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Armi nucleari smarrite e mai recuperate. L’opinione pubblica non è informata
ORDIGNI ATOMICI, SOGGETTI A LENTA E INESORABILE CORROSIONE, ADAGIATI SUL FONDO DEGLI OCEANI, PERSI A CAUSA DI INCIDENTI AEREI O INTRAPPOLATI NEI RELITTI DI SOTTOMARINI AFFONDATI, RIMANGONO MONUMENTI RADIOATTIVI SILENZIOSI, TESTIMONIANZE DI EPOCHE AD ALTISSIMA TENSIONE. La storia delle armi nucleari smarrite e mai più recuperate è una delle eredità più inquietanti della Guerra Fredda. Nel gergo militare statunitense questi incidenti gravi che coinvolgono armi atomiche (senza però scatenare una guerra nucleare) vengono chiamati “Broken Arrow (Freccia Spezzata)” [1, 2, 3]. Ad oggi, si calcola che ci siano almeno decine di testate nucleari adagiate sul fondo degli oceani, perse a causa di incidenti aerei o intrappolate nei relitti di sottomarini affondati. ATOMICHE SMARRITE PER INCIDENTI AI BOMBARDIERI NUCLEARI Durante la Guerra Fredda, sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica mantenevano bombardieri strategici costantemente in volo, armati e pronti all’attacco. Questa pratica ha portato a diversi incidenti. Solo gli Stati Uniti ammettono ufficialmente 6 bombe nucleari disperse e mai recuperate [1, 2]. I casi più celebri. Eccoli. * La bomba di Tybee Island (Georgia, USA – 1958) – Durante un’esercitazione, un bombardiere B-47 entrò in collisione con un caccia F-86. Per alleggerire l’aereo e tentare un atterraggio di fortuna, il pilota sganciò una bomba all’idrogeno Mark 15 da 3,4 megatoni nelle acque poco profonde di Wassaw Sound, vicino a Tybee Island. Nonostante mesi di ricerche, la bomba si inabissò nel fango profondo e non fu mai più ritrovata. È ancora lì. [1, 2] * L’incidente del Mare delle Filippine (1965) – Un aereo da attacco A-4E Skyhawk, caricato con una bomba termonucleare B43, scivolò accidentalmente fuori dal ponte della portaerei USS Ticonderoga. L’aereo, il pilota e l’arma nucleare affondarono a oltre 4.900 metri di profondità a circa 110 chilometri dalle isole Ryukyu. L’immensa pressione oceanica rende il recupero impossibile. [1, 2, 3, 4] * La scomparsa sopra il Mediterraneo (1956) – Un bombardiere B-47 dell’Aeronautica statunitense, in volo da una base in Florida verso il Marocco, svanì nel nulla mentre attraversava una fitta coltre di nubi sopra il Mar Mediterraneo. A bordo trasportava due capsule di materiale fissile per armi nucleari. Non è mai stato trovato alcun rottame, né dell’aereo né del suo carico. [1] Nota di rilievo – In altri casi famosi, come l’incidente di Palomares (Spagna, 1966), quattro bombe caddero da un B-52: tre toccarono terra contaminando il suolo, mentre la quarta finì in mare e fu recuperata dopo una colossale operazione di ricerca subacquea durata mesi. SOTTOMARINI NUCLEARI PERSI NEGLI ABISSI Il fondo dell’oceano ospita anche i relitti di diversi sottomarini affondati insieme ai loro reattori e al loro arsenale atomico (siluri e missili balistici). Complessivamente si contano 9 sottomarini nucleari affondati nella storia (2 statunitensi, 5 sovietici, 2 russi) [1, 2, 3]. I più rilevanti per il loro carico bellico sono: Stati Uniti USS Scorpion (SSN-589) – 1968: Affondò misteriosamente nell’Oceano Atlantico, circa 740 chilometri a sud-ovest delle Azzorre, provocando la perdita di 99 membri dell’equipaggio. Oltre al reattore nucleare, lo Scorpion racchiude nel suo relitto, a più di 3.000 metri di profondità, due siluri armati con testate nucleari Mark 45 ASTOR. [1, 2, 3, 4] Unione Sovietica / Russia * K-8 (1970): A causa di un incendio a bordo nel Golfo di Biscaglia (Oceano Atlantico), il sottomarino d’attacco sovietico colò a picco durante le operazioni di rimorchio. Portò con sé negli abissi, a oltre 4.600 metri, il proprio reattore e quattro siluri nucleari. [1, 2, 3] * K-219 (1986): Pochi anni prima della fine della Guerra Fredda, questo sottomarino lanciamissili subì un’esplosione nel tubo di lancio di un missile al largo delle Bermuda. Affondò a circa 5.000 metri di profondità con un carico stimato di ben 34 testate nucleari