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Monterotondo, un ricordo di Angelo Frammartino. Seconda parte
Questo è il seguito dell’articolo: Monterotondo, l’impegno dei giovani ai tempi dell’Ufficio per la Pace. Prima parte Angelo era un angelo che aleggiava nel centro Burj Al Luq Luq di Gerusalemme. Durante la sua brevissima presenza qui ha portato il sorriso sui volti di giovani e bambini. Angelo ballava con loro, dipingeva con loro, faceva sport con loro e cantava e mostrava loro come essere felici. (Dyala Husseini, direttrice del centro) Alvaro, siamo giunti alla parte più dolorosa di questo articolo. Di fronte alla irremovibilità della morte nulla possiamo ma ripercorrere il dolore può aiutare ad alleviarlo e quindi ti chiediamo di raccontare tutto ciò che ricordi di questa tragica vicenda. Il 2 Agosto 2006 Michela, Silvia ed Angelo si uniscono ad un gruppo di altri nove giovani di varie parti d’Italia e partono per Gerusalemme. Il contatto resta quotidiano, Angelo invia foto e video con testimonianze vive e toccanti. Tutto è tranquillo al punto che la mattina di venerdì 10 agosto parto per la Toscana, ospite di miei amici in Maremma per una breve vacanza. Il giorno successivo il piccolo gruppo prenderà l’aereo di ritorno: missione compiuta! Alle 22.30, mentre stiamo chiacchierando immersi nella frescura della campagna, squilla il mio cellulare. Un giornalista de “la Repubblica” mi informa che Angelo è stato ucciso nella prima serata e mi chiede se ho qualche dichiarazione da fare. Declino l’invito, il colpo è terribile, avevo sentito Angelo al telefono poco più di 24 ore prima. Dolore, sgomento, tristezza si intrecciano con tante domande: quando, come e, soprattutto, perché? Riesco a contattare Tonino Lupi, allora sindaco, anche lui in vacanza in Trentino, e decidiamo di rientrare subito a Monterotondo. Con i pochi volenterosi ancora in città formiamo un piccolo gruppo: mettere tra parentesi il dolore e lo sbigottimento non è facile ma c’è tanto da fare. Capire l’accaduto, tenere i contatti con Gerusalemme, organizzare una cerimonia, laica coerentemente con la figura di Angelo e con la volontà della famiglia, ma che consenta tutto lo spazio alla partecipazione della comunità che questa tragedia merita. C’è anche da tenere i rapporti con la stampa mettendo al riparo il più possibile la famiglia: fortunatamente stringo un accordo con l’inviato de “la Repubblica”, figlio di un mio amico: esclusiva sulle notizie in cambio del rispetto assoluto del dolore dei genitori e della sorella di Angelo. Le esequie si svolgeranno in due momenti e in due luoghi diversi: una sorta di camera ardente nella sala del Consiglio comunale e, il giorno successivo, mercoledì 15 agosto, la cerimonia laica nel Duomo, la chiesa centrale della cittadina. Tutto sul filo del rasoio: riesco a convincere Flavio Lotti della Tavola per la Pace a concederci la bandiera arcobaleno lunga cinquanta metri che apre la Perugia-Assisi. Flavio me la consegna sulla mia responsabilità personale e dieci minuti prima dell’apertura della camera ardente, con un’auto della polizia urbana, a sirena spiegata, la lascio nelle mani di  Nives e Giovanni che si sono presi, tra gli altri, il delicato incarico di allestire per l’occasione la sala. La bandiera aprirà poi la manifestazione straordinaria che si svolgerà ad Assisi nell’Ottobre 2006 e verrà in quell’occasione  restituita alla Tavola della Pace. La bara stessa, con il corpo di Angelo, arriverà poco prima della cerimonia del 15, grazie all’intervento delle autorità italiane e del viceministro degli Esteri Patrizia Sentinelli che la riporterà a Roma con un volo di Stato superando le difficoltà frapposte dalla magistratura  israeliana. Tremila cittadini partecipano alla cerimonia, dentro e fuori dalla chiesa. In prima fila i parenti e un folto gruppo di personalità venute da ogni dove. La bara è portata a spalla dagli amici di Angelo. All’uscita dalla chiesa, dopo un funerale laico senza ufficio, stiamo tutti male, il dolore e la tensione dei giorni trascorsi emergono ora che non “c’è più niente da fare”. Anch’io sento che mi sta succedendo qualcosa di grave, dico parole al microfono di Radio Popolare ma non so bene che cosa: per me non è il primo funerale del genere ma, ai tempi, ci stordivamo con canti e slogan…Come è difficile ora. Mi salvano due vecchi amici, Haidi e Giuliano, i genitori di Carlo, ucciso nel 2001 