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L’Aeronautica chiama e la dirigente dell’IC Taurisano di Lecce risponde
A quanto pare ogni giorno c’è un anniversario nuovo da celebrare, naturalmente insieme alle scolaresche. Stavolta si tratta dell’80° dalla costituzione della Scuola di Volo Lecce-Galatina (gaudium magnum!), come leggiamo nella circolare inviata dalla dirigente a tutti gli adulti dell’IC Taurisano: docenti, genitori e genitrici, personale ATA e perfino al “RE” (Registro Elettronico, nuovo interlocutore in questo modo post-umano sempre più artificialmente intelligente…). E per celebrare, quale modo migliore che visitare l’aeroporto militare di Galatina, gentilmente aperto per l’incredibile occasione? La circolare è una circolare scolastica: specifichiamolo perché il linguaggio è quello di un atto di piena propaganda militarista di uno dei moderni canali di comunicazione delle Forze Armate. Come spot, canali social, il nuovissimo Difesa Channel e, a quanto pare, stavolta pure la scuola. Insomma, leggiamo che: «La base aerea [ndr: militare] di Galatina, da sempre vicina al territorio e alla comunità salentina, […]. I cittadini, ma in particolare le nuove generazioni, potranno osservare da vicino le realtà operative e addestrative dell’Arma Azzurra, assistere all’attività volativa, vistare gli hangar». E, perché no, valutare una possibile carriera nell’aeronautica. In piena consapevolezza? Forse no. Per esempio, dubitiamo che verrà menzionato che il genocidio a Gaza e poi i fatti dell’Iran e poi del Libano hanno mostrato che il modo che gli stati hanno di fare la guerra (come diceva Luigi Daniele nel suo intervento allo scorso convegno nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università) è “attaccare anche obiettivi civili“. Che poi “attaccare obiettivi civili”, da dizionario, sarebbe nella definizione di terrorismo… Ah no, il terrorista d’altronde è sempre l’altro, meglio se diverso. Quindi forse il dizionario sbaglia, e la giovane generazione dubbiosa potrebbe rivolgersi all’intelligienza artificiale. Alla stessa intelligienza artificiale presente oggi nella catena di comando che porta giovani piloti di aeronautica a trovarsi con l’ordine di sparare su una scuola femminile di Minab, nel sud dell’Iran, uccidendo 165 persone, fra cui almeno 118 ragazze. La dirigente dell’IC Taurisano è gravemente carente nella sua funzione educativa. Le nuove generazioni per dirimere i loro dubbi non dovrebbero dover rivolgersi a un’intelligenza sicofantica, ma poter rivolgersi a degli e delle insegnanti, e perché no anche presidi. Per un confronto che possa fargli sviluppare consapevolezza, e orientarli perché capisca come voglio contribuire al mondo in cui vivono e vivranno. È un corale “donna, vita, libertà” che vorremmo si innalzasse in un cielo limpido, non un giovane in un aereo da guerra. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Comunicato per la liberazione di Domenico Centrone con testo per mailbombing
PUBBLICHIAMO ALCUNI AGGIORNAMENTI E IL TESTO DEL COMUNICATO DEL COORDINAMENTO MOLFETTA PER LA PALESTINA SULLA VICENDA DI DOMENICO CENTRONE, TRATTENUTO IN LIBIA. È POSSIBILE SOTTOSCRIVERE IL COMUNICATO A NOME DELLA VOSTRA ASSOCIAZIONE O COLLETTIVO ENTRO LE ORE 19.00 DI VENERDÌ 5 GIUGNO INVIANDO UNA MAIL A MOLFETTA.PALESTINA.COORDINAMENTO@GMAIL.COM. LA SOTTOSCRIZIONE È UTILE PER MANIFESTARE L’ADESIONE AL PRESIDIO DI SABATO 6 GIUGNO, MA SOPRATTUTTO È NECESSARIA PER DARE UNA ECO MAGGIORE ALL’APPELLO PER LA LIBERAZIONE DI NICO. ROMPIAMO IL SILENZIO. AGITIAMOCI E SCHIERIAMOCI DALLA PARTE GIUSTA DELLA STORIA. Domenico Centrone, insieme agli altre nove persone del Convoglio di Terra della Global Sumud trattenuti in Libia, sono apparsi ieri, 3 giugno 2026, davanti al Procuratore libico, il quale ha disposto la continuazione della custodia cautelare fino alla prossima udienza. Sappiamo anche che il Console Generale a Bengasi ha presentato una nuova richiesta formale di visita consolare sia a Nico che a Dina, che speriamo venga accettata al più presto. La famiglia di Nico è informata sullo stato della detenzione e anche sui passi diplomatici effettuati nelle ultime ore per la sua tutela. Nico sta bene. Lo abbiamo visto da un video che sta circolando attraverso la pagina Instagram della Maghreb Sumud Organisation. Ora però, lo vogliamo libero e a casa perché la sua sola colpa è aver cercato di rompere l'assedio che sta annichilendo la Striscia di Gaza. Dobbiamo mobilitarci in tutti modi affinché la sua liberazione avvenga subito! Per questo alleghiamo in file Word il testo di un'email da inviare (in italiano