a bordo dei suoi missili balistici. [1, 2, 3] * K-278 Komsomolets (1989): Questo sottomarino sovietico con scafo in titanio affondò nel Mar di Norvegia a causa di un incendio. Oggi giace a 1.680 metri di profondità con il suo reattore e due siluri a testata nucleare contenenti plutonio. Monitoraggi scientifici condotti nel corso degli anni hanno confermato che il reattore e le munizioni stanno subendo una lenta corrosione da acqua salata, rilasciando piccoli picchi di cesio radioattivo, sebbene fortemente diluiti dalle correnti marine. [1, 2, 3, 4, 5] Nota di rilievo – Uno dei casi più recenti di dispersione radioattiva: Fughe radioattive da un sottomarino sovietico affondato nel Mare di Norvegia – Contaminazione ambientale ancora contenuta, ma serve un monitoraggio continuo / ANSA, 28 MARZO 2026 PERCHÉ NON VENGONO RECUPERATE? Le superpotenze hanno quasi sempre preferito lasciare gli ordigni sul fondo oceanico per quattro ragioni principali. 1. Profondità: molti di questi relitti si trovano nella piana abissale (tra i 3.000 e i 5.000 metri), dove le pressioni schiaccianti rendono le operazioni di recupero tecnologicamente complesse e straordinariamente costose. 2. Oblio: si ritiene che una bomba atomica sommersa non può esplodere autonomamente e si preferisce l’oblio. 3. Sicurezza: muovere relitti strutturalmente instabili dopo decenni di corrosione rischia di spaccare i contenitori di sicurezza, provocando una contaminazione ecologica ancora peggiore peggiore. [1, 2, 3, 4] 4. Media: non vi è una sufficiente pressione dell’opinione pubblica e i governi preferiscono non riportare queste atomiche sotto i riflettori dei media in operazioni di recupero che riporterebbero a galla oltre alle vecchie armi nucleari anche profondi timori che si preferisce tenere sopiti. Peacelink Telematica per la Pace
October 18, 2026
Pressenza
“Broken Arrow… Abbiamo perso le bombe atomiche”
A chi guarda le esercitazioni nucleari come Steadfast Noon con normalità e assuefazione, giova ricordare qualche trascorso della Guerra Fredda. Come quando venne lanciato uno spaventoso “Broken Arrow” a Goldsboro, nel North Carolina. O a Palomares, in Spagna. Ecco la lista completa degli incidenti. Nel gergo burocratico e asettico del Pentagono lo chiamano “Broken Arrow (Freccia Spezzata)”. È il codice ufficiale utilizzato per identificare gli incidenti più gravi che coinvolgono armi nucleari: smarrimenti, detonazioni accidentali dei componenti convenzionali o incendi a bordo. Dietro questa formula da film d’azione si nasconde però una realtà agghiacciante che la retorica militare della deterrenza ha cercato per decenni di insabbiare: la tecnologia nucleare non è infallibile e il mondo ha sfiorato l’olocausto atomico per puro errore tecnico in tempo di pace. Mentre assistiamo giorno dopo giorno alle esercitazioni nucleari della NATO, denominate “Steadfast Noon”, è bene ricordare che quelle cose sono parte di una storia abominevole e terrificante. Oggi si esercitano con simulacri di bombe atomiche, ma se si continua ad alimentare la tensione arriverà il giorno in cui quelle bombe verranno imbarcate sui cacciabombardieri. Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha ammesso ufficialmente 32 incidenti Broken Arrow dal 1950 a oggi. Di questi, diversi casi hanno visto bombardieri strategici “perdere” letteralmente il proprio carico nucleare. Ad oggi, almeno sei ordigni nucleari non sono mai stati ritrovati e giacciono ancora abbandonati nei fondali oceanici. Un esempio emblematico è quello di Tybee Island, in Georgia, dove nel 1958 un bombardiere B-47, a seguito di una collisione in volo, si liberò deliberatamente di una bomba all’idrogeno Mark 15 nelle acque dell’Atlantico per alleggerire il carico e tentare un atterraggio d’emergenza. L’ordigno sprofondò nelle paludi marine e non venne mai più recuperato. Tre anni più tardi, nel gennaio del 1961 a Goldsboro, nel North Carolina, si consumò l’episodio più spaventoso. Un B-52 si disintegrò in volo a causa di un cedimento strutturale, lasciando precipitare due bombe all’idrogeno Mark 39 da 3,8 