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SERBIA: LA MORTE DI MLADIĆ RAFFORZA I NAZIONALISMI IN VISTA DELLE ELEZIONI PARLAMENTARI. L’ANALISI DI GIORGIO FRUSCIONE
Lo scorso giovedì è morto all’Aja all’età di 84 anni Ratko Mladić. L’ex generale delle truppe serbo bosniache era stato condannato in via definitiva nel 2017 dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia all’ergastolo. È stato giudicato colpevole di crimini contro l’umanità, genocidio e crimini di guerra commessi nel conflitto in Bosnia Erzegovina degli anni 90. Ha fatto il giro del mondo l’annuncio del Ministro della giustizia serbo Nenad Vujic che ha dichiarato di voler organizzare per Mladić i funerali di Stato. Non è convinto che questi si terranno Giorgio Fruscione, ricercatore dell’ISPI, che ai nostri microfoni ha dichiarato che senza “azzardare scommesse, non sono convinto che alla fine si terranno i funerali con le massime onorificenze. Questo perché è stato annunciato dal Ministro della giustizia e non dal Presidente Aleksandar Vučić, che è l’unica persona che decide qualsiasi cosa nella Serbia”. L’annuncio del Ministro della giustizia non è ancora realtà quindi, anche perché la salma di Mladić è ancora in Olanda, all’Aja, dove un’inchiesta è stata aperta, come previsto dal protocollo standard del Tribunale delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia. La procedura prevede l’accertamento delle circostanze del decesso e si basa sulle ultime ore di vita dell’ex generale nella struttura detentiva del Meccanismo internazionale residuo per i tribunali penali. Intanto però si sono scatenati gli ultra nazionalisti, tra gli hooligans della Stella Rossa Belgrado, ai gruppi e partiti della destra, che ha già iniziato il proprio processo di martirizzazione di Mladić. Con Giorgio Fruscione abbiamo cercato di capire proprio come il governo sta strumentalizzando la morte di Mladić per sopire i malumori interni alla Serbia, in particolare quelli che si protraggono dal primo novembre 2024 e che chiedono tra l’altro le dimissioni di Aleksandar Vučić. Il Presidente della Repubblica, a livello interno, sta anche preparando le elezioni elezioni parlamentari, anticipate a ottobre prossimo.  Non di secondaria importanza sono anche le relazioni ambigue che il paese balcanico sta continuando ad avere con l’Unione Europea. Vučić “ha di fatto accantonato il processo di integrazione nell’Unione poiché probabilmente gli fa più gioco rimanere un paese candidato” continua Fruscione. Questo nonostante “le critiche da parte di Bruxelles negli ultimi due anni si siano fatte più decise, più veementi, più costanti”. L’intervista a Giorgio Fruscione, ricercatore dell’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. Ascolta o scarica
August 31, 2026
Radio Onda d`Urto
I boss mafiosi stanno continuando a uscire dal carcere in permesso premio
Dietro un silenzio assordante, autorevoli mafiosi di Cosa Nostra continuano nei mesi a godere di benefici penitenziari e a lasciare le patrie galere senza aver detto una parola ai magistrati sui loro affari, complici e ambienti criminali. L’ultimo caso è quello dell’ergastolano Damiano Rizzo, spietato killer del gruppo di fuoco di Villabate, che quest’estate è tornato nella sua Sicilia in permesso premio per una settimana. Prima di lui, a luglio, era toccato a Giuseppe Guttadauro, fratello di Filippo (cognato di Matteo Messina Denaro), uscito di prigione grazie al meccanismo della continuazione, che consente di ricalcolare unitariamente la pena per più reati, anche già giudicati con sentenze diverse, se commessi nell’ambito dello stesso disegno criminoso. Negli ultimi anni, sono ormai oltre duecento gli “irriducibili” che, complice un impianto normativo ormai molto lasco, hanno potuto godere dei permessi premio. Tra questi ci sono moltissimi soggetti condannati all’ergastolo per reati gravissimi, comprese le stragi. Rizzo, che ha oggi 61 anni, era affiliato alla famiglia mafiosa di Villabate e uomo di fiducia del capomafia Nicola Mandalà, molto vicino all’ex capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. Operava principalmente nel traffico degli stupefacenti e nelle estorsioni. Venne arrestato nel gennaio 2005 nell’ambito dell’operazione “Grande Mandamento”, che smantellò una parte della rete di fiancheggiatori del superlatitante. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, è stato impegnato nelle operazioni più rischiose e delicate del clan. Il reato più grave di cui si è macchiato insieme ad altri mafiosi è l’omicidio dell’imprenditore mafioso Salvatore Geraci, ucciso il 5 ottobre 2004 in corso dei Mille, a Palermo. Geraci, già inserito nel sistema degli appalti di Angelo Siino e Giovanni Brusca, dopo la scarcerazione voleva rientrare nel circuito senza l’autorizzazione dei vertici. Rizzo partecipò ai sopralluoghi e fu presente sulla scena del delitto, venendo condannato definitivamente all’ergastolo. Eppure, le porte del carcere per lui hanno iniziato ad aprirsi. Assai rilevante è anche il profilo di Giuseppe Guttadauro, classe ‘48, considerato uno dei principali rappresentanti della componente “borghese” della mafia palermitana. Medico chirurgo capace di muoversi tra ambienti sanitari, imprenditoriali, politici e istituzionali, ma anche nel campo del traffico degli stupefacenti, entrò nelle grandi inchieste antimafia già negli anni Ottanta, rimediando varie condanne. Dopo gli arresti dei fratelli Graviano divenne uno degli uomini di riferimento del mandamento di Brancaccio-Ciaculli. Dalle intercettazioni realizzate nella sua abitazione nacque il filone conosciuto come quello delle “Talpe alla DDA”, nel quale emersero fughe di notizie riservate a vantaggio di esponenti mafiosi e in cui fu indagato – e poi condannato a sette anni per favoreggiamento alla mafia – l’ex presidente della Regione Totò Cuffaro. Terminata una precedente lunga detenzione nel 2012, Guttadauro si trasferì a Roma. Una successiva inchiesta fece però emergere come non avesse interrotto i rapporti con gli uomini di Cosa Nostra, continuando a intervenire negli affari legati a lavori edili e traffico di droga delle famiglie palermitane. Per questo è stato ri-arrestato. Esattamente come Rizzo, non ha scelto la strada della collaborazione con la giustizia, ma la strategia dell’“attesa”. Ora ripagata. Tra le centinaia di boss mafiosi che, negli ultimi anni, hanno goduto dei benefici, c’era anche il boss e killer ergastolano Raffaele Galatolo. A giugno, però, quest’ultimo è stato nuovamente arrestato: approfittando di permessi premio e semilibertà, l’uomo continuava a controllare estorsioni, scommesse e investimenti illeciti, gestendo l’infiltrazione nei cantieri navali, nel mercato ortofrutticolo e in attività imprenditoriali attraverso l’utilizzo di prestanome. Il gip ha sottolineato «l’irreversibilità della scelta di appartenenza alla mafia», con il boss che, grazie agli spazi di libertà, esercitava il potere «in modo davvero sfrontato». La famiglia Galatolo è direttamente collegata a delitti eccellenti – come quelli del Generale Dalla Chiesa, di Rocco Chinnici e di Pio La Torre –, nonché al fallito attentato a Falcone all’Addaura. Il nipote Vito, collaboratore di giustizia, nel 2014 aveva rivelato un piano finalizzato all’eliminazione fisica del magistrato Nino Di Matteo con 200 chili di tritolo, approvato da Totò Riina e Matteo Messina Denaro. L’ergastolo ostativo – ovvero il “fine pena mai” – per i mafiosi è stato ufficialmente demolito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 2019 ha giudicato incompatibile con i principi della Convenzione europea un divieto assoluto. A questa pronuncia si è accodata la Corte Costituzionale, che ha sollecitato sul punto un intervento legislativo. La risposta è arrivata con una riforma approvata durante il governo Meloni, che ha aperto la possibilità di accedere ai benefici anche ai detenuti non collaboranti, purché dimostrino concretamente di aver reciso ogni legame con le organizzazioni mafiose e previo parere della Direzione nazionale antimafia. Tra i mafiosi che negli ultimi anni hanno potuto goderne, solo per fare alcuni nomi, ci sono