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Nepal, catastrofe climatica e diritti umani: il CNDDU propone il “Diario climatico”
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profondo cordoglio e solidarietà al popolo nepalese ed esorta dirigenti e insegnanti: “L’emergenza ambientale è anche un’emergenza dei diritti umani. Non agire significa compromettere il diritto stesso alla vita e alla sicurezza delle generazioni presenti e future”.   > Il distacco e il crollo di imponenti masse glaciali d’alta quota in Nepal > hanno innescato un devastante effetto domino, con fiumi di fango, acqua, rocce > e sedimenti che hanno travolto interi villaggi, provocando centinaia di > vittime, migliaia di dispersi e un numero incalcolabile di sfollati. > > Gli scienziati dell’International Centre for Integrated Mountain Development > (ICIMOD) e autorevoli riviste scientifiche, come Nature, evidenziano come non > si tratti di una tragica fatalità isolata, ma di un fenomeno che richiama > drammaticamente le conseguenze del cambiamento climatico. > > Il riscaldamento globale sta destabilizzando i ghiacciai dell’Himalaya, una > delle più importanti riserve di acqua dolce del pianeta, minacciando > direttamente la sopravvivenza e la sicurezza di intere popolazioni. > > Il CNDDU sottolinea con forza come la crisi climatica non sia soltanto > un’emergenza ecologica, ma rappresenti anche una grave minaccia per > l’esercizio dei diritti umani fondamentali: il diritto alla vita, alla salute, > all’acqua, alla casa e a un ambiente sicuro. Come docenti e formatori, non > possiamo restare inerti di fronte a questa realtà. > > In vista dell’avvio del nuovo anno scolastico, esortiamo i dirigenti > scolastici e gli insegnanti di ogni ordine e grado a dedicare, nell’ambito > delle ore di Educazione civica, un momento di riflessione e approfondimento > alla crisi climatica e alle sue conseguenze sui diritti umani. Tale percorso > potrà avvalersi del contributo di esperti in grado di porre l’accento > sull’importanza delle politiche ambientali e sulle responsabilità dell’intera > comunità rispetto ai cambiamenti climatici. > > A questo proposito, proponiamo l’adozione di un Diario climatico, concepito > come strumento didattico attraverso il quale annotare progressivamente le aree > del pianeta colpite dalle più gravi catastrofi ambientali e i territori > maggiormente a rischio. Si tratta di realizzare una vera e propria mappatura > geopolitica e ambientale, capace di mantenere viva l’attenzione sulla > necessità di proteggere il nostro ecosistema e di sviluppare una cultura della > prevenzione e della responsabilità. > > È fondamentale, infatti, spiegare ai nostri giovani il legame indissolubile > che unisce le nostre abitudini quotidiane ai grandi equilibri del pianeta. > Dobbiamo promuovere nelle nuove generazioni una profonda coscienza ecologica e > rafforzare il senso di appartenenza a una comunità planetaria solidale. > > Chiediamo, inoltre, alle istituzioni internazionali e ai governi di agire > tempestivamente, non soltanto attraverso gli indispensabili aiuti umanitari > d’emergenza, come quelli messi in campo da organizzazioni quali l’UNICEF, ma > anche mediante politiche climatiche globali vincolanti e coraggiose, capaci di > contrastare efficacemente il riscaldamento globale prima che le sue > conseguenze diventino irreversibili. > > La tragedia del Nepal rappresenta un campanello d’allarme globale che risuona > fino alle nostre aule. Ignorarlo significa compromettere il futuro delle > prossime generazioni. > > Rossella Manco – Segreteria Nazionale CNDDU Redazione Italia
September 1, 2026
Pressenza
L’urgenza climatica di cui facciamo finta di niente
Da Kyoto a Parigi, da una COP all’altra, il mondo conosce da decenni la gravità della crisi climatica. Eppure continuiamo a vivere come se avessimo a disposizione un altro pianeta. Governi e grandi interessi economici hanno responsabilità enormi, ma anche noi cittadini possiamo scegliere, partecipare e pretendere un cambiamento. Non possiamo più dire che non lo sapevamo. GLI UNDICI ANNI PIÙ CALDI MAI REGISTRATI Gli undici anni compresi tra il 2015 e il 2025 sono stati gli undici più caldi mai registrati. Secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, il 2025 è stato uno dei tre anni più caldi dall’inizio delle rilevazioni, con una temperatura media globale di circa 1,43 °C superiore alla media del periodo preindustriale 1850-1900. Gli oceani continuano ad accumulare calore, mentre gli eventi meteorologici estremi provocano danni, vittime e conseguenze economiche in molte parti del mondo. L’Europa, poi, si sta riscaldando più di due volte più rapidamente della media globale ed è il continente che si riscalda più velocemente. Nel 2025 almeno il 95% del territorio europeo ha registrato