Tag - laurea

Trecentomila laureati hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni
L’Italia continua ad avere difficoltà a trattenere nei suoi confini lavoratori e competenze. Nel 2024, circa un terzo degli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero possedeva almeno una laurea. Si tratta di 45mila persone, che fanno parte degli oltre 300mila cittadini qualificati che hanno lasciato il nostro Paese negli ultimi dieci anni. Un fenomeno che, secondo lo studio realizzato da Thea Group insieme a Philip Morris Italia, costa al Paese 7,2 miliardi all’anno, che raggiungono una cifra compresa tra i 10,7 e gli 11,4 miliardi se si include il valore aggiunto non prodotto. Nella stragrande maggioranza dei casi, la ragione principale è rappresentata dalle retribuzioni insufficienti rispetto al costo della vita. Insieme ad essa, poi, vi è una scarsa fiducia nel futuro e nelle istituzioni, oltre a opportunità lavorative limitate. Secondo lo studio Comprendere e contrastare il fenomeno della perdita dei talenti, la mobilità internazionale degli italiani è aumentata in dieci anni del 38%, con 141mila cittadini che hanno trasferito la propria residenza all’estero nel 2024. Nello stesso periodo, il numero di laureati che hanno abbandonato il Paese è cresciuto di oltre l’85%, passando dai 24mila del 2015 ai quasi 45mila del 2024. Si tratta di una tendenza che attraversa tutte le Regioni, con la Lombardia in testa per numero di cittadini qualificati persi: il 23% dei laureati ha abbandonato la Regione in dieci anni, per dirigersi verso Paesi quali il Regno Unito, la Germania e la Svizzera. La cosiddetta “fuga di cervelli”, oltre che impattare la capacità del Paese di innovarsi, ha conseguenze anche sul lato economico: lo studio calcola che, se la formazione di una persona fino alla laurea costa in media allo Stato oltre 160mila euro, la partenza dei quasi 45mila laureati nel 2024 ha causato una perdita in investimenti educativi di circa 7,2 miliardi all’anno. Se si considerano i 306mila laureati che hanno abbandonato il Paese tra il 2015 e il 2024, la perdita complessiva ammonta a circa 49 miliardi di euro. A questo si aggiunge il contributo di produttività perso, pari a una cifra compresa tra 3,5 e 4,2 miliardi all’anno. In tutto, la perdita economica per lo Stato italiano si aggira tra i 10,7 e gli 11,4 miliardi di euro all’anno. Il motore principale per gli espatri sono i timori riguardo al futuro: il 70% circa dei laureati intervistati teme le difficoltà per fare ingresso nel mondo del lavoro, insieme alle scarse prospettive di percepire uno stipendio adeguato o un impiego stabile. Tra il 2004 e il 2025, l’impego di contratti a termine è in effetti aumentato di oltre il 34%, mentre i salari reali sono in calo dal 2000 – una tendenza unicamente italiana tra le grandi economie UE, dove i salari reali sono invece aumentati del 5% in Spagna, del 17% in Francia e di quasi il 20% in Germania. A questo si aggiunge una serie di problematiche strutturali tipiche del nostro Paese. Tra queste, il numero ancora troppo basso di assunzioni di donne (che nel 2025 non arrivava al 54%, la percentuale più bassa della UE), la stagnazione della produttività, il fatto che la quota di laureati sia ancora contenuta rispetto ai parametri internazionali, la carenza di competenze legate a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (le cosiddette “competenze STEM”) e la difficoltà nel generare opportunità professionali adatte ai profili più qualificati. Secondo i calcoli del THEA Group, se la tendenza prosegue in questo senso, il numero di laureati espatriati entro il 2035 potrebbe superare i 706mila, pari a 120 miliardi di investimenti nell’istruzione andati a vuoto e una perdita di PIL potenziale nello stesso periodo pari a 307 miliardi. Per evitare questo, suggerisce lo studio, il Paese dovrebbe implementare alcune iniziative, tra le quali l’aumento dell’attrattività del lavoro qualificato (attraverso incentivi alle imprese), semplificare l’ingresso di talenti internazionali (tramite visti dedicati), rafforzare il collegamento tra università e imprese e la mobilità sul territorio dei lavoratori e delle famiglie e creare ecosistemi più competitivi per startup e innovazione. The post Trecentomila laureati hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Vivere a Gaza sotto una tenda, aspettando la prossima bomba