megatoni ciascuna. La violenza dello schianto aereo ingannò i sensori interni di uno degli ordigni: la bomba interpretò la rottura dei cavi come un lancio legittimo in tempo di guerra, dispiegò il paracadute e attivò i propri generatori. Solo anni dopo, grazie alla declassificazione di documenti riservati, si è appreso che tre dei quattro interruttori di sicurezza automatici fallirono. Fu solo un minuscolo selettore manuale a basso voltaggio – che il pilota non aveva azionato dalla cabina – a interrompere il circuito finale, evitando un’esplosione 250 volte più potente di quella di Hiroshima sul suolo americano. Questo rischio spaventoso mise a nudo la vulnerabilità degli arsenali. All’epoca, infatti, non esisteva ancora il sistema PAL (Permissive Action Link), quel dispositivo di blocco elettronico che oggi richiede l’inserimento di un codice segreto criptato per armare una bomba. Fu proprio lo spavento di Goldsboro a spingere il presidente John F. Kennedy, nel 1962, a firmare il memorandum che imponeva lo sviluppo e l’installazione obbligatoria dei sistemi PAL per scongiurare detonazioni accidentali o utilizzi non autorizzati. Pochi anni dopo, nel 1966, i nuovi protocolli di sicurezza dovettero affrontare la prova del fuoco a Palomares, in Spagna. Come documentato nel nostro archivio nell’articolo “Quando quattro bombe H caddero sulla Spagna“, un’altra collisione ad alta quota fece precipitare quattro bombe H. Questa volta i sistemi avanzati impedirono la reazione a catena nucleare, ma l’impatto fece comunque esplodere il detonatore convenzionale di due ordigni, nebulizzando una nube tossica di polvere di plutonio su oltre 200 ettari di territorio civile. La logica della militarizzazione dei cieli e dei mari espone costantemente le popolazioni a pericoli sistemici. Sebbene i voli permanenti con armi nucleari attive siano stati interrotti alla fine degli anni ’60 proprio a causa di queste catastrofi sfiorate, le esercitazioni belliche contemporanee continuano a riproporre gli stessi identici schemi rassicurativi. Rassicuravano allora, rassicurano oggi, tutto passa come normalità, anche l’addestramento all’apocalisse nucleare. Pensiamo all’esercitazione NATO Steadfast Noon 2026 nei cieli italiani, oggi giunta al quinto giorno, che ha visto cacciabombardieri simulare attacchi atomici riproponendo le medesime e delicate manovre di rifornimento in volo che causarono la tragedia di Palomares. Scrivere oggi di bombe atomiche smarrite non significa fare semplice archeologia della Guerra Fredda. Significa smascherare il mito della “sicurezza nucleare”. Finché esisteranno arsenali atomici e finché i territori saranno messi a disposizione per la simulazione e il transito di questi vettori di distruzione apocalittica, l’umanità intera rimarrà ostaggio non solo delle decisioni folli dei governi, ma anche del banale sensore che si guasta o del difetto nel software di bordo. Peacelink Telematica per la Pace
October 17, 2026
Pressenza
NATO-Sardegna: combattenti di terra, mare e cielo
Iniziate le mega- esercitazioni militari Steadfast Noon 2026* e Joint Stars 2026** *Steadfast Noon si tiene ogni anno in uno dei Paesi europei che ospitano ordigni nucleari statunitensi. L’edizione precedente si è svolta nel 2025, sempre a ottobre. Quest’anno, l’area di volo principale sarà tra Trapani e la Sardegna orientale. Gli F-35 italiani non parteciperanno, poiché non ancora certificati per
October 15, 2026
La Bottega del Barbieri
Furundulla 307 – Cuccù! Sono tornato…
…mi avete riconosciuto? di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse)   Cuccù!   TrumPutin bum bum Limes: Scade il trattato di non proliferazione nucleare fra Usa e Russia Et voilà! “L’europarlamento affossa il diritto d’asilo nell’Unione. Via libera alle deportazioni extra
February 12, 2026
La Bottega del Barbieri
La fine del “new start” avvicina il rischio nucleare