Ignazio Pullarà, storico boss di Santa Maria di Gesù, e Paolo Alfano, killer di Brancaccio condannato anche al Maxiprocesso, entrambi autorizzati a tornare a Palermo. Ha ottenuto la semilibertà anche un boss stragista come Giovanni Formoso, condannato come esecutore dell’attentato di via Palestro del 1993. Lo stesso beneficio è stato concesso a Vito Busca e Girolamo Buccafusca. Nel 2025 è emerso come Salvatore Benigno, coinvolto nelle stragi del 1993, abbia usufruito di vari permessi. Stando a quanto è trapelato dai dati girati alla Commissione Antimafia dal Dipartimento delle carceri, nei soli primi mesi del 2025 i boss che hanno ottenuto permessi premio sono almeno 200. The post I boss mafiosi stanno continuando a uscire dal carcere in permesso premio appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 18, 2026
L'INDIPENDENTE
Alla ricerca delle galere perdute. Dopo la richiesta d’ergastolo per Curcio e Moretti
Esiste un tempo immoto, fermo come uno stagno; un tempo che non passa, che nella sua immobilità trascende tutto – i cambiamenti, la storia, le grandi vicende della geopolitica. Somiglia a certi angoli delle nostre soffitte in cui abbiamo ammucchiato roba che non viene toccata per decenni e si mantiene così, […] L'articolo Alla ricerca delle galere perdute. Dopo la richiesta d’ergastolo per Curcio e Moretti su Contropiano.
June 23, 2026
Contropiano
La vendetta dello Stato delle stragi
La richiesta di ergastolo avanzata dai pm Emilio Gatti e Ciro Santoriello nei confronti di Renato Curcio e Mario Moretti per i fatti della Cascina Spiotta non rappresenta un atto di giustizia. Rappresenta piuttosto l’ennesimo capitolo di una lunga vendetta di Stato che attraversa mezzo secolo di storia italiana. Cinquantuno […] L'articolo La vendetta dello Stato delle stragi su Contropiano.
June 21, 2026
Contropiano
Cuba, la Corte Suprema ha condannato all’ergastolo l’ex Ministro dell’Economia Alejandro Gil per spionaggio
La difesa può fare appello contro la condanna all’ergastolo e deve avere la garanzia che l’imputato sarà udito di nuovo. La Corte Suprema del Popolo riferisce che lunedì 8 dicembre 2025 ha notificato le pene del procedimento penale contro l’imputato Alejandro Miguel Gil Fernández. Le udienze orali si sono svolte tra l’11 e il 13 novembre 2025 e tra il 26 e il 29 novembre 2025. Nel primo procedimento penale fu ritenuto responsabile dei crimini di spionaggio, atti a danno dell’attività economica o di contratti; oltre a corruzione, furto e danno di documenti o altri oggetti in custodia ufficiale, violazione dei sigilli ufficiali e violazione delle regole per la protezione dei documenti classificati, quest’ultima di natura continua. A seguito di questa classificazione, la Corte impose la pena congiunta dell’ergastolo da scontare. Nel secondo procedimento, fu ritenuto responsabile dei reati di corruzione di natura continua come mezzo per un fine di falsificazione di documenti pubblici; oltre al traffico di influenze e all’evasione fiscale, entrambi di natura continua. In questo caso, la Corte ha imposto la pena congiunta di vent’anni di privazione della libertà. In entrambi i procedimenti contro Gil Fernández furono applicate sanzioni accessorie come la confisca dei beni, il divieto dell’esercizio di funzioni che comportano l’amministrazione o la disponibilità di risorse umane, materiali e finanziarie e la privazione dei diritti pubblici, tra gli altri. Nel determinare le sanzioni da imporre, la Corte tenne conto degli articoli 147 della Costituzione della Repubblica, nonché degli articoli 71.1 e 29 del Codice Penale, relativi agli scopi della sanzione, valutando il danno sociale degli atti commessi dagli imputati. Alejandro Miguel Gil Fernández, attraverso un atto corrotto e simulato, approfittò dei poteri conferiti dalle responsabilità assunte per ottenere benefici personali, ricevendo denaro da aziende straniere e corrompendo altri funzionari pubblici per legalizzare l’acquisizione di beni. Ingannò la leadership del Paese e il popolo che rappresentava, causando così danni all’economia. Non