La grande crisi dei carburanti è arrivata, scorte sotto i minimi di sicurezza
In seguito al blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e all’esaurimento delle
riserve, la crisi internazionale dei carburanti non è più solo uno spettro che
minaccia l’economia globale, ma è una realtà che sta gettando i mercati
internazionali sull’orlo di una importante crisi logistica. Lo rivela
un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo la quale i vertici delle compagnie
petrolifere statunitensi stanno avvertendo della criticità della situazione,
esasperata dal fatto che – almeno per ora – non si intravede una via d’uscita.
Mike Wirth, l’amministratore delegato di Chevron, ha spiegato che i fondamentali
cuscinetti di sicurezza, che in passato permettevano al sistema di assorbire
improvvisi cali di produzione, sono oggi in larga parte esauriti. Anche la Cina,
che aveva accumulato scorte record di petrolio nel 2025, potendo così
inizialmente attutire la crisi globale dei carburanti, si trova ora a dover
affrontare una diminuzione eccezionale delle riserve strategiche di petrolio,
suscitando timori per un possibile ritorno delle restrizioni alle esportazioni
di benzina e diesel.
Il blocco prolungato del canale che divide la penisola arabica dalle coste
dell’Iran – aperto prima degli attacchi di USA e Israele – e la chiusura di
altre infrastrutture strategiche della regione – come l’oleodotto Est-Ovest
saudita – hanno determinato un grave rallentamento dei flussi di petrolio,
mentre gli attacchi alle raffinerie e agli impianti petroliferi hanno causato un
blocco nella produzione. Il danneggiamento dell’oleodotto saudita, provocato da
un attacco con droni lanciato dall’Iraq l’11 settembre scorso, si stima abbia
sottratto al mercato petrolifero circa 2,5 milioni di barili al giorno.
L’infrastruttura, che collega il Golfo Persico al Mar Rosso per un’estensione
totale di 1200 chilometri, è stata riaperta lo scorso 22 settembre, inizialmente
a portata ridotta. Questo scenario, insieme agli attacchi alle raffinerie russe
da parte dell’esercito ucraino e alle richieste di alcuni esponenti repubblicani
di limitare le esportazioni statunitensi di diesel (ipotesi che la Casa Bianca
ha fino ad ora escluso) sta esacerbando la situazione energetica globale, con
pesanti ripercussioni sull’economia. Il prezzo del petrolio negli Stati Uniti ha
raggiunto picchi notevoli rispetto agli ultimi anni: attualmente, il costo di
riferimento per il mercato statunitense, il WTI (West Texas Intermediate), si
attesta tra i 92,50 e i 96,00 dollari al barile, in lieve flessione nelle ultime
sedute (dopo aver scambiato intorno ai 94 dollari). Tuttavia, il prezzo del
petrolio in USA resta in forte rialzo rispetto allo scorso anno, registrando una
crescita superiore al 40%. La carenza di carburante o gli alti prezzi per il suo
acquisto non rischia solo di esacerbare l’inflazione, ma anche di compromettere
la sicurezza alimentare globale.
In questo contesto, si aggiunge poi il problema della Cina: se, infatti,
all’inizio della guerra il Paese aveva attinto alle sue scorte record di
carburante (stimate dall’EIA nella cifra di 1,4 miliardi di barili), congelando
gli acquisti sul mercato spot e raffreddando quindi la domanda globale, ora
anche Pechino si trova a dover affrontare un calo importante delle riserve
strategiche. Secondo Reuters, a settembre 2026 le scorte commerciali di prodotti
raffinati si sono fortemente assottigliate: quelle di benzina si troverebbero al
minimo dal 2011 e quelle di diesel dal 2015. Allo stesso tempo, proprio per via
delle interruzioni nei flussi e nella produzione, i prezzi del petrolio in Cina
hanno raggiunto livelli record. Questo contesto sta facendo sì che Pechino
cerchi canali di approvvigionamento alternativi a quelli mediorientali e russi,
in una corsa all’accaparramento di barili che sta alimentando ulteriormente la
domanda (e, dunque, l’aumento dei prezzi) sia in Cina che nel resto del mondo.
Per queste ragioni, il ripristino dei flussi petroliferi attraverso lo Stretto
di Hormuz è diventato una priorità economica e diplomatica urgente per Pechino.
Tuttavia, durante i colloqui tra il presidente USA Donald Trump e quello cinese
Xi Jinping, svoltisi giovedì alla Casa Bianca, non si sono registrati passi
avanti significativi sulla questione: il presidente cinese ha ribadito il suo
sostegno al ritorno a un accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran, volto a
spianare la strada a un accordo di pace più ampio, senza tuttavia aderire
pubblicamente alla strategia americana di isolamento dell’Iran e chiedendo
piuttosto il ritorno al memorandum di giugno.
Allo stesso modo, anche in Europa la crisi ha eroso parte dei margini di
sicurezza, sebbene la Commissione UE abbia dichiarato a settembre che le scorte
commerciali e d’emergenza restano sufficienti. Negli Stati Uniti, le scorte di
petrolio sono scese sotto i 285 milioni di barili a settembre 2026, toccando i
livelli prossimi ai minimi pluridecennali secondo i dati del Dipartimento
dell’Energia. In mancanza di un rapido accordo tra USA e Iran, dunque,
l’economia globale si ritrova ad affrontare un blocco dei carburanti che non può
più essere arginato con palliativi come l’immissione di scorte d’emergenza o
interventi politici.
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