non istituzionali sono tollerate solo finché restano invisibili, innocue, silenziose. Nel quartiere, Askatasuna non era percepito solo come un “centro sociale”, etichetta spesso usata per semplificare e delegittimare. Era uno spazio attraversato da studenti, famiglie, migranti, associazioni informali. Un luogo dove si facevano doposcuola, iniziative culturali, sport popolare, mutualismo. Dove si costruivano legami. Lo sgombero non cancella solo dei muri occupati: cancella relazioni, interrompe pratiche, lascia un vuoto che difficilmente verrà colmato da politiche pubbliche. Centri come Askatasuna hanno svolto una funzione che le istituzioni faticano a riconoscere: hanno trasformato spazi inutilizzati in luoghi di relazione, offrendo attività culturali accessibili, supporto informale, pratiche di mutualismo, sport popolare, momenti di confronto politico. Non sostituiscono i servizi pubblici, ma ne mostrano le mancanze. E lo fanno dal basso, senza finanziamenti strutturali, basandosi sul lavoro volontario e su una partecipazione che non è consumo, ma presenza. Per questo risultano spesso scomodi. Perché non chiedono solo di essere “tollerati”, ma mettono in discussione l’idea stessa di città come spazio regolato esclusivamente dal mercato e dall’amministrazione. Nei centri sociali la cittadinanza non è un titolo astratto, ma una pratica quotidiana: si costruisce nel fare insieme, nel prendersi cura, nel conflitto aperto quando necessario. Certo, non sono luoghi innocui o pacificati. La conflittualità fa parte della loro natura, così come l’opposizione a un ordine sociale che produce esclusione. Ma ridurli a problemi di ordine pubblico significa non voler vedere ciò che rappresentano: una forma di partecipazione politica e sociale che non passa dai canali tradizionali, e che proprio per questo viene spesso delegittimata o repressa. Lo sgombero rappresenta una guerra silenziosa contro forme di vita che non rientrano nei modelli dominanti. Non fa rumore, non occupa le prime pagine a lungo, ma erode pezzo dopo pezzo il tessuto democratico delle città. Qualcosa viene tolto a tutti: la possibilità di immaginare una città diversa, più porosa, più giusta, più viva. -------------------------------------------------------------------------------- Emilia De Rienzo, insegnante, formatrice, vive a Torino -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI CHIARA SASSO: > Smontato il processo di Torino -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una città diversa proviene da Comune-info.
December 20, 2025
Comune-info
Le luci della città
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Luci della città è il titolo di uno dei film più belli e noti di Charlie Chaplin. Film muto del 1931 – scritto, prodotto, diretto e interpretato da Chaplin – racconta con struggente dolcezza la storia di una giovane fioraia cieca che, grazie all’aiuto finanziario del protagonista, ritrova la vista. Il film termina con l’episodio della fioraia che riconosce il suo benefattore tramite una stretta di mano. La mano che, da cieca, aveva avuto modo di sentire e apprezzare come strumento di bontà nei suoi confronti. A causa del pretesto commerciale del natale le nostre città sono inondate di luci. Luci artificiali che si vorrebbero festive, gioiose e spensierate. Si propongono di compensare così le innumerevoli tenebre che sembrano invece prosperare poco lontano. Le luci delle nostre città appaiono false e poco credibili perché, invece di illuminare, accecano gli occhi, le parole e financo una festa così innocente come quella natalizia. Si tratta di luminarie che, in realtà, tradiscono la luce. Fanno parte dello spettacolo che, come su un palcoscenico, accendono e attirano l’attenzione su ciò che si vuole sottolineare. Le cose vere e autentiche sono però altrove, all’ombra, al buio, nelle trincee che da troppe parti si stanno scavando tra un cimitero e l’altro. Sono, invece di assordanti luci, silenzi gravidi di sofferenze, umiliazioni, paure e file interminabili di sfollati che, protetti dalle tenebre, tentano di scavalcare i fili