temperature annuali superiori alla media. Ondate di calore, siccità, incendi, riduzione della neve e dei ghiacciai e temperature marine eccezionalmente elevate stanno modificando territori ed ecosistemi, dall’Artico al Mediterraneo. Eppure continuiamo a comportarci come se tutto questo fosse un avvertimento per il futuro. Il futuro, invece, è già arrivato. DA KYOTO A PARIGI: TRENT’ANNI DI PROMESSE La politica mondiale non ha scoperto ieri il cambiamento climatico. Nel 1997 fu adottato in Giappone il Protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005. Per la prima volta furono stabiliti obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni di gas serra per i Paesi industrializzati aderenti. Nel primo periodo di applicazione, dal 2008 al 2012, 37 Paesi industrializzati ed economie in transizione e la Comunità europea si impegnarono complessivamente a ridurre le emissioni in media di circa il 5% rispetto ai livelli del 1990. Era un passaggio storico, ma insufficiente. Gli Stati Uniti firmarono il Protocollo senza ratificarlo e le economie emergenti non erano sottoposte agli stessi obiettivi quantitativi previsti per i Paesi industrializzati. Diciotto anni dopo Kyoto, il 12 dicembre 2015, alla COP21 arrivò l’Accordo di Parigi. Questa volta l’ambizione era coinvolgere praticamente il mondo intero. L’obiettivo comune: mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto all’epoca preindustriale e proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5 °C. Ogni Paese aderente deve presentare e aggiornare periodicamente il proprio piano climatico, il cosiddetto NDC, indicando gli interventi previsti per ridurre le emissioni e adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. Ma conoscere il traguardo non significa raggiungerlo. Nel 2025, dieci anni dopo Parigi, l’UNEP ha calcolato che, anche ipotizzando la piena realizzazione degli impegni climatici nazionali, il riscaldamento globale previsto nel corso del secolo sarebbe nell’ordine di 2,3-2,5 °C. Con le politiche effettivamente in vigore, la traiettoria arriva invece a circa 2,8 °C. Per riallinearsi a un percorso compatibile con 1,5 °C, le emissioni annuali globali nel 2035 dovrebbero essere inferiori del 55% rispetto a quelle del 2019. C’è persino un ritorno indietro: dal 27 gennaio 2026 gli Stati Uniti non sono più parte dell’Accordo di Parigi, dopo aver notificato la propria uscita un anno prima. E allora la domanda diventa inevitabile: quanti altri accordi dobbiamo firmare prima di comportarci come se li avessimo davvero sottoscritti? I “REGNANTI DEL MONDO” E NOI Quando si parla di crisi climatica, lo sguardo si rivolge inevitabilmente ai governi, ai grandi decisori politici ed economici, a quelli che potremmo chiamare i “regnanti del mondo”. Ed è giusto che sia così. Le decisioni sulla produzione energetica, sui combustibili fossili, sui trasporti, sulle infrastrutture, sull’agricoltura, sulla tutela dei territori e sugli investimenti pubblici possono modificare le emissioni su una scala che nessun singolo individuo potrebbe mai raggiungere. Non sarebbe quindi corretto mettere sullo stesso piano la responsabilità di un cittadino che prende l’automobile per andare al lavoro e quella di chi decide per decenni le politiche energetiche di uno Stato. Ma sarebbe altrettanto comodo concludere che noi non possiamo fare nulla. La crisi climatica non può essere affrontata soltanto modificando qualche comportamento individuale. L’IPCC evidenzia come le scelte dei singoli interagiscano con infrastrutture, norme sociali e trasformazioni strutturali. Allo stesso tempo, indica un potenziale molto significativo nelle strategie che agiscono sulla domanda nei settori degli edifici, del trasporto terrestre e dell’alimentazione. È proprio qui, però, che rischiamo di commettere un errore: ridurre il cittadino al suo ruolo di consumatore. Il cittadino è anche un elettore. È un abitante di una città e di un territorio. Può associarsi ad altri, partecipare a un comitato, interrogare un’amministrazione, scegliere a chi affidare il proprio denaro, sostenere un’iniziativa, chiedere conto a un sindaco, a un parlamentare, a un governo. Forse è proprio questa la parte che abbiamo dimenticato. NON SIAMO SPETTATORI DELLA NATURA Per troppo tempo abbiamo parlato della natura come di qualcosa che ci circonda: un paesaggio da proteggere, un bosco da salvare, un mare da non sporcare. Ma non siamo spettatori della natura. Ne facciamo parte. Respiriamo l’aria che alteriamo, beviamo l’acqua che inquiniamo, mangiamo ciò che cresce nei terreni. Dipendiamo dagli oceani, dagli insetti impollinatori, dalle foreste e dalla stabilità di un clima nel quale si è sviluppata la nostra civiltà. Essere sostenibili, allora, non significa semplicemente essere “più buoni” con il pianeta. Significa proteggere le