Prosegue la nostra corrispondenza da Gaza con Nancy Hamad, la studentessa in economia arrivata alla soglia della laurea nel momento in cui è iniziato il genocidio. Nel dicembre del 2024 Nancy ha ricevuto simbolicamente una laurea honoris causa in economia dal collettivo di ricercatori, docenti e studenti RomaTre Etica. Quel giorno nella terza università della capitale si svolgeva, quasi a porte chiuse e presidiato da agenti della Digos e della celere, un conferimento senza meriti accademici né tanto meno umanitari alla costituzionalista, ex ufficiale dell’esercito israeliano, Daphne Barak Erez, artefice sul piano giurisprudenziale della recrudescenza del regime d’apartheid, fino alla “pietra tombale” di una qualsiasi possibilità di dialogo interreligioso e interetnico tra ebrei e “non ebrei”, come la legge fondamentale del 2018. Mi chiamo Nancy, vivo nella Striscia di Gaza e vi scrivo dal cuore della sofferenza che viviamo ogni giorno. La situazione qui è estremamente difficile e la carestia sta aumentando a un ritmo terrificante. Nonostante tutto ciò che sentiamo dai media riguardo agli aiuti alimentari in arrivo, questi non ci raggiungono mai. Gran parte degli aiuti viene rubata o distribuita in modo ingiusto e noi non vediamo mai nulla. I mercati sono quasi vuoti e, se qualche prodotto è disponibile, ha prezzi che non possiamo permetterci. Qualche giorno fa abbiamo trascorso tre giorni senza un solo alimento di base: niente riso, pane o pasta. Dopo molte sofferenze, siamo riusciti a comprare un po’ di farina e a fare il pane. È stato il nostro primo pasto vero dopo giorni. Vi scrivo oggi affinché possiate sentire la mia voce e quella di molte altre persone come me che hanno bisogno di un aiuto concreto, fornito direttamente alla popolazione, senza intermediari o interferenze. La situazione è insostenibile e ogni giorno è più difficile del precedente, soprattutto per i bambini, i malati e gli anziani. Spero che ci saranno azioni concrete, perché la fame è un nemico infido e le nostre vite sono ormai piene di attesa e dolore. Nella foto si può vedere il pane che finalmente siamo riusciti a fare: è la prima volta che lo mangiamo dopo una pausa di 5 giorni. Abbiamo comprato un chilo di farina a un prezzo molto alto, più di 30 dollari. Poi potete vedere le immagini che hanno fatto il giro del mondo: un aereo giordano che lancia aiuti dall’alto. A causa del vento questi finiscono nelle zone occupate dall’esercito e nessuno se la sente di raggiungerli a causa del pericolo che questo comporterebbe. Poi ci sono altre immagini che ho registrato per mostrare le nostre sofferenze quotidiane: dopo aver fatto la fila per l’acqua dalle 4 del mattino fino alle 4 del pomeriggio, abbiamo “vinto” e ottenuto un secchio e mezzo d’acqua. Si può poi vedere la tenda in cui viviamo le nostre sofferenze quotidiane e dove in ogni caso non ci sentiamo mai al sicuro. Stefano Bertoldi
July 31, 2025
Pressenza
Lettera di una laureanda di Gaza