e in inglese) alle autorità competenti. Fatelo e fate circolare il testo in modo che più persone possibili facciano sentire la loro voce. Per Domenico Centrone_mail bombing_testo ITA ENGDownload COMUNICATO STAMPA Il 15 maggio, durante il 78esimo anniversario della Nakba, Nico Centrone è partito con il Land Convy (carovana Sumud) da Tripoli alla volta del valico di Rafah per poter portare cibo, medicine e materiali per la ricostruzione alla popolazione della Striscia di Gaza stremata dal genocidio per mano di Israele. Il giorno 24 maggio una delegazione di dieci attivisti e attiviste, tra cui il nostro compagno, si è staccata dal resto del convoglio per andare a trattare il passaggio degli aiuti umanitari nei territori della Libia Est: da quel momento abbiamo perso i loro contatti. Al momento le dieci persone sono ancora trattenute dalle forze di polizia e non si hanno notizie certe sul loro rilascio. L’illegittimo trattenimento di Domenico rientra in un quadro generale più complesso, fatto di paura e repressione per tutte coloro che manifestano resistenza all’occupazione e che si oppongono al genocidio del popolo palestinese. In questo contesto di repressione generale e sistemica rientrano gli oltre 10.000 prigionieri politici palestinesi, molti dei quali vivono da decenni l’inferno delle carceri israeliane; in questa ottica dobbiamo inquadrare anche la istituita legge che prevede l’applicazione della pena capitale ai palestinesi in Cisgiordania per accusa di terrorismo a detta dell’occupante sionista, e in questo contesto di deumanizzazione generale del popolo palestinese si intensificano sempre di più gli attacchi dei coloni israeliani a scapito dei palestinesi della Cisgiordania, vivendo quotidianamente una dimensione di guerra civile, nella quale si organizza la resistenza all’occupante sionista. È proprio la resistenza palestinese in Cisgiordania che ci dimostra quanto il disegno di repressione riguardi anche i popoli occidentali complici del genocidio palestinese: esemplare è il caso di Anan Yaeesh, un resistente di Tulkarm, condannato in Italia a 5 anni e 6 mesi per “associazione con finalità di terrorismo” in un processo che è un attacco diretto alla resistenza palestinese. Per questo motivo saremo sempre affianco dei prigionieri politici incarcerati per la resistenza e l’autodeterminazione del popolo palestinesi: perché per noi è questo il modo di schierarsi dalla parte giusta della storia e opporci al sistema genocidario sionista. Essere al fianco di tutti i prigionieri politici significa schierarsi dalla parte dell’oppresso e far emergere tutte le complicità che ci sono tra il governo italiano e l’entità sionista e manifestare reale solidarietà verso il popolo palestinese. Nico ha sentito nel più profondo del suo cuore l’ingiustizia che vive quotidianamente la popolazione gazawi ed è proprio questo spirito di solidarietà autentica che lo ha animato per partire con il convoglio umanitario della Global Sumud Flotilla per portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza, secondo pratiche di nonviolenza e in pieno rispetto delle Convenzioni di Ginevra e del diritto internazionale umanitario. Tutt* noi vediamo nella causa palestinese la lotta madre a tutte le ingiustizie e disuguaglianze del nostro pianeta. Chi è partito per terra e per mare, come Nico, credeva e crede ancora che è necessario opporsi fermamente al sistema bellicista e neocoloniale che vede nell’entità sionista il centro nevralgico del potere e soprattutto crede nella costruzione di un mondo più giusto e più eguale per tutti e tutte le oppresse. Pretendiamo dunque il rilascio immediato e il rientro in sicurezza di Domenico Centrone e delle altre 9 persone trattenute, così come pretendiamo la liberazione di tutte e tutti i prigionieri politici illegittimamente incarcerati e pretendiamo la fine della complicità del governo italiano con l’entità sionista! CONTRO LA REPRESSIONE. CONTRO IL GENOCIDIO DEL POPOLO PALESTINESE. PER LA LIBERAZIONE DI NICO. PER LA LIBERAZIONE DI TUTT*. Per adesione molfetta.palestina.coordinamento@gmail.com Qui il link della lettera di Maria Rosaria Centrone, aderente all‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, a suo fratello Domenico su www.rainews.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Chiediamo l’immediata liberazione di Domenico Centrone e Dina Alberizia fermati in Libia con Global Sumud Flotilla