si conformò ai processi di lavoro con le informazioni ufficiali classificate che gestiva, le ruotò, le danneggiò e infine le mise a disposizione dei servizi nemici. Questi comportamenti altamente dannosi hanno dimostrato nell’imputato una degradazione etica, morale e politica che lo rende degno di una grave risposta penale, come richiesto dall’Articolo 4 della Costituzione della Repubblica, che stabilisce che il tradimento è il crimine più grave e chiunque lo commetta è soggetto alle sanzioni più severe. Gli atti sanzionati violano anche la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Corruzione, di cui Cuba è firmataria. L’imputato e la Procura hanno il diritto di presentare i rimedi stabiliti dalla legge entro un periodo di dieci giorni. Per quanto riguarda la pena dell’ergastolo, anche se la pena non viene contestata, il Tribunale, su propria mozione, esamina un appello, come garanzia per l’imputato contenuta nella Legge di procedura penale. Una volta risolti i ricorsi contro le sentenze, se la sua responsabilità sarà ratificata, sarà istituita una sanzione congiunta e unica da eseguire tra tutte le pene imposte, come previsto dall’articolo 86 dell’attuale Codice Penale. Sia l’imputato che i suoi avvocati hanno riconosciuto che durante l’elaborazione dei casi e degli atti del processo orale, sono stati rispettati i diritti e le garanzie sanciti dalla Costituzione della Repubblica e dalla Legge di Procedura Penale. (Tratto dalla Corte Suprema del Popolo) http://www.cubadebate.cu/noticias/2025/12/08/tribunal-supremo-popular-notifica- sentencias-a-acusado-alejandro-miguel-gil-fernandez/ https://www.granma.cu/cuba/2025-12-08/de-la-gravedad-del- delito-a-la-severidad-de-la-sancion-todas-las-garantias- procesales-08-12-2025-23-12-47 Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
December 10, 2025
Pressenza
Arte contro le pene capitali – Nel giorno dei morti, l’arte per la vita.
Quando la creatività diventa impegno sociale.   Torna a Napoli Arte contro le pene capitali . Giunta alla sua quarta edizione, la manifestazione è in programma sabato 2 novembre negli spazi dell’ex OPG “Je so’ pazzo” di Materdei, dalle 15:30 fino a notte inoltrata. L’iniziativa, promossa e portata avanti dall’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario insieme alla cooperativa editoriale e di ricerca sociale Sensibili alle Foglie , curata da Nicola Valentino e attiva nelle indagini sul mondo delle istituzioni totali come carceri e ospedali psichiatrici giudiziari, è organizzata in collaborazione con Napoli Monitor , testata web che si occupa di giustizia, partecipazione e povertà. L’evento intreccia arte, memoria, giustizia e diritti umani, trasformando un luogo simbolico della reclusione in un laboratorio di riflessione collettiva. È un appuntamento artistico, ma anche politico e partecipazione, per ripensare la giustizia e immaginare alternative alla logica del castigo. C’è il desiderio di riflettere, attraverso l’arte e la cultura, sul significato della pena di morte e dell’ergastolo come strumenti di punizione sociale. In Italia la pena di morte è formalmente abolita, ma l’ergastolo non rappresenta un’alternativa: esso stesso costituisce una pena “fino alla morte”. Il luogo che ospita l’evento, l’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario, si trasforma da spazio di sofferenza a centro pulsante di vita, solidarietà e cultura, riconosciuto come simbolo cittadino di resistenza civile e di costruzione dal basso di politiche alternative. Ambulatori popolari, doposcuola, scuola di italiano, attività artistiche e sportive formano qui una rete di solidarietà concreta, un argine di resistenza e di speranza. È l’esempio di come la società civile possa generare soluzioni alternative. In questo luogo carico di storia e di significati, attraverso l’arte, si apre uno spazio per riflettere, agire e sentire. Non è solo un momento culturale, ma un richiamo concreto all’impegno civile per la giustizia, la dignità e l’umanità. L’arte, in tutte le sue espressioni, diventa veicolo per dare voce