E’scaduto il 5 febbraio il trattato per il contenimento degli armamenti strategici New START, ultimo accordo siglato tra Washington e Mosca sulla proliferazione di armi nucleari. Il trattato impone limiti vincolanti al numero di testate nucleari dispiegate dalle due superpotenze. Sul tavolo resta ancora la proposta russa di estendere il trattato di un ulteriore anno, ma gli USA continuano a proporre la stesura di un nuovo accordo . C’è un terzo incomodo ,la Cina ,divenuta una potenza nucleare in ascesa che gli Stati Uniti vorrebbero coinvolgere, secondo le dichiarazioni di Rubio ,in una nuova versione allargata del trattato. Il “new start” siglato dai presidenti Barack Obama e Dmitry Medvedev, stabiliva per entrambe le parti un massimo di 700 missili balistici per parte, 1550 testate nucleari e 800 lanciatori, schierati e non, per questi vettori. Inoltre prevedeva ispezioni e scambio di notifiche sui movimenti delle forze atomiche. Era l’ultimo di una serie di accordi START (Strategic Arms Reduction Treaty), il primo dei quali fu siglato il 31 luglio 1991 a Mosca da W. Bush e Mikhail Gorbachev, a pochi mesi dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Stati Uniti e Russia possiedono oltre l’80 per cento delle testate nucleari mondiali. La scadenza dell’accordo implica la fine dello scambio di informazioni riguardo ai rispettivi arsenali e mette fine alle ispezioni reciproche e segna anche la fine del sistema M.A.D. mutual assured destruction per cui ogni utilizzo di ordigni nucleari da parte di uno dei due opposti schieramenti finirebbe per determinare la distruzione sia dell’attaccato che dell’attaccante. La conclusione di New START potrebbe condizionare anche la revisione, prevista nei prossimi mesi alle Nazioni Unite, del più generale Trattato di non proliferazione nucleare, in vigore dal 1970 e ridiscusso ogni cinque anni. Il principio alla base del trattato è che gli stati non dotati di armi nucleari si impegnano a non acquisirle, a condizione che gli Stati dotati di armi nucleari compiano sforzi in buona fede per il disarmo. Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di questioni strategico militari
February 9, 2026
Radio Blackout - Info
A Kiev un crimine di guerra
Oggi è il 6 agosto. Esattamente ottant’anni fa, nel 1945, gli Stati Uniti d’America sganciarono la bomba atomica che ridusse in macerie la città giapponese di Hiroshima e in polvere gran parte dei suoi abitanti. Evidentemente non ancora soddisfatto dell’operazione, il presidente statunitense Truman ordinò il lancio di un’altra bomba atomica che il 9 agosto distrusse la città di Nagasaki. La memoria è importante: lo scorso anno il sindaco di Nagasaki fece sapere all’ambasciatore israeliano che per il rispetto dovuto alle vittime di Gaza la sua partecipazione alla commemorazione non era gradita. Ovviamente gli ambasciatori di gran parte dei Paesi occidentali, complici del genocidio in corso, condannarono le inappropriate e sconsiderate parole del sindaco e disertarono la celebrazione, in primis quello statunitense e a seguire gli scagnozzi dei Paesi vassalli. “Chi salva una vita salva il mondo intero”: è la parafrasi di un detto contenuto nella Mishnà ebraica. Quanto vale dunque una vita umana? Vale il mondo intero. La vita di un bambino quanti mondi vale? Bisognerebbe chiederlo alla mamma e al papà, se hanno avuto la fortuna o la sfortuna di sopravvivere a un attacco sferrato da chissà dove e da chissà chi, davanti a un monitor che aliena e disumanizza l’omicidio o la strage. Dico questo perché dati alla mano volevo scrivere che Kiev non è sottoposta a massicci attacchi, né tantomeno a bombardamenti a tappeto, come affermato da diversi media. Da un punto di vista meramente razionale, descrivere le grandi città ucraine come Leopoli, Kiev e Odessa come città semidistrutte da massicci attacchi russi, per non parlare di veri e propri bombardamenti a tappeto, sarebbe una menzogna bella e buona. Potrebbe essere anche un errore fatale, perché giustificherebbe la rappresaglia, renderebbe impossibili o ancora più difficili le trattative e infine favorirebbe la folle decisione di un riarmo europeo senza precedenti, giustificato da un nemico in realtà inesistente. Razionalmente ho ragione: i 31 morti del 31 luglio non autorizzano a parlare