condizioni che rendono possibile la nostra stessa esistenza e quella delle generazioni che verranno dopo di noi. Ma la consapevolezza, da sola, non basta. DAL COMPORTAMENTO INDIVIDUALE ALLA RESPONSABILITÀ COLLETTIVA Spegnere una luce inutile, consumare meno energia, evitare gli sprechi, comprare meno e meglio, riparare e riutilizzare, scegliere quando possibile il trasporto pubblico o il treno, ridurre lo spreco alimentare: sono comportamenti che hanno un valore. Ma sarebbe illusorio pensare che la crisi climatica possa essere risolta sommando milioni di piccoli gesti individuali mentre le grandi scelte energetiche, industriali e territoriali rimangono immutate. La responsabilità del cittadino non finisce quindi davanti allo scaffale di un supermercato o nella scelta del mezzo con cui andare al lavoro. Comincia anche nello spazio pubblico. Significa chiedere ai Comuni, alle Regioni e ai governi quali obiettivi climatici abbiano assunto e con quali risultati verificabili. Significa leggere i programmi elettorali cercando proposte concrete su energia, trasporto pubblico, consumo di suolo, acqua, rifiuti, riforestazione, adattamento alle ondate di calore e prevenzione del dissesto idrogeologico, senza accontentarsi della parola “sostenibilità”. Significa partecipare. Un comitato territoriale, un’associazione, un’assemblea pubblica, una consultazione o una campagna civica possono trasformare una preoccupazione individuale in una questione collettiva. Anche difendere un’area verde, denunciare un corso d’acqua inquinato o contestare nuovo cemento inutile significa occuparsi della crisi ambientale nel luogo concreto in cui viviamo. E significa fare rete. Un cittadino isolato può essere ignorato. Cento cittadini che pongono la stessa domanda molto meno. Migliaia possono trasformare quella domanda in un problema politico. Non si tratta, dunque, di scegliere tra responsabilità individuale e responsabilità politica. Si tratta di non utilizzare l’una per cancellare l’altra. Soprattutto, non possiamo cedere all’idea che sia ormai troppo tardi. Ogni frazione di grado di riscaldamento evitata significa minori perdite e minori danni per le persone e gli ecosistemi. La distanza tra 1,5, 2 o 3 gradi non è un numero astratto: significa conseguenze profondamente diverse per società, territori ed ecosistemi. Kyoto è stato nel 1997. Parigi nel 2015. Siamo nel 2026. Non possiamo più dire che non sapevamo. E forse la domanda da lasciare ai nostri governanti, e contemporaneamente a noi stessi, è molto semplice: che cosa stiamo aspettando? FONTI * World Meteorological Organization – State of the Global Climate 2025 * Copernicus Climate Change Service / WMO – European State of the Climate 2025 * UNFCCC – The Kyoto Protocol * UNFCCC – The Paris Agreement * UNEP – Emissions Gap Report 2025: Off Target * IPCC – Climate Change 2022: Mitigation of Climate Change – Summary for Policymakers * UNFCCC – United States of America: Paris Agreement withdrawal Redazione Napoli
August 31, 2026
Pressenza
Le previsioni di James Hansen sul “Super El Niño” del 2027
> “Il riscaldamento globale è iniziato, afferma un esperto al Senato” è il > titolo di un articolo del New York Times del 24 giugno 1988: il giorno prima, > lo scienziato della NASA James E. Hansen testimoniò davanti al Senato > americano, dichiarando di essere “sicuro al 99 % che il riscaldamento globale > causato dall’uomo fosse iniziato”. Nei 38 anni trascorsi da allora, il Dott. Hansen ha dimostrato di essere la voce accademica più autorevole nel campo della climatologia, prevedendo un futuro di sconvolgimenti climatici. Questo futuro ora è ufficialmente la realtà e dilaga sempre più rapidamente nei telegiornali serali di tutto il mondo; se non sono incendi devastanti, sono inondazioni improvvise. I leader mondiali hanno voltato le spalle alla scienza. Eppure, le pericolose e destabilizzanti condizioni climatiche attuali non dovevano verificarsi per forza. E ADESSO? Il più recente articolo di ricerca di James Hansen, intitolato “Super-Duper El Niño and the Bigger Problem” (“Il Super El Niño e il problema maggiore”) e datato 21 agosto 2026, illustra le sue previsioni riguardo a perturbazioni ancora peggiori che si verificheranno a breve: “El Niño ha raggiunto il culmine. Ha superato ogni limite. I suoi indicatori consueti sono di gran lunga più alti dei livelli record già rilevati nel periodo per il quale abbiamo dati attendibili, anche se gli effetti massimi si vedranno tra diversi mesi”. L’abstract dell’articolo afferma minacciosamente: “l’attuale fenomeno El Niño è già il più forte mai registrato. Tuttavia, l’aumento delle anomalie globali, lo spostamento delle zone climatiche verso i poli, l’intensificazione di piogge estreme, siccità improvvise e incendi sempre più rapidi, e le ondate di calore marine non