a chi è escluso e per stimolare una riflessione collettiva su carcere e diritti civili. UN’ARTE CHE DENUNCIA LA “MORTE SOCIALE” Il filo conduttore di questa edizione è la condanna e l’abolizione della pena di morte e dell’ergastolo, considerato come pena “fino alla morte”. L’approccio multidisciplinare dell’evento pone l’accento sulla sofferenza individuale, sul silenzio collettivo e sulla “morte sociale” a cui l’ergastolo condanna: una morte lenta e silenziosa che priva l’individuo della propria umanità. Attraverso performance, teatro, musica, poesia e arti visive si vuole dare voce a ciò che spesso resta nell’ombra del sistema penale: sofferenza, isolamento e marginalità. L’obiettivo è rendere visibile ciò che il carcere tende a nascondere, restituendo dignità e parola a chi vive la condanna. ERGASTOLO BIANCO E GIUSTIZIA COME CURA L’edizione 2025 apre inoltre una riflessione sul cosiddetto “ergastolo bianco”, espressione che indica la trasformazione della diagnosi psichiatrica in una pena senza fine, una condanna mascherata da cura. È un tema delicato che interroga il rapporto tra malattia mentale, istituzioni e libertà individuale, e che l’arte affronta come strumento di consapevolezza e critica sociale. LA SCELTA SIMBOLICA DEL 2 NOVEMBRE La data del 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti, non è casuale: assume un valore fortemente simbolico. Nel giorno dedicato alla memoria dei morti, l’iniziativa denuncia la pena perpetua come una forma di lutto sociale, riaffermando il diritto alla vita, alla dignità e alla possibilità di rinascita. PROGRAMMA E PARTECIPAZIONI Oltre cinquanta artisti saranno coinvolti tra performance dal vivo e opere in esposizione: letture, mostre, momenti di musica e danza, performance teatrali, tutti incentrati sul tema della pena, della detenzione e della vita condannata. L’apertura è prevista alle ore 15:30, quando si aprirà il cancello dell’ex OPG di Materdei, oggi centro di cultura, promozione sociale e accoglienza. Comincerà così un cammino fisico e simbolico che si snoderà tra le stanze dell’ex manicomio, le celle ei cortili. Dalle 16 alle 19:30 il pubblico potrà partecipare a un percorso guidato all’interno dell’ex area detentiva, attraversando spazi angusti che evocano in modo potente la condizione di reclusione e la “morte sociale” cui si ispira la manifestazione. Nelle vendite saranno esposte opere pittoriche e sculture realizzate da persone detenute all’ergastolo, insieme a lavori di altri artisti sul tema della pena di morte e della detenzione. Nel chiostro si terranno performance artistiche, musicali, reading, proiezioni e installazioni. Numerosi contributi resteranno visitabili per tutta la serata. Alle 17:00 due momenti di performance teatrale sui temi della pena e della detenzione: Gli Arrevuot’ — Chi Rom e chi no , gruppo misto di artisti di strada, con Muort che parla , e il Teatro dell’Oppresso con lo spettacolo Le voci di fuori . Alle 18:30 Portateci nel cuore , letture di lettere di condannate a morte nella Resistenza europea, a cura della Kalamos APS. Alle 19:00, con un pensiero al genocidio e alle sofferenze della Palestina, il Teatro Popolare dell’ex OPG rappresenterà Stanotte morirò a Gaza di Andrea Carnovale, un potente urlo contro la morte. Dalle 19:30 fino a mezzanotte si animerà l’area del secondo chiostro con Parole capitali : spazi di lettura, musica e poesie, con la testimonianza di Giovanni Farina, interno dell’OPG quando era attivo, e di Michele Fragna. Alle 20:00 è previsto un momento gastronomico con la cena sociale organizzata dalla Casa dei Popoli di Marano. Il ricavato sarà destinato a sostenere le attività sociali quotidianamente svolte nel centro. Dopo la cena, musica struggente con la fisarmonica di Dolores Melodia — canzoni e musiche dal carcere — e l’esibizione del gruppo popolare Terra e Lavoro . A chiudere il programma, Nicola Valentino proporrà Lament di MacPherson , melodia composta da un condannato a morte alla fine del XVIII secolo. Per tutta la durata dell’evento saranno presenti i banchetti informativi