PUBBLICHIAMO IL COMUNICATO STAMPA DELLA RETE DEI COMITATI PER LA PACE DELLA PUGLIA ALLA QUALE L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ ADERISCE PER CHIEDERE L’IMMEDIATA LIBERAZIONE DI DOMENICO CENTRONE E DINA ALBERIZIA BLOCCATI IN LIBIA MENTRE SI RECAVANO IN PALESTINA CON IL CONVOGLIO DI TERRA DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA. Le associazioni pugliesi impegnate nella difesa della pace, dell’accoglienza, dei diritti umani e a sostegno del popolo palestinese esprimono profonda preoccupazione e indignazione per l’arresto in Libia dei nostri concittadini Domenico “Nico” Centrone, proveniente da Molfetta, e Leonarda “Dina” Alberizia, originaria di Foggia. Proprio dalla Libia è rientrata a Bari Sara Suriano, attivista andriese facente parte del gruppo base del Land Convoy, attaccato e sgomberato con la forza in circostanza ancora poco chiare e costretto a rientrare per motivi di sicurezza. I due attivisti facevano parte del Land Convoy della Global Sumud Flotilla, missione internazionale umanitaria e nonviolenta nata con l’obiettivo di rompere il blocco illegale imposto da Israele alla Striscia di Gaza e portare solidarietà concreta alla popolazione palestinese stremata da anni di guerra, fame e devastazione. Il convoglio avrebbe dovuto raggiungere Gaza passando dal valico di Rafah, ma è stato bloccato in territorio libico, dove, oltre a Nico e Dina, altri otto partecipanti internazionali risultano trattenuti dalle autorità e dalle milizie locali in circostanze ancora poco chiare e fortemente allarmanti. Chiediamo con forza: – l’immediata liberazione di Domenico Centrone e Dina Alberizia; – il rispetto della loro incolumità fisica e dei loro diritti fondamentali; – un intervento urgente del Presidente della Regione Puglia Antonio Decaro e di tutte e tutti i rappresentanti pugliesi nel Parlamento italiano e presso la Commissione e il Parlamento europeo affinché venga garantito il rientro in sicurezza e nel più breve tempo possibile; – una presa di posizione chiara delle istituzioni italiane ed europee contro ogni forma di repressione nei confronti delle missioni umanitarie e di pace. Domenico e Dina sono cittadini impegnati nella solidarietà internazionale, nella difesa dei diritti umani e nella costruzione della pace. Colpire loro significa colpire il diritto dei popoli alla solidarietà, alla cooperazione e alla testimonianza nonviolenta. Colpire loro vuol dire rendersi complici del genocidio del popolo palestinese. In un tempo segnato dall’orrore della guerra e dalla tragedia umanitaria che continua a consumarsi a Gaza e in modo estremamente cruento anche in Libano, non possiamo restare in silenzio davanti a chi tenta di fermare con la forza iniziative pacifiche e umanitarie. Invitiamo associazioni, movimenti, amministrazioni locali, forze sociali e singoli cittadini e cittadine a mobilitarsi per chiedere libertà e protezione per tutti gli attivisti coinvolti e la fine delle guerre portate avanti in Medio Oriente da parte di Israele e Stati Uniti. LIBERTÀ PER DOMENICO CENTRONE E DINA ALBERIZIA! BASTA GUERRA, BASTA BLOCCHI, BASTA REPRESSIONE. Firmatari: Abusuan – Alma Terra – ANPI Puglia – APS Giraffa – ARCI Puglia – Associazione delle chiese evangeliche battiste di Puglia e Basilicata – Associazione Fornello Altamura – Associazione Italia-Palestina – AUSER Altamura – AVS Bari – Centro Studi Torre di Nebbia – Ciclomurgia – Circolo delle Formiche – COBAS Puglia – Comitato Altamura per la Pace – Comitato La Società Civile Foggia – Comitato Io Accolgo Puglia – Comitato a difesa del diritto internazionale in Terra di Palestina – Comitato Art. 11 L’Italia ripudia la guerra – Comitato contro il Genocidio del Popolo Palestinese, il riarmo e per la pace Brindisi – Comitato promotore Marcia Gravina-Altamura 2026 – Comunità palestinese di Puglia e Basilicata – Cooperativa sociale UNSOLOMONDO – DigiunoGaza – Digiuno di Giustizia in solidarietà con i Migranti – Disarma Terra – Distretto Agro ecologico delle Murge e del Bradano – Donne in Nero Bari – Emergency Puglia e Basilicata – Etnie APS Ets – Gruppo Educhiamoci alle Pace – Gruppo Lavoro Rifugiati Ets – La Casa del Popolo Bari – La Giusta Causa – Laverdevia – Legambiente Puglia- LIBERA Puglia – MEIC Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale di Puglia – Migrantes Arcidiocesi Bari-Bitonto – Missionari Comboniani – Movimento La Corrente Terlizzi – Movimento Nonviolento Puglia – Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università – Origens Ets – PeaceLink – PERIPLO – Rifondazione Comunista di Puglia e provincia di Bari – Rete dei Comitati per la Pace di Puglia – Rete dei Punti Pace Pax Christi di Puglia – Rete Puglia – Squola Senza Confini Penny Wirton Bari – UDS Puglia – UDU Bari – UDU Link Foggia – UGS Bari – USB Puglia – Venerdì Libertario – Zona Franka (per aderire: retecomitapacepuglia@gmail.com) -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Comunicato Stampa del “Comitato contro il riarmo” del Salento
