Lavori nell’aeroporto di Venegono (Varese), la protesta dei cittadini
Non un mero intervento di adeguamento tecnico né un’ordinaria manutenzione, ma
una profonda trasformazione territoriale e geopolitica destinata a modificare
l’equilibrio della Piana di Venegono. È la posizione netta emersa durante il
partecipato incontro pubblico promosso dal Comitato spontaneo “Meno Pista Più
Paesaggio e Pace”, nato per chiedere trasparenza e partecipazione sulle
decisioni relative ai lavori nell’area aeroportuale di Venegono. La presenza
attenta di una cinquantina di cittadini lascia ben sperare gli organizzatori.
Nel mirino dei cittadini e dei promotori dell’iniziativa c’è il cantiere
commissionato da Leonardo Spa e autorizzato dal Comune tramite una Segnalazione
Certificata di Inizio Attività (SCIA) per manutenzione straordinaria: un’opera
da circa 2 milioni di euro che prevede la realizzazione di una zona di overrun
(un’area di sicurezza di 180 metri a nord della via De Gasperi nel caso la corsa
dei velivoli superi la pista esistente), lo spostamento della struttura LOC (per
la guida coassiale alla pista), delle antenne ILS (utilizzate per l’atterraggio
strumentale) oltre la pista di overrun e il posizionamento di una barriera
d’arresto sulla pista già esistente.
Ad aprire la serata è stato Fabio Mattiuzzo, progettista ed esperto di
Architettura del Paesaggio, che ha ricostruito le tappe dell’iniziativa fin dai
primi movimenti di bonifica riscontrati a marzo 2026.
Un’alterazione del suolo agricolo
«Sappiamo perfettamente che tecnicamente non si tratta di un prolungamento della
lunghezza nominale di decollo, ma non vogliamo giocare con le parole. Nei fatti
assistiamo a un netto aumento del suolo artificializzato. Un pezzo di prato
stabile, storicamente agricolo e a uso pubblico, viene sbancato, consolidato con
uno spesso strato di pietrisco e recintato per diventare un’infrastruttura a
servizio dei velivoli» ha denunciato Mattiuzzo.
In effetti, le opere realizzate non possono essere considerate un normale
intervento di manutenzione straordinaria, autorizzabili con SCIA, perché
modificano in modo permanente la superficie e l’idrogeologia di quello che era
un terreno agricolo.
Mattiuzzo ha evidenziato diverse presunte criticità urbanistiche e procedurali:
* Vincoli di PGT: L’area interessata risulta classificata come agricola (C1)
nel PGT vigente, senza che sia stata adottata alcuna variante urbanistica
preventiva.
* Assenza di VIA: Non è stata attivata la procedura di verifica di
assoggettabilità a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), obbligatoria per
legge quando le modifiche comportano consumo di suolo inedificato o
alterazione dello stato dei luoghi.
* Classificazione paesaggistica anomala: L’area gode della sensibilità
paesistica minima nel PGT (livello 1), in forte contrasto con l’ampio valore
panoramico e naturalistico della Piana.
Il passaggio al Demanio Civile e i nodi militari
L’analisi dell’operazione si è poi allargata al contesto industriale e militare
con l’intervento di Elio Pagani, presidente dell’associazione Abbasso la guerra
OdV. Pagani ha ripercorso il passaggio dell’infrastruttura dal Demanio Militare
a quello Civile (formalizzato nell’agosto 2024), spiegando il paradosso
normativo che ne è derivato.
Con la dismissione militare, l’aeroporto è passato sotto la giurisdizione
dell’ENAC, perdendo le deroghe di sicurezza militari. L’adeguamento della pista
è diventato così un “atto dovuto” per la normativa civile ICAO. Tuttavia, le
relazioni tecniche indicano che le opere rispondono agli standard necessari per
testare i velivoli ad alte prestazioni e di nuova produzione di Leonardo (come
l’addestratore M346 e la sua versione armata).
«Il passaggio al civile, in una situazione di crescente importanza militare
dell’aeroporto, è servito di fatto a favorire le esigenze industriali e i test
di volo della società, deresponsabilizzando le istituzioni locali e limitando il
dibattito pubblico» ha dichiarato Pagani.
Inquinamento, rischi e democrazia negata
La critica alla gestione politica della vicenda si è inasprita con l’intervento
di Carlo Incarbone, ripreso anche da altri del Comitato. Incarbone ha
sottolineato le profonde ripercussioni concrete sulla quotidianità dei
residenti: il peggioramento della vivibilità a causa del rumore e
dell’inquinamento, le modifiche alla viabilità locale e il nodo della sicurezza.
«Perché non siamo stati consultati di fronte a scelte così complesse e pareri
discordi? Perché si è lasciato che prevalesse l’interesse del più forte,
rompendo anche quella storica linea di fermezza e collaborazione che ha sempre
caratterizzato i nostri Comuni? Si sarebbe potuta garantire la sicurezza
semplicemente mantenendo le attività nei limiti attuali, senza espandersi a
scapito del territorio verde».
Giorgio Gallo ha posto l’accento sulla necessità di applicare il principio di
precauzione su una struttura direttamente legata alla filiera degli armamenti:
* Rischio di incidenti rilevanti: L’infrastruttura rappresenta un «obiettivo
sensibile» e richiede un aggiornamento urgente dei Piani aziendali e di
Protezione Civile per comprendere i nuovi scenari di rischio.
* Valutazione d’Impatto Sanitario (VIS): È stata lanciata la proposta di
attivare una VIS su area vasta per stimare gli effetti a lungo termine di
emissioni e rumori, ipotizzando anche l’istituzione di un fondo fidejussorio
a garanzia di eventuali ripristini ambientali.
* Peso sociale delle multinazionali: È stata denunciata la difficoltà dei
decisori pubblici nel mantenersi immuni dalle pressioni dei grandi gruppi
industriali, richiamando l’esigenza di non “svendere” i servizi ecosistemici
del territorio in cambio di compensazioni irrisorie.
La sintesi e la svolta legale: depositato un esposto-diffida
In chiusura, Carlo Benedusi e Roberto Restelli hanno tirato le fila
dell’incontro, riassumendo la posizione del comitato su tre pilastri
fondamentali: la mancanza di informazione e trasparenza da parte
dell’Amministrazione, le gravi implicazioni ambientali e sanitarie, e la
battaglia etica per la pace e contro la rassegnazione di fronte alla “logica di
guerra”, per uscire dalla “gabbia bellica”.
Schematizzando, i tre pilastri della protesta sono:
1. TRASPARENZA: Mancato coinvolgimento dei cittadini e dubbi sulle procedure
amministrative (SCIA anziché Variante e VIA).
2. AMBIENTE E SALUTE: Consumo di suolo agricolo, rumore, inquinamento e
richiesta di una Valutazione di Impatto Sanitario (VIS).
3. ETICA E SICUREZZA: Opposizione all’asservimento del territorio all’industria
bellica e aggiornamento dei Piani di Sicurezza.
La mobilitazione non si fermerà alle sole serate informative. Il comitato ha
infatti annunciato di aver già depositato un esposto-diffida in Comune.
L’obiettivo dichiarato non è lo scontro frontale, ma spingere l’Amministrazione
a prendere atto dei punti d’ombra procedurali, sospendere i lavori e riaprire un
tavolo di confronto pubblico ed etico alla luce del sole.
Abbasso la Guerra