a Genova: loro sanno molto bene che cosa vuol dire e sono qui, dopo un lungo viaggio sulla loro utilitaria. Quando, come, perché? Oggi siamo in grado di rispondere alle prime due domande ma, a distanza di vent’anni, non ancora alla terza. Dalle testimonianze di Michela e Silvia sappiamo che, intorno alle 19, i tre ragazzi, terminato il loro impegno presso il Centro, si stanno dirigendo verso la Città vecchia per bere una birra. Angelo cammina spensierato tra di loro ma improvvisamente le due si voltano indietro e lo vedono a terra con un coltello nelle spalle. Un giovane, apparentemente della stessa età, fugge in bicicletta ma verrà presto intercettato dalla polizia israeliana. I soccorsi arrivano dopo venti minuti ma non c’è più niente da fare. Il certificato di morte parla chiaro sulla causa del decesso. Ci siamo interrogati infinite volte sul perché, abbiamo addirittura parlato con la famiglia del ragazzo, senza arrivare ad una risposta certa: l’unica ipotesi con un minimo di fondatezza è che Angelo, con i suoi  capelli ricci e un aspetto di certo molto diverso da quello di un palestinese, sia stato scambiato per un giovane israeliano. Solo un’ipotesi: le tragiche certezze sono quelle di due giovani vite spezzata dalla morte una, distrutta da 25 anni di prigione l’altra. Almeno altrettante volte ci siamo impegnati a trasformare una grande negatività in una qualche positività: è nata l’Associazione degli amici di Angelo, è nata la Fondazione Angelo Frammartino, è nata la Casa della Pace, in cui opera tuttora la scuola di italiano per immigrati Penny Wirton e ha sede la Frammaradio. Una scuola di Monterotondo e la piazza del palazzo comunale portano il nome di Angelo; una piazza, circondata da prati, nel parco di Villa Ada a Roma, gli è stata intitolata. Da vent’anni si celebra il Frammaday con spettacoli e borse di studio. Da Ottobre 2006 un graffito con il nome di Angelo campeggia su un muro della cittadina. E’ coloratissimo e lungo venti metri. Dicono Maurizio, Simone e Rocco, i tre autori: “Alla notizia della morte di Angelo semo scattati a molla, questa persona ha fatto una cosa grande, mette anima e corpo, rischià la vita per dare agli altri. Nel mondo del writing quando qualcuno more se fa un muro in memoria e Angelo meritava, no un graffito ma tutto Monterotondo colorato”. Il graffito è ancora lì,  con alcune delle frasi preferite di Angelo, ed è sopravvissuto senza svastiche e altre brutture che invece fioriscono sui muri vicini. La Fondazione e il comune di Monterotondo hanno aderito al “Parents Circle” un’associazione di parenti di vittime della guerra infinita: palestinesi ed israeliani. Numerosi scambi sono avvenuti e, nel corso di un incontro nella sala consiliare del comune, Aaron Barnea di Parents Circle e Michelangelo, il padre di Angelo, si sono lungamente abbracciati in un momento di grande commozione. L’ufficio per la Pace ha organizzato incontri nelle scuole in cui Noa, una giovane israeliana di Peace Now, e un giovane palestinese si sono confrontati davanti ai ragazzi e alle ragazze sulle radici del conflitto. Molti comuni italiani hanno donato targhe ricordo, il Presidente Napolitano ha insignito Angelo della medaglia d’oro al valor civile, Michelangelo ha pubblicamente perdonato l’assassino. Sono passati vent’anni ormai da quel terribile giorno e ci resta il dolore e ci resta il ricordo. E ci resta l’eco delle frasi scritte da Angelo nel saggio breve per partecipare alla selezione per il viaggio. “Tu risponderai: ‘Sì ma che faccio? Le cose stanno così male che il mio petalo a cosa vuoi che serva? E poi ho già i miei inferni quotidiani!’ Io credo che in queste frasi noi moriamo, forse in piccola parte, ma moriamo.” “E poi la guerra. La guerra è principalmente morte e la morte è principalmente la componente delle nostre esistenze che dobbiamo arginare.”   Redazione Italia
October 3, 2026
Pressenza
Monterotondo, l’impegno dei giovani ai tempi dell’Ufficio per la Pace. Prima parte