spinati delle frontiere. Le luci delle città nascondono, complici, le tenebre. Chi, come chi scrive, ha avuto il privilegio di vivere per alcuni anni in Africa Occidentale, ricorderà i tagli all’elettricità o i black out improvvisi specie nella stagione calda dell’anno. Nel buio delle capitali e delle città si sentiva con nitidezza la musica prodotta dai generatori di corrente. Di varie dimensioni e per tutte le borse creavano un’atmosfera quasi magica e fatalmente interrotta dal grido di gioa dei bambini quando la corrente era ripristinata. Da quelle parti le luci della città erano povere e vere. Luci di città beffarde, ingannatrici, eccessive, arroganti e fuorvianti rispetto al mondo e alla verità dell’avvenimento che le luci vorrebbero mistificare. In città sarebbe meglio instaurare l’oscurità, la penombra, il coprifuoco non appena tramonta il sole e fino all’aurora del primo giorno della settimana. Affinché si possa meglio udire il grido… “Sentinella quanto resta della notte”, perché poi “arriva il mattino e poi ancora la notte”, risponderebbe la sentinella. Il buio sarebbe più sincero. Con che diritto e come osare mettere le illuminazioni più sfrontate nelle città quando si fa la propaganda delle guerre e muoiono, lontano dalle luci, i migliori tra loro. Cercatori di utopie, fabbricatori di sogni, disegnatori di nuovi sentieri, funamboli di frontiere inventate, minatori di parole libere e poeti dalle nude mani fioriscono solo nella notte. Bisognerà spegnere le luci superflue e lasciar brillare le stelle per quanti nasceranno quella notte. Tutti sentiranno allora il canto del mattino. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > La guerra è la pace -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le luci della città proviene da Comune-info.
December 7, 2025
Comune-info
Sui nuovi mondi
SI POTREBBE COMINCIARE DA QUELLE COMUNITÀ CHE, TRA INEVITABILI FRAGILITÀ, COSTRUISCONO RELAZIONI SOCIALI DIVERSE NELLA VITA DI OGNI GIORNO, NEI PICCOLI PAESI COME NELLE CITTÀ. ENZO SCANDURRA HA INSEGNATO URBANISTICA PER OLTRE QUARANT’ANNI: IL SUO INVITO A METTERE AL CENTRO IL FARE DI QUELLE ESPERIENZE CHE CERCANO NUOVI MONDI TRA MUTUO SOCCORSO E DEMOCRAZIA COMUNITARIA, È ACCOMPAGNATO DA ALCUNE DOMANDE. COME APRIRE UNA DISCUSSIONE SU UN CONCETTO ABBANDONATO, IL SOCIALISMO, IN ITALIA? SIAMO IN GRADO DI ALLONTANARCI DA INUTILI RIUNIONI E LITI SU LEADER E FORMAZIONE DI NUOVI ALLEANZE? E SE RINUNCIASSIMO A QUESTO PER VIVERE “COME SE”, COME SE IL SOCIALISMO FOSSE GIÀ PRATICATO? QUESTE E ALTRE DOMANDE HANNO PERÒ BISOGNO DI UN ÀNCORA: “MOLTI DI QUELLI CHE PARLANO DI SOCIALISMO COL SOLITO LINGUAGGIO, CON QUEL TRABOCCHETTO CHE AFFERMA CHE NON HANNO IMPORTANZA I MEZZI ATTRAVERSO I QUALI SI RAGGIUNGE QUESTO FINE, SARANNO COLORO I QUALI, CAMBIANDO SISTEMA, IL SOCIALISMO LO OSTACOLERANNO… NON SI PUÒ PRATICARE LA VIOLENZA PER COSTRUIRE UN MONDO DAL QUALE SI VUOLE ESPELLERLA” San Michele Salentino. Foto di Attacco Poetico -------------------------------------------------------------------------------- C’è un dibattito sul socialismo a venire? Ben venga in questo Paese anestetizzato, dalla coscienza atrofizzata, dalla mancanza di qualsiasi stupore per ogni cosa. Come sempre, si scontrano diverse analisi e visioni; tutte partono dal rifiuto di come va il mondo adesso, delle guerre, delle mediocri personalità che ci governano, delle disuguaglianze, delle ingiustizie, delle sopraffazioni, delle miserie e della crisi climatica che ci minaccia; insomma dal rifiuto del capitalismo e dell’ideologia neoliberista che rischia di trasformare il pianeta in un deserto. Eppure mi sento a disagio a parlare di questo tema in termini teorici: quale socialismo; quando il socialismo? Anziché immergerci in queste dotte analisi e pensieri, compito spropositato, preferirei pensare alla vita quotidiana delle tante piccole comunità disseminate un po’ ovunque, che senza parlare direttamente del tema, lo vivono con il proprio corpo, le fatiche del vivere, i piccoli conflitti, la gioia di fare insieme e di cenare insieme, l’amicizia, l’amore per le cose e la