sono che il risultato dell’accelerazione del riscaldamento globale causato dall’essere umano. La forza anomala di El Niño è probabilmente il risultato dell’attività umana”. Hansen elenca i primi indicatori dell’imminente Super El Niño: (1) l’anomalia termica nei primi 300 metri dell’Oceano Pacifico equatoriale già supera gli eventi precedenti di El Niño “che hanno causato un riscaldamento globale estremo” e (2) anche la temperatura superficiale marina (SST) nel Pacifico equatoriale “sorpassa di gran lunga” quella registrata in passato. Questi sono gli indicatori principali di cosa aspettarsi dall’attuale El Niño nei prossimi mesi e fino al 2027. Ogni dato riporta valori estremi, ben al di là della norma storica. Lascia presagire guai in vista. Non è un quadro rassicurante, poiché potrebbe far sembrare il devastante sistema climatico del 2026 una passeggiata. Questa è la gravità del problema, come descritta da Hansen: “il Super El Niño arriva su un pianeta già infettato dal riscaldamento globale causato dall’essere umano. Le ondate di calore aumentano, nel mare e sulla terraferma”. Usando una metafora del baseball, per spiegare il 2027, El Niño sta facendo un grande caricamento per prepararsi al lancio: “durante El Niño del 2023-24, la temperatura del suolo ha raggiunto i +2,4 °C rispetto alla media 1880-1920 e probabilmente toccherà i +2,7 °C nel 2027”. Ahi! Di conseguenza, numerose fonti nel 2026 hanno già riportato un eccesso di mortalità in Europa questa estate, con +1,39-1,47 °C sopra i livelli preindustriali (1850-1900), pari a più di 25 000 decessi e in aumento, a causa del caldo torrido. Le infrastrutture subiscono un duro colpo. Durante le intense ondate di calore estive, le massime temperature superficiali in Europa occidentale e meridionale hanno spesso toccato o superato i 40 °C, con picchi regionali fino ai 43-48 °C, nei paesi maggiormente colpiti come Spagna e Italia. Inoltre, +2,7 °C nel 2027 causerebbero un numero incalcolabile di morti e il blocco improvviso di infrastrutture fondamentali. E voi pensavate che il prosciugamento dei principali sistemi fluviali in Europa fosse insolito: Reno, Danubio, Po e Loira alle prese con dure restrizioni sulla navigazione, letti dei fiumi svuotati, antichi reperti, relitti della Seconda Guerra Mondiale. Ripensateci. Uno studio recente dimostra che ogni grado Celsius di riscaldamento globale aggiunge “un mese di caldo insopportabile per un miliardo di persone”. QUANDO IL MONDO INIZIERÀ A FARE SUL SERIO? Hansen ha affermato estemporaneamente “questo e altri impatti climatici emergenti dovrebbero incentivare il mondo a impegnarsi finalmente per capire e intervenire contro i cambiamenti climatici causati dall’essere umano”. Oh, davvero? Dire che siamo in ritardo è un eufemismo! Altrimenti (ammesso che il “mondo” non si dia una mossa), le condizioni di vita per le grandi popolazioni diventeranno insostenibili. Questo sta già avvenendo in parti dell’Asia meridionale, nei Paesi del Golfo, in Africa, così come nel Mediterraneo e nelle nazioni Europee vicine, e nel sud-ovest americano, dove la siccità ha portato a livelli bassissimi i laghi Mead e Powell, i due bacini più grandi degli Stati Uniti. È ovvio che, a meno che i governi non decidano (con uno sforzo 10 o più volte maggiore al piano Marshall, quasi dall’oggi al domani) di invertire queste potenti tendenze negative di riscaldamento globale, la situazione continuerà a peggiorare, soprattutto nel 2027. Allacciate le cinture! Ma onestamente, “quanto è realistico un qualunque tipo di inversione?”. Questo dovrebbe tormentare il sonno di tutti i leader politici di paesi che hanno ripetutamente evitato di affrontare il problema del riscaldamento globale, sin da quando James Hansen ha detto al Senato americano che gli esseri umani stanno cambiando la chimica dell’atmosfera. Che diamine, sono passati quasi quarant’anni! L’immensa portata del riscaldamento globale, estremamente distruttivo, che vediamo oggi è principalmente un problema politico. I politici del mondo hanno fallito. Hanno ignorato gli avvertimenti degli scienziati. E sta tutto per peggiorare. I cittadini comuni hanno tutto il diritto di essere altamente arrabbiati per l’incompetenza e l’ignoranza dei leader mondiali dinnanzi a un sistema climatico pericoloso e rapidamente in evoluzione, che si sta auto-promuovendo come killer della vita sul pianeta. Gli ecosistemi che supportano la vita in tutto il pianeta stanno crollando, sgretolandosi proprio davanti ai nostri occhi: o bruciano in incendi improvvisi o annegano in inondazioni inaspettate o si prosciugano a causa dell’estrema siccità. Secondo l’U.S. Drought Monitor, la mappa settimanale che mostra lo stato della siccità in America, il 18 agosto 2026, il 44,34% degli Stati Uniti e di Porto Rico (e il 52,70% dei 48 Stati