di Amnesty International, Antigone Campania, Associazione Yairaiha Onlus, Centro Culturale Handala Ali, Sanabel, Sensibili alle Foglie, U Buntu e A Capo. MEMORIA E RESISTENZA Arte contro le pene capitali vuole essere memoria e resistenza: contribuisce a mantenere vivo il dibattito pubblico su temi spesso rimossi come la pena, la morte legale e la dignità umana. È un modello virtuoso di come cultura, memoria e impegno sociale possono intrecciarsi, offrendo al pubblico uno spazio di riflessione sul significato della libertà e della giustizia. Rappresenta un’occasione per vivere l’arte non come semplice espressione estetica, ma come strumento di partecipazione civile. Restano interrogativi aperti che alimentano il confronto: In che misura l’arte può davvero modificare le percezioni sociali sulla pena di morte, sull’ergastolo e sul carcere? Quali risultati concreti si possono auspicare? Qual è l’impatto che rimarrà dopo l’evento? Come affrontare la continuità tra pena di morte ed ergastolo? Il dibattito è spesso trascurato. L’Italia ha formalmente abolito la pena di morte, ma mantenendo l’ergastolo lo trasforma di fatto in una “morte a vita”. Sono domande che restano aperte, ma l’evento ha già dimostrato in passato come l’arte possa diventare strumento di denuncia, empatia e riflessione collettiva. Attraverso linguaggi come pittura, fotografia, teatro, poesia e musica, artisti e cittadini possono avviare un dialogo profondo sul valore della vita e sulla necessità di difendere i diritti in ogni contesto. Se nel mondo, purtroppo, continua a esistere la pena di morte, iniziative come Arte contro le pene capitali ricordano che la cultura è un potente veicolo di cambiamento, capace di trasformare la sensibilità individuale in coscienza civile e collettiva. Un appello a non restare indifferenti. Gina Esposito
October 31, 2025
Pressenza
John Bolton rischia l’ergastolo in base alla legge che voleva applicare a Snowden e Assange
È proprio vero che, a volte, il destino saprà proprio essere beffardo. In passato, John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale sotto Bush e Trump, noto per le sue posizioni ultra-belliciste e da “falco” in politica estera, ha chiesto l’esecuzione di Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning ai […] L'articolo John Bolton rischia l’ergastolo in base alla legge che voleva applicare a Snowden e Assange su Contropiano.
October 26, 2025
Contropiano
Femminicidio nero su bianco, ma non è ancora legge
Immagine simbolica dal progetto”IN MEMORIAM”di Matteo Anatrella contro la violenza di genere Il Senato approva all’unanimità il nuovo reato, con ergastolo per chi uccide una donna in quanto donna. Il testo ora attende il voto della Camera. di Lucia Montanaro Il voto al Senato Il 23 luglio 2025 il Senato ha approvato all’unanimità il disegno di legge che introduce, per la prima volta nella storia della Repubblica, il reato autonomo di femminicidio. Una parola finora assente nel codice penale, ma che racconta una realtà che in Italia si consuma con numeri spaventosi: una donna uccisa ogni tre giorni, nella stragrande maggioranza dei casi da partner, ex partner o familiari. Oggi, grazie a questo passaggio parlamentare, lo Stato comincia a riconoscere questa violenza per ciò che è. Non un delitto qualunque, ma l’omicidio di una donna in quanto donna. Spesso punita per aver detto “no”. No a un uomo, a un controllo, a una relazione, a un potere. Il nuovo articolo 577 bis del codice penale, approvato dal Senato, prevede l’ergastolo per chi uccide con movimento di genere, cioè per possesso, dominio, controllo, rifiuto o odio misogino. Inoltre, si rafforzano le tutele per le vittime, ei centri antiviolenza potranno costituirsi parte civile nei processi. A sancire il passaggio parlamentare è il Senato, che il 23 luglio vota all’unanimità: 161 presenti, 161 favorevoli. L’applauso che segue, sincero e trasversale, interrompe il silenzio d’aula. A presiedere i minuti conclusivi c’è Ignazio La Russa, che ringrazia i senatori per il risultato ottenuto. Il contenuto della legge