natura. Non è forse questo il socialismo? Oppure mi sbaglio? Penso a quel bel quadro di Pellizza da Volpedo e ci sembra che in esso, nelle sue figure ottocentesche, ci sia l’immagine del socialismo. Piuttosto che cercarlo nelle teorie, si potrebbero osservare queste comunità, la vita in piccoli paesi quasi abbandonati, il ritorno a pratiche di vita desuete, a un’economia che non abbia il fine del profitto, ma la produzione di beni materiali necessari alla vita quotidiana (La Restanza di Vito Teti). Lo sguardo della sinistra dovrebbe ruotare di 180 gradi e rivolgersi verso queste comunità e il loro modo di vita. Si impara solo spingendosi ai limiti per inoltrarsi su sentieri nuovi, mai praticati. Abbandonare le inutili riunioni, gli stanchi dibattiti, le liti nella sinistra, il leaderismo, la ricerca del Capo, la formazione di nuovi schieramenti e lasciarli soli questi politici, che si azzuffino pure per futili motivi, per contendersi qualcosa di cui non abbiamo bisogno. Senza il nostro riconoscimento essi sono personaggi inutili, senza alcun potere, persino ridicoli. E se appunto rinunciassimo a tutto questo e decidessimo di vivere “come se”, come se il socialismo fosse già praticato? E se ci immergessimo, noi non più giovani, in questo nuovo mondo di resistenza (femminismo, movimenti giovanili, studenti, ecc.)? Bisogna partire da se stessi, rinunciare al dover essere, al presidenzialismo, ai propri privilegi perché se uno sta più bene degli altri, ci saranno sempre quelli che stanno meno bene di lui. E rinunciare al dominio del patriarcato che affiora anche ai livelli istituzionali (vedi Nordio, Roccella). Partiamo dalle città, i luoghi dove vive e lavora la maggior parte delle persone (destinate a crescere nel tempo). Nulla ci impedisce di pensare (come già immaginava Murray Bookchin) che esse possano diventare “culle di comunità”, dove gli abitanti sono legati da vincoli comunitari e dove la solidarietà e la convivenza ne sono i requisiti fondamentali. Oggi siamo ben lontani da questa situazione, il capitalismo e l’ideologia neoliberista stanno trasformando le nostre città in luoghi di disperazione, di solitudine, di una guerra silenziosa tra ricchi e poveri. In primo luogo, bisogna abbandonare l’idea di metropoli, quel non-luogo di flussi e merci devastatore di territori e luoghi. Perché le persone abitano i luoghi fisici e non i flussi. Ma se si vogliono salvare le città (“Non si salva il pianeta se non si salvano le città” è il titolo di un bel libro di Giancarlo Consonni), bisogna ridefinire il concetto di democrazia, ovvero il suo perno fondamentale che consiste nella (crisi della) rappresentanza. Una democrazia reale si fonda sul volere/potere dei cittadini che si organizzano in comunità che, in quanto tali, prendono decisioni sull’organizzazione della propria vita; in sostanza comunità autogovernanti e di mutuo soccorso. Esperienze di tal genere si sono realizzate anche in Italia, purtroppo, in situazioni di emergenza come a L’Aquila (post terremoto), e durante l’epidemia di Covid. Una comunità non è un semplice aggregato di individui, afferma Debbie Bookchin (vedi Pratiche urbane e alleanze dei corpi, ne il manifesto del 20.11.2025): “una forma di organizzazione che chiamiamo comunitarismo. Si tratta di un progetto profondamente educativo in cui ci riappropriamo del senso di solidarietà e impariamo di nuovo ad autogovernarci”. Perché è proprio dalle città che nascono e si moltiplicano movimenti antagonisti al potere autocratico, come recentemente avvenuto a New York. Le città sono diventate fiere futili di eventi, di spettacoli, di turisti mossi dall’ansia di consumare, di rapine da parte di fondi immobiliari stranieri e non che le spolpano di ogni ricchezza e bellezza. Ma tanto più diventano prigioni per motivi di sicurezza, tanto più crescono movimenti antagonisti, per ora isolati, silenziosi, afoni. Casematte di un possibile risveglio? Esempi virtuosi di un altro mondo? È sufficiente questo? No, credo di no. Bisogna anche impegnarsi a cambiare i nostri governanti, a combattere per sostituirli con