contigui) si trova in condizioni ufficiali di siccità. L’Osservatorio europeo della siccità afferma che anche il 60% dell’Unione Europea è soggetto a questo fenomeno a causa delle ondate di calore e poche precipitazioni. Circa il 30-40% della terra emersa è colpito dalla siccità, contro il 10-12% registrato negli anni 1990-2000. Si tratta di un incredibile aumento di 3 volte in un batter d’occhio sulla scala geologica, qualcosa che non è mai stato registrato nella storia dell’umanità. È il risultato del riscaldamento globale, ehm, quella cosa di cui abbiamo parlato, e che abbiamo denigrato, per decenni ormai, mentre 1/3 del pianeta si prosciuga proprio sotto il naso di tutti. In maniera ancora più preoccupante, oltre il 90% degli oceani è stato colpito da 500 giorni di costanti ondate di calore, paragonabili a ciò che l’UE sta sperimentando sulla terraferma, con la differenza che gli oceani hanno registrato 500 giorni di temperature ben sopra la norma, da 3 a 5 °C, senza sosta, i pesci sono morti, 30 000 al largo dell’Australia occidentale: “il team ha scoperto che le MHW (ondate di calore marine) del 2023 hanno superato tutti i record precedenti di intensità, durata ed estensione. Questi eventi hanno persistito quattro volte più a lungo della media storica e hanno coinvolto il 96% degli oceani del mondo”. (SciTEchDaily, agosto 2025). Uno degli scienziati marini dello studio ha detto: “ho paura”. Tutto ciò è così poco normale che è ridicolo, incomprensibile. Una politica etica avrebbe potuto prevenirlo, ed è importante che le persone lo sappiano. I loro rappresentati politici hanno fallito. È il segno di una classe dirigente estremamente debole quella che non riconosce una minaccia per i propri cittadini da parte di qualcosa di gigantesco che salta subito all’occhio, conosciuto anche come cambiamento climatico radicale e sconvolgente. Se ne parla, se ne scrive, se ne dibatte da quarant’anni! È sempre stato sotto gli occhi di tutti! Ma non c’è niente nei piani dei leader mondiali che abbia un senso di urgenza per aiutare a mitigare o ad adattarsi ai più spaventosi cambiamenti climatici nella storia dell’umanità. I politici sono caricature immobili, cervi abbagliati davanti ai fari di un’auto. È incredibile che migliaia, milioni di persone non siano in piazza a urlare a squarciagola fino a svenire. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Gaia Da Rè Robert Hunziker
August 31, 2026
Pressenza
Puntata del 30/06/2026@0
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Federico Giusti della CUB Pisa e del blog delegati e lavoratori sul discusso provvedimento del governo che introduce dal 1 luglio 2026 la CIG in caso di caldo estremo. con l’aiuto del nostro ospite siamo entrati nel merito del provvedimento che tutela i lavoratori dalle situazioni climatiche eccezionali, ma con fondi dimezzati rispetto allo scorso anno e: * nonostante le ondate di calore fuori misura di queste settimane la copertura è prevista dal primo luglio * sono esclusi i rider, il settore della pesca, li stagionali del turismo, lavoratori autonomi, le partite Iva e tutte le categorie che non rientrano nel sistema degli ammortizzatori sociali richiamato dal decreto Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata ha riguardato le lotte dei lavoratori nel mondo della logistica piemontese. In collegamento telefonico con Fabio del SiCobas Piemonte siamo andati nello specifico a raccontare le vicende che hanno riguardato lo stabilimento in quel di Tortona di IN’S discount. Questi lavoratori, stanchi di turni di lavoro mal organizzati, ticket mensa di importo insufficiente ma soprattutto dei soprusi ai loro danni, agiti da un preposto che creava un clima di terrore all’interno dello stabilimento (oltre a che essere accusato dai lavoratori di veri e propri episodi di violenza fisica e razzismo), hanno deciso di mobilitarsi mettendosi in presidio davanti agli stabilimenti di IN’S con l’intento di bloccare il traffico delle merci. La loro iniziativa ha funzionato talmente bene, da rendere la loro lotta nota a tutta la clientela del marchio di discount, che non ha potuto per più di una settimana riempire gli scaffali dei loro punti vendita. Dopo varie fumate nere arrivate dopo i colloqui in prefettura, tentativi di sfondamento del picchetto da parte di camionisti, cariche della polizia a tutela dei padroni, i lavoratori e il sindacato di base, sono riusciti ad ottenere quello che volevano, confermando che in questo come in altri ambiti è solo la lotta che paga. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto tramite un contributo registrato preparato dalla redazione di Radio Blackout: Venerdì 26 e Sabato 27 Giugno un presidio formatosi davanti al ristorante Meat-TO di via Carlo Boucheron 18 ha sostenuto lo sciopero di due lavoratori addetti alle cucine. Il lavoro senza sosta, 7 giorni su 7 e per paghe misere, ha portato due lavoratori di origine bengalese a rivendicare migliori condizioni. Attraverso l’intervento del sindacato e la solidarietà di alcuni gruppi di compagni e compagne una mobilitazione ha preso forma nel week end per sensibilizzare i e le clienti. Come in altri settori che reggono sulla manodopera di persone razzializzate, ad emergere è non solo il ricatto della sopravvivenza, ma anche quello di accettare condizioni di sfruttamento pur di garantirsi un contratto che possa consentire il riconoscimento del permesso di soggiorno. Insieme ad un compagno del collettivo Ujamaa un racconto della mobilitazione. AGGIORNAMENTO: la mobilitazione continua anche Venerdì 3 e Sabato 4 Luglio dalle ore 18 PRESIDIO IN VIA CARLO BOUCHERON 18 Buon ascolto
Puntata del 30/06/2026@1
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Federico Giusti della CUB Pisa e del blog delegati e lavoratori sul discusso provvedimento del governo che introduce dal 1 luglio 2026 la CIG in caso di caldo estremo. con l’aiuto del nostro ospite siamo entrati nel merito del provvedimento che tutela i lavoratori dalle situazioni climatiche eccezionali, ma con fondi dimezzati rispetto allo scorso anno e: * nonostante le ondate di calore fuori misura di queste settimane la copertura è prevista dal primo luglio * sono esclusi i rider, il settore della pesca, li stagionali del turismo, lavoratori autonomi, le partite Iva e tutte le categorie che non rientrano nel sistema degli ammortizzatori sociali richiamato dal decreto Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata ha riguardato le lotte dei lavoratori nel mondo della logistica piemontese. In collegamento telefonico con Fabio del SiCobas Piemonte siamo andati nello specifico a raccontare le vicende che hanno riguardato lo stabilimento in quel di Tortona di IN’S discount. Questi lavoratori, stanchi di turni di lavoro mal organizzati, ticket mensa di importo insufficiente ma soprattutto dei soprusi ai loro danni, agiti da un preposto che creava un clima di terrore all’interno dello stabilimento (oltre a che essere accusato dai lavoratori di veri e propri episodi di violenza fisica e razzismo), hanno deciso di mobilitarsi mettendosi in presidio davanti agli stabilimenti di IN’S con l’intento di bloccare il traffico delle merci. La loro iniziativa ha funzionato talmente bene, da rendere la loro lotta nota a tutta la clientela del marchio di discount, che non ha potuto per più di una settimana riempire gli scaffali dei loro punti vendita. Dopo varie fumate nere arrivate dopo i colloqui in prefettura, tentativi di sfondamento del picchetto da parte di camionisti, cariche della polizia a tutela dei padroni, i lavoratori e il sindacato di base, sono riusciti ad ottenere quello che volevano, confermando che in questo come in altri ambiti è solo la lotta che paga. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto tramite un contributo registrato preparato dalla redazione di Radio Blackout: Venerdì 26 e Sabato 27 Giugno un presidio formatosi davanti al ristorante Meat-TO di via Carlo Boucheron 18 ha sostenuto lo sciopero di due lavoratori addetti alle cucine. Il lavoro senza sosta, 7 giorni su 7 e per paghe misere, ha portato due lavoratori di origine bengalese a rivendicare migliori condizioni. Attraverso l’intervento del sindacato e la solidarietà di alcuni gruppi di compagni e compagne una mobilitazione ha preso forma nel week end per sensibilizzare i e le clienti. Come in altri settori che reggono sulla manodopera di persone razzializzate, ad emergere è non solo il ricatto della sopravvivenza, ma anche quello di accettare condizioni di sfruttamento pur di garantirsi un contratto che possa consentire il riconoscimento del permesso di soggiorno. Insieme ad un compagno del collettivo Ujamaa un racconto della mobilitazione. AGGIORNAMENTO: la mobilitazione continua anche Venerdì 3 e Sabato 4 Luglio dalle ore 18 PRESIDIO IN VIA CARLO BOUCHERON 18 Buon ascolto
Puntata del 30/06/2026@2
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Federico Giusti della CUB Pisa e del blog delegati e lavoratori sul discusso provvedimento del governo che introduce dal 1 luglio 2026 la CIG in caso di caldo estremo. con l’aiuto del nostro ospite siamo entrati nel merito del provvedimento che tutela i lavoratori dalle situazioni climatiche eccezionali, ma con fondi dimezzati rispetto allo scorso anno e: * nonostante le ondate di calore fuori misura di queste settimane la copertura è prevista dal primo luglio * sono esclusi i rider, il settore della pesca, li stagionali del turismo, lavoratori autonomi, le partite Iva e tutte le categorie che non rientrano nel sistema degli ammortizzatori sociali richiamato dal decreto Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata ha riguardato le lotte dei lavoratori nel mondo della logistica piemontese. In collegamento telefonico con Fabio del SiCobas Piemonte siamo andati nello specifico a raccontare le vicende che hanno riguardato lo stabilimento in quel di Tortona di IN’S discount. Questi lavoratori, stanchi di turni di lavoro mal organizzati, ticket mensa di importo insufficiente ma soprattutto dei soprusi ai loro danni, agiti da un preposto che creava un clima di terrore all’interno dello stabilimento (oltre a che essere accusato dai lavoratori di veri e propri episodi di violenza fisica e razzismo), hanno deciso di mobilitarsi mettendosi in presidio davanti agli stabilimenti di IN’S con l’intento di bloccare il traffico delle merci. La loro iniziativa ha funzionato talmente bene, da rendere la loro lotta nota a tutta la clientela del marchio di discount, che non ha potuto per più di una settimana riempire gli scaffali dei loro punti vendita. Dopo varie fumate nere arrivate dopo i colloqui in prefettura, tentativi di sfondamento del picchetto da parte di camionisti, cariche della polizia a tutela dei padroni, i lavoratori e il sindacato di base, sono riusciti ad ottenere quello che volevano, confermando che in questo come in altri ambiti è solo la lotta che paga. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto tramite un contributo registrato preparato dalla redazione di Radio Blackout: Venerdì 26 e Sabato 27 Giugno un presidio formatosi davanti al ristorante Meat-TO di via Carlo Boucheron 18 ha sostenuto lo sciopero di due lavoratori addetti alle cucine. Il lavoro senza sosta, 7 giorni su 7 e per paghe misere, ha portato due lavoratori di origine bengalese a rivendicare migliori condizioni. Attraverso l’intervento del sindacato e la solidarietà di alcuni gruppi di compagni e compagne una mobilitazione ha preso forma nel week end per sensibilizzare i e le clienti. Come in altri settori che reggono sulla manodopera di persone razzializzate, ad emergere è non solo il ricatto della sopravvivenza, ma anche quello di accettare condizioni di sfruttamento pur di garantirsi un contratto che possa consentire il riconoscimento del permesso di soggiorno. Insieme ad un compagno del collettivo Ujamaa un racconto della mobilitazione. AGGIORNAMENTO: la mobilitazione continua anche Venerdì 3 e Sabato 4 Luglio dalle ore 18 PRESIDIO IN VIA CARLO BOUCHERON 18 Buon ascolto
In Europa si muore di caldo – apocalisse termica (e data centers)@0
L’AI vive di energia. Ogni domanda a Chatgpt, ogni server, ogni centro di calcolo richiede quantità enormi di energia e acqua fresca. E il suo consumo cresce a una velocità che nessun sistema energetico aveva mai previsto. Negli Stati Uniti, i data center pesano già per il 4,4% della domanda nazionale di elettricità, e le proiezioni parlano di una quota tra il 6,7% e il 12% entro il 2028. È il segnale di una trasformazione silenziosa: il mercato dell’AI non si misura più solo in capitalizzazione o investimenti, ma anche in gigawatt. Le grandi piattaforme digitali lo sanno: Microsoft, Amazon e Google hanno avviato partnership con operatori nucleari e stanno già costruendo reattori modulari per i nuovi poli di calcolo, oltreoceano, ma non solo. Le discussioni sugli investimenti e i cantieri sono già stati avviati nel Regno Unito: Holtec e Edf Uk sono impegnati insieme alle parti interessate dei governi del Regno Unito e degli Stati Uniti, tra cui Great British Energy – Nuclear e The National Wealth Fund. “Lavorando con gli Stati Uniti, raccoglieremo i benefici di questa età d’oro del nucleare, alimentando le case britanniche con energia pulita e nazionale, offrendo posti di lavoro qualificati ben pagati e abbassando il prezzo delle bollette d’energia per sempre”, ha dichiarato il Segretario britannico all’energia, Ed Miliband. Le altre società del nucleare coinvolte negli accordi per la generazione di energia includono Terra Power, X-energy e Last Energy e tutte hanno all’attivo negli Stati Unit progetti per l’alimentazione di dati center con il nucleare. Questo dimenticando la questione delle scorie, i vari incidenti a centrali nucleari che accompagnano questa fonte di energia, e non si prova nemmeno a pensare a una razionalizzazione dell’uso – e dello spreco – di energia, mentre nelle città si moltiplicano i blackout alla corrente elettrica per l’uso dei condizionatori, ormai necessari per il caldo estremo. Caldo estremo che secca i bacini e i corsi d’acqua, che aumenta il fabbisogno di energia, e che addirittura, in Francia, ferma le centrali nucleari, che hanno bisogno, anche loro, di essere raffreddate dall’acqua fresca. Ne abbiamo parlato all’ultima puntata dell’elenco telefonico degli uragani: introduzione: approfondimento con Andrea Capocci su cambiamento climatico, carenza idrica, dissesto idrogeologico, data center.