Intervista ad Alvaro Romei, 81 anni, fisico, amico e attivista dei movimenti per la Pace (27 Marce Perugia-Assisi). Alvaro non è originario di Monterotondo, ma vi risiede da molti anni e ha respirato in prima persona la cultura e l’attivismo per la Pace che Monterotondo ha vissuto, pur con alti e bassi, fin dai primi anni Ottanta. Alvaro, ci racconti qual era l’atmosfera a Monterotondo soprattutto nel mondo giovanile quando l’Ufficio per la Pace iniziò a muovere i primi passi e il percorso fatto per giungere alla sua nascita? L’Ufficio per la Pace di Monterotondo nasce dalle ceneri dell’Associazione per la Pace, attiva dai primi anni ‘80, anni in cui il tessuto culturale giovanile di Monterotondo era dinamico e vivace e manteneva ancora viva l’eredità di associazioni e centri di aggregazione degli anni ‘70: c’erano il Collettivo femminista, il Collettivo di Lotta Continua e molti giovani erano iscritti al PCI. Incontrai l’Associazione per la Pace di Monterotondo nel 1986, anno del referendum, tramite il locale Comitato antinucleare. L’iniziativa più bella cui partecipai, oltre alle tante gioiose marce Perugia-Assisi, fu, nel 1996, quando 25 ragazzi e ragazze bosniaci che vivevano in un centro profughi per vittime civili della guerra  serbo-croata dei primi anni’90 furono accolti per tre settimane da famiglie di Monterotondo. Fu un’esperienza intensa che rafforzò il tessuto solidale e umano della cittadina, con la partecipazione fattiva di singoli cittadini, associazioni, esercizi commerciali, parrocchie. Siamo in molti a ricordare con emozione quel progetto: il Comune, dopo qualche iniziale reticenza, collaborò anche con un contributo economico sostanzioso. In quegli anni si diffondeva sempre di più in Italia il Servizio Civile sostitutivo di quello militare, la cui legge istitutiva risaliva al 1972 e che non va confuso con il Servizio Civile Universale di oggi: era riservato solo ai ragazzi, le modalità di accesso erano impegnative, una dichiarazione scritta di obiezione di coscienza motivata con un elaborato sottoposto al giudizio di una commissione. Nonostante queste difficoltà il numero dei giovani che sceglievano il Servizio Civile aumentava sempre di più, fino ad arrivare al 50% dei giovani di leva. Ricordiamo che, prima del 1972, rifiutare di fare il servizio militare era un reato punito con il carcere militare. L’Associazione per la Pace di Monterotondo si attivò per creare i canali di accesso al Servizio Civile, inizialmente in collaborazione con la Caritas. Io stesso scrissi una ‘Guida al Servizio Civile’ con una tiratura di alcune migliaia di copie a un prezzo simbolico, che andò presto esaurita. La morte di Claudio Di Giacinto, lo straordinario coordinatore dell’Associazione per la Pace locale, portò di fatto alla sua chiusura. Il testimone fu allora raccolto dall’AON (Associazione Obiettori Nonviolenti), la seconda associazione a livello nazionale dopo la LOC (Lega Obiettori Coscienza). L’AON di Monterotondo divenne così gestore del Servizio Civile, non solo per la cittadina; fu anche l’unica struttura alternativa alla Caritas sul territorio a Nord di Roma e cominciò ad accogliere obiettori provenienti da Mentana, Tivoli, Guidonia,  Montelibretti, Capena, Castelchiodato, addirittura da Roma-nord. L’altra attività istituzionale fu, in quegli anni, la promozione e la partecipazione della comunità locale alla Marcia della Pace Perugia-Assisi. L’AON Monterotondo era uno dei pochi enti gestori che svolgeva effettivamente e con grande impegno la formazione degli obiettori, vista come un prezioso momento di contatto e di dialogo con i giovani. Il regolamento prevedeva infatti 36 ore + 18 ore di formazione differita. I libri adottati furono L’obbedienza non è più una virtù di don Milani e la Costituzione della Repubblica Italiana, libri letti, studiati e commentati collettivamente nei primi giorni di servizio. Come Ufficio per la Pace organizzavate o suggerivate anche viaggi all’estero? Qual era l’atmosfera fra i gruppi giovanili più impegnati e come avvenne l’organizzazione del viaggio ad Auschwitz? L’Ufficio per la Pace ha promosso solo i viaggi ‘della memoria’: per il campo di concentramento di Auschwitz e per il campo di prigionia di Fossoli. Poiché il numero dei giovani interessati era superiore alle risorse economiche del Comune di Monterotondo, si organizzava una selezione: il numero definitivo dei partecipanti era di 30-35 persone, ma gli iscritti a inizio anno scolastico superavano il centinaio. Dopo la presentazione del progetto nelle scuole gli studenti partecipavano a 4-5 incontri con esperti e/o sopravvissuti – indimenticabili le testimonianze di Shlomo Venezia e di Piero Terracina – sulle loro terribili esperienze e sugli eventi storici e sociali che avevano portato ai campi di sterminio: un percorso di formazione/informazione. Seguivano poi