rappresentanti più onesti e capaci. Ma solo a partire dalle esperienze di questi nuovi mondi inascoltati e invisibili dalla politica, senza le quali ogni rinnovamento diventa impossibile. C’è poi il problema delle istituzioni; quelle in cui riponevamo la nostra fiducia non esistono più. Il neoliberismo si è mosso nella direzione di neutralizzarle: governi che decidono senza parlamenti, leggi che stanno per introdurre il presidenzialismo (leggi: fascismo), aggiungiamo il tentativo di eliminare i sistemi di controllo internazionali e quelli nazionali (Corte dei Conti, Banca d’Italia, magistratura). Difficile quindi contare in esse, piuttosto ci si dovrebbe interrogare su come risanare e rafforzare le “vecchie istituzioni” (Onu), e al tempo stesso crearne di nuove sovranazionali per affrontare problemi nuovi, sconosciuti in altre epoche, per esempio quelli connessi alla minaccia climatica (Luigi Ferrajoli, Per una costituzione della terra; Progettare il futuro. Per un costituzionalismo globale). Crediamo però che molti di quelli che parlano di socialismo col solito linguaggio, con quel trabocchetto che afferma che non hanno importanza i mezzi attraverso i quali si raggiunge questo fine, saranno coloro i quali, cambiando sistema, il socialismo lo ostacoleranno, come già accaduto nella storia. Non si può praticare la violenza per costruire un mondo dal quale si vuole espellerla. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA A STEFANIA CONSIGLIERE: > Perché è difficile riconoscere mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sui nuovi mondi proviene da Comune-info.
November 23, 2025
Comune-info
Crisi della città e crisi dell’arte
L’OMNIMERCIFICAZIONE DEL MONDO, COMPLEMENTO LOGICO DELLA SOCIETÀ DI CRESCITA, HA CONSEGUENZE DISTRUTTIVE SULLA QUALITÀ DELLA VITA IN TUTTE LE CITTÀ. MA AL FALLIMENTO DELLA «POLITICA URBANA» HA CONTRIBUITO ANCHE QUELLA CHE È STATA CHIAMATA LA «CRISI DELLA CULTURA», UNA DISTRUZIONE DEL GUSTO, DELLA SENSIBILITÀ, DELLO STILE DI VITA. L’INTRODUZIONE DEL LIBRO IL DISASTRO URBANO E LA CRISI DELL’ARTE CONTEMPORANEA (ELÈUTHERA) DI SERGE LATOUCHE: UNA RIFLESSIONE SULL’ESTETICA ACCOMPAGNATI DA BAUDRILLARD E CASTORIADIS Milano. Foto unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- All’origine di questo libro c’è anzitutto la pubblicazione, in Italia, di un saggio scritto su impulso e in collaborazione con Marcello Faletra, docente di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Palermo, intitolato Hyperpolis. Architettura e capitale[1]. Il termine «Hyperpolis» che ho suggerito per il titolo allude all’opera Les Géants del grande romanziere francese J.M.G. Le Clézio, che rappresenta una delle critiche più feroci alla società dei consumi. Hyperpolis designa una sorta di città-supermercato gigante, simbolo del mondo della merce nel villaggio globale. «Quando si è dentro Hyperpolis è come se si fosse dentro l’universo. Tutt’a un tratto le mura sono così lontane che non si riesce a vederle, sono sparite ai confini dello spazio. Il soffitto è tanto alto, il pavimento tanto basso, che è come se non ci fossero limiti. Lo spazio si è espanso molto velocemente, ha respinto le superfici dure e piatte, largo, tanto largo, ha spostato i suoi muri e le sue finestre, e ora non se ne vedono più le frontiere. Si è in lui, si fluttua». Questo luogo inumano invoca la sua distruzione. Si presenta allora come un ritornello ossessivo il mantra «Bisogna bruciare Hyperpolis», cosa che il protagonista, Machines, compirà alla fine del romanzo[2]. L’omnimercificazione del mondo, complemento logico della società di crescita, ha conseguenze talmente distruttive sulla qualità della vita che in effetti si può perfino arrivare ad augurarsi la scomparsa di questo mondo. La deterritorializzazione, ovvero la dinamica extra suolo dell’attività umana, devasta sia la campagna sia la città e saccheggia il paesaggio, a dispetto della buona volontà e del talento di architetti, urbanisti e paesaggisti che, spesso consapevoli del disastro, tentano invano di porvi rimedio. Se la megapolis nella quale viviamo non è