di massicci attacchi su Kiev, però la razionalità è una cosa, l’emotività un’altra. L’aridità dei numeri non può sostituire volti, storie, vite stroncate per sempre. Prima di scrivere il mio articolo ho voluto dunque andare sul luogo della strage del 31 luglio 2025. Yurii Sheliazenko mi ha dato il nome del distretto e l’indirizzo dell’ufficio che assiste le vittime dell’attacco che sono sopravvissute. Vittime perché hanno perso i loro cari, perché sono più o meno gravemente ferite, oppure perché hanno perso tutto, compresa la casa danneggiata o devastata e la macchina incenerita. Stiamo parlando quindi di un migliaio di persone di un quartiere popolare dell’estrema periferia dell’immensa Kiev. Nel centro di assistenza vedo soldati e poliziotti e allora preferisco chiedere alla ragazza di un bar. Lei gentilissima, come tutte le persone che ho incontrato finora, chiede agli avventori e così su Google Maps del mio cellulare ora c’è un indirizzo preciso… a “soli” 8 kilometri. “Che saranno mai?” penso tra me e me e mi incammino.  Poi saggiamente, dopo un’ora, trovo un tram che va nella mia stessa direzione e così arrivo nel luogo colpito dal missile. Vedo grandi palazzoni di edilizia popolare, esattamente come in tutte le periferie del mondo. Qui i segni della guerra sono evidentissimi: vetri rotti, tetti parzialmente scoperchiati, macchine carbonizzate e non ancora rimosse. Infine il crimine di guerra, l’orrore, l’inferno: un palazzone interamente sventrato, non danneggiato da un drone, ma colpito da un missile russo che ha ucciso trentuno persone, tra cui sei bambini. E’ stato straziante vedere lo scivolo semi-divelto del modesto parco giochi destinato ai bambini e alle bambine: due piccoli scivoli, due altalene. Mani pietose hanno sistemato pupazzetti e giocattolini trovati tra le macerie e hanno posato lì vicino dei lumini. Chi passa ha lo sguardo commosso e attonito di un sopravvissuto. Mi siedo e provo a scrivere e sul telefonino, ma iniziano a cadermi le lacrime… Sono un maestro elementare e mi sento inorridito: lì sono morti sei bambini, insieme ad altre 25 persone e i feriti sono centinaia. Mi sento anche in colpa: come ho potuto pensare “solo 31 morti”? Le aride cifre mi davano ragione, ma ogni vita è un mondo che muore, una stella che si spegne… L’orrore senza fine del genocidio di Gaza seppellisce la nostra umanità. Davanti alle migliaia di bambini uccisi a Gaza, tra morti accertate e corpicini sepolti per sempre sotto le macerie, cosa saranno mai, avevo inizialmente pensato, i sei bambini uccisi il 31 luglio a Kiev? Quelli di Gaza sono numeri così enormi che il nostro cervello non riesce neppure a elaborarli, eppure ogni vita è sacra. Lo dico da ateo: è il mondo intero che muore. Attenzione: chi di qua o di là dal Dnieper fa ora strage di qualche decina di civili, ragiona come chi a Gaza ne ha uccisi oltre centomila e come chi ottant’anni fa ordinò di sganciare quelle due maledette bombe atomiche. Sono criminali assassini e governano la grande parte dei Paesi occidentali in nome nostro. Dobbiamo liberarcene al più presto con la nonviolenza, che è azione e coraggio e non passività e viltà. E soprattutto “senza perdere la tenerezza”.   Mauro Carlo Zanella
August 6, 2025
Pressenza
“Un albero per la Memoria”: l’hibaku-jumoku che cresce a Casale Monferrato
NELL’80° ANNIVERSARIO DEL BOMBARDAMENTO DI HIROSHIMA L’ALBERO GERMOGLIATO NELLA CITTÀ GIAPPONESE E TRAPIANTATO NEL GIARDINO URBANO SIMBOLO DELLA RESILIENZA E DELLA RIGENERAZIONE DELLA CITTADINA ITALIANA MARTORIATA DALL’AMIANTO RICORDA TUTTE LE VITTIME DI OGNI DEVASTAZIONE. Nel 2019 una delegazione dell’AFeVa (Associazione Familiari e Vittime dell’Amianto) di Casale Monferrato si è recata in Giappone per partecipare al convegno svolto all’Università di Kobe in cui veniva presentato un manga intitolato Ishinowata (‘pietra come cotone’, amianto) che, illustrando la storia di una sua protagonista, Romana Blasotti Pavesi, descrive la lotta dei citttadini di Casale Monferrato contro le malattie letali provocate dal ‘polverino killer‘ per 80 anni incessantemente