PUBBLICHIAMO IL COMUNICATO STAMPA DEL COSTITUENDO “COMITATO CONTRO IL RIARMO” DEL SALENTO, IN CUI VI È ANCHE L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ, CHE DENUNCIA UN TENTATIVO DI OSCURARE IL PRESIDIO DI MARTEDÌ 26 MAGGIO A GALATINA NEL GENERARLE CLIMA DI INTIMIDAZIONE E REPRESSIONE NEI CONFRONTI DI TUTTE LE INIZIATIVE PACIFISTE E ANTIMILITARISTE IN ITALIA Il Costituendo “Comitato contro il riarmo” del Salento denuncia il tentativo di oscurare il presidio tenutosi martedì 26 maggio 2025 a Galatina con lo spostamento dalla Piazza Dante Alighieri alla nascosta Piazza Fortunato Cesari. La notizia dello spostamento è contenuta nelle prescrizioni inviate al firmatario della richiesta ieri sera da parte del Questore di Lecce, Giampietro Leonetti. Il dubbio che abbiamo è che la richiesta dello spostamento sia stata sostenuta dalla Amministrazione Comunale e da vertici politici; il tutto per non incrinare i buoni rapporti con la base di Galatina dell’aeronautica. I promotori del presidio, tuttavia, hanno confermano la loro presenza in piazza per la stessa serata a Galatina per manifestare contro le guerre, il riarmo e le spese militari; mentre accade che l’inflazione erode i salari, assistiamo ai tagli alla sanità, alle scuole, ai servizi sociali e a tanto altro. Il tentativo di oscurare il presidio è avvenuto in modo ipocrita, mentre le guerre sono arrivate nei nostri piatti, alle pompe di benzina, ai supermercati, nei prodotti per l’agricoltura, insomma dappertutto. I partecipanti al presidio denunciano tutto questo in occasione della consegna dei brevetti della scuola di volo presente nel vicino aeroporto . Costituendo “Comitato No al riarmo” --------------------------------------------------------------------------------
Militari e forze armate nelle scuole: la voce di famiglie e insegnanti
Le circolari che arrivano all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sono di una monotonia amministrativa tale da renderle tutte simili: incontri, eventi dedicati agli alunni e alle alunne, ai/alle docenti, spesso aperti alla partecipazione delle famiglie, con le Forze dell’Ordine, Polizia e Carabinieri soprattutto, anche se non mancano Alpini, avieri dell’aeronautica militare, marinai della marina militare. Viene veicolato con questi incontri il tema della legalità come principio, valore assoluto, da imparare fin dall’infanzia. I dirigenti – in poche parole – indicano ora, luogo, nomi degli/delle insegnanti/sorveglianti, annotano l’importanza delle iniziative inserite – per i clienti che hanno comprato il servizio scolastico all’Open Day –  nel Piano dell’Offerta Formativa,  in osservanza dei protocolli firmati di concerto fra i dicasteri dell’istruzione e della difesa con le forze armate. Ma c’è un risvolto interessante in questo stillicidio di circolari. Sono tantissime le segnalazioni che ci vengono inviate all’indirizzo osservatorionomili@gmail.com. Insegnanti scontente/i? Genitori preoccupati per i venti di guerra? Anche se è difficile risalire alle fonti, l’invio mostra la necessità di render noto al nostro sito che la presenza dei militari nella scuola non a tutti è gradita. Insomma, un modo per disobbedire. Spesso occorre risalire alle cronache dei giornali, cartacei e on line, ai blog locali, sempre prodighi di commenti entusiasti verso queste iniziative. Qualcuno, anche se non compare, disobbedisce, qualcun altro crede e obbedisce, come i redattori della stampa e dei siti diffusi sul territorio (si deve pur campare!). Siamo in Puglia, a Molfetta, in provincia di Bari. La strigata circolare interna (n. 389 del 21 aprile scorso) dell’Istituto Comprensivo Alessandro Manzoni, ci fa sapere che tutti, famiglie, personale della scuola e bimbi delle quarte classi di primaria, sono invitati ad assistere agli incontri previsti da Pista Scuola Competente- Competenze sociali e civiche – Attività 1 – “Educazione alla legalità” (PTOF, offerta per gli anni scolastici 1925/1928). Nel delirio delle competenze ordinate in numero di otto dall’Europa, anche il rispetto della legge è uno dei descrittori di quella più ampia sulla cittadinanza responsabile (clicca qui). Ci spostiamo a Brindisi dove possiamo incrociare altri Percorsi di Legalità. Le city news del sito Brindisireport, ci raccontano, con l’entusiasmo dovuto, che al teatro Giuseppe Verdi il 21 aprile si è svolto il programma della Polizia di Stato – con tutte le autorità del caso