altrettanto inumana di Hyperpolis è perché eredita una storia e una cultura che hanno preceduto il regno della merce e perché la colonizzazione del nostro immaginario da parte dell’economia fatica a distruggere fino in fondo la nostra capacità di resistenza. L’analisi del disastro urbano non pertiene solo alla dimensione territoriale della logica di distruzione materiale compiuta dall’economia di crescita. Questa costituisce di certo un elemento importante nei disordini che hanno avuto luogo di recente nelle banlieues francesi e che hanno portato il presidente Macron a parlare di «decivilizzazione». Ma al fallimento della «politica urbana» ha contribuito anche quella che è stata chiamata la «crisi della cultura», ovvero una radicale perdita di valori, un’altrettanto radicale distruzione del gusto, della sensibilità, dello stile di vita. Tale distruzione, che si può qualificare come di natura estetica, deriva in ultima istanza dallo stesso processo di colonizzazione dell’immaginario da parte del fattore economico presente anche nella deterritorializzazione. La capacità di resistenza mentale al processo distruttivo si nutre e si rinforza grazie alle distruzioni materiali. Siamo coinvolti in una lotta titanica – dove è in gioco nientemeno che la sopravvivenza della specie – che a vari livelli e con modalità diverse investe tutti. Il caso ha voluto che questa riflessione sul disastro urbano sia avvenuta in concomitanza con una riflessione più generale sull’estetica, nata da un invito a partecipare al festival di Trani (cittadina pugliese, non lontana da Bari, ricca di storia), il cui tema era «la Bellezza». Dal momento che l’estetica non sfugge al collasso dei valori generato dal trionfo del valore economico, gli organizzatori del festival hanno pensato, non senza ragione, che la decrescita avesse qualcosa da dire al riguardo. Tanto la crisi dell’arte contemporanea, spesso denunciata, quanto il disastro urbano, risultano incontestabilmente da quel collasso. E il grande caos estetico tocca tutte le belle arti: l’architettura (e il suo prolungamento, l’urbanistica) così come la pittura o la musica, anche se la prima è toccata sia dall’impatto materiale della mercificazione sia dalle sue ricadute sull’estetica. Ecco verosimilmente la ragione per cui, nel progetto della decrescita, architetti e urbanisti sono stati interpellati molto più di pittori, musicisti o danzatori, anche se, in fin dei conti, tutti ne sono stati colpiti. L’ambizione di architetti e urbanisti è di risolvere la crisi sociale con l’utopia delle cités radieuses, mentre quella dei poeti, dei pittori, dei musicisti e degli altri artisti è di farci sognare, dimenticare la miseria del presente e reincantare il mondo. L’estetica si trova pertanto al crocevia delle riflessioni sulla decrescita. La si incontra sia quando ci si interroga sul ruolo del sacro o sull’arte di vivere, sia quando ci si preoccupa di pedagogia o di colonizzazione dell’immaginario3. Nonostante ciò, è ancora possibile ritrovare il senso e il gusto del bello? Ci si può inventare un’estetica adatta al progetto di costruire società di abbondanza frugale? Ne esistono già segni premonitori e anticipazioni? La decrescita non sfugge al malinteso dei progetti utopici, incastrati fra la pregnanza del presente e il futuro sognato: città di decrescita, abitazioni di decrescita ecc. Ci sono state anche rivendicazioni di decrescita nella pittura, nella musica, e perfino nella pedagogia. Si tratta di pretese largamente, se non totalmente, ingiustificate. Si può essere urbanisti, architetti, pittori o musicisti e aderire al movimento della decrescita, e certamente questa adesione può e deve avere un impatto sul modo di praticare la propria arte. Tuttavia, non bisogna mettere il carro davanti ai buoi. L’arte non può essere arruolata per un progetto sociale e politico, proprio come non può essere sottomessa agli imperativi del mercato. «Il tentativo di strumentalizzare l’arte» scrive Castoriadis «porta alla sua pura e semplice distruzione»[4]. Anche se è possibile tratteggiare quelle che potrebbero essere