fuoriuscito dallo stabilimento della multinazionale Eternit. Nell’occasione i rappresentanti dell’AFEeVA si sono recati anche all’Hiroshima Peace Memorial Museum, dove quest’anno fino al 26 settembre è in esposizione la rassegna Visual archives of Hiroshima atomic bombing composta dalle fotografie e dai filmati che documentano il bombardamento, avvenuto il 6 agosto 1945, alle 8:15 del mattino, e alla ricorrenza commemorato facendo suonare la Peace Bell (Campana della Pace) dal 1964 installata nel parco del sito museale. LE VIVIDE TESTIMONIANZE DEGLI HIBAKUSHA E DEGLI HIBAKU-JUMOKU Nel 1945 il 6 agosto a Hiroshima e il 9 agosto a Nagasaki le bombe atomiche uccisero circa 120 mila persone e ferirono, fecero ammalare e traumatizzarono oltre 650 mila sopravvissuti alle esplosioni e alle radiazioni degli ordigni nucleari, in giapponese detti hibakusha. Le vittime delle bombe atomiche e termonucleari fatte esplodere nelle città giapponesi come armi e in alcune isole nell’Oceano Pacifico per misurare la loro potenza distruttiva dal 1956 sono rappresentate dall’Associazione Nihon Hidankyo – Japan Confederation of A- and H-Bomb Sufferers Organizations che, a riconoscimento del suo impegno al perseguimento di “un mondo libero dalle armi nucleari” e, in particolare, “per aver dimostrato attraverso le testimonianze che le armi nucleari non devono mai più essere utilizzate”, nel 2024 è stata insignita del Premio Nobel per la pace (THE NOBEL PRIZE / 2024 – Nihon Hidankyo).Per iniziativa dell’iraniania Nassrine Azimi, giornalista e urbanista che collabora con l’UNITAR – United Nations Institute for Training and Research, e della giapponese Tomoko Watanabe, coordinatrice dell’Associazione ANT (Asian Network of Trust) – Hiroshima, è stata fondata la Green Legacy Hiroshima (GLH) dedita a diffondere “il messaggio universale degli alberi sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima“. La GLH infatti ha raccolto i semi e coltivato i germogli e distribuisce le piantine degli alberi ricresciuti sui terreni della città devastati dall’esplosione. La sua selezione è composta da circa 160 esemplari di oltre 30 specie che, insieme alla loro denominazione botanica, sono identificati anche da un appellativo, hibaku-jumoku, appositamente coniato per loro. Il termine infatti è composto dalle due parole giapponesi, il sostantivo jumoku che significa ‘albero’, e l’aggettivo hibaku che, come nella parola hibakusha in cui indica le persone vittime dell’esplosione, significa ‘bombardato’ e, precisamente, ‘esposto alle radiazioni di una bomba atomica o nucleare’. In occasione dell’80° anniversario del bombardamento di Hiroshima Nassrine Azimi ricorda: > Dal 2011, quando la mia amica Tomoko Watanabe e io abbiamo fondato Green > Legacy Hiroshima, migliaia di semi di hibaku-jumoku hanno fatto il giro del > mondo. Molti sono giunti in giardini botanici e arboreti, in scuole e > università, in luoghi di guerra, luoghi di fede e luoghi di pace. Grazie a > questi semi abbiamo stretto nuove amicizie in tutto il pianeta, molte persone > sono diventate appassionate emissarie degli alberi di Hiroshima e si impegnano > con passione a diffondere nelle proprie comunità il loro messaggio di cautela > e speranza. > > Il messaggio espresso dai discendenti degli alberi che hanno assistito e > sopportato in silenzio gli orrori dei bombardamenti atomici di Hiroshima e > Nagasaki non è mai stato così avvincente. Queste piante infatti ci ricordano > che il modo in cui ci trattiamo a vicenda è anche il modo in cui trattiamo la > Natura, che ogni essere vivente è interconnesso e interdipendente con gli > altri, che la scelta tra paradiso e inferno spetta a noi. > > Il Bulletin of Atomic Scientists ci ha avvisato che le lancette dell’orologio > dell’apocalisse sono molto vicine alla mezzanotte. Questo implacabile monito > ci esorta a impegnarci di più per evitare il peggio e proteggere la vita sulla > Terra per le generazioni a venire. Per poter affrontare questa sfida abbiamo > bisogno anche della speranza che proprio gli hibaku-jumoku ci trasmettono con > il