A proposito del volume ‘Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento’
Il saggio di Gianmarco Pisa, ‘Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e
semantica del monumento’, ci offre uno strumento straordinario per svelare come
lo spazio pubblico sia, a tutti gli effetti, un terreno di scontro geopolitico e
di classe. La tesi centrale dell’opera ci costringe a superare la visione
borghese ed estetica del monumento: una statua o un memoriale non sono pezzi di
pietra inerte, ma dispositivi politici attivi, ovvero la materializzazione
visiva di una precisa egemonia.
Se c’è un ambito in cui questa materializzazione ha raggiunto vette di autentica
rottura rivoluzionaria, è proprio quello del blocco socialista e dell’esperienza
jugoslava. L’autore, basandosi sulla sua approfondita ricerca sul campo in
Kosovo e nei Balcani, ci riporta alla grande stagione del socialismo reale. In
Occidente siamo purtroppo abituati a monumenti imperialisti, dedicati a
conquistatori, monarchi o generali che celebrano il colonialismo, il dominio e
la sottomissione.
Il socialismo reale ha radicalmente ribaltato questa semantica. Pensiamo ai
celebri Spomenik jugoslavi: quelle imponenti strutture astratte e avveniristiche
non celebravano i singoli leader, ma la lotta partigiana di liberazione dal
nazi-fascismo, la fratellanza e l’unità dei popoli. Era un’architettura
monumentale concepita non per intimidire le masse, ma per elevarle, ricordando
che la vera pace si fonda sul superamento delle divisioni etniche e
sull’emancipazione dei lavoratori.
Quella era un’idea di pace attiva, internazionalista e legata a doppio filo alla
giustizia sociale.
Cosa succede, allora, quando quel sistema crolla sotto la spinta dell’avanzata
neoliberista e dell’espansionismo occidentale? Questo è il punto di giunzione
fondamentale con la geopolitica del presente. Oggi assistiamo a quella che
possiamo definire una brutale campagna imperialista di cancellazione della
memoria. Lungo tutta l’Europa dell’Est, nei paesi baltici, così come in Ucraina,
l’abbattimento sistematico dei monumenti sovietici e dei memoriali antifascisti
non è un semplice cambio di arredo urbano. È un atto di aggressione culturale
volto a sradicare la memoria storica dell’alternativa socialista.
L’unipolarismo imperialista a guida euro-atlantica ha bisogno di cancellare
questi simboli per imporre la finta “fine della storia” e legittimare il proprio
modello economico e militare. Demolire la statua di un liberatore sovietico o un
monumento alla fratellanza jugoslava significa voler cancellare l’idea stessa
che un mondo non capitalista sia esistito e sia tuttora possibile, oltre che
auspicabile. Questa furia iconoclasta è la proiezione visiva dell’espansionismo
della NATO, ed è il preludio ideologico dei tragici conflitti che oggi
insanguinano il nostro tempo.
In conclusione, la proposta di ‘culture-oriented peacebuilding’ di Gianmarco
Pisa assume qui un significato profondamente attuale e urgente. Costruire la
pace non significa piegarsi alle narrative unilaterali del vincitore
capitalista, ma difendere la complessità storica. Una pace autentica può nascere
solo in un mondo finalmente multipolare, in cui ai popoli sia restituita la
sovranità di scegliere la propria via di sviluppo economico e sociale, liberi
dal ricatto dell’imperialismo e della sottomissione culturale.
La “semantica del monumento” di cui parla Gianmarco Pisa ci esorta a lottare per
riprenderci lo spazio visivo e politico. Leggere questo libro oggi significa
dotarsi degli anticorpi intellettuali necessari per difendere la memoria storica
del socialismo e per guardare ai monumenti del passato non con nostalgia, ma
come fari che indicano la necessità di un’alternativa multipolare, socialista e
di pace per il futuro.
Fabrizio Verde, direttore de l’Antidiplomatico
Redazione Italia