città sostenibili e conviviali alternative alla società di crescita, è un azzardo troppo grande pretendere di anticipare un’estetica del futuro, nonostante essa costituisca una dimensione centrale del progetto della decrescita. Questa riflessione sull’estetica nei suoi intrecci con il progetto della decrescita non ha la presunzione di presentare un’analisi esaustiva della crisi dell’arte contemporanea, tema che ha suscitato contributi molto approfonditi da parte degli specialisti, del cui novero non pretendiamo di fare parte[5]. Motivata dalla connessione con la decrescita, essa sfrutta largamente la critica poderosa di Jean Baudrillard enucleata nel suo pamphlet sul «complotto dell’arte», ma poggia al contempo sulle analisi della distruzione della cultura nella società capitalista condotte da Cornelius Castoriadis, disseminate nella sua opera e poi raccolte nel libro postumo Fenêtre sur le chaos[6]. Ovviamente l’analisi di Castoriadis, a differenza di quella di Baudrillard, non porta direttamente alla «nullità dell’arte contemporanea»: i giudizi che esprime sull’argomento, molto cauti[7], derivano dalla sua diagnosi della crisi della cultura occidentale, ovvero sostanzialmente dei suoi «valori». Tali valori – «consumo, potere, status, prestigio, espansione illimitata del governo della ‘razionalità’» – hanno esaurito il loro potere creativo e stanno ormai portando la civiltà occidentale al collasso. Seppur in forma diversa, la sua analisi si collega alla nostra sull’autodistruzione della società di crescita e sulla necessità di una «rivalorizzazione», ovvero di un’autentica rivoluzione culturale. Solo che la dialettica della cultura e della base materiale, che alcuni tentano perfino di negare, è tutto fuorché semplice. Nel momento in cui si tocca l’estetica, i giudizi inevitabilmente coinvolgono la soggettività del loro autore. E, per ben argomentati che siano, resteranno pur sempre molto discutibili. Al termine di un’analisi magistrale, in alcune pagine magnifiche nelle quali il suo acuto sguardo filosofico si combina con la finezza di chi ha a lungo frequentato la psicoanalisi, Castoriadis ammette la propria impotenza a penetrare tutti i misteri che l’estetica pone[8]. Noi non pretendiamo di fare di meglio… La rilettura di Castoriadis in occasione della pubblicazione francese dei suoi saggi mi ha portato tuttavia a prendere coscienza delle significative differenze tra le nostre analisi, cosa che mi ha spinto ad aggiungere in conclusione un breve «post scriptum». La decrescita, abbiamo scritto per parte nostra, è un’arte di vivere. L’arte di vivere bene, in sintonia con il mondo. L’arte di vivere con arte. L’obiettore di crescita è al contempo un artista. Qualcuno per il quale il godimento estetico è una parte importante della gioia di vivere. L’etica della decrescita implica dunque necessariamente un’estetica della decrescita, anche se l’etica della decrescita non si riduce a un’estetica. Fare della propria vita un’opera d’arte non è di per sé l’obiettivo primario della decrescita, ma piuttosto una delle sue conseguenze. È quindi naturale che, avendo presentato Castoriadis e Baudrillard come precursori della decrescita, questi saggi si iscrivano nel loro solco, come, in misura minore, in quello di altri precursori quali William Morris, Jacques Ellul o Pier Paolo Pasolini, nel tentativo di portare un po’ di luce «decrescente» sui misteri dell’estetica[9]. -------------------------------------------------------------------------------- Note all’Introduzione 1. Serge Latouche e Marcello Faletra, Hyperpolis. Architettura e capitale, Meltemi, Milano, 2019. 2. Ivi, p. 116. «All’ingresso di Hyperpolis non c’è nessuno. L’uomo che si chiama Machines avanza verso il centro e rovescia il primo bidone al suolo, vicino a una colonna. Accende un fiammifero e la fiamma gialla divampa alta. Un po’ più in là l’uomo Machines rovescia il secondo bidone. Già risuonano le sirene. L’uomo accende un secondo fiammifero e la fiamma divampa alta verso il soffitto. Poi l’uomo chiamato Machines arretra un po’, si siede, la schiena contro un pilastro. Guarda le fiamme che formano grandi onde verticali verso il soffitto, sente le sirene e i fischietti. Ma per lui fa lo stesso, attende» (Les Géants, Gallimard, Paris, 1973, p. 333). 