Lettera dal carcere… Condannati all’infernoRiceviamo e volentieri diffondiamo
Insopportabile! Così tutti noi in questi giorni descriviamo il caldo che ci
tormenta. Non parliamo d’altro. Stiamo sempre a controllare le previsioni del
tempo sperando in un grado in meno. Accendiamo ventilatori e condizionatori,
riempiamo il frigorifero di bevande gassate, galleggiamo in piscina, facciamo 5
docce al giorno. Continuamente lamentandoci.
Ma quanto dovrebbero lamentarsi i detenuti chiusi 20 ore al giorno in celle di
15 metri in tre, con un rubinetto che cola acqua tiepida, distesi su brande
infuocate, con la facoltà di farsi una doccia solo una volta al giorno, senza la
possibilità di bere una bevanda fresca perché gli hanno pure tolto, da poco e
con una lungimiranza encomiabile, i piccoli frigoriferi sino ad allora in
dotazione. E poi, i piccoli ventilatori non in tutte le celle, spesso scassati,
l’ora d’aria all’intervallo di mezzogiorno quando il sole è a picco “perché così
dice il regolamento”, i pasti, quasi sempre pessimi, a base di wüsterlini,
verdura cotta, pasta rossa, qualche volta uno yogurt tiepido.
Tutto questo in una bolgia di corpi ammassati perché si sbatte sempre più in
galera. Anche, tantissime, (il 40 per cento) persone che, secondo la legge, non
ci dovrebbero stare. Ma l’entrata è sempre facile, difficile è l’uscita. Lì il
diritto è dimenticato, la legge scordata o scritta sempre con mano rattrappita.
Ma perché? Perché questa cattiveria, questa voglia di far male, questa
bestialità?
Ma che cosa c’è nella testa dei governanti e dei deputati che scrivono le leggi
sul carcere e sulla sicurezza. Si ricordano cosa c’è scritto nella Costituzione?
Cosa c’è nella testa dei funzionari che scrivono i regolamenti, che danno le
disposizioni, che emettono i provvedimenti? Leggono i giornali, ascoltano le
previsioni del tempo e, soprattutto, vivono in mezzo a noi? Sono accaldati,
maledicono la calura, accendono l’aria condizionata? E non pensano ai loro
clienti? Sì, clienti, i carcerati sono i loro clienti ai quali dovrebbero dare
un servizio dignitoso, rispettoso, decente. Sì, clienti perché pagano il
soggiorno, come lo paghiamo noi cittadini con le nostre tasse. Invece? Invece
il carcere, l’oggetto del loro lavoro, è come il XIV canto di Dante dove i
dannati vivono distesi su una sabbia rovente colpiti incessantemente da una
pioggia di fuoco. Circondati, a mo’ di “ghirlanda”, dai suicidi.
Redazione Italia