Non è stato un iter privo di ostacoli. I dubbi sul rischio di un approccio meramente repressivo, più punitivo che preventivo, hanno attraversato l’opposizione. In Commissione Giustizia non sono mancate le tensioni. Ma davanti al peso dei numeri e al dolore collettivo che ormai attraversa il Paese, è maturata una convergenza politica raramente così compatta. Determinanti, nel testo finale, alcune modifiche richieste dalle minoranze. Il concetto di “femminicidio” è stato definito in modo più preciso: si punisce con l’ergastolo chi uccide una donna per odio, possesso, controllo, prevaricazione. Ma anche per il suo rifiuto di entrare o restare in una relazione, o per sottrarla a una condizione di soggezione. Una specificazione che restituisce dignità giuridica a molte delle storie che negli ultimi anni hanno occupato le cronache. Il testo include inoltre un’estensione significativa: la norma tutela anche chi si identifica come donna, anche se non riconosciuta tale anagraficamente. Le misure di sostegno Tra gli interventi approvati ci sono anche fondi per gli orfani di femminicidio, con uno stanziamento di 10 milioni di euro e l’ampliamento della platea dei beneficiari. Non solo figli di donne uccisero da partner o ex, ma anche bambini la cui madre è stata uccisa da uomini con cui non aveva alcun legame affettivo. Prevista anche la possibilità di aiuto nei casi in cui la madre sopravviva, ma resti invalida o gravemente compromessa a causa della violenza. Dall’opposizione, però, è arrivata una critica netta. Senza investimenti su prevenzione, educazione, cultura, la repressione del rischio di arrivare sempre troppo tardi. Ilaria Cucchi ha ribadito in Aula l’urgenza di affiancare alla norma penale una legge sull’educazione affettiva, già calendarizzata in Commissione e attesa dopo l’estate. Cosa succede ora Ma la legge, ad oggi, non è ancora definitiva. Il testo approvato dal Senato deve ora passare alla Camera dei Deputati per il voto finale. Solo dopo questo secondo passaggio, e la successiva promulgazione del Presidente della Repubblica, il reato di femminicidio diventerà legge dello Stato. L’auspicio, condiviso anche da molti parlamentari, è che si tratti solo di un passaggio formale, vista l’unanimità già espressa e la gravità del fenomeno. I numeri del femminicidio in Italia Nel 2024, secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, 113 donne sono state uccise in Italia. Di queste, 99 in ambito familiare o affettivo, e 61 per mano del partner o dell’ex. Un lieve calo rispetto alle 120 vittime del 2023, ma il dato resta drammaticamente alto. Oltre due donne ogni settimana continuano a morire per mano maschile. Nei primi sette mesi del 2025, le uccisioni già note sono almeno 27. Ogni volta che succede, l’Italia si interroga per qualche giorno. Poi dimentica. Eppure i segnali erano spesso chiari, le denunce c’erano già state, i nomi noti alle forze dell’ordine. Ma la rete non ha retto, o non è mai esistita. Questa legge, dicono in molti, è un passo importante. Ma non sufficiente. Manca un piano di prevenzione sistemico. Mancano fondi strutturali per i centri antiviolenza. Mancano educazione affettiva e formazione nelle scuole. Non basta punire “dopo”, servirebbe anche e soprattutto formare e prevenire. Eppure, oggi qualcosa si è rotto. Il muro del silenzio istituzionale, almeno. La parola femminicidio non è più solo nei titoli dei giornali o nei cortei delle donne. È scritta nero su bianco nel testo approvato dal Senato della Repubblica. E con essa, la memoria di tutte quelle che non hanno potuto scegliere se vivere o morire. Un quadro globale: strategie, divari e convergenze Nel mondo, la legislazione sul femminicidio è frammentata e diseguale. Alcuni Paesi hanno riconosciuto il reato come autonomo, altri lo trattano come una circostanza aggravante dell’omicidio. Altri ancora lo ignorano del tutto dal punto di vista giuridico. In Europa, l’Italia si prepara a diventare il primo Stato dell’Unione con un reato autonomo di femminicidio. In Spagna, invece, dal 2004 esiste una legge organica