loro potente simbolismo, la loro resilienza, la loro generosità, la loro > universalità e la loro bellezza mozzafiato. > > – Message from Green Legacy Hiroshima (GLH) Coordinator La GLH opera cooperando con 150 enti, organizzazioni e associazioni di molte nazioni, tra cui il PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification schemes / Programma di Valutazione degli Schemi di Certificazione Forestale) che in collaborazione con l’Associazione Mondo senza Guerre e senza Violenza (MSG) promuove la diffusione degli “alberi della pace” e dal 2020 coordina la distribuzione degli hibaku-jumoku in Europa – PEFC Italia e gli Hibakujumoku, alberi di rinascita e di speranza. Ogni anno PEFC Italia affida una decina di piante germogliate da semi hibaku-jumoku ad altrettante organizzazioni, scuole e istituzioni italiane impegnate in progetti e attività che promuovono la pace con cura per l’ambiente e all’inclusione sociale. Otto hibaku-jumoku erano stati piantati a Brindisi, Fiumicello Villa Vicentina (UD), Foggia, Livorno, Narni (TR), Palermo,  Reggio Calabria e Venegono Superiore (VA) prima del 2020 e successivamente fino al 2024 in varie località italiane ne sono stati messi a dimora una 40ina, tra cui il Celtis sinensis (bagolaro) collocato in un giardino pubblico di Casale Monferrato il 6 agosto 2024 e il prossimo mercoledì 6 agosto nuovamente al centro dell’attenzione. Questo hibaku-jumoku infatti cresce nell’area verde allestita nel quartiere della cittadina piemontese in cui per 80 anni, dal 1907 fino al 1986, veniva prodotto il cemento-amianto Eternit, perciò da dove – come nelle città giapponesi che 80 anni fa, il 6 e 9 agosto 1945, vennero devastate dalle esplosioni di bombe atomiche e nucleari – si sono propagate le malattie letali che hanno ucciso migliaia di persone tra i lavoratori nella fabbrica e gli abitanti della città e dei suoi dintorni e che, essendo patologie con una latenza molto lunga, continuano a mietere numerose vittime. UN PICCOLO ALBERO PER UNA MEMORIA CONDIVISA > Un hibakujumoku, un albero sopravvissuto al bombardamento di Hiroshima, viene > assegnato al comune di Casale Monferrato che nel 2024 lo affida > all’associazione Librarti affinché se ne prenda cura e lo collochi nel > Giardino Urban2 (che gestisce dal 2020). Nasce una collaborazione con > l’associazione Yamato e si decide di piantare l’albero proprio nella data di > cui porta memoria, lo scoppio della bomba a Hiroshima. > > Il piccolo bagolaro, simbolo della resilienza, della speranza e della > conservazione della memoria piantumato nell’agosto del 2024 con una sentita > cerimonia, sarà protagonista di un nuovo evento il prossimo 6 agosto 2025, dal > titolo Un albero per la Memoria. > > Si riuniranno attorno a lui le associazioni Librarti, Yamato, AFeVA e altre > realtà del territorio per ricordare, attraverso la musica e la lettura di > brani scelti, quanto sia importante ricordare avanti. Gli interventi musicali > saranno coordinati dalla musicista Erika Patrucco: interverranno il musicista > giapponese Takayo Hiramatsu, con il suo koto, ed il giovanissimo studente di > pianoforte Riccardo Corino. Faranno da cornice all’appuntamento i tanzaku su > cui scrivere pensieri e desideri ed una degustazione di tè giapponese. > > Un evento che vuole mettere in primo piano la ‘Memoria’: ricordare per non > dimenticare, per non ripetere gli errori del passato, per coinvolgere le nuove > generazioni e ricordare che anche dagli eventi tragici nasce il riscatto delle > persone e della natura. Il ricordo della bomba su Hiroshima e dell’Eternit a > Casale Monferrato, accomunano popoli lontani, accomunati dalla lotta per una > giustizia condivisa e il riscatto dal passato. > > Con il patrocinio del Consolato del Giappone e contributi di Fondazione Cassa > di Risparmio di Alessandria e Krumiri Portinaro. Maddalena Brunasti
July 30, 2025
Pressenza
Il mito della bomba iraniana e il pericolo delle bugie israeliane