la presentazione di un elaborato, nelle forme più varie, dal saggio breve, a una coreografia danzata,  un pezzo di musica o un disegno e la selezione finale dei partecipanti al viaggio. Alcuni posti erano riservati a esponenti della società civile del territorio: Anpi, parrocchie, associazioni di volontariato. Il secondo livello di formazione prevedeva la lettura collettiva dell’opera di Primo Levi  Se questo è un uomo. Il viaggio in treno durava 27 ore: partenza dalla stazione di Roma Tiburtina fino a Cracovia, seguendo il percorso compiuto dei treni della morte attraverso Austria, Repubblica Ceca e Polonia. Il lungo viaggio in treno dava la possibilità di incontrare e socializzare con gli altri gruppi che giungevano da altre regioni italiane. Il nostro gruppo si univa così a quelli provenienti dalla Toscana e dall’Emilia. Sul treno era presente un vagone cinema/biblioteca/luogo di aggregazione. All’arrivo a Cracovia eravamo affidati a una guida bilingue. La preparazione/formazione de* nostr* ragazz*è stata spesso oggetto di encomio da parte dei responsabili degli altri gruppi. Il viaggio prevedeva la visita di Cracovia, città molto bella e spesso a fine gennaio innevata e momenti serali con concerti e incontri. La visita al campo vero e proprio prendeva un’intera giornata: un’esperienza dura con la visita alle camere a gas e ai reperti in mostra: capelli, vecchi vestiti, scarpe, denti d’oro.  Negli ultimi anni il Museo è un po’ cambiato: è diventato leggermente ‘pop’, pur conservando sempre i suoi reperti e lasciando immutato il percorso fino alla catarsi finale nella piccola piazza dove si erge la forca a cui fu impiccato Rudolf Hess, l’ultimo direttore del campo di Auschwitz. Quali furono altre iniziative dell’Ufficio per la Pace? Tante e diverse e mi limiterò solo ad alcune: le Marce, non solo la Perugia-Assisi, straordinaria quella del 2001 con la partecipazione di 507 persone con dieci pullman, ma anche quella di Roma nel 2003 contro la guerra in Iraq, con 700 persone, un treno intero, che si unirono ai due milioni di partecipanti da tutta Italia; la raccolta di foto firme per la campagna mondiale  “Control Arms” lanciata da Amnesty International, Oxfam e Iansa: 500 foto di persone e personalità, 350 delle quali furono raccolte proprio dal solo Angelo. Ricordo ancora lo stupore ammirato degli organizzatori quando consegnai il dischetto. Il viaggio in Palestina a cui partecipò Angelo Frammartino nel 2006 nasceva sotto lo slogan ‘Studiare per la Pace, la Pace per studiare’ ed era organizzato dall’ARCI e dalla CGIL. Il Comune di Monterotondo vi aveva aderito e l’Ufficio per la Pace si occupò della promozione e della selezione dei partecipanti. Vinsero tre giovani: Angelo Frammartino, Michela Serpietri e Silvia Bassoli: Angelo scrisse 6 pagine di pensieri e osservazioni di una vivezza e di una maturità straordinarie. Il loro impegno sarebbe stato quello di animatori presso il Centro sociale la ‘Torre del Fenicottero’ (Burj Al Luq Luq) nella Città vecchia di Gerusalemme, che accoglieva bambin* orfani di guerra, poveri e anche disabili mentali e fisici. Spesso arrivavano bambin* con sacchettini che contenevano soltanto un pezzo di pane secco; i loro occhi si illuminavano quando arrivava l’ora del pranzo o della merenda e mangiavano tutto. Una scatola di pennarelli o di colori a dita erano una gioia per loro. La responsabile del Centro, Dyala Husseini, era una figura straordinaria che impiegava tutte le sue energie per mantenere un’atmosfera di serenità e di fiducia per le/gli ospiti più piccol*, e per difendere l’esistenza stessa di uno spazio che fungeva da consultorio per le famiglie in condizioni di vita molto difficili. Angelo, Michela e Silvia partirono il 1° agosto 2006. Angelo era sempre molto attivo anche per i costanti aggiornamenti che ci inviava, soprattutto i video. Aveva una personalità poliedrica con un carattere allegro e socievole, giocava a basket, ballava, parlava bene l’inglese, aveva  una mailing list di circa 1.500 contatti e un serio impegno politico in Rifondazione comunista. A volte siamo riusciti a comunicare anche tramite il telefono internazionale del Comune di Monterotondo e questa possibilità ci fu, purtroppo, molto utile dopo la sua morte, per organizzare il rientro della salma e il suo funerale.                 Redazione Italia
September 29, 2026
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