presenti – per la campagna di prevenzione della devianza, comunque intesa. La legalità nuovamente protagonista. (clicca qui). Risaliamo verso la Capitale. A Roma, nel quartiere Tor Tre Teste (zona Casilino, di antica memoria, di nuova e feroce urbanizzazione), andiamo alla primaria Sibilla Aleramo, parte dell’IC Olcese, il cui sito si apre con un messaggio di speranza, “a scuola il futuro si costruisce insieme”. Aspettando le sorti progressive, si fanno prove, simulazioni per imparare cos’è la legalità. Con chi, ce lo dice il pezzo pubblicato dal foglio laCapitale: gli istruttori in qualità di insegnanti sono i Carabinieri (clicca qui). Bimbi a bordo mentre suonano le sirene e rombano i motori dei mezzi militari, sistemi antidroga (in certi quartieri si diventa spacciatori-consumatori da piccoli…), esplosivi, caso mai nei terreni abbandonati ci sia ancora qualche resto dell’ultima guerra oppure, chissà, anche nei centri sociali, non ancora evacuati dalle forze dell’ordine, a qualche sconsiderato viene in mente di fare una bottiglia incendiaria. Si sa, noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università stiamo diventando paranoici, anche in un semplice gadget (ah, regalati ai bambini, per un ricordo imperituro della giornata) vediamo una manipolazione dell’innocenza infantile. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Libertà per il prof Centrone e tutti gli attivisti arrestati: uniba non può rimanere in silenzio!
Come studenti di Cambiare Rotta chiediamo a Uniba e al rettore Bellotti di esprimersi per la liberazione del prof Domenico Centrone, professore della nostra università, e degli attivisti della Global Sumud Convoy, oltre all’interruzione di ogni accordo con Israele. La brutalità a cui assistiamo oggi non sorge dal nulla, ciò […] L'articolo Libertà per il prof Centrone e tutti gli attivisti arrestati: uniba non può rimanere in silenzio! su Contropiano.
May 27, 2026
Contropiano
Taranto, il razzismo che non possiamo più raccontare come eccezione
Provo dolore, rabbia, angoscia per l’omicidio di Sako Bakari. La violenza – da Gaza in su e in giù – è certo un fatto iperpresente nel nostro tempo. Eppure, quando tocca terra e prende forma in luoghi familiari, diventa più difficile da contenere. Qual è lo spazio per la politica? Quale delle parole? Non so, ma forse conviene provarci. Taranto è una città razzista? Certo. Il razzismo non è un residuo del passato, un “retaggio culturale” destinato a scomparire con il “progresso”. È un elemento strutturale del presente. Organizza gerarchie, distribuisce in modo diseguale risorse, diritti e possibilità, orienta le posizioni nel lavoro e nello spazio urbano. Taranto non fa – ovviamente – eccezione. Passata l’ondata di indignazione e dolore, dovremmo ricordarci di maneggiare con molta più cautela l’immagine della “città irrimediabilmente solidale”, l’idea di “un patto spontaneo tra subaltern*” capace di neutralizzare – qui – forme di razzismo che attecchirebbero altrove. È una rappresentazione rassicurante. Consola chi la invoca e finisce per sottrarre il razzismo allo sguardo. Il razzismo non è una variabile indipendente e astorica. Non agisce in isolamento, né si spiega da solo. È il prodotto – non lineare – di una molteplicità di fattori: processi economici, assetti sociali, dispositivi culturali, gerarchie spaziali, politiche dell’abitare e così via. Un intreccio fitto, stratificato, a tratti sfuggente. Le molteplici crisi che attraversano Taranto – industriali, ambientali, sociali – rendono questo quadro ancora più denso e complesso. Ma è solo dentro questa trama che il razzismo può essere colto: estrarlo, semplificare, isolarlo significa, quasi sempre, fraintendere. “Un onesto lavoratore”. Non conosco le condizioni specifiche in cui Sako Bakari era inserito nel lavoro agricolo, ma non è evidentemente una forzatura ipotizzare un’esposizione a forme di sfruttamento organizzate lungo linee razziali. La posizione nel mercato del lavoro ha molto a che fare con il razzismo – e viceversa: si alimentano, si rafforzano, si organizzano insieme. Non sono dimensioni separate. Per questo, ogni volta che richiamiamo il lavoro, dovremmo anche interrogare il significato concreto. Cosa vuol dire “lavoro” per le persone razzializzate? In quali condizioni si svolge? quali gerarchie incorpora e riproduce? Il razzismo non irrompe all’improvviso nella vita di Sako Bakari. L’omicidio è una manifestazione estrema e ultima, ma è del tutto plausibile immaginare che la sua vita sia stata preceduta, segnata e organizzata da esperienze continuative, ordinarie – meno visibili e, proprio