Come smontare la disinformazione di Netanyahu. Il mito della bomba iraniana e il pericolo delle bugie israeliane L’attacco israeliano non ha distrutto le strutture nucleari sotterranee più protette ma punta a un cambio di regime. Israele vs. Iran Israele ha condotto e sta ancora conducendo attacchi contro obiettivi legati al programma nucleare iraniano. Lo ha giustificato come una misura preventiva contro una presunta minaccia atomica imminente. Ma è davvero così? I fatti e le analisi indipendenti raccontano un’altra storia, molto diversa da quella promossa da Tel Aviv. Secondo le valutazioni dell’intelligence americana — condivise da altre agenzie internazionali — l’Iran dopo il 2003 non ha mai preso la decisione definitiva di costruire un’arma nucleare. Il suo programma, sebbene avanzato in alcune componenti, è stato usato più come strumento di pressione diplomatica che come progetto bellico. Le bugie israeliane su un Iran pronto alla guerra atomica servono quindi a giustificare un’aggressione illegale e destabilizzante. Sul microblog Programma nucleare Iran, si trovano raccolti i principali dati che smentiscono con forza la narrativa guerrafondaia. Informazioni che meriterebbero maggiore attenzione da parte dei media mainstream. L’Iran non ha la bomba L’Iran ha accumulato uranio arricchito fino al 60% — un livello alto, ma non sufficiente per costruire un’arma. Solo passando al 90% si entra nella soglia militare. Anche allora, non sarebbe “pronto” all’uso: la costruzione di una testata nucleare richiede mesi o anni, con processi tecnologici estremamente complessi. Metallurgia, miniaturizzazione, sistemi di detonazione: tutte competenze che vanno ben oltre il semplice arricchimento. Nel 2003, secondo la CIA e l’AIEA, l’Iran interruppe un embrionale progetto militare. Da allora, non vi sono prove che abbia deciso di riprenderlo. Le agenzie USA nel 2024 hanno ribadito che Teheran non ha fatto il passo decisivo verso la bomba. Una giustificazione per l’aggressione Eppure Israele ha attaccato. Ha colpito siti civili e componenti del sistema di comando iraniano, causando anche morti fra gli scienziati. Non per impedire un’azione imminente, ma per “mandare un segnale”. Un attacco preventivo che non ha distrutto le strutture sotterranee più protette, come ha spiegato il canale YouTube Parabellum, esperto in analisi militare. Le centrifughe moderne, installate in bunker profondi come quello di Fordow, sono ancora intatte. I laboratori sotterranei sono a 50 metri di profondità e le bombe israeliane ad oggi non sono arrivate fin lì. L’attacco punta a un cambio di regime e sfrutta il programma nucleare come pretesto. Questo tipo di attacco mina anche la possibilità di un ritorno al negoziato. Secondo Riccardo Alcaro (Istituto Affari Internazionali), l’aggressione israeliana chiude le porte al dialogo e potrebbe spingere l’Iran a rilanciare il programma nucleare, stavolta in funzione di deterrenza. Un precedente pericoloso Ma c’è un punto ancora più inquietante. Se Israele può colpire preventivamente un Paese che non ha armi nucleari, ma solo una capacità potenziale, allora chiunque potrebbe sentirsi autorizzato a fare lo stesso. Chi deciderà che la semplice “minaccia” basta a legittimare un bombardamento? Questo approccio mina il diritto internazionale. Crea una logica perversa, in cui l’aggressione preventiva si trasforma da crimine a prassi accettabile. E in cui le bugie diventano strumenti di legittimazione per l’attacco preventivo. La verità è un antidoto alla guerra Il microblog #programmanucleareIran (https://sociale.network/tags/programmanucleareIran) sta raccogliendo le fonti, i dati e le dichiarazioni degli esperti che aiutano a vedere chiaro in questa vicenda. La verità, anche quando è scomoda per le diplomazie occidentali, resta il primo antidoto alla guerra. Chi oggi denuncia l’illegalità di questo attacco, non lo fa per simpatia verso il regime iraniano, ma per difendere un principio fondamentale: che la pace non si costruisce con le bugie e con i bombardamenti. E che, se il diritto internazionale viene calpestato oggi, nessuno sarà al sicuro domani. Alessandro Marescotti
June 16, 2025
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