3. Si vedano i nostri saggi: Penser un nouveau monde. Pédagogie et décroissance. Entretiens avec Simone Lanza, Payot & Rivages, Paris, 2023 [trad. it. Il tao della decrescita. Educare a equilibrio e libertà per riprenderci il futuro, Il margine, Trento, 2021]; L’Abondance frugale comme art de vivre. Bonheur, gastronomie et décroissance, Payot & Rivages, Paris, 2020 [trad. it. L’abbondanza frugale come arte di vivere. Felicità, gastronomia e decrescita, Bollati Boringhieri, Torino, 2022]; Comment réenchanter le monde. La décroissance et le sacré, Payot & Rivages, Paris, 2019 [trad. it. Come reincantare il mondo. La decrescita e il sacro, Bollati Boringhieri, Torino, 2020]. 4. Cornelius Castoriadis, Fenêtre sur le chaos, Seuil, Paris,15 2007, p. 45 [trad. it. Finestra sul caos, scritti su arte e società, elèuthera, Milano, 2007]. 5. I curatori dei testi di Castoriadis [Fenêtre sur le chaos, cit.] includono una bibliografia sulla questione, di cui si segnala in particolare l’opera di Yves Michaud La Crise de l’art contemporain, puf, Paris, 1997. Bisogna inoltre menzionare il libro più recente di Marc Jimenez, La Querelle de l’art contemporain, Gallimard, Paris, 2005. 6. Castoriadis, Fenêtre sur le chaos, cit. 7. «La riflessione è dunque piena di trappole e di rischi»; ivi, p. 12. 8. «Sono quarant’anni che questo interrogativo mi assilla: perché lo stesso pezzo, diciamo la Sonata n. 33 di Beethoven, composta da qualcuno oggi sarebbe considerata una sorta di scherzo, ma scoperta per caso in un solaio di Vienna sarebbe considerata un capolavoro immortale? […] Non ho visto nessuno riflettere seriamente sulla questione»; ivi, p. 33. 9. Si vedano questi autori nella collana Les précurseurs de la décroissance da me curata per le Éditions Le Passager clandestin. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Crisi della città e crisi dell’arte proviene da Comune-info.
July 29, 2025
Comune-info
Esperienze che parlano alla città
PROMUOVERE LO SVILUPPO LOCALE INTEGRALE SIGNIFICA SOSTENERE ECONOMIE DI PROSSIMITÀ, PROTAGONISMO DEGLI ABITANTI, MA ANCHE AFFRONTARE LE DISUGUAGLIANZE COME NODO STRUTTURALE. E SOPRATTUTTO, INNOVARE I PROCESSI A PARTIRE DAL COINVOLGIMENTO DEI TERRITORI. UNA RECENSIONE DI FUTURI URBANI POSSIBILI. SVILUPPO LOCALE INTEGRALE E NUOVE FORME DELLA POLITICA, A CURA DI CARLO CELLAMARE (MANIFESTOLIBRI) Laboratorio di quartiere Spazio Cantiere di Tor Bella Monaca (Roma) -------------------------------------------------------------------------------- In un tempo in cui la “rigenerazione urbana” è diventata un tema di moda nel dibattito pubblico – usata come slogan ambiguo per interventi guidati da soggetti privati, focalizzati sugli aspetti fisici e spesso incapaci di coinvolgere gli abitanti – il libro Futuri urbani possibili. Sviluppo locale integrale e nuove forme della politica (Manifestolibri), curato da Carlo Cellamare ci invita a cambiare sguardo. Partendo da una critica al modello tradizionale di “rigenerazione”, il volume ci accompagna tra esperienze territoriali capaci di mostrare altri modi di intendere la trasformazione urbana. Si tratta di attivare modelli di sviluppo alternativi, soprattutto nei quartieri segnati da disuguaglianze e marginalizzazione. La proposta che attraversa il volume è quella dello sviluppo locale integrale: un’alternativa forte a un termine, “rigenerazione urbana”, ormai spesso abusato. Questo approccio non si limita alla componente materiale, ma avvia percorsi che combinano un’azione pubblica coordinata dalle amministrazioni, il coinvolgimento dal basso e il contributo degli operatori privati. Come scrive Cellamare: “Preferisco utilizzare l’espressione ‘sviluppo locale integrale’, che esprime, in primo luogo, la necessità di ripensare il modello di sviluppo di riferimento. Senza questa prospettiva gli interventi di riqualificazione urbana […] mitigano soltanto gli effetti