per questo, meno dicibili – di razzismo. È questa asimmetria nella visibilità che ci deve interrogare. Quando la rabbia e il dolore saranno meno forti, cosa resterà del razzismo ordinario nel perimetro del dibattito pubblico cittadino? Come se ne esce? Con la “lotta di classe”? Certo. Ma non basta nominarla perché il razzismo vi trovi automaticamente posto. Quando è normalizzato, latente, il razzismo tende a essere assorbito, derubricato o sottovalutato anche dentro alcune tradizioni del pensiero critico. Tenerlo a fuoco, individuare il suo carattere “produttivo”, coglierne la portata richiede uno sforzo ulteriore, esplicito. In questi giorni l’idea della città come “piano inclinato” che scivola verso il baratro è particolarmente inflazionata. È una tentazione comprensibile, ma da rifiutare. Un fatto terribile, per quanto inscritto in dinamiche più ampie, è un sintomo – non una traiettoria lineare e inevitabile, né un destino segnato. L’immagine della “deriva” non è neutra: orienta lo sguardo, legittima risposte che – non di rado – rischiano di aggravare il quadro, anche dal punto di vista delle politiche pubbliche. Degli autori sappiamo poco. Il riferimento alla “città vecchia” basta davvero a spiegare? L’incontro con Sako Bakari è avvenuto in un contesto specifico, che non è neutro e ha un peso nel rendere possibile ciò che è accaduto. Pensare che basti punire in maniera “esemplare” può avere una funzione rassicurante – e anche deresponsabilizzante – ma non esaurisce affatto la questione. Il contesto non assolve – e non condanna – ma incide: ignorarlo significa rinunciare a comprendere le condizioni che rendono questo evento pensabile e praticabile. L’idea che “più sviluppo” in città vecchia possa produrre “più emancipazione” – anche dal razzismo – è una rappresentazione lineare, fuori scala e anch’essa consolatoria. Le relazioni tra “sviluppo”, marginalità e violenza sono molto più complesse e non seguono un’unica direzione. Non ho, ovviamente, ricette, neanche abbozzate. Ma forse possiamo ripartire da qui: proviamo a non semplificare. Teniamo insieme livelli diversi, riconosciamo le connessioni tra piani economici, sociali e culturali, interroghiamo le reciproche implicazioni. Facciamoci domande. Non giudichiamo.
TARANTO: ALLE ORIGINI DELL’OMICIDIO DI SAKO BAKARI “LA REGRESSIONE E IL FALLIMENTO DELLA SOCIETÀ”
Un corteo ieri sera nella Città vecchia ha ricordato Sako Bakari, il 35enne di origine maliana ucciso all’alba di sabato 9 maggio in piazza Fontana da un gruppo di giovanissimi tra i 15 e i 16 anni insieme a un maggiorenne. L’iniziativa è stata organizzata dalle parrocchie del centro pugliese, mentre giovedì 14 maggio dalle ore 17.30 toccherà alle associazioni antirazziste, le realtà sociali e le comunità del territorio. Secondo gli investigatori il branco era alla ricerca di qualcuno di debole e indifeso da importunare, poi la situazione gli sarebbe completamente sfuggita di mano. Di “un omicidio di una brutalità che a Taranto non si era mai verificato” parla il giornalista Gianmario Leone, interpellato da Radio Onda d’Urto. Anche se “Taranto non è mai stata una città razzista e la comunità africana è perfettamente integrata”, l’episodio deve risuonare “come un campanello d’allarme” perché dimostra “l’involuzione e la regressione della società”. Come espresso anche dalla Procuratrice capo di Taranto Eugenia Pontassuglia “c’è un problema di educazione civile” e di valori. Gianmario Leone, che è anche insegnante di storia e filosofia in un liceo, aggiunge in merito che “anche nelle scuole di élite, frequentate dai figli della Taranto bene, negli ultimi anni registriamo situazioni mai verificate che parlano di totale assenza di educazione e rispetto. Un problema che si sta radicando in tutti i livelli e tutti i luoghi della nostra società”. La ricostruzione della vicenda, le reazioni politiche e della cittadinanza tarantina nell’intervista a Gianmario Leone giornalista del Corriere di Taranto. Ascolta o scarica Appena appresa la notizia dell’omicidio di Sako Bakari, il Presidente dell’Alto Consiglio del Mali in Italia Mahamoud Idrissa Boune, si è recato immediatamente a Taranto, dove si è anche incontrato con alcuni familiari di Sako che vivono in Spagna e in Francia. In qualità di rappresentante del governo maliano in Italia, Boune è stato anche ricevuto dagli investigatori e dalla Procuratrice, che hanno espresso la volontà di arrivare ad una verità giudiziaria al più presto. Nell’intervista che abbiamo realizzato, Boune si dice preoccupato per l’aumento degli episodi di violenza e razzismo che coinvolgono le persone di origine africana che vivono in questo paese. Il riferimento è anche all’aggressione di Diala Kante da parte della polizia a Milano e all’omicidio di Moussa Diarra a Verona. Di queste vicende è responsabile la politica e specialmente di “quelli che fanno campagne razziste” per guadagnarsi voti con temi quali la “remigrazione”. L’intervista al Presidente dell’Alto Consiglio del Mali in Italia Mahamoud Idrissa Boune. Ascolta o scarica