Riceviamo la terza lettera da Nancy Hamad, laureanda in economia a Gaza. Sei mesi fa Nancy ha ricevuto dal collettivo “Romatre Etica” una laurea honoris causa simbolica in economia, in concomitanza con quella conferita dalla Terza università capitolina, in modo scandaloso e inopportuno, praticamente a porte chiuse, alla costituzionalista ex ufficiale dell’esercito israeliano Daphne Barak Erez: l’accademica è stata una delle artefici sul piano giuridico del regime di apartheid della cosiddetta “unica democrazia in Medio Oriente”. La situazione a Gaza è stata molto difficile per noi, i bombardamenti israeliani sono andati avanti per altri dieci giorni, giornate molto intense, strane e insolite: non eravamo abituati a sentire così vicino il rumore dei bombardamenti. Questa situazione mi rende una testimone della notte, della sua forza e questa mi mette in tensione, mentre seguo questa prima fase dei negoziati. Ora si percepisce questa tensione dappertutto, un’apprensione per ciò che potrebbe succedere e se si riuscirà a porre fine a questa guerra crudele e difficile per tutti noi. O forse no? La tensione e le preoccupazioni mi hanno consumato la vita in questi ultimi giorni. La guerra mi ha privato della mia passione per la vita. Non ho voglia di fare nulla in queste condizioni così difficili. Volevo integrare la mia laurea triennale con una laurea magistrale, ma la situazione che viviamo mi ha fatto perdere la speranza e il desiderio di continuare a perseguire i miei sogni e la mia strada. La vita mi appare come già finita, ma forse perché questo tipo di vita, a Gaza, è oltremodo difficile. Spero che la guerra finisca, così come i bombardamenti e le esplosioni. Spero che gli aiuti umanitari possano finalmente raggiungere le persone affamate che non possono riceverli a causa dell’occupazione. Grazie a tutti.   Redazione Roma
July 9, 2025
Pressenza
Laurearsi paga, ma è un investimento a lungo termine
Il rapporto annuale dell’Unione Europea, denominato Education and Training Monitor, fornisce un’analisi approfondita dello stato dell’istruzione e della formazione nei Paesi membri. Facendo un focus sull’Italia all’interno del contesto europeo, il nostro Paese presenta alcune criticità: sottocompetenza elevata, ossia una quota molto alta di studenti italiani non raggiunge le competenze minime in lettura (24%), matematica (28%) e scienze (22%), con percentuali più basse in ogni ambito rispetto alla media europea, e molto al di sotto del target fissato per il 2030 dall’UE pari al 15% in ciascuna delle tre aree; bassa partecipazione degli adulti all’apprendimento circa con circa il 33% degli adulti coinvolto in percorsi di formazione continua, rispetto alla media UE che risulta essere del 39,5%; livelli di abbandono scolastico ancora critici, seppure in lieve miglioramento, con una percentuale dell’11,5%, a fronte di una media UE del 9,5% e persistente divario territoriale Nord-Sud. Uno degli obiettivi che appare più lontano rispetto alla soglia prefissata riguarda la diffusione dell’istruzione terziaria, particolarmente carente: l’Italia fa parte dei Paesi con una percentuale molto bassa di giovani laureate e laureati (29,4%), dato in linea con quanto registrato l’anno precedente (29,2%); anche il dato riguardante la popolazione laureata più anziana è particolarmente scarsa (13,2%), seppure in lieve miglioramento se paragonato all’anno precedente (12,4%). Un livello così contenuto di laureate e laureati esercita effetti concreti e misurabili anche sulla performance economica del Paese. L’Italia, già in posizione di svantaggio competitivo rispetto a molte altre economie europee prima della crisi pandemica, non ha ancora colmato il gap apertosi in seguito alla recessione del 2008, e fatica oggi a recuperare terreno. L’espansione dell’istruzione terziaria rappresenta un fattore chiave innanzitutto per la crescita sociale, ma anche per quella economica, contribuendo in modo significativo all’incremento della produttività e delle retribuzioni, nonché alla riduzione delle disuguaglianze socio-economiche. L’istruzione superiore svolge inoltre un ruolo centrale nel