negativi dei processi esistenti”. Serve un approccio integrato e multidimensionale, capace di intervenire non solo sulla componente fisica, ma anche sul tessuto sociale, culturale, economico, occupazionale e simbolico del quartiere. Promuovere lo sviluppo locale integrale significa sostenere economie di prossimità, protagonismo degli abitanti, e affrontare le disuguaglianze come nodo strutturale. E soprattutto, innovare i processi a partire dal coinvolgimento attivo dei territori. Il libro è il frutto del lavoro condotto dal gruppo di ricerca interdisciplinare, da anni impegnato nelle periferie romane, del LabSU – Laboratorio di Studi Urbani “Territori dell’abitare” della Sapienza Università di Roma e dal gruppo di ricerca del Dipartimento di Architettura dell’Università di Roma Tre. Non solo un volume teorico, ma anche un atlante di esperienze concrete, maturate sul campo in diversi quartieri popolari di Roma. A Quarticciolo si lavora su mappature di competenze e spazi inutilizzati per costruire filiere produttive locali e un’economia di prossimità. Nel quadrante orientale di Roma – in particolare a Centocelle-Mistica – si è sviluppato un masterplan partecipato per mappare l’infrastruttura ecologica urbana, attraverso tecnologie civiche, mettendo in rete iniziative dal basso e progettando forme innovative di gestione del territorio. I progetti educativi con le scuole di Tor Bella Monaca mostrano come l’educazione possa diventare leva di trasformazione urbana, costruendo alleanze tra scuole, associazioni e abitanti. Il Laboratorio di Città Corviale lavora sulla dimensione relazionale, utilizzando l’ascolto, la partecipazione e il portierato sociale come strumenti per un’azione di mediazione tra istituzioni e territorio, supportandone la trasformazione fisica. Infine, l’esperienza del Porto Fluviale racconta un lungo processo di autorganizzazione abitativa e rivendicazione del diritto alla casa, capace di connettere istanze sociali e azione politica, che – attraverso un percorso innovativo – si è costituito come modello per trasformare un’occupazione abitativa in un contesto di certezza e qualità dell’abitare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Il territorio dell’educazione -------------------------------------------------------------------------------- Queste esperienze mostrano come sia possibile costruire percorsi di trasformazione urbana radicati nei territori, capaci di generare relazioni, valore, autonomia. Sono esempi concreti di azione locale che adottano un approccio critico e generativo. Il volume mette in luce il ruolo delle nuove soggettività territoriali: forme collaborative, orizzontali, radicate nei contesti locali, che esprimono capacità progettuale e politica. La collaborazione tra queste realtà e le istituzioni pubbliche è necessaria per costruire politiche orientate all’interesse collettivo. Futuri urbani possibili è un libro da usare. Uno strumento critico e operativo, pensato per chi lavora nei territori e per chi vuole cambiare la città partendo dalle relazioni, dai conflitti, dal protagonismo sociale. Le esperienze raccontate dimostrano che trasformare è possibile: aprono prospettive concrete e praticabili per costruire politiche pubbliche fondate sulla cooperazione, sull’ascolto e sull’intelligenza collettiva dei territori. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Esperienze che parlano alla città proviene da Comune-info.
June 7, 2025
Comune-info
Lo Stato è assente, e noi ci autogoverniamo – L’altra politica oggi sull’Espresso
Oggi su L’Espresso l’editoriale su alcune esperienze di politica e organizzazione dal basso, di cura della comunità. Quadraro, Tufello, Quarticciolo, San Basilio e Garbatella, tra tante esperienze preziose per questa città siamo presenti anche noi. Presenti per parlare di “altra politica” , un’altra politica che (pur non vivendo al limite del raccordo) sperimentiamo quotidianamente praticando […] L'articolo Lo Stato è assente, e noi ci autogoverniamo – L’altra politica oggi sull’Espresso proviene da CSOA LA Strada.
March 28, 2021
CSOA LA Strada