May 13, 2026
Radio Onda d`Urto
L’omicidio di Bakary Sako e la normalizzazione della violenza razzista
«Taranto non può restare in silenzio». È da queste parole che parte l’appello lanciato da associazioni, realtà sociali e comunità del territorio dopo l’uccisione di Bakary Sacko, giovane lavoratore originario del Mali assassinato mentre si preparava ad andare al lavoro nei campi. Per il 14 maggio è stato convocato un presidio pubblico in Piazza Fontana, luogo dell’aggressione, per chiedere verità e giustizia e ribadire che “nessuna vita è invisibile”. Una mobilitazione che prova a rompere il silenzio e a reagire collettivamente alla normalizzazione della violenza razzista, dell’odio e della disumanizzazione delle persone migranti. L’Italia continua ad attraversare una stagione di violenza razzista e autoritaria che non si può continuare a leggere come una sequenza di episodi isolati, scollegati tra loro, frutto di devianze individuali o di improvvise esplosioni di follia. La morte di Bakary Sako, ucciso a Taranto mentre si apprestava ad andare a lavorare 1, si colloca dentro una trama molto più ampia, profonda e strutturale. Una trama fatta di parole, campagne politiche, dispositivi giuridici, rappresentazioni mediatiche, pratiche istituzionali e forme quotidiane di disumanizzazione che, da anni, attraversano l’Europa e, in modo sempre più evidente, l’Italia Come accadde dopo la strage di Macerata del 2018, quando Luca Traini, ex candidato della Lega Nord alle elezioni comunali di Corridonia, attraversò la città sparando deliberatamente contro persone nere e migranti, ferendo sei giovani africani al grido di “Viva l’Italia” e accompagnando la propria azione con il saluto romano, anche oggi il rischio è quello di ridurre tutto a una questione di ordine pubblico, di disagio sociale indistinto o di marginalità individuale. Quella strage rappresentò uno spartiacque simbolico e politico: mostrò in maniera brutale come il razzismo potesse tradursi apertamente in violenza armata dentro uno spazio pubblico europeo, alimentato da anni di campagne securitarie, criminalizzazione dei migranti e retoriche identitarie costruite attorno alla figura dello “straniero invasore”. Eppure, anche allora, una parte del dibattito pubblico tentò di isolare il gesto dal clima politico e culturale che lo aveva reso possibile. La violenza non nasce mai nel vuoto. Viene preparata, alimentata, resa possibile da un clima culturale e politico che costruisce continuamente nemici interni, individua bersagli vulnerabili e normalizza l’idea che alcune vite valgano meno di altre. Non è un caso che, nelle ore immediatamente successive all’omicidio, ci sia stato chi ha tentato rapidamente di derubricare quanto accaduto a una generica “lite tra stranieri”, secondo un copione già visto molte volte: minimizzare, confondere, depoliticizzare, impedire che emergano le matrici profonde della violenza. Eppure, proprio grazie alla preziosa testimonianza di Babele associazione promozione sociale, che ha restituito pubblicamente il volto, la storia e la dignità di Bakary Sako, sta emergendo in queste ore un’altra verità. Quella di un giovane lavoratore accerchiato e aggredito da ragazzi del posto, alcuni, sembrerebbe, giovanissimi, addirittura minorenni. Un elemento che dovrebbe interrogarci ancora più profondamente sul clima culturale e sociale dentro cui stanno crescendo intere generazioni, abituate sempre più spesso a considerare lo straniero come un bersaglio, una presenza inferiore, un corpo sacrificabile. Bakary Sako non è morto soltanto per mano dei suoi aggressori. È morto dentro un Paese che da anni produce dispositivi materiali e simbolici di inferiorizzazione dei cittadini stranieri. È morto dentro un sistema che continua a considerare le migrazioni non come una questione sociale, umana e politica, ma come una minaccia permanente da contenere, sorvegliare e respingere. È morto dentro una società che si abitua progressivamente all’idea che lo sfruttamento, la segregazione abitativa, la precarietà estrema e perfino la morte di uomini e donne migranti siano un prezzo inevitabile dell’ordine sociale. La violenza razzista non si manifesta