potenziamento dei processi innovativi, fungendo da catalizzatore per il progresso tecnologico e lo sviluppo di iniziative imprenditoriali. Eppure, si continua a registrare una crescente propensione, da parte delle giovani generazioni, a privilegiare percorsi formativi non accademici, probabilmente determinata da una percezione sfavorevole del contesto occupazionale nazionale e da un diffuso scetticismo riguardo alle prospettive professionali successive al conseguimento del titolo universitario. Ma laurearsi paga? L’Osservatorio JobPricing ha presentato la nuova edizione dello University Report, un’indagine approfondita sul valore economico della laurea in Italia, che confronta le retribuzioni reali percepite dai lavoratori in funzione del titolo di studio, dell’area disciplinare, dell’ateneo di provenienza e dell’esperienza maturata nel mercato del lavoro. Giunto alla sua undicesima edizione, il report si conferma un punto di riferimento per chi vuole orientarsi con consapevolezza nel complesso mondo del lavoro, offrendo uno sguardo oggettivo e aggiornato su quali percorsi universitari garantiscono prospettive retributive più solide. Ovviamente, la scelta dell’università dovrebbe essere fatta – a nostro avviso – innanzitutto in base a ciò che piace studiare, a ciò che si allinea alle proprie passioni e ai propri interessi e che può portare a risultati migliori e a una maggiore soddisfazione personale. Tuttavia, anche la prospettive occupazionali e di retribuzioni andrebbero in qualche modo considerate. Laurearsi conviene, ma non per tutti: nel 2024, i lavoratori laureati hanno percepito una RAL media di 41.716 euro, contro i 30.063 euro dei non laureati. Il vantaggio economico si attesta a circa 12.000 euro, pari a un +39%. Il gap cresce con l’età: tra i 45 e i 54 anni un laureato guadagna in media il +58% in più rispetto a chi non ha un titolo universitario. Nella fascia 25–34 anni, i laureati in Ingegneria chimica, nucleare, meccanica, gestionale e informatica guadagnano più della media di 33.527 euro. Chi ha studiato Scienze storiche e filosofiche registra retribuzioni inferiori anche del −8% rispetto alla media. Per quanto riguarda atenei e territori, la Bocconi è l’università con la RAL media più elevata: 41.375 euro, pari a un +23% rispetto alla media. Seguono il Politecnico di Milano (38.171 euro, +14%), la LUISS (37.258 euro, +11%) e l’Università Cattolica (37.159 euro, +11%). Anche alcuni atenei pubblici del Mezzogiorno si posizionano sopra la media, tra cui la Federico II di Napoli (36.640 euro, +9%) e l’Università dell’Aquila (36.545 euro, +9%). Un laureato in sede alla Bocconi impiega 12,2 anni per recuperare l’investimento; il dato sale a 14,3 anni per uno studente fuori sede. Al Politecnico di Milano servono 12,4 anni (15,1 anni per i fuori sede). Nei casi meno favorevoli, come Roma Tre, si arriva fino a 23,1 anni per i fuori sede. Il 27% degli occupati svolge un lavoro che non richiede il titolo posseduto. La percentuale supera il 40% tra gli under 35. Se la Bocconi garantisce i livelli retributivi iniziali più alti, sono atenei come Messina (+122,5%), Brescia (+82,2%) e Pavia (+78,9%) a registrare la crescita salariale più ampia tra i 25–34enni e i 45–54enni. “In conclusione, si legge nel Rapporto, i dati suggeriscono che la scelta dell’ateneo influisce non solo sul livello retributivo iniziale, ma anche sulla struttura del percorso di carriera: alcuni atenei offrono uno slancio immediato, altri una scalata più lenta ma costante. Per questo motivo, nella scelta di un percorso universitario è fondamentale considerare non solo il guadagno al primo impiego, ma anche le prospettive di sviluppo professionale a lungo termine”. Qui per scaricare il Rapporto: https://osservatoriojobpricing.it/report/university-report. Giovanni Caprio
June 16, 2025
Pressenza