contro la violenza di genere, che integra repressione, prevenzione, assistenza e monitoraggio. In Germania, Francia, Croazia o Belgio, la violenza di genere è punita con aggravanti, ma manca una fattispecie autonoma. Nel continente americano, il contrasto è ancora più marcato. In America Latina, Paesi come Messico, Brasile, Colombia e Argentina hanno introdotto da tempo il reato autonomo di femminicidio. Ma la sua efficacia è limitata, spesso, dall’impunità diffusa e dalla debolezza strutturale delle istituzioni. Secondo la Commissione Economica dell’ONU per l’America Latina ei Caraibi (CEPAL), nel 2023 sono state uccise almeno 3.897 donne in 27 Paesi della regione. Oltre 11 al giorno. Negli Stati Uniti e in Canada, non esiste il reato di femminicidio. Gli omicidi di donne rientrano nel codice penale generale, e non sempre il movimento di genere è considerato. Esistono però leggi specifiche a livello statale, soprattutto in riferimento alla violenza domestica. Secondo l’EIGE (Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere), solo con una definizione condivisa e una raccolta sistematica dei dati si può contrastare in modo efficace il femminicidio. La Convenzione di Istanbul, ratificata da molti Stati, invita in questa direzione. Ma la sua applicazione resta disomogenea. In questo contesto, il ruolo dell’Italia può essere duplice: da un lato, colmare un vuoto legislativo e nominare per la prima volta il reato per quello che è. Dall’altro, offrire un modello di riconoscimento simbolico e giuridico che altri Paesi europei potrebbero seguire. Ma il diritto, da solo, non basta. Come dimostrare i casi latinoamericani, serve una rivoluzione culturale, istituzionale e sociale. Un minuto di raccolta Sono almeno 27 le donne uccise in Italia dall’inizio del 2025. Nomi, volti, storie spezzate da chi non accettava la loro libertà. Questo elenco non è retorica, è memoria. E la memoria è l’unico modo che abbiamo per opporci all’oblio. Provate a leggere questi nomi ad alta voce. Prendetevi il tempo necessario. Un minuto, due, tre. Quanto serve per compenetrarsi davvero nel numero. Perché non sono solo inchiostro su un foglio, ma corpi, voci, volti. Perché a ciascuna di loro sia stato restituito il peso che meritano. – Eliza Stefania Feru – 29 anni – 5 gennaio – Gualdo Tadino (Perugia) – Maria Porumbescu – 57 anni – 14 gennaio – Rivoli (Torino) – Jhoanna Nataly Quintanilla Valle – 40 anni – 24 gennaio – Milano – Eleonora Guidi – 35 anni – 8 febbraio – Rufina (Firenze) – Cinzia D’Aries – 51 anni – 9 febbraio – Venaria Reale (Torino) – Tilde Buffoni – 80 anni – 17 febbraio – Montignoso (Massa Carrara) – Ramona Rinaldi – 39 anni – 21 febbraio – Veniano (Como) – Sabrina Baldini Paleni – 56 anni – 13 marzo – Chignolo Po (Pavia) – Laura Papadia – 36 anni – 26 marzo – Spoleto (Perugia) – Sara Campanella – 22 anni – 31 marzo – Messina – Ilaria Sula – 14 anni – scomparsa 25 marzo – trovata in valigia a Poli (Roma) – Amina Sailouhi – 43 anni – 3 maggio – Caleppio di Settala – Chamila Arachchilage Dona Wijesuriya – 11 maggio – Cinisello Balsamo – Daniela Luminita Coman – 14 maggio – Prato di Correggio – Teodora Kamenova – 15 maggio – Civitavecchia – Daniela Strazzullo – 23 maggio – Napoli – Vasilica Potincu – 25 maggio – Legnano – Martina Carbonaro – 14 anni – 28 maggio – Afragola (Napoli) – Maria Denisa Paun – 4 giugno – Montecatini Terme – Sueli Leal Barbosa – 48 anni – 5 giugno – Milano – Elena Belloli – 51 anni – 5 giugno – Cene (Bergamo) – Mara Rita Bonanno – 6 giugno – Castelvetrano – Gentiana Kopili – 14 giugno – Tolentino – Assunta Carbone – 26 giugno – Rivalta di Torino – Geraldine Yadana Nuñes Sanchez – 16 luglio – Macherio – Samantha Del Gratta – 45 anni – 22 luglio – Pisa A ciascuno di loro, un nome che non deve più essere letto in silenzio. Ventisette nomi. Ventisette vite. Una sola domanda che ci riguarda tutte e tutti: chi sarà la prossima? Finché ci sarà un nome da aggiungere, la legge non basterà, servirà una rivoluzione culturale, una per ciascuna di loro. Lucia Montanaro
July 24, 2025
Pressenza