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L’AI vive di energia. Ogni domanda a Chatgpt, ogni server, ogni centro di calcolo richiede quantità enormi di energia e acqua fresca. E il suo consumo cresce a una velocità che nessun sistema energetico aveva mai previsto. Negli Stati Uniti, i data center pesano già per il 4,4% della domanda nazionale di elettricità, e le proiezioni parlano di una quota tra il 6,7% e il 12% entro il 2028. È il segnale di una trasformazione silenziosa: il mercato dell’AI non si misura più solo in capitalizzazione o investimenti, ma anche in gigawatt. Le grandi piattaforme digitali lo sanno: Microsoft, Amazon e Google hanno avviato partnership con operatori nucleari e stanno già costruendo reattori modulari per i nuovi poli di calcolo, oltreoceano, ma non solo. Le discussioni sugli investimenti e i cantieri sono già stati avviati nel Regno Unito: Holtec e Edf Uk sono impegnati insieme alle parti interessate dei governi del Regno Unito e degli Stati Uniti, tra cui Great British Energy – Nuclear e The National Wealth Fund. “Lavorando con gli Stati Uniti, raccoglieremo i benefici di questa età d’oro del nucleare, alimentando le case britanniche con energia pulita e nazionale, offrendo posti di lavoro qualificati ben pagati e abbassando il prezzo delle bollette d’energia per sempre”, ha dichiarato il Segretario britannico all’energia, Ed Miliband. Le altre società del nucleare coinvolte negli accordi per la generazione di energia includono Terra Power, X-energy e Last Energy e tutte hanno all’attivo negli Stati Unit progetti per l’alimentazione di dati center con il nucleare. Questo dimenticando la questione delle scorie, i vari incidenti a centrali nucleari che accompagnano questa fonte di energia, e non si prova nemmeno a pensare a una razionalizzazione dell’uso – e dello spreco – di energia, mentre nelle città si moltiplicano i blackout alla corrente elettrica per l’uso dei condizionatori, ormai necessari per il caldo estremo. Caldo estremo che secca i bacini e i corsi d’acqua, che aumenta il fabbisogno di energia, e che addirittura, in Francia, ferma le centrali nucleari, che hanno bisogno, anche loro, di essere raffreddate dall’acqua fresca. Ne abbiamo parlato all’ultima puntata dell’elenco telefonico degli uragani: introduzione: approfondimento con Andrea Capocci su cambiamento climatico, carenza idrica, dissesto idrogeologico, data center.
Ciclone Harry: l’età del fuoco
di Mario Carmelo Cirillo – ripreso da «Out of Fire» La scorsa estate, quando sulle spiagge ioniche – quelle devastate dal ciclone Harry – mi lamentavo del caldo eccessivo, un amico ha esclamato: «Siamo in estate, certo che fa caldo!» Ho replicato che era troppo caldo, mi ha guardato come se fossi un marziano. Caldo, inondazioni, frane, mareggiate, incendi, tempeste
Lo Stato del Clima in Europa nel 2025
dell’European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (*) Secondo il rapporto European State of the Climate (ESOTC) 2025, nel 2025 almeno il 95% dell’Europa ha registrato temperature annuali superiori alla media. Il riscaldamento sta riducendo la copertura di neve e ghiaccio, mentre temperature dell’aria superficiali pericolosamente elevate, siccità e ondate di calore, così come temperature oceaniche record, stanno influenzando le regioni del