soltanto nei delitti di sangue. Si manifesta nelle baraccopoli dove migliaia di braccianti sopravvivono senza acqua, elettricità, trasporti e assistenza sanitaria. Si manifesta nei CPR, luoghi di detenzione amministrativa dove persone che non hanno commesso alcun reato vengono private della libertà personale. Si manifesta nei naufragi del Mediterraneo, nelle torture sistematiche subite in Libia da uomini e donne bloccati grazie agli accordi stipulati dall’Europa e dall’Italia. Si manifesta nelle campagne mediatiche costruite quotidianamente contro lo “straniero invasore”, contro il richiedente asilo, contro il povero trasformato in colpevole. > Il razzismo contemporaneo non è soltanto odio esplicito. È soprattutto un dispositivo politico e culturale che organizza gerarchie tra vite degne e vite sacrificabili. Produce distanza morale, abitua all’indifferenza, trasforma la sofferenza altrui in rumore di fondo. È questo il terreno su cui maturano le aggressioni, i pestaggi, gli omicidi. Per questo la morte di Bakary Sako riguarda la qualità della nostra democrazia, il modello di società che stiamo costruendo, il confine sempre più fragile tra diritto e arbitrio. Continuare a parlare genericamente di emergenza sicurezza significa nascondere il vero problema: l’insicurezza prodotta da un sistema che precarizza il lavoro, distrugge welfare e legami sociali, impoverisce interi territori e poi scarica paure e frustrazioni contro i più deboli. Lo straniero diventa così il bersaglio perfetto su cui proiettare ansie collettive costruite dentro decenni di disuguaglianze e politiche neoliberiste. E allora bisogna tornare ancora una volta al volto e alla storia di Bakary Sako. Un giovane uomo partito dal Mali, che aveva attraversato il mare sfidando la morte, le frontiere militarizzate, le politiche disumane costruite dall’Europa e dall’Italia per impedire la mobilità dei poveri del mondo. Aveva affrontato ciò che migliaia di persone affrontano ogni anno: deserti, violenze, respingimenti, lager libici, il rischio concreto di morire nel Mediterraneo. Non per inseguire privilegi, ma per lavorare, sostenere la propria famiglia, costruire una possibilità di vita dignitosa. Ed è qui che ha trovato la morte. Non in mare. Non nel deserto. Ma in Italia, mentre si preparava ad andare a lavorare nei campi, a guadagnare pochi soldi attraverso uno dei lavori più duri del nostro sistema economico. C’è qualcosa di terribile e profondamente simbolico in tutto questo. Un uomo sopravvissuto alle frontiere della Fortezza Europa viene ucciso dentro i confini di quella stessa Europa che continua a proclamarsi culla dei diritti umani. È una contraddizione che dovrebbe interrogare tutti: le istituzioni, la politica, i media, la società civile. Perché la morte di Bakary Sako non è soltanto il prodotto della violenza di chi lo ha aggredito. È anche il risultato di un clima costruito giorno dopo giorno, di un linguaggio che disumanizza, di politiche che trasformano i migranti in problemi di ordine pubblico, di dispositivi che producono esclusione, ricattabilità e marginalità sociale. Finché continueremo a leggere queste morti come eccezioni e non come il prodotto ordinario di un sistema sociale e politico, continueremo ad arrivare sempre troppo tardi: dopo l’ennesima aggressione, dopo l’ennesimo corpo, dopo l’ennesima vita considerata sacrificabile. 1. Aggredito in gruppo e colpito con un coltello: così è morto Bakari Sako, Taranto Today (11 maggio 2026) ↩︎
La corsa che ha fermato la base militare: Gioia del Colle e la militarizzazione della scuola italiana
DI GIULIO CAVALLI SU GIULIOCAVALLI.SUBSTACK.COM DEL 5 MAGGIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Giulio Cavalli, pubblicato su giuliocavalli.substack.com il 24 aprile 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione alla vicenda di Gioia del Colle e della corsa podistica militarizzata. «Quello di Gioia del Colle non è un caso isolato. È la stessa logica che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da anni con una pazienza sistematica: le Forze Armate cercano di occupare ogni spazio pubblico disponibile, dallo spazio scolastico allo spazio sportivo, dal tempo libero al tempo formativo, e lo fanno in modo progressivo, graduale, quasi invisibile. Un evento podistico dentro una base militare non sembra pericoloso: sembra festoso, inclusivo, persino patriottico. È esattamente quella forma di normalizzazione che rende il processo difficile da contrastare quando non lo si nomina…continua a leggere su www.giuliocavalli.substack.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente